"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels
La crisi della democrazia moderna e la crisi della scuola di Althusser
materialismo storico
Gemeinwesen


"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels
La crisi della democrazia moderna e la crisi della scuola di Althusser
materialismo storico
Gemeinwesen
Muntzer il Sopravvissuto


"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels
Democratizzare la democrazia
di Etienne Balibar
In questa fine anno - che è contemporaneamente già la fine del primo decennio del 21esimo secolo - l'attualità e la memoria si incrociano attorno ad alcune immagini, rivelatrici del modo in cui sta evolvendo la «questione europea». L'effetto è piuttosto discordante, sia che venga considerato dal punto di vista delle evoluzioni istituzionali o che venga misurato in base alle speranze di cui la costituzione europea era portatrice.
C'è l'entrata in vigore del trattato di Lisbona, che sembra confermare la marcia verso un avvenire «post-nazionale», benché al prezzo di compromessi per quanto riguarda la democratizzazione e l'estensione dei diritti. Ma contemporaneamente c'è anche la deriva razzista delle opinioni pubbliche, di cui il voto sui minareti in Svizzera è il segno (giustamente perché la Svizzera, che non è membro della Ue, ci rinvia la nostra immagine come in uno specchio). Due fattori a cui bisogna associare il bilancio equivoco dei venti anni di riunificazione europea.
Non c'è nulla di facile, né di omogeneo, nulla di fatale. Ma c'è una domanda lancinante: che cosa ha la meglio oggi, i primi passi di una nuova cittadinanza oppure le regressioni identitarie? Le riflessioni che propongo sono abbastanza pessimiste. Ma al tempo stesso vogliono suggerire che ci sono sempre maggiori possibilità di evoluzione, o di biforcazione, di quante ci si immagina all'inizio.
Torniamo al 1989. Per la metà dell'Europa fu una vera rivoluzione: apertura delle frontiere, rovesciamento di una macchina di potere, trasformazione dei rapporto sociali, mutazione dei discorsi, sovente su iniziativa dei cittadini stessi. La definizione di Lenin, «quelli in alto non potevano più governare, quelli in basso non volevano più essere governati» come prima, si applica perfettamente. Ma questa rivoluzione non è stata percepita allo stesso modo all'interno o dall'esterno. E ciò che ne è seguito non ha permesso di togliere le ambiguità.
Ne è testimone la persistente difficoltà a trattare i «nuovi membri» dell'Unione europea su un piano di eguaglianza, come paesi che presentano le stesse capacità dei «membri fondatori», a cui fa riscontro una tendenza simmetrica delle nazioni dell'Europa dell'est ad agire come forze reattive, alla ricerca di un perpetuo riconoscimento. Questo malinteso è tanto più strano, poiché, sotto molti aspetti, le trasformazioni del paesaggio politico da un capo all'altro dell'Europa procedono dalle stesse cause e portano agli stessi divari (sempre meno riduttibili, bisogna dirlo, alle vecchie nozioni di «destra» e «sinistra»).
Una parte essenziale di queste anamorfosi procede dall'effetto congiunto delle ideologie della guerra fredda e della mondializzazione economica.
Le rivoluzioni dell'est non avevano nulla a che vedere di essenziale con la generalizzazione del capitalismo; ancora meno con l'aspirazione a un individualismo senza limiti. Reclamavano l'indipendenza nazionale, il pluralismo ideologico e le libertà pubbliche. Ma la riconversione dei membri della nomenklatura in brokers del capitalismo transnazionale, l'ossessione della minaccia russa e la percezione della «fine della guerra fredda» come la vittoria assoluta dei principi del liberismo economico, hanno spinto a privilegiare l'alleanza militare con gli Usa e a riprodurre il modello di subordinazione dello stato al mercato, che appariva come il più «occidentale».
C'erano poche possibilità che andasse diversamente, poiché, contemporaneamente, gli stati che avevano sviluppato il «modello sociale europeo» (risultato di tutta una storia di lotte di classe, di guerre e di ricostruzioni, di colonizzazione e di decolonizzazione, ma anche risposta alla sfida comunista), stavano smantellandolo. La «riunificazione» dell'Europa ha quindi coinciso con l'adozione di un programma di deregulation e di privatizzazione generalizzata, la cui consacrazione giuridica è certo fallita con il ritiro del Trattato del 2004, ma nei fatti è proseguita senza indugi.
La lezione che possiamo trarne è soprattutto la seguente: mentre gli «europei» hanno tendenza a vedere la loro storia come endogena, un'opera teatrale dove sarebbero i soli «attori» (cosa che significa, tra l'altro, che la rappresentano come la conferma di una identità, il compimento di un'avventura collettiva e la riparazione di ferite inflitte mutualmente), in realtà questa storia è ampiamente scritta altrove. Non si svolge «in Europa», ma in una provincia del mondo, dall'autonomia sempre più relativa. Questo è vero sia dal punto di vista dei rapporti di forza sociali che da quello delle risorse o delle influenze culturali.
Tra le conseguenze di questa evoluzione verso un neoliberismo in parte inconfessato, due sono considerevoli, anche se non bisogna confonderne la logica. La loro sovrapposizione, però, contribuisce oggi a fare della xenofobia un fattore determinante della politica in Europa.
La prima conseguenza, è che la classe operaia (nel senso ampio del termine, oscillante tra lavoratori salariati e precari), messa di fronte al crollo del proprio sistema di vita, allo smantellamento della previdenza sociale, all'annientamento delle prospettive di qualificazione, all'estensione e all'istituzionalizzazione della disoccupazione, alla compressione dei redditi, tende ad indentificare la difesa del proprio statuto - di cui, molto sovente, non resta che il ricordo carico di amarezza - con l'esclusione dei migranti. Il loro arrivo e insediamento permanente, generazione dopo generazione, simbolizzano il carattere irresistibile della mondializzazione capitalista. Come se, nella decomposizione della cittadinanza costituitasi nel quadro dello stato nazional-sociale, e in assenza di un'alternativa credibile, la feticizzazione della forma nazionale e la trasformazione dello straniero in nemico potessero impedire la scomparsa del contenuto sociale.
Il secondo fenomeno è del tutto diverso: tratta della confisca della politica da parte dei governi, in particolare quelli degli stati-nazione (relativamente) più potenti, come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania. Un paradosso, certo, nel momento in cui si applaude al rafforzamento dei poteri di Strasburgo e dove molte norme, da cui dipendono l'ambiente, le attività professionali, i programmi di formazione, i ricorsi giuridici dei cittadini europei, vengono elaborati su base quasi-federale.
Siamo di fronte a un rischio significativo, in realtà, nel momento in cui l'entrata dei cicli economici in una fase di incertezza senza fine prevedibile, richiama urgentemente, in materia di controllo delle operazioni finanziarie e di rilancio degli investimenti, delle iniziative continentali, inapplicabili senza il sostegno popolare e senza legittimità transnazionale. Questa confisca si spiega con il fatto che la classe politica ed amministrativa che occupa i luoghi di potere postula sempre «l'ignoranza del popolo» e non ha altro orizzonte al di fuori della propria riproduzione. Si tratta, anche, di una sorta di rapina: quella operata dai governi che hanno messo a profitto l'allargamento, sviando il senso delle resistenze all'internazionalizzazione liberista.
L'effetto congiunto della disperazione delle classi popolari (prolungato dall'inquietudine delle classi medie, mentre trionfa l'insolenza dei nuovi ricchi) e della strategia auto-immunitaria dei governanti, è che non c'è più nessun potere «costituente», nemmeno un vero e proprio potere «legislativo» in Europa. Statalismo senza stato, avevo proposto tempo fa. In questo contesto, il discorso nazionalista invade tutto, come dimostra la strumentalizzazione in Francia del «dibattito» sull'identità nazionale. L'altro per essenza, non «europeo» o non «cristiano» (figura fantasmatica, incarnata però in individui reali, bersagli designati della violenza) è l'ossessione più visibile. Non bisogna però sbagliarsi, la xenofobia punta allo straniero in generale. Mira la differenza. Sotto molti aspetti, il razzismo anti-immigrati o anti-musulmano non è altro che l'estensione di una diffidenza fondamentale che non si dichiara tale, verso il vicino, verso il deviante - sempre che si possano tracciare qui delle linee di demarcazione nette.
Questo significa che stiamo vivendo la fine del progetto di superamento dei nazionalismi? In ogni caso, è la fine della sua utopia. Ma, si dirà, senza utopia, l'Europa di disgrega. A meno che dei cittadini, riuniti in un partito o in una rete attraverso le frontiere, si impegnino in una lunga marcia per la ricostruzione delle prospettive - una sorte di utopia senza utopismo, privata di ogni illusione se non addirittura di qualsiasi obiettivo. A parte «l'ipotesi comunista», che risolve tutto in un colpo, le formulazioni a cui pensiamo oscillano evidentemente tra l'inaccessibile e quello che va da sé, che è considerato il bene: lottare contro il monopolio dei politici e degli esperti; rendere alla rappresentazione del popolo la capacità di controllare i governi e di costruire le alleanze a tutti i livelli dell'istituzione politica; inventare dei modi di produzione, dei sistemi di previdenza sociale e di occupazione fondati sulla circolazione degli individui e sulla priorità accordata ai beni comuni; fare indietreggiare la xenofobia, cominciando da una campagna internazionale per i diritti civici e il riconoscimento delle minoranze; immaginare una scuola pubblica che restauri l'eguaglianza delle possibilità, generalizzi la traduzione degli idiomi e la mobilità di tutti gli studenti... In altri termini, democratizzare la democrazia e prevenire, nella misura del possibile, le strategie di innovazione del capitalismo, che vengono elaborate dietro le nostre spalle.
È probabilmente un compito di una generazione, più che di un decennio. Soprattutto, ci vorrebbero parole nuove, meglio articolate sia alle resistenze e alle rivolte che alle aspirazioni generali della società, un incontro che ha prodotto le rivoluzioni storiche. L'idea stessa, però, non può più attendere. Abbiamo assistito al crollo di altre costruzioni politiche, e altre civiltà declinare come effetto di una crisi mondiale. Non siamo forse di fronte a una di queste crisi? «Ripresa» dei mercati o no, sembrerebbe proprio di sì.
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Muntzer il Sopravvissuto