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    Post Le colpe di Ahmadinejad

    Domenico Savino
    05/11/2005

    TEHERAN - Adesso che il grande rito purificatore è stato compiuto, adesso che tutto il PUS (Partito Unico Sionista) ha fatto giungere a suppurazione la rabbia livida per l’oltraggio perpetrato ai danni di Israele, inteso come Stato, e che da D’Alema a Fini (pur se solo in effige) lo sdegno dell’intera nazione è salito alto e forte verso il cielo, si può tornare serenamente a ragionare?
    Proviamoci.
    Secondo la stampa di tutto il mondo, l’Iran, per bocca del suo presidente, avrebbe minacciato di cancellare Israele dalla carta geografica.
    Le parole esatte di Mahmud Ahmadinejad le ha riferite su questo giornale Maurizio Blondet (vedi sezione esteri, pagina 2, «Ma è l’Iran che minaccia Israele?»), i sunti (che pretendevano di spiegarne il senso) tutti gli altri.
    Inoltre Ahmadinejad non ha detto nulla di diverso da quanto è sempre stato detto in quel Paese nella «Giornata mondiale per Gerusalemme», istituita dall’imam Khomeini a favore della causa palestinese, ma su cui era stata poi messa la sordina.
    E allora perché oggi questa reazione?



    Ahmadinejad, il presidente iraniano, sembra il mio idraulico.
    Magro, dimesso, gli occhi tristi, la barba rada, un giubbino beige indossato su spalle spioventi e sopra camicie da saldi della UPIM, non ha nulla dell’uomo carismatico: gli manca lo sguardo, l’oratoria prorompente, la gestualità ieratica, la statura e l’imponenza fisica.
    Non ha né «le physique du rol» né il «look» per richiamare il carisma degli altri uomini della rivoluzione iraniana.
    Meno che mai per riempire il vuoto lasciato dall’ayatollah Khomeini.
    Anche gli studi non sono teologici e neppure politici: è laureato in Logistica civile presso la facoltà di Scienze e tecnologia dell’università di Teheran, dove è stato assistente.
    E’ stato eletto, battendo al ballottaggio il favorito Rafasanjani con una percentuale del 61% dei voti validi, pari ad appena il 47% del corpo elettorale.
    Ma al ballottaggio c’era arrivato per un pelo, superando al primo turno di poco più di due punti il religioso riformista Karroubi, che si era fermato al 17,3%.
    Insomma l’ha votato poco più di un quarto degli iraniani, che per più di metà ha disertato le urne.
    Inoltre è, dopo Bani Sadr, il primo presidente laico della repubblica islamica dell’Iran.



    Proprio le modalità della sua elezione dovrebbero fare capire a chiunque che Ahmadinejad, tentando di cavalcare l’icona di Khomeini, rende palesi le difficoltà in cui si trova: lo hanno capito tutti e proprio Bani Sadr, l’ex-presidente oggi in esilio a Parigi, lo ha confessato senza mezzi termini: «vi sono non meno di sei gruppi radicali all’interno del regime che si contendono il potere con fazioni antagoniste tramite vere e proprie faide interne… questi suoi proclami sono il segno della sua impotenza in questi ambiti: non avrebbe fatto ricorso a tale retorica se avesse del potere tangibile in mano».



    Il fatto è che Ahminejad è l’uomo sbagliato per l’Occidente, dove si sperava che i giovani e le donne, i più delusi dalle mancate riforme dell’ex-presidente Mohammad Khatami, andassero a votare per l’ultrariformista Mostafa Moin, già ministro dell’istruzione, che però si è fermato al primo turno ad appena il 15% circa.



    Ahminejad invece è un duro e un puro.
    Nato nel 1956 a Garmsar, vicino Teheran, nel 1985 è al fronte nella guerra che l’Iraq (1980-1988) scatenerà contro l’Iran e che costerà milioni di morti.
    Della guerra Israele ne approfitta per attaccare il 7 maggio 1981 lo stabilimento industriale di Daura a Baghdad, nel quale sospetta che si stia fabbricando un ordigno nucleare.
    L’operazione è coronata un mese dopo, quando l’aviazione israeliana distrugge un impianto industriale a Tamuz, che si crede utilizzato per la produzione di armi atomiche.
    Israele accusa inoltre Italia e Francia di collaborare con l’Iraq per la messa a punto di un ordigno nucleare.



    Nel gioco delle parti Usa e Israele sostengono entrambi i contendenti, lasciando che si annientino a vicenda.
    Da noi qualcuno scopre il gioco: il 16 marzo 1984 il responsabile della DC per le questioni internazionali, Giulio Orlando, presenta un’interpellanza al governo sulla vendita e l’origine della produzione di armi chimiche usate dall’Iraq e accusa gli americani di appoggiare Saddam Hussein, responsabile dell’aggressione all’Iran.



    Quattro mesi prima nel dicembre 1983, a Baghdad, Saddam Hussein aveva incontrato l’inviato speciale in Medio oriente del presidente americano Reagan, in vista di un ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi che, interrotte nel 1967 in seguito alla guerra arabo-israeliana, riprenderanno nel 1984: il nome di quell’inviato speciale americano è Donald Rumsfeld.
    Successivamente, Rumsfeld si impegnerà in ogni modo a potenziare le vendite di armi americane all’Iraq, tra cui 115 elicotteri militari.



    Ma l’America teme la vittoria di Saddam, come del resto Israele.
    Una nota della CIA del 1985 al Direttore Casey diceva, «il nostro corteggiamento all’Iraq era opportuno quando l’Iraq era sull’orlo del collasso e la rivoluzione islamica stava vincendo. Forse è giunto il momento di pendere dall’altra parte».



    Gli USA segretamente incoraggiano Israele a trasportare via mare armi per le truppe iraniane agli inizi degli anni 80, mentre - come scriveva il Times del 1 dicembre 1987 «le agenzie di intelligence americane fornirono in anni recenti all’Iran ed all’Iraq informazioni di intelligence volutamente distorte o in accurate».
    Il motivo è reso esplicito nel titolo di testa del Times: «impedire ad entrambe le parti di vincere» o, come cinicamente diceva Henry Kissinger, «troppo male che non possano perdere tutti e due».



    L’inganno era stato smascherato nel novembre 1986, quando Teheran rivelò i contatti segreti intercorsi con l’amministrazione Reagan, facendo deflagrare lo scandalo Iran-Contras: si scopre allora che, nonostante l’embargo assoluto decretato dal novembre del 1979, il governo americano ha venduto armi anche all’Iran, per ottenere fondi neri da destinare alla guerriglia dei Contras contro il governo del Nicaragua.



    Mentre Rafsanjani è già presidente, Ahmadinejad è al fronte.
    E’ lì che nel 1985 entra come volontario nelle forze speciali dei pasdaran, i guardiani della rivoluzione e partecipa anche a operazioni oltre le linee nemiche.
    E’ lì che condivide con milioni di iraniani, fede, fame, sangue e morte.



    Alla fine della guerra diventa dapprima governatore delle città di Maku e Khoi, vicino al confine con la Turchia, poi governatore generale della provincia di Ardebil, sempre nel nord-ovest del Paese. Nel 1997 lascia la politica attiva, per dedicarsi all’insegnamento nell’Università di Teheran.



    Alla politica ci torna sei anni dopo, quando nel maggio 2003 diventa sindaco di Teheran.
    Il popolo delle periferie lo ama.
    Il potere non gli ha dato alla testa.
    E’ rimasto uno di loro, khomeinista convinto e non dimentico delle sofferenze che il suo popolo ha dovuto sopportare al fronte: i moderati gli impediranno di seppellire in ogni piazza della città un «martire», vale a dire un caduto della guerra con l’Iraq.



    Come sindaco di Teheran modifica gran parte delle riforme adottate dagli esponenti moderati che avevano governato la città prima di lui, chiude i fast food e richiede agli impiegati municipali maschi di farsi crescere la barba e indossare abiti con maniche lunghe.
    Demolisce la campagna pubblicitaria con la quale il calciatore inglese David Beckham - personaggio tra i più popolari dell’Occidente - promuoveva un prodotto.



    E’ uno di loro Mahmoud Ahmadinejad e non a caso ha chiamato il proprio sito web «Mardomyar», amico del popolo.
    Odiato dai riformisti, al punto che l’ex presidente Mohammad Khatami gli aveva impedito di partecipare agli incontri di gabinetto (un privilegio in genere accordato al sindaco della capitale), Ahmadinejad è un mussulmano devoto e la gente lo sa: non è un «bigotto» ma sa che «i veri problemi del Paese sono la situazione dell’occupazione e quella degli alloggi, non come ci si veste».
    E’ conosciuto per il suo stile di vita semplice e si dice che non abbia speso denaro per la sua campagna elettorale, ma sarebbe stato sostenuto dagli influenti gruppi conservatori che hanno utilizzato la loro «rete» di moschee per la propaganda.
    Tuona contro la corruzione.
    «Taglierò le mani al potere mafioso e alle fazioni che tengono in pugno il nostro petrolio, io dedico la mia vita a questo… La gente deve avere la parte che le spetta dalla vendita di petrolio nella vita quotidiana».



    Ha la memoria lunga Ahmadinejad: «l’unilaterale decisione dell’America di troncare i rapporti con la Repubblica Islamica - dice - mirava a distruggere la rivoluzione islamica» e non è uomo da farsi illusioni: «non ci permetteranno con facilità di fare progressi, ma non dobbiamo arrenderci alla loro volontà», è scritto sul suo sito web.
    «L’acquisizione di una tecnologia nucleare per usi pacifici - ha detto - è quanto richiede l’intera nazione iraniana e il compito di chi rappresenta il popolo è di impegnarsi con decisione per realizzare questa esigenza».
    Quanto al liberismo, conosce il trucco: «l’Iran ha bisogno di almeno 3 anni prima di entrare nella Organizzazione mondiale del commercio. Abbiamo bisogno di tempo e dobbiamo difendere la nostra industria».
    E della finanza sembra conoscere gli «arcana imperii»: «al momento attuale, le banche private non svolgono un ruolo positivo e costruttivo, ma piuttosto hanno una funzione distruttiva».



    Insomma, questa è la colpa di Ahmadinejad: è indisponibile a far sì che, accorciando mano a mano lo chador e aprendo mano a mano ai costumi occidentali, l’Iran torni ad essere terreno di conquista per coloro che la facevano da padroni ai tempi dello Scià [la cui caduta è peraltro da addebitarsi ad americani ed ebrei; ma questo è un argomento da approfondire (nota dell’editore)].
    In una parola, anzi in quattro, questa è la colpa di Ahmadinejad: è un nazionalista, protezionista, populista, onesto.



    Non a caso, durante l’ultimo ballottaggio, visto il fallimento dei «riformisti», tutti in Occidente, pure storcendo la bocca, puntavano sul bis di Hashemi Rafsanjani, lo «squalo», il pragmatico, l’uomo che aveva aperto alla modernizzazione, all’Occidente appunto e… ai matrimoni temporanei, visti come una meravigliosa conquista, indice di una certa modernità che l’Islam andava acquisendo.
    E pazienza se aveva dichiarato che «i nazisti sono stati costretti a prendere delle misure contro gli ebrei a causa del loro comportamento. L’uso che i sionisti hanno fatto del loro denaro e dei media ha obbligato diversi regimi a reagire con violenza e a passi inumani, come ha fatto Hitler!» (1)
    […] per essere precisi, da buon pragmatico, aveva anche - lui sì per davvero! - dichiarato che in prospettiva l’uso di bombe nucleari contro Israele avrebbe spazzato via tutta la terra israeliana, mentre avrebbe danneggiato solo parte del mondo islamico. (2)
    Non si ricordano fiaccolate.



    Domenico Savino




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Confronta Corriere della Sera, 11 febbraio 2002, pagina 9.
    2) La notizia è tratta dal numero di gennaio 2002 del mensile Shalom.




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    Predefinito chi è ahmadinejad

    è il pezzo grosso dei pasdaran, i guardiani della rivoluzione).
    gli altri capi e capetti sono nei posti chiave dell'esercito.
    sono, con le famiglie tre o quattro mioni di farabutti (resi tali dal potere). se il popolo oserà ribellarsi, costoro sì sparano. non come hanno fatto le guardie dello shah nel 1979.
    è quello che da sedicente studente (almeno per l'età) maltrattò gli ostaggi americani al tempo del venditore di noccioline.

 

 

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