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  1. #1
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    Arrow Quando Einaudi esplose «Via tutti i prefetti»

    Igor Iezzi
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    “Via i prefetti”. Luogotenenti, esecutori del potere romano in “periferia”, lunga mano del centralismo dei palazzi dell’Urbe, controllori della vita politica sul territorio, sempre attenti che i Comuni non si prendano troppa autonomia: la periferia è tale e tale deve restare. Questo sembra essere il ruolo dei prefetti. Un figura della quale si farebbe volentieri a meno, un doppione del questore e dei sindaci eletti dai cittadini. Lui, il prefetto, invece viene scelto da Roma, ne rappresenta il dominio sulle realtà comunali dove si respira una sorta di libertà vigilata. Un simbolo. Il simbolo di quella libertà che manca, del fiato romano sui popoli, del recinto entro il quale è consentito muoversi, fuori dal quale è vietato uscire. Come in prigione: nella tua cella puoi fare quello che vuoi, basta che non metti il piede fuori. Ecco, i popoli padani sono come in prigione, controllati e vigilati dal prefetto.
    Una vecchia battaglia, quella della Lega, contro i prefetti quali ... figure di supplenza, anzi sostitutive, del potere popolare. Una battaglia che, tra l’altro, ha padri nobili.
    “Il delenda Carthago della democrazia liberale è: Via il prefetto!” scriveva Luigi Einaudi il 17 luglio del 1944 su “L’Italia e il secondo risorgimento”, supplemento alla Gazzetta ticinese. Il presidente della Repubblica Italiana, membro della Costituente, Governatore della Banca d’Italia, scrittore, giornalista, liberale ed economista, aveva le idee chiare sul ruolo del prefetto. Chiare e semplici. Il prefetto se ne doveva andare, era deleterio per la democrazia, un vulnus da eliminare.
    “Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni! - scriveva - Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto napoleonico se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde. Ha dimostrato di essere il nulla; uno strumento privo di vita propria, del quale il primo avventuriero capitato a buon tiro poteva impadronirsi per manovrarlo a suo piacimento. Non accadrà alcun male, se non ricostruiremo la macchina oramai guasta e marcia. L'unità del Paese non è data dai prefetti e dai provveditori agli studi e dagli intendenti di finanza e dai segretari comunali e dalle circolari ed istruzioni ed autorizzazioni romane». Un grido, un allarme che non è stato ascoltato. Come sempre, quando si dicono parole sagge, i palazzi di Roma e chi li frequenta fanno orecchie da mercante. I prefetti napoleonici, rafforzati dal fascismo, non furono mai tolti. Esecutori degli ordini del centro, non sono mai stati toccati. Anche Einaudi, che dopo quello scritto divenne Capo dello Stato, non vi riuscì. Fallì, come tutti negli anni successivi.
    Una battaglia che venne ripresa dal Carroccio che addirittura nel 1999 raccolse le firme per indire un referendum e chiederne la cancellazione.
    «Il Prefetto è un elemento antitetico a quelle idee di federalismo che noi propugniamo. - spiegò allora Luciano Gasperini - Quindi si tratta, da parte nostra di una battaglia non solo giusta, ma anche doverosa. Bisogna smantellare lo Stato centralista a cominciare dalle sue ramificazioni. Una di queste è rappresentata dai prefetti, che non hanno più nessuna funzione, se non quella di “guardiani occhialuti” dell’ortodossia centralista». Secondo Umberto Bossi occorreva «mandare la disdetta a queste grandi figure poco democratiche che rappresentano lo Stato in modo palesemente decisionista». Il leader della Lega ne era sicuro: «Finché ci saranno i prefetti, in Italia non sarà mai possibile parlare di democrazia e federalismo».
    Oggi, dopo la decisione del prefetto di Milano di scendere in politica, guarda caso a sinistra, quell’urlo, quel “via i prefetti” di einaudiana memoria torna ancora più attuale che mai. Un uomo con il potere di un prefetto e con le idee di sinistra: un disastro per ogni comunità. Bruno Ferrante si è reso protagonista di una serie di mancate azioni (dalle occupazioni abusive ai campi nomadi). Una sola cosa ha realizzato, un tavolo istituzionale per trovare una casa agli immigrati e, di conseguenza, impedendo ai tanti milanesi che ne sono privi una soluzione al loro problema.
    Ecco perché non è solo la Lega a dirlo, ma anche l’ex Presidente della Repubblica: «Via i prefetti»
    Igor Iezzi
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    [Data pubblicazione: 06/11/2005]

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  2. #2
    Forumista assiduo
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    Predefinito

    Bisognerebbe eliminare anche il segretario comunale :

    è una figura nata per opprimere il Tirolo.

    Funzionò così bene che si decise di estenderla anche al resto dell'itaglia.

    So che vi sono altri argomenti urgenti ma credo sia bene non dimenticare mai questi particolari.altrimenti perdiamo di vista il nostro obiettivo finale che è l'annientamento dello stato giacobino italaino con queste sue nefaste istituzioni.




  3. #3
    email non funzionante
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    Predefinito il segretario comunale

    avevo dimenticato questo rappresentante di roma all'interno dei comuni.
    spero che sarà una prossima battaglia.
    VIA I PREFETTI E VIA I SEGRETARI COMUNALI

 

 

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