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    Totila
    Ospite

    Predefinito Interessante articolo su nazismo-comunismo e comunismo sessantottardo.

    Introduzione al postmoderno
    Piero Vassallo
    07/11/2005
    Lo scrittore francese Georges BatailleLo storico che volesse datare l'inizio dell'età postmoderna, non potrebbe tenersi lontano da quel rovente 1943, che fu teatro della polemica tra Jean Paul Sartre e Georges Bataille intorno alla prevalenza della speranza umanistica o degli incentivi al pessimismo «oltreumano» nelle numerose scolastiche dell'ateismo contemporaneo. (1)
    Nelle pagine della rivista «Cahiers du Midi», Bataille, sulla traccia dei surrealisti (2), di Léon Šestov (3) e di Alexandre Kojève (4), aveva beffeggiato i santoni della sinistra umanitaria indicando la fatale convergenza dei princìpi della filosofia hegeliana (ancora considerata «vertice speculativo della modernità») con le ebbre e disperate suggestioni di Nietzsche (ancora giudicato alla stregua d'un ispiratore «dionisiaco» del nazismo). (5)
    L'annessione e la riforma della mentalità «politeista» (6) di Nietzsche e di Max Weber da parte di un esponente della sinistra estrema, quale Jacob Taubes, erede delle suggestioni magico-qabbalistiche e sabbatiane circolanti tra i precursori dell'espressionismo e del surrealismo, (7) costituisce, appunto, l'inizio del «postmoderno», l'età nella quale Lucio Colletti aveva individuato l'affermazione della «filosofia della disperazione» e Augusto Del Noce il dominio di un'ideologia di genere inaudito, il «totalitarismo della dissoluzione», un forsennato attacco alla creazione.



    Di conseguenza si può convenire con Pietro Palumbo quando sostiene che Bataille, «postfilosofo non accademico», ha giocato un ruolo molto importante nel contesto della filosofia contemporanea, in quanto «presenta un impianto teorico esplicitamente riferito insieme ad Hegel e a Nietzsche». (8)
    In quest'orizzonte «di sintesi», la logora dialettica del padrone e dello schiavo è convertita in un conflitto metafisico, che oppone la libera fantasia all'ordine naturale, l'ebbrezza al dovere, la sequela della fantasia alla salvezza, il «neuma» al «nomos». (9) Alle categorie della scienza economica succedono le categorie della metafisica gnostica: gli autori della nuova sinistra, infatti, non hanno adeguato Hegel al politeismo di Nietzsche, ma, al contrario, hanno immerso l'anticristianesimo coribantico (e dissolutorio, propriamente shivaitico) di Nietzsche nelle acque gnostiche, che Rosenkranz dimostrò essere soggiacenti a Hegel. (10)

    Al rabbino apostata Jacob Taubes, che ha trapiantato le intuizioni di Bataille (e le ambiguità weberiane-hobbesiane del marcionita Carl Schmitt) nella cultura sessantottina, era evidente che il mito politeista non potesse reggere il confronto con l'esperienza religiosa della Bibbia.
    Di qui il problema di rettificare la strategia dell'ateismo rivoluzionario, problema che Taubes risolse combinando il politeismo di Nietzsche (11) con un'interpretazione libertaria della teologia di san Paolo, la cui «critica radicale della legge non viene considerata come polemica cristiana nei confronti dell'ebraismo, ma come potenziale liberatorio dell'ebraismo stesso e posta quindi in relazione alle altre forme ebraiche di liberazione dalla legge». (12)

    Taubes, pertanto, ha definito il nuovo protagonista della rivoluzione «Sé trascendente e acosmico presente nell'uomo, un centro acosmico dell'io, un'interiorità ultima e irrelata che corrisponde al Dio oltremondano. L'idea del pneuma come intima trascendenza dell'uomo fonda nella gnosi tardoantica una nuova idea di libertà che, per quel che riguarda le sue conseguenze mondane, porta ad un anarchismo e ad un libertinismo morale. L'uomo pneumatico è un homo novus, per cui la legge e la sapienza del mondo non sono più vincolanti. Lo gnostico pneumatico è il dandy dell'antichità». (13)



    La consacrazione nietzschiana ha avviato la sostituzione del lavoratore con il «dandy», e del rivoluzionario in tuta blu con il rivoltoso da salotto, che rivolge la sua protesta poetica «contro il decadimento della natura dovuto alla scienza e alla tecnologia, conseguenza di un sapere che è potere e che, in quando dominio e violenza, può essere esercitato solo su una natura disincantata». (14)
    Taubes ha chiarito che, nella rivolta contro il mondo della scienza moderna, agisce «la grande proiezione del Sé non-mondano, che ha scoperto di essere rivoluzionario». (15) Ora i superstiti lettori di Karl Marx (il barbuto pensatore di Treviri che nel 1848 pubblicò il manifesto ultimamente ritrattato da un Valter Veltroni), ricordano che a fondamento dell'ideologia progressista stava un rovente disprezzo per la natura «incontaminata» e per quell'Arcadia pastorale, che manda in estasi gli «ecodandy».

    Marx, per definire la natura quale fu prima dell'intervento della scienza moderna, fece uso d'una metafora, che stravolgeva l'idea di innocenza primordiale e di stupore contemplante: «la carezza impura dell'asinaro alla pastora».
    L'ingratitudine dell'ateo manifestava in tal modo il disprezzo per il creato «puro».
    Il mondo creato, l'arcadia avvolta dalla natura senza storia, agli occhi di Marx non rappresentava nulla di interessante e di «poetico».
    L'avversione al Creatore, pertanto, si prolungava nell'oltraggio che l'albagia del lavoratore-demiurgo indirizzava al mondo dell'asinaro e della pastora.
    Il senso della storia progressista, nella metafora marxiana, aveva origine dalla ribellione di fronte allo spettacolo della natura incontaminata.
    Infatti, il progressismo comunista, nella versione originaria, era dominato dalla volontà di contaminare, violentare, scomporre «chimicamente» e rifare industrialmente gli elementi terrestri.

    Si può affermare, senza tema di smentita, che il «progetto» fondamentale del comunismo contemplava la frenetica accelerazione del comando biblico («dominate la terra») e il suo rovesciamento nella rivoluzione atea dell'«homo faber» (l'operaio proletario) inteso a sovvertire - «dissolvere e coagulare» - la natura «primordiale».
    La rivoluzione marxiana aveva il timbro di quella ferocia «innaturale», che Hegel aveva già intravisto nello sguardo corrusco e iroso del lavoratore-distruttore. (16)
    La dialettica del progresso narrava l'avventura «divina» di una collera primordiale, che rifaceva il mondo per distruggerlo e rigenerare se stessa.
    Nell'immaginario del progressismo classico, il mondo nuovo era rappresentato dalle ciminiere chimiche e dai magli tecnologici, che avvelenavano, percuotevano e incendiavano la natura - «questo mondo»: la scena dell'immediatezza arcadica - per dissolverlo e coagularlo.
    Demolire la realtà e ricrearla a somiglianza del sogno ideologico, ecco il riassunto illuministico compiuto da Marx.



    Un «dandy» dannunziano, o un ecologista estremo, che fosse apparso davanti a Marx, a Lenin o a un comunista non trasformato dalla «rivoluzione culturale» di marca francofortese, avrebbe meritato l'accoglienza che si presta alla figura esecrabile e «meschina» del «profeta del regresso» o del «distruttore della ragione».
    Non è un caso che gli eco-romantici, i «dandy profondi», che trasmisero la loro vita coribantica a Walther Darré e al III Reich germanico, diventarono automaticamente mortali nemici dell'Unione sovietica.
    La guerra più sanguinosa del Novecento, infatti, fu combattuta dagli alfieri di due errori contrapposti e apparentemente irriducibili: lo scientismo fanatico dei sovietici e il naturalismo neopagano dei nazisti.
    Gli ideologi d'area nazista, traendo le conseguenze estreme dall'ostilità (nutrita da Wagner, Nietzsche, Jung ed Heidegger) nei confronti della tradizione biblica che disponeva il dominio dell'uomo sul mondo e dell'Occidente, che quel dominio aveva attuato anche se in modo disordinato, diedero principio ad un neopaganesimo integralmente reazionario e squisitamente «regressivo».
    Per questo è lecito affermare che l'atto di nascita dell'ecologismo di sinistra, certifica il passaggio dell'ideologia comunista dal campo ambiguo e interlocutorio dell'umanesimo scientifico e «positivo» di Marx ed Engels a quello rigoroso del naturalismo nazista.



    Costruiti sul comune fondamento dell'apostasia dal cristianesimo, marxismo e nazismo entrarono in conflitto a causa di una diversa interpretazione del concetto di progresso come allontanamento dalla rivelazione biblica: per i marxisti il progresso (ateo) doveva passare per la via (ascendente) della scienza indirizzata all'umanizzazione della natura, per i nazisti, invece, doveva percorrere la via (discendente) della scienza inclinata alla naturalizzazione dell'uomo. (17)
    Finalmente gli opposti indirizzi dell'apostasia moderna si ritrovano nella tendenza degli ecologisti a regredire «pacificamente».
    I nemici della scienza umanistica e i distruttori della ragione, inutilmente avvistati da Lukács e da Pierre Neville, (18) hanno perso la guerra e vinto il dopoguerra.
    Il tribunale della cultura ha promosso a pieni voti i pensieri «a monte» delle azioni condannate a Norimberga.
    Il marxismo è stato travolto e affossato dal «dandismo gnostico» dei «nazisti spirituali e non violenti».
    Simone Weil, René Guénon, Carl Jung, Alexandre Kojève, Walter Benjamin, Ernst Bloch, Theodor Adorno, Gershom Scholem, Herbert Marcuse, Gergeos Bataille, Pierre Klossowskij, Hans Jonas e Jacob Taubes hanno rimosso Lukács e preparato il terreno propizio all'instaurazione finale del delirio neopagano.



    Intorno al 1968, a sinistra s'impone definitivamente un pensiero naturalistico, che riduce la via ascendente dei comunisti alla via discendente e «reazionaria» tracciata dagli econazisti.
    Da allora un nuovo e più vero Marx accompagna la sinistra reazionaria, che ha invertito la marcia del progresso.
    In questo scenario si alza l'accento paradossale sul grido - «Bush in sintonia col Papa» - scolpito nel titolo di un quotidiano comunista per sottolineare la convergenza di Bush con la scelta papista a favore della politica per lo sviluppo economico. (19)
    Nella lingua del progressismo aggiornato, il titolo significa che «un Papa oscurantista convince il reazionario Bush a procedere sulla bieca via del progresso».
    L'oppio dei popoli diventa il motore del progresso.
    Una bestemmia, fino al 1968, oggi una dura (e totalmente incompresa) lezione di storia impartita ai rifondatori.
    La verità, sfuggita dal seno del comunismo profondo, è che il baluardo dell'ideale umanistico di progresso è costituito dal Vaticano.
    Il tentativo comunista di rovesciare la Bibbia è fallito, nel momento in cui il nazismo ritornante (inavvertitamente?) ha rettificato il marxismo, costringendo i suoi epigoni (a cominciare dal rivoluzionario culturale Lin Piao per finire al popolo di Seattle e agli anti-global attraverso Pol-Pot) a camminare con i piedi dell'ideologia contadina impiantata nel salotto surreale.



    Un colpo mortale al fondamento teoretico del progressismo marxista.
    Lucio Colletti osservava acutamente che nei saggi pubblicati nel 1965 da Lin Piao, per giustificare la rivoluzione culturale, «il soggetto della rivoluzione non era più la classe operaia, il proletariato di fabbrica.
    Lo spostamento dell'epicentro rivoluzionario dai paesi industrializzati a quelli del sottosviluppo aveva fatto emergere un soggetto nuovo: i contadini, le plebi rurali; un soggetto non solo estraneo alla tradizione marxista, ma a cui almeno il marxismo classico si era spesso mostrato ostile». (20)
    Incominciava quella stagione delle torbide ambiguità e delle collusioni umbratili tra «sinistra scientifica» e «destra ludico-mistica» che ebbe per emblema grottesco la frangia «nazimaoista». (21)
    La cultura di sinistra cominciò a giocare a mosca cieca con l'illuminismo e il romanticismo, e ad oscillare penosamente tra meriggi scientifici con ebbrezze massive, e crepuscoli ecologici, delibati nei salotti dell'oligarchia.



    Di qui la doppiezza ideologica, che attraverso la lettura dell'opera anfibia di Walter Benjamin, (22) persuaderà Jacob Taubes a fare propri gli stati d'animo antitecnologici e antiumanistici di Nietzsche, Max Weber, Heidegger e Carl Schmitt e ad immergersi nelle inconfessabili «profondità» marcionite del nazismo segreto. (23)
    Nel 1943, Sartre, che nella figura del pensiero oltre umano credeva di riconoscere la fonte dell'odiato autoritarismo, s'indignò e per difendere l'identità del progressismo dalla contaminazione di (presunta) destra inventò di bel nuovo la guerra tra il «panteismo bianco» (l'ateismo della sinistra razionale) e il «panteismo nero» (l'ateismo della destra irrazionale e decadente).



    Nel fervore della polemica Sartre abbandonò ogni cautela «a futura memoria», e nella trilogia romanzesca «Le chemin de la liberté» si spinse a tal punto da associare lo stato d'animo del nazista a quello di una languida e appiccicosa «checca».
    Era uno scoperto tentativo di linciaggio: nell'esteta capovolto, che deambulava da un vespasiano militare all'altro, tripudiando e gongolando per il maschio spettacolo offerto dalle sfilate hitleriane a Parigi, si riconosceva facilmente la doppia vita di Bataille.
    La spietata prosa di Sartre affondava il rasoio nel cuore di una sinistra ancora refrattaria alla trasgressione omosessuale.
    Ma l'esito del duello con Bataille era segnato: il Sessantotto dimostrerà in via definitiva che il panteismo nero esercita un'attrazione irresistibile sul panteismo bianco.
    Il vento dei «distruttori della ragione» (romantici, esistenzialisti, psicoanalisti) stava mettendo a soqquadro quelle categorie illuministiche, che Lukács avevano difeso disperatamente. (24)

    Herbert Marcuse, coniugando la rivoluzione ora sul paradigma coribantico di Nietzsche, ora sul principio tanatofilo di Freud, ha risolto il conflitto immaginario e pretestuoso tra il «bianco» e il «nero»: «Hegel sostituisce all'idea del progresso l'idea di uno sviluppo ciclico che, bastante a se stesso, si svolge nella riproduzione e consumazione di ciò che è». (25)



    La storia delle furibonde involuzioni culturali a sinistra infine ha dato pienamente la ragione a Bataille.
    Il disprezzo di Sartre però non era privo di serie motivazioni.
    Il pensiero e la vita di Bataille erano esposti ad un'aura viziosa, non indenne dagli influssi del nazismo documentato dal saggio di Abrahms sulla «swastika rosa».
    In uno scenario degno della «Caduta degli dei» o di «In exitu», la pederastia, con la sua segreta tensione antivitale e con il suo seguito di violenze, diventa emblema dell'apostasia moderna nella fase terminale.
    L'ateismo, deposti gli ammennicoli della scienza illuminata e le insegne della rivoluzione comunista, si converte alla pura negazione della cultura «borghese», abbandonandosi senza ritegno al travestitismo e all'orgia drogastica.
    Qui il non senso promuove l'oscuramento iniziatico della ragione e l'ebbrezza consacra la caduta della volontà nel gioco inutile e nel furore sacrilego.
    I testi batailleani più famosi, «L'ano solare», «La paternità anale», «Storia dell'occhio», «La parte maledetta», sono semplici variazioni sul tema dell'ateo moderno in cammino verso il nulla abitante nei luoghi dell'indecenza e della dissoluzione.



    Infine l'opera teoretica di Bataille, «Il limite dell'utile», pubblicata dall'editore milanese delle «squisitezze» crepuscolari, conferma, se fosse necessario, che l'esito dell'ateismo moderno è la riduzione dell'uomo a cosa da nulla.
    Il programma batailleano - trasformare l'economia dell'utile nell'economia «in economica» del dono (il «potlacht») è un espediente retorico («dono» è bella e coinvolgente parola, «utile» ha un suono sciatto, «utilitarismo» ha un basso profilo morale) ma insufficiente a nascondere l'intenzione di eliminare ogni traccia di finalismo dall'orizzonte dell'agire umano.
    L'espressione dal timbro cataro «economia del dono», in Bataille significa consacrazione dell'uomo allo scialo e all'eccesso capriccioso, che si rovescia fuor di sé per esaltare l'effimero e il «mistico» nulla.
    Il postmoderno «essenziale», dunque, propone la sepoltura dell'umanità nel primitivismo, attraverso un totalitarismo della dissoluzione, che Bataille definisce «linguaggio del misticismo» e «profonda inclinazione per l'orrore».
    Il vero volto del superuomo è dunque il bestione di vichiana memoria.



    Durante il '68, Jacob Taubes, in arrampicata sui fumi della sofistica, tentò di nascondere l'inclinazione alla barbarie che la nuova sinistra aveva ricevuto da Nietzsche, proponendo la distinzione tra la rivoluzione nazista (che intende distruggere le sovrastrutture borghesi per liberare il potenziale barbarico soggiacente) e la rivoluzione «ulteriore» del Sessantotto, che intende procedere oltre il comunismo sovietico sulla via (cinese) dell'emancipazione umana.
    In questa prospettiva, Taubes, l'ultimo e più radicale fra gli intellettuali della sinistra, proponeva un aggiornamento acrobatico della rivoluzione illuminista: «oggi sembra che i teorici della reazione siano gli ideologi del progresso tecnologico, mentre i teorici dell'illuminismo esercitano un'azione critica per salvare il concetto di progresso dalla stretta della tecnologia». (26)
    E' evidente che Taubes considera l'oppressione tecnologica alla stregua di un'aggiornata versione del «nomos» dettato dalla teologia monoteista.
    La via di liberazione, pertanto, deve seguire la linea di un ateismo ancora più radicale di quello marxista, un ateismo capace di colpire il cuore di quell'«illusione tecnologica», che sostituisce la realizzazione fantastica dell'essenza umana («che non possiede alcuna realtà»). (27)

    L'accertamento di tale esigenza indirizza Taubes allo gnosticismo marcionita, una mitologia arcaicizzante che «vive ribellandosi alla dottrina monoteistica del potere e della creazione del Dio oltremondano. Nella protesta della gnosi tardoantica si manifesta anche il riconoscimento dei limiti che la religione rivelata ha posto tra il Dio creatore e la creatura». (28)
    Il mito gnostico («che arriva dalle zone periferiche dell'ebraismo delle origini, dalla Samaria, la Siria, la Transiordania e Alessandria» ed è perciò carico di suggestioni primitive) (29) rappresenta un ateismo più radicale di quello degli illuministi e di Marx perché afferma la superiorità dell'uomo sul Dio rivelato: «nel mito gnostico il dominatore del mondo e suo demiurgo viene istruito con le seguenti parole: noli mentiri Jaldabaoth, est super te pater omnium primus Anthropus». (30)
    Se non che l'appropriazione della mitologia arcaica avvicina la rivoluzione taubesiana alla vera fonte del nazismo, l'odio marcionita contro il Dio d'Israele.
    Questo odio «sacro», che domina la filosofia di Arthur Rosenberg, giustifica infatti qualunque trasgressione della legge mosaica, compreso l'omicidio.
    Il progetto di una rivoluzione ulteriore in tal modo naufraga miseramente: Taubes è diventato il faro grottesco di un editore polimorfo, Roberto Calasso, che spaccia la merce prodotta dagli orfani di Lin Piao ad uso e consumo degli orfani di Röhm e degli ascari di Cacciari.



    Come aveva previsto Giambattista Vico, i concetti dell'umanesimo ateo scendono nella fossa dei serpenti: nell'ultimo orizzonte dell'hegeliana «morte di Dio», la batailleana morte della ragione si compone con la guerra dichiarata da Lin Piao e Taubes alla tecnologia.
    Il «bestione» della «Scienza Nuova» è la figura che si svela apertamente nell'apologia del disutile, dove, a proposito del nichilismo «guerriero» interpretato dal «tebano» Ernst Jünger, si dichiara: «voglio mostrare che esiste un'equivalenza tra la guerra, il sacrificio rituale e la vita mistica: è lo stesso gioco di estasi e di terrori in cui l'uomo si congiunge ai giochi del cielo».

    Piero Vassallo




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    Note
    1) Su Georges Bataille confronta la ponderosa raccolta di saggi di Pietro Palumbo, «Tra Hegel e Nietzsche Georges Bataille e l'eccesso dell'essere», Annali della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Palermo, Palermo, 2001. In quest'eccellente lavoro di ricerca l'autore analizza, impietosamente, l'amalgama di filosofemi tracotanti e mistici furori che rappresenta l'ammodernamento e la propalazione degli incubi gnostici usati per attirare la ragione nella pazza rivolta contro se stessa.
    2) Jacob Taubes ha dimostrato l'analogia dell'anarchismo surrealista e della «mancanza nichilista di mondo della gnosi tardoantica». La dimostrazione taubesiana, pertanto, è svolta a partire dall'esperienza gnostica del mondo: nel linguaggio gnostico, cosmo vuol dire anche ordine e legge, «ma il segno che questi vocaboli possiedono in greco viene invertito. L'ordine diventa l'ordinamento rigido e ostile, la legge diventa la legislazione tirannica e malvagia. [...] Il limite che nello schema cosmologico antico era garante dell'ordine armonico, nell'esperienza gnostica diventa la barriera esteriore che bisogna superare. Il concetto di aldilà, dunque, nel linguaggio gnostico possiede un significato evidente. L'aldilà è il luogo del Dio oltremondano, che è concepito come un contro-principio rispetto al mondo. I predicati gnostici di Dio - inconoscibile, innominabile, indicibile, illimitato, non esistente, ecc. - sono predicati negativi. Devono essere intesi come negazione del mondo e determinano polemicamente l'opposizione del Dio oltremondano nei confronti del mondo». Confronta Jacob Taubes, «Messianismo e cultura Saggi di politica, teologia e storia», Garzanti, Milano, 2001, pagina 227.
    3) Léon Šestov (1866 - 1938) fu autore di un saggio, «L'idea del bene in Tolstoj e Nietzsche» che, secondo Pietro Palumbo, influenzò profondamente Bataille. Nel saggio in questione Šestov, che professa un dualismo teologico d'impronta marcionita, riabilita l'irrazionalismo immoralistico e fa di Nietzsche un paladino della vera fede (concepita come antitesi all'imperio della ragione e della morale).
    4) Nelle lezioni tenute alla Sorbona tra il 1933 e il 1938, Alexandre Kojève ha dimostrato che «l'antropologia di Hegel è una filosofia della morte [...] sapere assoluto hegeliano e accettazione cosciente della morte concepita come annichilimento completo e definitivo, fanno tutt'uno».
    5) Finalmente si fa chiaro come il razzismo d'ispirazione nietzschiana sia rovesciabile nelle forme di quell'estasi regressiva che ha il suo habitat ideale nell'Africa depressa. La possibilità di questo indirizzo, già denunciata da Fausto Gianfranceschi e Julius Evola a proposito della tesi di Janeinz Jahn sulla rivitalizzazione dell'Europa da parte delle culture africane primitive, è stata recentemente ripresa da alcuni partecipanti ad un convegno su Nietzsche (confronta «Friedrich Nietzsche: oltre l'Occidente», a cura di Luciano Arcella, Settimo Sigillo, Roma, 2002).
    6) Gli dèi, nella teoria weberiana, sono le potenze impersonali e metaumane, il perenne conflitto delle quali domina la scena del mondo. Nell'opera di Weber come in quella di Nietzsche l'orizzonte è completamente invaso e dominato dal pregiudizio deterministico.
    7) Sulle influenze esoteriche nella critica della civilizzazione occidentale confronta l'ampia nota introduttiva di Elettra Stimilli a Jacob Taubes, «Messianismo e cultura», opera citata, pagine 15 e seguenti
    8) Pietro Palumbo, opera citata, pagina 41.
    9) Di Marcione, Taubes apprezza particolarmente l'inno che inizia proclamando «o meraviglia delle meraviglie, che, nonostante questo mondo e il suo Dio, sia possibile una redenzione! A opera del Padre di Gesù Cristo, non del Creatore di questo mondo»; confronta «La teologia politica di san Paolo», Adelphi, Milano, 1997, pagina 111.
    10) Per «gnosticismo» s'intende qui il dualismo teologico che contempla il conflitto tra il Dio (padre) creatore e giusto ma collerico e vendicativo e il Dio (figlio) redentore e buono. Dove «buono» è antitetico a «giusto». La formulazione più coerente dello gnosticismo è quella di Marcione. Al riguardo scrive Taubea: «il punto cruciale di Marcione è che il Padre di Gesù Cristo non può coincidere con il creator coeli et terrae», confronta «La teologia politica di san Paolo», opera citata, pagina 109.
    11) Taubes, seguendo le teorie di Oskar Goldberg sul mito, giustificava la trasgressione della legge imposta dal Dio giusto: «la filosofia di Goldberg può attestare solo che dobbiamo mangiare ancora una volta all'albero della conoscenza per ritornare nella condizione dell'innocenza. Perché questa è la legge del processo irreversibile della storia della conoscenza»; confronta «Dal culto alla cultura», in «Messianismo e cultura», opera citata, pagina 122.
    12) Confronta la postfazione di Wolf - Daniel Hartwich, Aleida e Jan Assmann a: Jacob Taubes, «La teologia politica di san Paolo», opera citata, pagina 195. In tale prospettiva, san Paolo diventa il negatore della legge in quanto ordinamento politico: «ogni tipo di potere di questo mondo, sia esso imperiale o teocratico, viene delegittimato». In questo senso, Taubes può essere considerato un continuatore di Lutero, il quale, come aveva intuito Kierkegaard, aveva messo in contrasto Cristo e san Paolo: «la dottrina di Lutero non è un puro ritorno al cristianesimo ma una modificazione dei princìpi cristiani. Egli mette avanti in modo unilaterale san Paolo e fa poco uso del Vangelo», confronta «Diario», Morcelliana, Brescia,1961, volume I, pagina 987.
    13) Jacob Taobes, «Note sul surrealismo», in «Messianismo e cultura», opera citata, pagine 227 - 229. Più avanti (pagina 248) Taubes, rispondendo ad un'obiezione critica di Hans Blumemberg, rileva «il risentimento e l'aggressività della gnosi nei confronti degli ordinamenti vigenti».
    14) Ibidem. Quali varianti alla figura del dandy autodistruttore, la cultura postmoderna propone il «nomade» (descritto nelle memorie pederastiche di Bruce Chatwin) il drogato (rappresentato nel dramma di Umberto Testori, «In exitu») e il depravato - martire (rappresentato da Pier Paolo Pasolini e commentato dallo Zigaina).
    15) Idem, pagina 233.
    16) Alla costellazione mistica del lavoratore-distruttore appartiene anche l'operaio descritto dal primo Jünger e da Evola.
    17) Nella discesa lungo questo piano inclinato è stata decisiva la spinta che i pensatori nazisti ricevettero dalle suggestioni magiche, travestite da scienza, che erano diffuse da autori come Carl Jung e Rudolf Steiner.
    18) Secondo Taubes, Pierre Neville, protagonista della prima secessione surrealista, «ha espresso tutti gli argomenti possibili contro le conseguenze nichiliste, anarchiche, ma anche libertine, che derivano dalle premesse surrealiste e ha seguito la strada del partito comunista, che ha considerato come una chiesa». Confronta «Messianismo e cultura», opera citata, pagina 237.
    19) «Il Manifesto», venerdì 30 Marzo 2001. Dal loro canto i rifondazionisti avevano iniziato il 2002 proponendo la liquidazione della memoria di Lenin. La liquidazione, forse, non è estranea alla nuova frontiera dell'ideologia: Lenin fu un accanito critico dei cascami romantici conservati nell'opera di Hegel.
    20) Lucio Colletti, «Tramonto dell'ideologia», Laterza, Bari, 1986, pagina 10.
    21) I teorici della neodestra e i banditori del nazimaoismo (ad esempio Enzo Dantini) in questa trasformazione hanno apprezzato na conferma degli argomenti critici (di Nietzsche, Spengler ed Evola) contro la «civilizzazione».
    22) Su Benjamin confronta Gershom Scholem, «Walter Benjamin Storia di un'amicizia», Adelphi, Milano, 1992. Per quanto riguarda la personalità di Benjamin e la vasta rete delle sue amicizia e frequentazioni «mistiche e postmoderne» (Arendt, Sholem, Bloch, Wiesengrund Adorno, Buber, Horkheimer, ecc.) confronta le note di Jean Selz e la cronologia della vita e delle opere curata da Fabrizio Desideri, in appendice a «Sull'hascisch», Einaudi, Torino, 1996.
    23) Al proposito si ritiene che le lontane origini del razzismo germanico si trovino nell'eresia di Marcione, che sosteneva la separazione di Cristo dal Dio dell'Antico Testamento e predicava un disprezzo verso patriarchi e profeti, deragliante nel delirio teologico: Cristo sarebbe disceso agli inferi non per trarre i santi dell'antichità ebraica, ma i pagani trasgressori della legge, a cominciare da Caino e dai sodomiti. Curiosamente la pretesa marcionita di rovesciare l'ordine morale era condivisa anche fra gli oppositori al nazismo. Cornelio Fabro ha dimostrato che Karl Barth (un autore molto apprezzato da Jacob Taubes) ha formulato una teoria della divina elezione dove «si assiste nientemeno che a questo sbalorditivo spettacolo della condanna dei santi e dell'assoluzione dei dannati. Giuda diventa un eletto che annunzia e prende parte alla Passione del Signore, e san Pietro pentito fa la figura di un rinnegato». Confronta l'introduzione di Cornelio Fabro ai «Diari» di Soeren Kierkegaard, Morcelliana, Brescia, 1962, volume I, pagina 43.
    24) Isaiah Berlin, nelle conferenze del 1965, ora raccolte nel volume «Le radici del romanticismo», Adelphi, Milano, 2001, ribalta completamente la tesi di Lukács ed afferma che l'illuminismo (e al proposito cita Kant), il romanticismo (e al proposito cita Fichte) e l'esistenzialismo (e al proposito cita Sartre) condividono l'opinione secondo la quale il mondo non ha alcun sostegno: «l'universo in realtà è una sorta di vuoto, in cui noi e soltanto noi esistiamo e facciamo quel che c'è da fare, di qualunque cosa si tratti, e siamo responsabili di ciò che facciamo». Con trentacinque anni di ritardo su Berlin, il guru dei neoilluministi italiani, Eugenio Scalfari giunge alle stesse conclusioni, tracciando una linea di pensiero che congiunge Spinoza a Diderot e Spinosa - Diderot a Nietzsche, per celebrare la distruzione della ragione. Di qui ha inizio una festosa scorribanda attraverso Leopardi, Schopenhauer e Nietzsche: «i passi dello Zibaldone dove si parla del rapporto tra la verità, l'illusione, l'azione, la morte, il nulla, configurano un pensiero di altissima profondità. Non so se Schopenhauer lo conoscesse quando scrisse il suo 'Mondo come volontà e rappresentazione' pochi anni dopo, né se lo conoscesse Nietzsche quando scrisse 'La genealogia della morale' ... ma è certo, il nucleo filosofico leopardiano costituisce uno dei cardini del pensiero moderno». Confronta Eugenio Scalfari, «Attualità dell'Illuminismo», Laterza, Bari, 2001, pagina 122. 25) Herbert Marcuse, «Eros e civiltà», Einaudi, Torino, 1968, pagina 147.
    26) Confronta «Cultura e ideologia», in «Messianismo e cultura», opera citata, pagina 307.
    27) Idem, pagina 309.
    28) Confronta «Il mito dogmatico della gnosi», in «Messianismo e cultura», opera citata, pagina 324. Il saggio è stato scritto da Taubes nel 1971.
    29) Idem, pagina 325. In un saggio del 1957, Taubes aveva attribuito la stessa intenzione «antipaterna» a san Paolo: «la religione mosaica è stata una religione del Padre, Paolo, invece, è stato il fondatore di una religione del Figlio». Confronta «La religione e il futuro della psicoanalisi», in «Messianismo e cultura», opera citata pagina 118. Il tema della gnosi paolina è sviluppato nel saggio «La teologia politica di san Paolo», edito da Adelphi, Milano, 1998. Di qui il tentativo d'inventare un passaggio dal cristianesimo alla psicoanalisi, laddove Ennio Innocenti, nel saggio «Critica alla psicoanalisi», ha dimostrato esaurientemente la dipendenza di Freud dal pensiero neopagano di Nietzsche.
    30) Idem, pagina 327.













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