| Venerdi 4 Novembre 2005 - 139 | Pio De Martin |

RINASCITA (22 ottobre) ha riportato la notizia diffusa dalla moglie di Germar Rudolf: questi è stato illegalmente arrestato da agenti del Servizio Immigrazione degli USA, nei giorni scorsi, in circostanze che ricalcano quelle dell’arresto dell’editore ed attivista Ernst Zùndel nel giardino di casa propria in Tennessee, poi deportato in Canada e da lì nella Repubblica federale tedesca, a Mannheim, dove sarà processato a partire dal prossimo 8 novembre.
Anche con Rudolf è stato usato il trucco, come per Zùndel, di accusarlo di non aver risposto a un invito di convocazione; invito che, sia Zùndel sia ora Rudolf, asseriscono di non aver mai ricevuto.
C’è una cartina di tornasole che spiega il perché dei due arresti: entrambi i due uomini sono attivi nel campo storico del revisionismo olocaustico, il loro lavoro era considerato pernicioso dalle lobby del potere, quindi si cerca di chiudere loro la bocca schiaffandoli in galera. Lo stesso Rudolf aveva intuito questa eventualità (si veda RINASCITA, 24 ottobre 2004, pag. 14).
In attesa di conoscere gli ultimi sviluppi del caso Rudolf nella Terra della Libertà, riassumiamo le tappe dell’ultima odissea di Ernst Zùndel.
Il 1° marzo 2005 Ernst Zùndel, dopo due anni di carcere duro in Canada, nel Metropolitan Toronto West Detention Center, senza aver subito alcuna condanna, è stato deportato nella Repubblica federale tedesca. Lo stesso ‘giudice’ Pierre Blais che ha definito Zùndel “una minaccia alla sicurezza nazionale” (dichiarazione non sostanziata da prove) ha ammesso, il 30 luglio 2003, che Zùndel era detenuto in condizioni “medievali”.
Emigrato in Canada dalla natia Germania nel 1958, Zùndel aveva vissuto fino al 2000, dapprima lavorando come grafico-pubblicista, in seguito impegnandosi in attività editoriali, in particolare gli studi sull’Olocausto, pubblicando lo scritto di Richard Harwood “Did Six Million Really Die?” (Ne sono morti davvero Sei Milioni?, disponibile in italiano per le edizioni EFFEPI, via Balbi Piovera n. 7 - 16149 Genova).
Tale pubblicazione, che incrinava la vulgata olocaustica, non venne tollerata dalle organizzazioni ebraiche canadesi, che trascinarono Zùndel in tribunale in un memorabile processo nel 1985, e ancora nel 1988. In quei due processi a Toronto venne accusato di aver pubblicato “notizie false” in base ad una vecchia legge risalente all’Ottocento. Ma Zùndel e un affiatato gruppo di esperti indipendenti (incluso il professor Robert Faurisson e Mark Weber dell’Institute for Historical Review californiano) presentarono prove particolareggiate confutando la versione standard dello sterminio olocaustico. Fu lì che, per la prima volta dalla fine della guerra, vennero esposte le falsità di sopravvissuti e storici sterminazionisti, chiamati alla sbarra e controinterrogati, sotto giuramento, dalla difesa di Zùndel. Il tribunale tuttavia lo dichiarò colpevole e lo condannò a nove mesi di prigione, ma la Corte suprema canadese, con sentenza del 27 agosto 1992, ribaltò il verdetto dichiarandolo libero, definendo la legge che proibiva la diffusione di “notizie false” una violazione della Carta dei Diritti canadese.
Sposatosi con Ingrid Rimland, cittadina statunitense (d’origine tedesca, sfuggita bambina alle grinfie dei sovietici), nel 2000 Zùndel emigrò in Tennessee iniziando a vivere con la moglie, richiedendo all’ente preposto la concessione dello status di immigrato permanente.
Improvvisamente, il 5 febbraio 2003, un gruppo di poliziotti armati lo prelevarono (come un criminale incallito) mentre lavorava nel giardino di casa, senza mandato d’arresto, con il pretesto che egli non aveva risposto all’invito del Servizio Immigrazione (asserzione infondata), imprigionato e, dopo un paio di settimane, trasferito appunto nella prigione canadese nella quale è vissuto (maltrattato) fino alle prime ore del 1° marzo scorso.
A nulla sono valsi gli appelli inoltrati alle autorità canadesi da sua moglie. Fino all’ultimo - scrive il dr. Paul Fromm, che si è prodigato con varie iniziative tendenti alla liberazione del detenuto – i dirigenti canadesi hanno mostrato uno spirito meschino e paranoico nella gestione di questo prigioniero politico, editore e uomo pacifico.
Zùndel - afferma Mark Weber - è “in prigione non perché le sue opinioni sulla storia siano impopolari, o perché egli sia un ‘rischio per la sicurezza’ del Canada. Egli è in prigione perché ha dato impulso al revisionismo olocaustico, cosa che la lobby ebraico-sionista considera letale per i propri interessi”. Questa lobby è il fattore critico, decisivo, in questa ventennale campagna per imporgli il silenzio. Sforzi prolungati ed istituzionalizzati provengono soltanto da questa lobby, che include il Simon Wiesenthal Center, il Canadian Jewish Congress (Congresso Ebraico Canadese), la Canadian Remembrance Association e la League for Human Rights of B’nai B’rith (con la controparte statunitense, l’Anti-Defamation League of B’nai B’rith)”.
E gruppi ebraico-sionisti hanno strepitato perché Zùndel venga deportato in Germania, sapendo che lì lo aspettano anni di prigione per ‘delitto di pensiero’ per la cosiddetta “negazione dell’olocausto” (tale ‘delitto’, così definito dalle lobby del potere, viene severamente punito dalla legge nella Repubblica federale tedesca, in Francia, Svizzera, Austria ed in altri Stati).
Sabato 24 febbraio 2005 Pierre Blais della Corte federale canadese, dopo aver impedito per due anni ad Ernst ed ai suoi legali di affrontare i suoi accusatori, dichiarando Ernst Zùndel un rischio per la ‘sicurezza nazionale’, spianò la strada all’espulsione di Ernst dal Canada.
A seguito della decisione di Blais, B’nai B’rith Canada pretese che le autorità di Ottawa lo buttassero fuori immediatamente.
“Non ci debbono essere scuse o ulteriori rinvii”, dichiarò Frank Dimant, executive vice-president dell’organizzazione.
Scrive un simpatizzante alla moglie di Zùndel: “Quando la deportazione avrà luogo - sembra inevitabile - sarà una vittoria parziale per i nemici di Zùndel”. E con alti costi, perché provocherà nuovo interesse tra le giovani generazioni che si stanno chiedendo perché improvvisamente vengono loro offerti tutti questi musei olocaustici che sono ormai più numerosi dei locali della catena Burger King, come osservato dallo studioso dr. Norman Finkelstein, autore de “L’industria dell’Olocausto”.
Si chiederanno, i giovani del Bel Paese, perché anche qui stanno per spuntare due di tali musei, a Roma e a Ferrara, dopo la legge all’uopo votata nei giorni scorsi dal governo Berlusconi? O li confonderanno con i Burger King? Si chiederanno perché né questo governicchio né i precedenti hanno mai costruito un monumento ai veri resistenti contro gli invasori anglo-americani ?
Ernst, secondo il suo legale, la signora Chi-Kun Shi, è stato prelevato il 1° marzo alle 5 antimeridiane. L’addetto ai
Border Services, Gordon Morris, a cui era stata demandata la deportazione del prigioniero, e che aveva assicurato i legali di Zùndel che li avrebbe avvertiti una volta che Ernst avesse lasciato il Centro di detenzione, non è stato reperibile fino al 3 marzo; egli si è sottratto anche a questa minima cortesia. Una volta ancora è intervenuta la risibile ossessione della ‘sicurezza nazionale’ dei tiranni di Ottawa. C’era effettiva preoccupazione per la sicurezza? No, la ‘sicurezza’ non c’entrava, soltanto la convenienza di chi ha abusato di diritti umani, che non ha voluto testimoni o fotografi presenti alla traduzione di un prigioniero politico.
Così il prigioniero fu buttato giù dal letto prima dell’alba e spedito all’aeroporto dove, apparentemente, è stato trasferito con volo charter nella Repubblica federale tedesca, quindi condotto a Mannheim, arrivandovi alle 10 p.m. ora locale.
Il giorno successivo, 50 tedeschi, appellandosi alla libertà di espressione, hanno protestato contro l’incarcerazione di Zùndel.


Pio De Martin