| Venerdi 4 Novembre 2005 - 136 | Stefano Vernole |

La clamorosa manifestazione bipartisan di ieri davanti all’ambasciata iraniana di Roma mette definitivamente la parola fine alle eventuali differenze in politica estera tra centro-destra e centro-sinistra; non a caso, Romano Prodi, rispondendo alle accuse di antiamericanismo propalate da Silvio Berlusconi, aveva prontamente ribadito di essere l’ alleato più affidabile per Washington.
Ma non è ovviamente questo l’aspetto più rilevante di una vicenda che dimostra in maniera spudorata tutto il servilismo della classe dirigente italiana nei confronti di Stati Uniti ed Israele, ben simboleggiata dal profilo del promotore della protesta contro l’Iran, il giornalista Giuliano Ferrara, già reo confesso di spionaggio a favore della CIA (il che comunque depone a suo favore, visto che lo stesso incarico non è mai stato confessato da tanti altri lautamente remunerati professionisti della carta stampata).
Al centro del can can massmediatico non è nemmeno la questione riguardante l’esistenza o meno di Israele, tanto risulta evidente la logicità delle affermazioni del Presidente Mahmoud Ahmadinejead.
Qualsiasi serio analista di relazioni internazionali non potrebbe che concordare come una seria soluzione della questione mediorientale passi per la fine del regime di Tel Aviv e attraverso la costruzione di uno Stato palestinese democratico aperto (come sempre è stato storicamente) a musulmani, ebrei e cristiani su un piede di parità.
Nessuno, in buona fede, può infatti auspicare la soluzione dei due Stati per due Popoli, che lascerebbe i profughi arabi senza la possibilità di tornare alle loro case, la città di Gerusalemme sotto definitiva sovranità israeliana e il popolo palestinese senza effettiva indipendenza.
Quanti, ancora oggi testardamente propendono per l’applicazione delle Risoluzioni dell’ONU, si ostinano a negare la realtà di un’istituzione internazionale piegata ormai da parecchi anni ai voleri imperialistici statunitensi.
Quando le Nazioni Unite conservavano ancora una parvenza di autonomia, ben diverse erano le sue deliberazioni, ad esempio quella del 10 novembre 1975 (esattamente 30 anni fa …) che equiparava sionismo e razzismo.
Così come avvenuto ad esempio per il sistema coloniale francese in Algeria o per quello dell’apartheid in Sudafrica, rientra nella logica dell’autodeterminazione dei popoli la fine del regime sionista in Palestina.
Nel rilevarlo, Ahmadinejead non ha fatto altro che riallacciarsi alle tradizionali posizioni iraniane, stemperate nell’epoca Khatami dal pragmatismo dei cd. “riformisti” e decisamente rilanciate ora dal massiccio voto popolare a favore del nuovo Presidente.
Quale Stato di Israele dovrebbe poi essere riconosciuto rimane un mistero, stante l’indisponibilità della stessa classe dirigente di Tel Aviv a fissare dei confini definitivi alla propria sovranità, al punto che il diritto internazionale ancora oggi non può conferire nessuna legittimità giuridica all’entità sionista.
Tornando alla manifestazione dei neocons nostrani, perciò, essa si prefigge lo scopo di mettere alle corde diplomaticamente l’Iran e preparare nell’opinione pubblica un diffuso consenso alla prossima aggressione anglo-israelo-americana.
Sconcertante in particolare è la presenza a questa adunata del Ministro degli Esteri Gianfranco Fini, che pone l’Italia in una condizione diplomatica gravissima; è probabilmente la prima volta che una carica istituzionale così alta prende posizione in una contesa che non riguarda la propria nazione, se si escludono le situazioni di conflitto bellico degli alleati.
Teheran, consapevole di tutto ciò, è già corsa ai ripari e ha svolto la scorsa settimana imponenti manovre militari nell’ovest e nel sud del paese, lasciando intendere che se attaccata potrebbe estendere il conflitto oltre i propri confini.
Una delle principali cause dell’aggressività antiraniana risiede proprio nell’appoggio che gli Ayatollah concedono al movimento di resistenza libanese Hezbollah, l’unico capace negli ultimi anni di far retrocedere l’esercito sionista dalle posizioni acquisite con la forza e non a caso definito “terrorista” dallo stesso Fini.
Il complesso militare-industriale di Tel Aviv non ha mai digerito l’umiliazione del ritiro dal Libano del Sud e ha pazientemente preparato le condizioni per la propria possibile riscossa.
Non sono un mistero per nessuno i piani preparati dal Pentagono nel 2003 nei quali, sbrigata la pratica irachena, era previsto un immediato attacco all’Iran partendo dal territorio amico dell’Azerbajdzan (si veda in proposito anche “La Grande scacchiera” di Brzezinski).
Abbattuto anche il regime di Teheran, cadrebbero come birilli i governi sovrani di Beirut e Damasco e il progetto del Grande Medio Oriente delineato dai neocons di Washington diverrebbe realtà.
Appaiono allora chiari i risvolti politici che portarono all’elezione di Ahmadinejead; non il complotto tessuto da integralisti islamici smaniosi di rilanciare una sorta di strategia della tensione con gli Stati Uniti, ma la ferma e determinata risposta del popolo iraniano deciso a conservare la propria indipendenza dalle interferenze straniere.
In una nazione che doverosamente bisogna ricordare è stata accerchiata da un Pakistan (atomico e alleato degli USA), da un’Afghanistan e da un Iraq occupati dagli angloamericani, la scelta non poteva ricadere che sul delfino dell’ayatollah Ali Khamenei.

Stefano Vernole