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    Predefinito Che Schifo Il Comunismo(2).

    RAGAZZI...CHE SCHIFO IL COMUNISMO !!!!!

    Il concetto di mercato, tanto citato dal pensiero liberale da diventarne alla fine il mito fondante, è in realtà un'idea profondamente ambigua. Per gli economisti tradizionali è un meccanismo autoregolato che lasciato libero di agire provoca la migliore allocazione delle risorse possibile. Per un veterano dell'Antitrust come Mario Monti è piuttosto una nozione che equivale a quella di concorrenza: Monti è convinto che il sistema che meglio garantisce l'efficienza sia proprio la concorrenza, ma sa per esperienza che essa non è il frutto della mera deregolamentazione. Anzi: solo un sistema di regole chiare e ben sostenute dalle istituzioni la può salvaguardare.

    Del resto si sa. Mercato è anche quello del papavero, l'oro dell'Afghanistan. Mercato è quello del lavoro minorile che fiorisce nel distretto del falso napoletano. Per uno come Alberto Maurizio Ferraris, il mercato è il «parco buoi», il grande mondo dei risparmiatori da spennare. Nella visione del mondo dell' ex direttore finanziario della Parmalat, da una parte c'è il pubblico da sfruttare e dall'altra c'è un'oligarchia che, lungi dal coltivare la concorrenza, si accorda costantemente sui modi migliori per accumulare soldi ai danni del «mercato». Nel corso dell'inchiesta seguita al crack del gruppo lattiero di Collecchio, Ferraris ha spiegato come le emissioni delle obbligazioni truffaldine che sarebbero state vendute al pubblico per rimpinguare le esauste casse della società sono state decise di comune accordo con le banche: «C'era un interesse comune tra la Parmalat e le banche interessate alle emissioni nel fornire al mercato un'informazione reticente secondo, peraltro, le normali prassi in usi in questo settore». Anzi, dice Ferraris nel resoconto pubblicato da La Repubblica il 27 gennaio 2005: «Al mercato si sono sempre forniti dati diversi dalla realtà». Analisti finanziari e revisori non hanno palesato la minima intenzione di criticare il gioco, come sarebbe stato loro dovere.

    Insomma, l'idea che uno come Ferraris ha del mercato non ha nulla a che fare con la concorrenza: richiama piuttosto il concetto di giacimento di risorse finanziarie che vengono mobilitate a favore di chi riesce a far credere ai risparmiatori quello che gli fa più comodo. E lungi dall'essere garanti della trasparenza dell'informazione, le istituzioni finanziarie sono invece conniventi nella creazione delle false informazioni. Al di là delle dichiarazioni di un Ferraris, del resto, il caso Parmalat è stato sviscerato non da uno strano rivoluzionario anti-capitalista, ma da un manager di provata, tradizionale e solidissima cultura economica come Enrico Bondi. La sua linea d'azione è stata dettata dal suo ruolo di risanatore della Parmalat in nome degli interessi dei creditori e degli azionisti di minoranza dell'azienda fondata, dissanguata e distrutta da Calisto Tanzi.

    La linea di Bondi è chiara: il crollo della Parmalat e il suo buco da 14 miliardi di euro non è solo responsabilità personale di chi ha utilizzato quell'azienda per gestire «una delle più grandi truffe finanziarie della storia» come dice la Securities and Exchange Commission, l'autorità americana che controlla il buon funzionamento del mercato finanziario. La responsabilità, sostiene Bondi, è anche delle banche che hanno realizzato enormi profitti proprio lavorando con la Parmalat ben sapendo [^] e qui sta il punto [^] che la Parmalat non era un'azienda condotta correttamente. Nel giugno del 2004, Bondi ha scritto in un rapporto di una trentina di pagine al ministero dell'Industria che la conoscenza della inconsistenza dei bilanci della Parmalat era diffusa. Esistevano dati pubblici della Banca d'Italia e informazioni distribuite addirittura da Bloomberg che dimostravano che la Parmalat era da anni nei guai. Ma questo non ha condotto la Consob e le banche a prendere provvedimenti, dice Bondi. Anzi, è stato consentito alla Parmalat di emettere nuove obbligazioni per sostenere il suo giro di soldi fittizio. La Sec sembra crederci, tanto che ha deciso di accordarsi con la Parmalat di Bondi in merito alla causa civile che aveva intentato contro l'azienda.

    La Sec ci crede anche sulla scorta delle sue esperienze americane. Il mercato che la Sec deve proteggere è concorrenziale e trasparente. Un sistema di pesi e contrappesi, controllati e controllanti, dovrebbe incentivare gli operatori a farsi concorrenza e a seguire le regole. Ma il caso della Enron ha dimostrato che è molto facile e conveniente per le aziende accordarsi in modo da aggirare le regole ai danni dei risparmiatori. La Enron si faceva beffe della correttezza delle scritture di bilancio con la connivenza proprio della società che l'avrebbe dovuta controllare, la Arthur Andersen, la società di revisione che avrebbe dovuto garantire al mercato che il bilancio della Enron era scritto correttamente. Il sistema degli incentivi era distorto: l'Arthur Andersen guadagnava troppo con le parcelle pagate dalla Enron per rinunciarvi e d'altra parte, nel sistema di connivenze generale, non temeva abbastanza di poter essere scoperta da essere incentivata a comportarsi correttamente.

    In queste storie i protagonisti sono diversi: le regole, il meccanismo della domanda e dell'offerta, l'analisi economica, la razionalità dei risparmiatori e l'informazione diffusa tra gli operatori. Il quadro è completamente diverso da quanto previsto dai sostenitori del mercato. L'informazione di certo non è una risorsa equamente distribuita tra gli operatori. E il meccanismo della domanda e dell'offerta non agisce in modo autonomo, ma anzi appare guidato e strumentalizzato da una sorta di oligarchia finanziaria. Le regole appaiono come il principale nemico dell'oligarchia: tutti i suoi sforzi sono tesi ad aggirarle. Il problema è che l'operazione riesce molto spesso: tanto che quelle regole non sembrano per nulla rilevanti di fronte al potere dell'oligarchia finanziaria.

    Emerge una visione completamente diversa del mercato. Che in qualche misura Smith intuiva ma che i suoi successori hanno mandato progressivamente nel dimenticatoio. La deregolamentazione non favorisce la concorrenza ma la crescita del potere di un'onnipresente oligarchia [^] o nel migliore dei casi di un insieme di oligarchie [^] in grado di manovrare ingentissime quantità di denaro, di aggirare tutte le regole, di trovare l'alleanza dei poteri politici, di accumulare enormi profitti e di imporre la propria volontà su ogni altro attore economico. Questo potere, per lo storico francese Fernand Braudel, si chiama capitalismo: un'élite economicamente dominante che supera ogni regola concorrenziale e che trova il consenso della società con ogni mezzo, compresa la manipolazione dell'informazione. Il mercato, per Braudel, come per Monti, è invece la concorrenza: ma la concorrenza, appunto, non resiste al potere del capitalismo se non è protetta da un sistema di regole che a sua volta ha bisogno di un forte consenso sociale e politico. In questo senso, dunque, il mercato e il capitalismo sono nozioni antitetiche: significano rispettivamente concorrenza e oligarchia. Il che smentisce un assunto fondamentale del pensiero liberista, quello di essere a favore contemporaneamente del ceto capitalisticoo e della concorrenza. In realtà il liberismo è favorevole soltanto al primo: non è certo un caso, se il pensiero liberista approva solo i programmi politici che prevedono deregolamentazione, privatizzazione, riduzione delle tasse e della presenza pubblica nell'economia. Politiche che troppo spesso si traducono in una riduzione delle garanzie che salvaguardano la concorrenza e in un aumento degli spazi di manovra delle oligarchie.

    Oggi è lecito domandarsi se l'ambiguità della nozione di mercato non sia da considerare uno dei motivi della crisi attuale. Il pensiero liberista estremo ha ridotto lo spazio di manovra della mano pubblica, contrastando in qualche caso l'inefficienza e la corruzione di qualche stato, ma favorendo anche l'esplosione di una dimensione economica sempre più fuori controllo. È possibile che la crisi attuale sia dovuta anche alle trasformazioni indotte da un'eccessiva liberalizzazione?

    Luca De Biase -

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  2. #2
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    Predefinito Che schifo i comunisti

    Ho appena ascoltato la lettura di un articolo de "Il manifesto" in cui si giustificano le violenze musulmane, in particolare quelle di Parigi.
    Arrivano a giustificare qualunque orrore, purchè sia finzionale al loro piano di conquista e di gestione del potere.
    Veramente vomitevoli. Meritano tutti di scomparire, i comunisti.

 

 

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