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    Talking Trotzky governa gli Stati Uniti

    John Laughland
    09/11/2005

    Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989, l'Occidente non ha cessato di congratularsi per come Paesi ex comunisti, e anche alcuni che lo sono rimasti, si stanno occidentalizzando e stanno imparando a muoversi nella giungla capitalista.
    Spesso il cosiddetto progresso in questi Paesi è degrado morale: l'apertura di locali per travestiti all'Avana stato esibito come prova che Cuba «si sta aprendo».
    Ma invece, è passato sotto silenzio il movimento eguale e contrario: il fatto che è oggi l'Occidente ad adottare i vecchi motivi del comunismo, e specialmente le dottrine gemelle della rivoluzione e dell'internazionalismo.
    La parola «rivoluzione» ha assunto un senso totalmente positivo nel vocabolario politico occidentale.
    Quindici anni fa, almeno tra i conservatori, la parola recava connotati negativi: «rivoluzione bolscevica», «giacobina», «sessuale».
    Oggi non più.



    Il mito della rivoluzione oggi domina a tal punto le coscienze collettive che, come bambini che richiedono sempre che gli sia raccontata la stessa favola, noi accettiamo per vere le fiabe sulle rivoluzioni «democratiche» in Paesi lontani di cui non sappiamo nulla.
    Favole sempre uguali: là, ci vien detto, un regime autoritario, disonesto, o brutale viene rovesciato dal «potere del popolo» e tutti, dopo, vivono felici e contenti.
    Così il rovesciamento di Shevarnadze in Georgia, la «rivoluzione delle rose» del novembre 2003; la «rivoluzione arancio» dell'Ucraina; la cacciata violenta del presidente del Kirgizistan il marzo 2005; la rivolta nella città uzbeca di Andijan in maggio, tutte ci sono presentate come esplosioni spontanee della sacrosanta indignazione popolare. […]
    Eppure quando c'era il comunismo, sapevamo che «rivoluzione» e «potere al popolo» erano solo cose della propaganda di sinistra.
    Sapevamo valutare la «rivoluzione sovietica» come il grottesco kitch che mascherava la sinistra realtà di trame di potere dietro le quinte.
    Siamo diventati oggi più ingenui. […]



    Nel caso dell'Ucraina, per esempio, oggi si sa che gli americani hanno investito molto denaro nella campagna di Victor Yuschenko, e che il KGB ucraino s'è dato molto da fare per conto degli USA, allestendo tutta la messinscena della rivolta popolare. [Ma nonostante queste informazioni] l'Occidente continua a bersi il mito della rivoluzione.
    Il presidente Mao un giorno sentenziò: «il marxismo consiste di mille verità, ma tutte si possono ridurre ad una frase: ribellarsi è giusto».
    Oggi, quest'idea è il centro dell'ortodossia politica occidentale.
    Uno dei temi dominanti della presidenza di George Bush è il concetto, eminentemente trotzkista, della rivoluzione mondiale; il 6 novembre 2003 il presidente USA ha detto precisamente: «lo stabilirsi di un Iraq libero nel cuore del Medio Oriente sarà lo spartiacque della 'rivoluzione democratica' globale».
    Nel suo discorso di rielezione, il 20 gennaio 2005, Bush ha annunciato niente meno che un programma di emancipazione politica dell'intero pianeta: ha detto che l'America persegue «lo scopo ultimo di abolire la tirannia nel mondo».



    George Bush non è un marxista cosciente.
    Ma molti dei suoi consiglieri più intimi, i cosiddetti neoconservatori, vengono da un passato trotzkista.
    Il piano originale di Marx era che la rivoluzione coinvolgesse tutto il pianeta, e questo programma della rivoluzione mondiale fu abbracciato da Engels, Lenin e Trotzky; e vi si oppose Stalin, con la sua proposta famosa del «socialismo in un solo Paese».
    In esilio, Trotzky (1) mantenne l'idea della rivoluzione mondiale, e lo dimostrò fondando la Quarta Internazionale nel 1938.
    Meno di due anni dopo, alla Quarta Internazionale aderì Irving Kristol (2): l'uomo che oggi è considerato il padre fondatore del movimento neoconservatore (neocon) che oggi domina l'amministrazione Bush.
    L'influenza di Kristol è stata immensa, e suo figlio, William Kristol, è uno dei più potenti neocon d'America.
    Irving Kristol non ha mai ripudiato il suo passato trotzkista: ancora nel 1983 scrisse di esserne anzi orgoglioso.
    Lo stesso vale per altri «illuminati» del movimento neocon.



    Nel 1996 Michael Leeden (3) dell'American Enterprise [uno dei think tank neocon] ha coniato il termine di «rivoluzione democratica mondiale» - è il sottotitolo del suo libro, in cui attaccò Bill Clinton definendolo un «controrivoluzionario».
    Il titolo stesso del libro, «Freedom Betrayed» [Libertà tradita], è un'ovvia citazione del libro, «La Rivoluzione tradita», con cui Trotzky raccontò nel 1938 la sua rottura con Stalin.
    David Horowitz (4), lui stesso un ex comunista, nel 2000 ha pubblicato «L'arte della guerra politica e altri progetti estremi»: libro lodato da Karl Rove, il capo dello staff di Bush, come «una perfetta guida tascabile alla lotta politica, scritta da un lottatore di esperienza».
    Lì, Horowitz cita favorevolmente Lenin: «non si può battere un oppositore superandolo nel dibattito politico. Si può solo seguire la ricetta di Lenin: 'nei conflitti politici, lo scopo non è di smontare gli argomenti dell'avversario, ma di spazzarlo dalla faccia della terra'».
    Eric Hobsbawm, lo storico veteromarxista, a fine giugno ha scritto: «un appassionato ex marxista oggi sostenitore di Bush mi ha detto, scherzando solo a metà: dopotutto [Bush] è la sola possibilità rimasta per una rivoluzione mondiale».



    Se questa idea [che i neocon siano marxisti] sembra irreale, è solo perché il mondo libero non ha mai capito la vera natura del marxismo leninismo.
    Pensiamo che «comunismo» sia la proprietà statale dei mezzi di produzione e la pianificazione centralizzata dell'economia; in realtà, Karl Marx non ha raccomandato né l'una né l'altro.
    Come ha notato Solgenitzyn, «l'anima del marxismo» sta nel materialismo dialettico: la dottrina, derivata da Hegel, che sostiene che il mondo è in permanente cambiamento e flusso, sicché non c'è nulla che sia vero o falso.
    Di conseguenza, la rivoluzione permanente è lo stato «naturale» della realtà e perciò della politica. Marx, Engels e Lenin sostenevano che la forma fissa dell'associazione politica, cioè lo Stato, è oppressiva, e che l'umanità non sarebbe stata liberata se non con «l'estinzione» dello Stato.
    E cosa avrebbe provocato l'estinzione dello Stato?
    Marx ed Engels hanno una chiara risposta: il capitalismo mondiale.



    Gli autori del Manifesto Comunista esaltarono l'inarrestabile forza rivoluzionaria del capitalismo mondiale, di ciò che oggi chiamiamo globalizzazione.
    Essi videro che il capitalismo globale, come forza rivoluzionaria, stava disgregando tutte le strutture esistenti, lo Stato, la nazione e la famiglia, e che stava preparando un mondo unito economicamente e politicamente.
    «La borghesia», scrissero entusiasti, «non può esistere se non rivoluzionando continuamente gli strumenti di produzione. Tutti i rapporti fissi, congelati, con il loro seguito di antichi e venerabili pregiudizi ed opinioni sono spazzati via, e tutti i nuovi rapporti che si formano diventano antiquati prima che possano fossilizzarsi. Tutto ciò che è solido si scioglie, tutto ciò che è sacro viene profanato».
    Per Marx ed Engels la potenza rivoluzionaria della borghesia stava precisamente nella sua natura internazionale e cosmopolita: «con grande dolore dei reazionari, la borghesia ha sottratto di sotto i piedi dell'industria il territorio nazionale. Al posto della vecchia idea di autosufficienza nazionale, e di chiusura della nazione entro i suoi confini, noi abbiamo l'universale interdipendenza delle nazioni».
    La globalizzazione, appunto.

    Engel teorizzò apertamente che l'atomizzazione e lo sradicamento causati dal capitalismo internazionale erano il precursore necessario della emancipazione mondiale: «la disintegrazione dell'umanità in una massa di atomi isolati e che reciprocamente si respingono», scrisse, «significa la distruzione di ogni associazione [tradizionale] nazionale o corporativa, ed è il passo necessario per la libera e spontanea associazione degli uomini».
    Come noto, Marx era convinto che la forma della politica è solo una «sovrastruttura» determinata dalla realtà economica sottostante: «il mulino a trazione umana produce la società feudale dei signori» [che sono proprietari terrieri], «la macchina a vapore produce la società capitalista industriale».
    Quando cadde il Muro di Berlino e la divisione tra Est ed Ovest fu superata, gli ideologi occidentali della globalizzazione hanno usato lo stesso argomento di Marx: ormai internet e il fax avevano gettato gli Stati sovrani nella spazzatura della storia.
    Di conseguenza, come Marx, sostennero che lo Stato si stava «estinguendo» per cedere il passo a una società universale dei diritti umani.



    Tony Blair ha giustificato il bombardamento NATO sulla Yugoslavia del 1999 sostenendo che il diritto di bombardare uno stato per presunti abusi dei diritti umani derivava dalla globalizzazione: «ormai si sa che una crisi grave dell'economia del Brasile provoca una crisi nell'economia britannica; per la sicurezza è lo stesso».
    I neocon hanno odiato Clinton per il suo rifiuto di seguire la logica di Tony Blair fino in fondo, per esempio quando si ritirò dalla Somalia invece di assumersi il fardello della «ricostruzione della società».
    George Bush ha fatto il contrario.
    Di rado lascia che la ragion di Stato o ogni altra considerazione pratica oscurino la sua chiarezza ideologica.
    Nel suo secondo discorso inaugurale, Bush ha pronunciato la parola «freedom» (libertà privata) 28 volte, la parola «liberty» (libertà politica) 15 volte e la parola «free», libero, sette volte: era come se cantasse l'Internazionale, l'inno rivoluzionario sovietico.



    Bush fa un appello altamente moralistico a «valori universali» che a suo dire l'America incorpora, e che sono «giusti e veri per ogni popolo, dovunque sia».
    «La libertà», ha detto, «è l'esigenza non negoziabile della dignità umana, il diritto di ogni persona, in ogni civiltà».
    Poiché il discorso di Bush è intrecciato a temi religiosi, spesso esoterici e apocalittici (ripete che la libertà è «il piano di Dio per l'umanità»), il suo messianismo ricalca il movimento marxista che sconvolse l'America Latina negli anni '60 e, coniugando Dio con la politica, si chiamò «teologia della liberazione».
    E' questa promessa di emancipare l'umanità intera che ha raccolto attorno a Bush una falange di ideologi marxisti come Christopher Hitchens, Nick Cohen, Jonh Lloyds e David Aaronovitch (5). Gente che in gioventù idolatrò «l'operaio senza patria» non hanno difficoltà oggi a identificarsi con l'odierna ideologia della globalizzazione e con l'internazionalismo di Bush.

    Hitchens lo ha detto chiaro, nel difendere il suo impegno neoconservatore: «mi sento come mi sentivo negli anni '60, quando lavoravo per la rivoluzione comunista».
    Ed ha aggiunto che il programma di Bush di «regime change» è per definizione qualcosa che i rivoluzionari devono sostenere. «E' giusto che i conservatori si oppongano ai cambi di regime [in Medio Oriente]: è appunto quel che fanno i conservatori».
    La loro adesione al piano della rivoluzione globale spiega l'appoggio ricevuto da dieci governanti dell'Est europeo, tutti o quasi vecchi apparatchnik sovietici: i quali, unici al mondo, hanno fatto obbedienti la fila per firmare una lettera aperta a sostegno dell'imminente guerra all'Iraq nel febbraio 2003.
    I «dissidenti» dell'Est - la gente che oggi è al potere - in genere non sono mai stati anticomunisti, bensì marxisti critici che volevano riformare il sistema comunista, non distruggerlo.
    Il proclama di guerra di Bush «contro la tirannia» ha un fascino inevitabile per gente abituata a radunarsi al vecchio grido comunista della «lotta al fascismo», che era uno slogan con cui la sinistra esprimeva la sua ostilità per la nazione e lo Stato nazionale.
    Entrambi i concetti sono oggi profondamente disprezzati in Occidente.



    E' significativo come segnale dell'egemonia culturale neo-sinistra in occidente il fatto che il più grave insulto politico nel nuovo ordine mondiale è «autoritarismo».
    L'autorità è per definizione un concetto conservatore, ed ecco perché è universalmente spregiato nella cultura occidentale.
    Senza eccezioni, ogni leader politico che l'Occidente ha rimosso è stato etichettato come «autoritario» o «nazionalista»: concetti di destra che sono diventati il massimo peccato politico.
    Ogni Stato che persegue una politica di indipendenza nazionale si trova nel mirino del nuovo Occidente.
    Il concetto di «Stati canaglia» (rogue States) significa appunto questo.
    Questo atteggiamento ha due corollari, uno sul piano internazionale e uno interno.
    Sul piano internazionale, la missione di Bush di «far avanzare la strategia della libertà» presume che gli Stati hanno diritto ad esercitare la sovranità nazionale solo a certe condizioni, e sostiene apertamente diktat anti-sovranità e leggi internazionali punitive [da quelle del WTO, del Fondo Monetario, fino alle direttive della UE].



    Nella politica interna, la dottrina anti-statale e marxista-hegeliana della «società civile» è divenuta il pilastro del pensiero politico occidentale.
    Per esempio, le organizzazioni non governative [ONG] dell'Europa dell'Est sono invariabilmente descritte come più autenticamente rappresentative della volontà popolare che non le strutture stabilite dello Stato, pubbliche e basate sul diritto.
    In realtà, spesso queste ONG sono entità di facciata finanziate dai governi anglo-americani.
    Ma la mera attività di «opposizione» viene elevata a un grado di santità politica, come se l'esercizio dell'autorità fosse in sé peccaminosa.
    E' notevole il caso della Georgia, dove il compito di contare i voti nelle elezioni presidenziali del gennaio 2004 fu affidato a ONG private, con la conseguente emarginazione delle autorità statali costituite.
    Come Marx, anche Bush crede (contraddittoriamente) che la libertà è «l'ineluttabile forza della storia» ma, nello stesso tempo, che bisogna lottare costantemente per conseguirla.
    Egli sostiene, come Hegel precursore di Marx, che l'umanità è una, e che Stati liberi come gli USA non sono veramente liberi, se altri Stati vivono sotto la «tirannia».
    «La sopravvivenza della libertà nella nostra terra», ha detto lo scorso gennaio, «dipende sempre più dalla vittoria della libertà nelle altre terre».



    Un vero conservatore, direbbe che c'è molto male nel mondo esterno, e che il compito di uno statista è di tenerlo a bada.
    George Orwell, giustamente lodato per aver previsto la parabola del comunismo, aveva previsto anche questo: che la Guerra Fredda sarebbe finita con la convergenza di capitalismo e comunismo, dove i due sistemi si sarebbero fusi e abbracciati a vicenda. Al termine de «La Fattoria degli Animali», il contadino, che simboleggia l'occidente capitalista, torna alla fattoria e…si mette a giocare a carte con i maiali, che simboleggiano il comunismo.
    E gli altri animali, tremanti, «guardavano l'uomo e poi il maiale, il maiale e poi l'uomo, e di nuovo l'uomo e il maiale; e già era impossibile dire chi era l'uno, e chi era l'altro».
    E' questa la triste situazione in cui ci troviamo oggi.

    John Laughland

    (traduzione e note di Maurizio Blondet)




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) «Trotzky» è lo pseudonimo di battaglia dell'ebreo Lev Davidovich Bronstein. Riccamente finanziato dalle banche ebraiche USA (Kuhn & Loeb e Jacob Schiff), Trotsky fu spedito in Russia dove organizzò la presa del potere. Stalin in seguito epurò ferocemente gli elementi trotzkisti nel PCUS: fu una parziale de-giudaizzazione del Partito.
    2) Irving Kristol (nato nel 1920) è il direttore del «The Public Interest», ed è stato direttore della rivista ebraica «Commentary». Ecco una sua citazione: «Ever since I can remember, I've been a neo-something: a neo-marxist, a neo-trotskyist, a neo-liberal, a neo-conservative; in religion a neo-orthodox even while I was a neo-Trotskyist and a neo-marxist. I'm going to end up a neo-that's all, neo dash nothing».
    3) Michael Leeden è ritenuto tra i fabbricatori del falso rapporto del SISMI sull'acquisto di uranio del Niger da parte di Saddam. In Italia è stato presente ed attivo negli anni della strategia della tensione. Oggi è la musa ispiratrice del neocon Giuliano Ferrara.
    4) David Horowitz è nato nel 1939 da famiglia ebraica del New Jersey. Prima marxista, oggi è un neocon arrabbiato. Nel 2004 ha pubblicato un libro dal titolo: «Unholy alliance: radical Islam and the American Left» (la non-santa alleanza: Islam radicale e la sinistra americana).
    5) Noti neocon, quasi tutti ebrei ex trotzkisti.




    [John Laughland, l'autore di questo saggio, è un giornalista britannico che ha insegnato filosofia alla Sorbona. Io l'ho conosciuto attraverso il suo saggio «The Tainted Source» (Londra, 1997), la più documentata denuncia mai letta sulla illegalità e illegittimità fondamentale della costruzione europea. Quello che traduco qui, sul leninismo dominante nel sistema di potere americano odierno, è parimenti illuminante. Non a caso anche Laughland, che ha scritto per il «The Wall Street Journal» e per «The Spectator», oggi è ridotto a scrivere su internet: dato rivelatore sulla libertà che oggi viene concessa ai pensanti e al pensiero].





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    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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  2. #2
    Totila
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    Ecco un articolo sul quale molti di noi dovrebbero riflettere.
    Dunque il comunismo non fu il fine, ma solo il mezzo per arrivare alla fase ultima della rivoluzione capitalista. Quella nella quale ci stamo dentro noi, con tutti gli orrori ai quali assistiamo: dissoluzione, famiglia, immigrazione, distruzione delle identità etc.
    Spero vivamente che chi ancora pensa di salvare il salvabile aggrappandosi a Berlusconi, legga e mediti .

  3. #3
    Totila
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    Anzi, direi di più: questa interpretazione storico-politica della Rivoluzione, dovrebbe appartenere al nostro bagaglio politico.

  4. #4
    Totila
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  5. #5
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    Considerato che Trotzky non sciava
    E' stato un pagliaccio
    A fracassarsi il cranio
    Con un piccone da ghiaccio

    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  6. #6
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    Se questa idea [che i neocon siano marxisti] sembra irreale, è solo perché il mondo libero non ha mai capito la vera natura del marxismo leninismo.
    Pensiamo che «comunismo» sia la proprietà statale dei mezzi di produzione e la pianificazione centralizzata dell'economia; in realtà, Karl Marx non ha raccomandato né l'una né l'altro.
    Come ha notato Solgenitzyn, «l'anima del marxismo» sta nel materialismo dialettico: la dottrina, derivata da Hegel, che sostiene che il mondo è in permanente cambiamento e flusso, sicché non c'è nulla che sia vero o falso.
    Di conseguenza, la rivoluzione permanente è lo stato «naturale» della realtà e perciò della politica. Marx, Engels e Lenin sostenevano che la forma fissa dell'associazione politica, cioè lo Stato, è oppressiva, e che l'umanità non sarebbe stata liberata se non con «l'estinzione» dello Stato.
    E cosa avrebbe provocato l'estinzione dello Stato?
    Marx ed Engels hanno una chiara risposta: il capitalismo mondiale.


    Engel teorizzò apertamente che l'atomizzazione e lo sradicamento causati dal capitalismo internazionale erano il precursore necessario della emancipazione mondiale: «la disintegrazione dell'umanità in una massa di atomi isolati e che reciprocamente si respingono», scrisse, «significa la distruzione di ogni associazione [tradizionale] nazionale o corporativa, ed è il passo necessario per la libera e spontanea associazione degli uomini».
    Gli autori del Manifesto Comunista esaltarono l'inarrestabile forza rivoluzionaria del capitalismo mondiale, di ciò che oggi chiamiamo globalizzazione.
    Essi videro che il capitalismo globale, come forza rivoluzionaria, stava disgregando tutte le strutture esistenti, lo Stato, la nazione e la famiglia, e che stava preparando un mondo unito economicamente e politicamente.
    Nel suo secondo discorso inaugurale, Bush ha pronunciato la parola «freedom» (libertà privata) 28 volte, la parola «liberty» (libertà politica) 15 volte e la parola «free», libero, sette volte: era come se cantasse l'Internazionale, l'inno rivoluzionario sovietico.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  7. #7
    Totila
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    Dunque gli "spiriti animali" del capitalismo: ecco il vero motore della nostra storia. Un meccanismo diabolico che ci offre benessere materiale, ma ci vampirizza l'anima.
    Qualcuno disse che non si può servire Dio e Mammona. E' vero.

  8. #8
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    Articolo eccellente, lucidissimo, profondo, centrato.

    Totila, io direi che è stato il capitalismo ad essere un mezzo per la rivoluzione comunista, mi spiego meglio: l'economia per questi signori è un mezzo non è un fine. Il fine è la distruzione dei valori tradizionali, famiglia, nazione, religione, comunità, che sono i bersagli dichiarati dell'ideologia comunista, ideologia che prende a pretesto gli sfruttamenti e le diseguaglianze sociali per imporre un mondo massificato di individui nichilisti senza vincoli e senza valori.
    Si è visto che il capitalismo realizza molto meglio questo scopo rispetto al socialismo classico e quindi è stato adottato il capitalismo. Ma è uguale lo scopo ed è uguale l'esito, anche se il processo è diverso, meno diretto e violento: massificazione, minuscola élite di tecnocrati (ebrei) che governano il mondo e decidono per tutti gli altri uomini e per tutti i popoli, progressiva erosione fino alla distruzione del ceto medio (come sta avvenendo dappertutto), dei corpi intermedi e delle comunità, abolizione (non più d'autorità ma di fatto) della famiglia (individualismo, anarchia sessuale), della religione (consumismo, materialismo), della patria (internazionalismo della globalizzazione). Più comunismo di così...

  9. #9
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    Originally posted by Totila
    Ecco un articolo sul quale molti di noi dovrebbero riflettere.
    Dunque il comunismo non fu il fine, ma solo il mezzo per arrivare alla fase ultima della rivoluzione capitalista. Quella nella quale ci stamo dentro noi, con tutti gli orrori ai quali assistiamo: dissoluzione, famiglia, immigrazione, distruzione delle identità etc.
    Spero vivamente che chi ancora pensa di salvare il salvabile aggrappandosi a Berlusconi, legga e mediti .
    TESI: marxismo.
    ANTITESI: nazionalsocialismo.
    SINTESI: governo mondiale = capitalismo selvaggio = industrialesimo

    George Orwell e Aldous Huxley, da non dimenticare; qualcuno ricorda il film "La fuga di Logan", anni 70?

  10. #10
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