di Jalal Talabani, Presidente dell’Iraq
E’ una battaglia molto difficile quella che si sta combattendo oggi nel mio Paese. Da un lato della barricata c’è la maggioranza degli iracheni, che desidera costruire un nuovo Iraq; un Iraq democratico, pacifico e sicuro; un Iraq in pace con se stesso, con i vicini e con il mondo. Dall’altro c’è una minoranza di terroristi e di orfani del regime di Saddam Hussein che vogliono il ritorno della dittatura e della tirannia. Per la maggioranza degli iracheni il futuro all’orizzonte è di promesse e di speranza. Il vecchio Iraq era fatto di discriminazioni, camere di tortura e fosse comuni. Il nuovo vuole democrazia, diritti umani, libertà e uguaglianza.
Il mese scorso il popolo iracheno ha preso una decisione storica adottando una nuova Costituzione. A gennaio, in una elezione che ha rappresentato una pietra miliare per l’Iraq e per tutto il Medio Oriente, gli iracheni hanno sfidato i terroristi e le auto-bomba per eleggere un Parlamento, che poi ha scelto un Presidente. E il mese prossimo avremo un’altra elezione, quella di un governo non più provvisorio.
La buona notizia è che a ogni passo sulla via della democrazia sempre più iracheni prendono parte al processo politico e mostrano di credere che i voti, e non le pallottole, cambieranno le loro vite.
Sono al corrente dei dubbi dei mass media occidentali sul fatto che la democrazia possa funzionare in Iraq. C’è chi la ritiene un’imposizione occidentale. Io dico: questo non ha senso ed è un insulto alle centinaia di migliaia di iracheni che hanno sacrificato la vita per i valori in cui credevano.
Nell’accingerci al duro compito di edificare la democrazia stiamo anche spazzando le macerie per ricostruire un Paese distrutto dalla dittatura. Nella sostanziale indifferenza dei mass media, 14 delle 18 province irachene stanno facendo netti progressi in direzione della stabilità e della prosperità. Adesso godiamo di una vibrante libertà di stampa e tutti gli iracheni sono liberi di dire quello che vogliono. Il mercato è stato gradualmente liberato dai controlli statali e l’Iraq sta progressivamente ricostruendo la sua economia.
Ho detto in passato e ribadisco qui che la libertà e la democrazia sono il cuore del nuovo Iraq. Ma i nostri sforzi e la nostra giovane democrazia sono sotto attacco da parte degli stessi fanatici che hanno commesso i crimini dell’11 settembre a New York, dell’11 marzo a Madrid e del 7 luglio a Londra. Si tratta dei medesimi assassini che uccidono oggi in Iraq.
Chi pensa che il terrorismo in Iraq sia il risultato della presenza delle forze multinazionali si sbaglia. Gli orfani di Saddam Hussein e i terroristi stranieri di Al Qaeda non possono sopportare una democrazia nel cuore del Medio Oriente. È per questo che la continua presenza delle forze multinazionali è assolutamente vitale per noi. Capisco che molti italiani desiderino che le loro truppe in Iraq tornino a casa quanto prima è possibile. E io garantisco che stiamo facendo di tutto perché ciò avvenga. Anche noi vogliamo che la presenza delle forze multinazionali abbia termine, ma sono le azioni dei terroristi a perpetuarla.
L’impegno del vostro Paese per la causa della democrazia in Iraq e il vostro contributo all’addestramento delle nostre forze di sicurezza ci aiutano a fare da noi e a governare il nostro Paese. Un ritiro anzitempo sarebbe una catastrofe per il popolo dell’Iraq e una vittoria del terrorismo. Né voi nel mondo libero e democratico, né noi iracheni possiamo permetterci di abbandonare la causa della democrazia e consegnare l’Iraq ai terroristi.
Per tutte queste ragioni dobbiamo essere consapevoli che stiamo combattendo una battaglia comune. È ora di lasciar perdere la diatriba se scatenare la guerra sia stato giusto o no. Ormai questa è storia. Dobbiamo accantonare le divergenze e guardare all’Iraq con occhi nuovi e comprendere la semplice realtà morale: noi stiamo da una parte e i terroristi dall’altra. Scegliere da quale delle due stare non è difficile.


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