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Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
    SuperMod
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    Gubbio
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    Crimini di guerra americani nella Sicilia del 1943

    Ci sono avvenimenti che, pur essendo sconosciuti ai più,
    oggi inevitabilmente cominciano ad affiorare e presentano molte
    attinenze con le recenti gesta compiute nella terra del Tigri e
    dell'Eufrate. Siamo in Sicilia, sessantun'anni fa, dal 12 al 14
    luglio 1943, subito dopo lo sbarco americano a Gela, a ovest di
    Ragusa. Il generale Patton è convinto di poter fare una passeggiata.
    E' al comando della 45a divisione, formata dai tristemente noti
    reparti Thunderbirds, provenienti dalla Guardia nazionale di
    Oklahoma, New Mexico e Arizona. Gente rozza, orgogliosa dei propri
    atteggiamenti da cowboy.
    Si sapeva che i tedeschi in quella zona erano pochi e i soldati
    italiani li si davan per fuggiaschi. Ma non era così. Contrariamente
    a quanto sinora affermato dalla storiografia ufficiale, la resistenza ci fu, e dura. Uno scrittore americano d'origine italiana, Carlo D'Este, scrisse: "Gli italiani hanno combattuto con la forza della disperazione. Sono sorpreso dalla loro stupidità e dal loro coraggio: stupidi perché lottano per una causa persa, valorosi perché italiani." E Patton fu fermato per quattro giorni.
    In quei frangenti Patton diede ordini precisi: "Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero!
    E' finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una
    divisione di killer, perché i killer sono immortali!".
    E le sue truppe fecero ancora di più. Nella mattanza che accompagnò
    lo sbarco in Sicilia, oltre ai prigionieri di guerra furono trucidati civili, compresi donne e bambini. In dispregio ad ogni convenzione internazionale, ad ogni codice militare, ad ogni umano buon senso, centinaia di italiani e decine di tedeschi furono barbaramente uccisi sulle strade di Biscari (l'attuale Acate), di Comiso e di Canicattì, senza nessun vantaggio bellico e senza nessun motivo di rappresaglia.
    Furono uccisi e basta; per il puro gusto di uccidere.
    Le autorità americane, assillate dalle numerosissime testimonianze,
    furono costrette ad ammettere cinque eccidi per un totale di circa
    duecento morti, ma in realtà le cifre furono molto superiori, anche
    se purtroppo l'opera di occultamento di quegli avvenimenti, durata
    oltre mezzo secolo, renderà agli storici impossibile una precisa
    quantificazione delle vittime.
    Furono anche istituiti due processi. Uno contro il capitano John C.
    Compton che non tentò nemmeno di scusarsi. "Li ho fatti uccidere
    perché questo era l'ordine di Patton. Giusto o sbagliato, l'ordine di un generale a tre stelle, con un'esperienza di combattimento, mi
    basta. E io l'ho eseguito alla lettera." Patton aveva anche
    detto: "Più ne prendiamo, più cibo ci serve. Meglio farne a meno." E
    Compton fu assolto.
    L'altro processo si svolse contro il sergente West, reo confesso di
    avere ucciso, da solo, trentasette inermi prigionieri. Per questo fu
    ritenuto responsabile di "comportamento disdicevole" (esatta
    terminologia usata nell'atto di accusa) e la Corte Marziale lo
    condannò all'ergastolo. Ma i vertici militari espressero da subito il timore che la faccenda potesse finire sui giornali e il primo
    febbraio del '44 da Washington fu ufficializzata una richiesta di
    clemenza per il condannato. Nella lettera inviata al Comando di
    Caserta, a firma del capo delle pubbliche relazioni del ministero
    della Guerra americano si legge: "Non possiamo permettere che questa
    storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico."
    West fu scarcerato e su tutte queste vicende venne imposto il
    silenzio.
    Sono passati oltre sessant'anni e la maggior parte dei protagonisti
    di questa storia è morta. Impossibile e inutile quindi ipotizzare
    processi per crimini di guerra, ma legittimo e assolutamente doveroso sarebbe dar spazio e diffusione, finalmente, a una imparziale, completa e documentata rivisitazione storica di quegli anni.

    •   Alt 

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  2. #2
    Diavoletto
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    Predefinito

    Molto divertente.
    Su quale argomento sarà la tua prossima tesi?
    Sui crimini di Carlo Azeglio Ciampi?

    Guarda un po' qua quali sono i veri crimini di guerra.

    ...Tanto nel periodo della liberaldemocrazia che durante i vent'anni del regime fascista, il comportamento dell'Italia nelle sue colonie di dominio diretto non fu dissimile da quello delle altre potenze coloniali. Impiegò i metodi più brutali sia nelle campagne di conquista che nel periodo successivo, stroncando ogni tentativo di ribellione. Con l'avvento del fascismo, poi, le condizioni dei sudditi coloniali si fecero ancora più precarie, soprattutto perché fu messa a tacere in Italia l'opposizione , tanto in Parlamento che negli organi di informazione. Grazie infine alle più capillari pratiche censorie, furono tenuti nascosti agli italiani episodi di inaudita gravità, come, ad esempio, la deportazione di intere popolazioni del Gebel cirenaico, la creazione nella Sirtica di quindici letali campi di concentramento, l'uso dei gas durante il conflitto italo-etiopico, le tremende rappresaglie in Etiopia dopo il fallito attentato al viceré Graziani .

    Quando Mussolini arrivò al potere, la riconquista della Libia era appena iniziata, mentre sulle regioni centrali e settentrionali della Somalia il dominio italiano era soltanto virtuale. A Mussolini, più che ai suoi generali, va dunque la responsabilità di aver adottato i metodi più crudeli per riconquistare le colonie pre-fasciste e per dare, con l'Etiopia, un impero agli italiani.

    a) L'impiego degli aggressivi chimici. Usati sporadicamente in Libia, nel 1928, contro la tribù dei Mogàrba er Raedàt, e nel 1930, contro l'oasi di Taizerbo, i gas vennero invece impiegati in maniera massiccia e sistematica durante il conflitto italo-etiopico del 1935-36 e nelle successive operazioni di «grande polizia coloniale» e di controguerriglia. L'Italia fascista aveva firmato a Ginevra, il 17 giugno 1925, con altri venticinque paesi, un trattato internazionale che proibiva l'utilizzazione delle armi chimiche e batteriologiche, ma, come abbiamo visto, neppure tre anni dopo violava il solenne impegno usando fosgene ed iprite contro le popolazioni libiche.

    In Etiopia le violazioni furono così numerose e palesi da sollevare l'indignazione dell'opinione pubblica mondiale. Le prime bombe all'iprite furono lanciate sul finire del 1935 per bloccare l'avanzata dell'armata di ras Immirù Haile Sellase, che puntava decisamente all'Eritrea, e quella di ras Destà Damtèu, che aveva come obiettivo Dolo, in Somalia. In tutto, durante il conflitto italo-etiopico del 1935-36, [/B] furono sganciate su obiettivi militari e civili 1.597 bombe a gas, in prevalenza del tipo C.500-T, per un totale di 317 tonnellate. Altre 524 bombe a gas furono lanciate, tra il 1936 e il 1939, durante le operazioni contro i patrioti etiopici [/B]. Se si aggiunge, infine, che durante la battaglia dell'Endertà furono sparati dalle batterie di cannoni di Badoglio 1.367 proiettili caricati ad arsine, non si è lontani dal ritenere che in Etiopia siano stati impiegati non meno di 500 tonnellate di aggressivi chimici .

    b) I campi di sterminio. Con il fascismo le vessazioni nei confronti degli indigeni raggiunsero livelli mai prima segnalati. Dall'esproprio dei terreni, dalla confisca dei beni dei «ribelli», dal diffuso esercizio del lavoro forzato, si passò alla deportazione di intere popolazioni e alla loro segregazione in campi di concentramento, che soltanto la cinica prosa dei documenti ufficiali aveva il coraggio di definire «accampamenti» . Il più noto e drammatico di questi trasferimenti coatti avvenne in Cirenaica nel 1930, dopo che Graziani aveva fallito il tentativo di domare la ribellione capeggiata da Omar el-Mukhtàr. Su ordine del governatore generale Badoglio, il quale era convinto che la rivolta si sarebbe potuta infrangere soltanto spezzando i legami tra gli insorti e le popolazioni del Gebel cirenaico, Graziani predisponeva il trasferimento di 100mila civili dalla Marmarica e dal Gebel el-Ackdar ai campi di concentramento che aveva fatto costruire nella Sirtica, una delle regioni più inospitali dall'Africa del Nord. Quando i lager vennero definitivamente sciolti nel 1933, i sopravvissuti erano appena 60mila. Gli altri 40mila erano morti durante le marce di trasferimento, per le pessime condizioni sanitarie dei campi (per i 33mila reclusi nei lager di Soluch e di Sidi Ahmed el-Magrun c'era un solo medico), per il vitto insufficiente e spesso avariato, per le inevitabili epidemie di tifo petecchiale, dissenteria bacillare, elmintiasi, per le violenze compiute dai guardiani e per le esecuzioni sommarie per chi tentava la fuga.

    I campi di sterminio nella Sirtica non furono i soli. Memore della loro macabra efficacia, Graziani ne istituì uno anche in Somalia, a Danane, a sud di Mogadiscio. Secondo Micael Tesemma, un alto funzionario del ministero degli Esteri etiopico, che fu recluso a Danane per tre anni e mezzo, dei 6.500 etiopici e somali che si avvicendarono nel campo, tra il 1936 e il 1941, 3.171 vi persero la vita.

    Un secondo campo fu istituito nell'isola di Nocra, in Eritrea. Qui le condizioni di vita erano anche più intollerabili, perché i detenuti erano costretti al lavoro forzato nelle cave di pietra , con temperature che a volte raggiungevano i 50 gradi. L'alto tasso di mortalità a Nocra era causato principalmente dalla malaria e dalla dissenteria, poi dal cattivo nutrimento e dalle insolazioni.

    c) Le stragi. L'intera storia delle conquiste coloniali italiane è punteggiata da stragi e da esecuzioni sommarie . Ma vi sono episodi che emergono per la loro spiccata gravità. Nella notte del 26 ottobre 1926, ad esempio, avendo saputo che lo scek Ali Mohamed Nur, un capo religioso ostile all'Italia, era sfuggito all'arresto e si era barricato con i suoi seguaci nella moschea di El Hagi, a Merca, una cinquantina di coloni italiani di Genale, ex squadristi, armati di moschetti e di fucili da caccia, puntò su Merca, circondò la moschea e trucidò tutti i suoi occupanti, un centinaio di somali. Il massacro sarebbe stato anche più ingente se, al mattino, a sostituire gli squadristi, che intendevano liquidare tutta la popolazione indigena della zona, non fossero intervenuti i reparti dell'esercito.

    Dalla Somalia passiamo alla Libia. Nel febbraio del 1930, alla fine delle operazioni per la riconquista del Fezzan, Graziani spinse un migliaio di mugiahidin, con le loro famiglie, verso il confine con l'Algeria e poiché non fece in tempo ad intrappolarli, per due giorni consecutivi lanciò tutti gli aerei a sua disposizione sulle mehalla in fuga. Fu una carneficina, come testimonia lo stesso inviato de Il Regime Fascista, Sandro Sandri, il quale assistette ai bombardamenti e mitragliamenti del «gregge umano composti, oltreché degli armati, da una moltitudine di donne e bambini» .

    Ma è in Etiopia, nel cristiano e millenario impero del Prete Gianni, che furono consumati i più orrendi eccidi, alcuni dei quali non ancora studiati a fondo per cui il numero delle vittime potrebbe ancora aumentare. Cominciamo con le stragi compiute ad Addis Abeba dopo l'attentato del 19 febbraio 1937 al viceré Graziani. Per tre giorni, su ordine del segretario federale della capitale, Guido Cortese, fu impartita agli etiopici, che erano assolutamente estranei all'attentato, una «lezione indimenticabile». Alla selvaggia repressione presero soprattutto parte camicie nere, civili italiani ed ascari libici e fu condotta, come riferisce un testimone degno di fede, il giornalista Ciro Poggiali, «fulmineamente, coi sistemi del più autentico squadrismo fascista». Quando, il 21 febbraio, Graziani diramò, dall'ospedale in cui era stato ricoverato per le ferite subite, l'ordine di cessare la rappresaglia, la capitale era disseminata di cadaveri. Mille morti, secondo Graziani; da 1.400 a 6.000, secondo le stime dei testimoni stranieri; 30mila, a sentire gli etiopici.

    Cessata la strage in Addis Abeba, la repressione continuò in tutte le altre regioni dell'impero. Si dava soprattutto la caccia agli indovini e ai cantastorie, ritenuti responsabili di aver annunciato nelle città e nei villaggi la fine prossima del dominio italiano in Etiopia. Secondo una relazione del colonnello Azolino Hazon, la sola arma dei carabinieri passò per le armi, in meno di quattro mesi, 2.509 indigeni . Alle operazioni repressive partecipò anche l'esercito. Al generale Pietro Maletti venne infatti affidato l'incarico di punire i religiosi della città conventuale di Debrà Libanòs, ingiustamente sospettati di aver favorito l'attentato a Graziani ospitando i due esecutori materiali, gli eritrei Abraham Debotch e Mogus Asghedom. Tra il 18 e il 27 maggio 1937 Maletti portò a termine la sua missione fucilando 449 monaci e diaconi .

    Queste cifre le abbiamo desunte dai dispacci che Graziani inviava quotidianamente a Mussolini, e fino a qualche tempo fa le ritenevamo attendibili poiché Graziani ha sempre avuto la tendenza a non celebrare, e soprattutto a non ridurre, le cifre della sua macabra contabilità. Il viceré, infatti, commentando la strage di Debrà Libanòs non aveva mostrato alcuna reticenza nel sottolineare l'estremo rigore della punizione: «E' titolo di giusto orgoglio per me aver avuto la forza d'animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall'Abuna all'ultimo prete o monaco» .

    Ma dovevo sbagliarmi sulle cifre della strage. Due miei collaboratori, Ian L. Campbell, dell'Università di Nairobi, e Degife Gabre-Tsadik, dell'Università di Addis Abeba, compivano fra il 1991 e il 1994 alcuni accurati sopralluoghi nelle località in cui Maletti decimò il clero copto e giunsero alla conclusione, dopo aver intervistato alcuni superstiti della strage e alcuni testimoni delle operazioni di Maletti, che le cifre riferite da Graziani erano del tutto inattendibili. In realtà, le mitragliatrici di Maletti hanno abbattuto a Debrà Libanòs, Laga Wolde e a Guassa, non 449 tra preti, monaci, diaconi e debteras, ma un numero di religiosi che si aggira tra i 1.423 e i 2.033 . Data la serietà dei due ricercatori e il numero delle testimonianze raccolte, nel 1997 pubblicavo il loro lungo rapporto sul numero 21 di «Studi Piacentini».

    Questa non è che una sintesi molto lacunosa dei torti che l'Italia fascista ha fatto alle popolazioni africane da essa amministrate. Dovremmo infatti anche parlare delle leggi razziali, che confinavano gli indigeni nei loro ghetti, anticipando di vent'anni i rigori e gli abusi dell'apartheid sudafricana. Dovremmo ricordare i limiti imposti all'istruzione, tanto che in settant'anni di presenza italiana in Africa nessun indigeno ebbe la facoltà e i mezzi per ottenere un diploma o una laurea. Dovremmo infine ricordare che ai sudditi africani erano riservati soltanto ruoli subalterni, i più modesti ed umilianti. Un fatto del genere non accadeva nelle colonie africane della Francia e della Gran Bretagna.

    Questi crimini furono accuratamente nascosti agli italiani con tutti gli strumenti di cui può disporre una dittatura. E se qualche verità filtrava all'estero, ad esempio sui gas impiegati in Etiopia, il regime reagiva rabbiosamente sostenendo che un popolo che stava portando la civiltà in Africa non poteva macchiarsi di tali infamie.

    Molti testimoni italiani di stragi o dell'impiego delle armi chimiche si decideranno a svelare i loro segreti soltanto trenta, quaranta, cinquanta anni dopo gli avvenimenti e sempre con qualche reticenza . Altri, invece, e sono i più numerosi, non hanno mai testimoniato sui crimini, perché non li ritenevano tali, ma li consideravano normali pratiche per tenere a freno popolazioni che giudicavano barbare. Molti, fra costoro, si sono fatti fotografare in posa dinanzi alle forche o reggendo per i capelli teste mozze di patrioti etiopici.

    Questa macabra, allucinante documentazione fotografica è visibile negli Archivi storici di Addis Abeba e proviene dagli uffici degli organi giudiziari italiani scampati alle distruzioni della guerra, o dai portafogli degli italiani finiti prigionieri degli etiopici alla caduta dell'impero.

    Il mito degli «italiani brava gente» cominciò ad affermarsi quando ancora l'Italia era impegnata in Africa a difendere i suoi territori. Se si sfogliano le riviste coloniali dell'epoca si nota l'insistenza con la quale il regime fascista cercava di accreditare la tesi dell'italiano impareggiabile costruttore di strade, ospedali, scuole; dell'italiano che in colonia è pronto a deporre il fucile per impugnare la vanga; dell'italiano gran lavoratore, generoso al punto da porre la sua esperienza al servizio degli indigeni. Si tentava, insomma, di costruire il mito di un italiano diverso dagli altri colonizzatori, più intraprendente e dinamico, ma anche più buono, più prodigo, più tollerante. Insomma il prodotto esemplare di una civiltà millenaria, illuminato dalla fede cattolica, fortificato dalla dottrina fascista. Questo mito sopravviverà alla sconfitta nella seconda guerra mondiale e impregnerà tutti i documenti che i primi governi della Repubblica presenteranno alle Nazioni unite o ad altre assise internazionali nel tentativo, fallito, di salvare, se non tutte, almeno le colonie prefasciste.

    Non soltanto è stato contrastato ogni tentativo di aprire un dibattito a livello nazionale sul colonialismo, che coinvolgesse storici, forze politiche ed opinione pubblica, ma si è anche tentato, da parte di alcune istituzioni dello Stato, di esercitare il monopolio su alcuni archivi per impedire che affiorasse la verità, mentre una storiografia di segno moderato o revanscista favoriva palesemente la rimozione delle colpe coloniali.

    A quando i processi postumi ai Badoglio, ai Graziani, ai De Bono, ai Lessona, ai Cortese, ai Maletti e a tutti gli altri responsabili dei genocidi africani rimasti impuniti? A quando la verità nei libri di testo scolastici, che ignorano persino l'argomento? A quando la proiezione sulla Tv di Stato dell'inchiesta televisiva «Fascist Legacy» di Ken Kirby e Michael Palumbo sui crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani? Come è noto, la Rai-Tv acquistò questo filmato dalla Bbc molti anni fa ma non lo ha mai trasmesso. Perché? Per quali veti? Per quale ipocrita riserbo? Per quale motivo è ancora proibito proiettare nelle sale Il Leone del deserto, il film di Akkad che narra l'epopea tragica di Omar el-Mukhtàr, impiccato da Graziani nel lager di Soluch?
    Î Viva la vida muera la Muerte !

  3. #3
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    Per equita' bisogna avere anche presente quanto di buono ha fatto l'Italia laggiu'.

    Ancora oggi in quei paesi dell'Italia hanno un buon ricordo !

  4. #4
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    Predefinito

    [QUOTE]In Origine postato da Corsair
    [B]Molto divertente.
    Su quale argomento sarà la tua prossima tesi?
    Sui crimini di Carlo Azeglio Ciampi?

    $$$$$$$$$
    Corsair stai andando completamente fuori argomento storico (e aggiungo che trovo molto scorretto questo modo di cercare di sfuggire alla discussione parlando d'altro come fanno spesso i forumisti di sinistra quando non hanno argomenti)per cui ti invito ad attenerti allo specifico argomento storico che ho inserito in questa discussione ossia le stragi compiute dagli americani in Sicilia nel 1943. (Se poi vuoi parlare dell'Africa e del colonialismo italiano apri un altro treahd e lì, e solo lì, affronteremo la discussione).
    Questi fatti che ho riportato non sono invenzioni ma sono riportati negli archivi storici dell'esercito americano e negli archivi storici italiani. Non solo ma di questa storia ne ha parlato anche il giornalista Gianluca Di Feo nel "Corriere della Sera" del 23 e del 24 giugno 2004.Inoltre diversi storici siciliani ne hanno già abbondantemente scritto, ma, finchè di certe cose non parla una fonte vicina all'establishment, le cose restano sommerse: consiglio a tutti l'acquisto di "Le stragi dimenticate-Gli eccidi americani di Biscari e Piano Stella", di Gianfranco Ciriacono.

 

 

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