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Il 1° novembre è il 30° anniversario dell'assassinio di Pier Paolo Pasolini. Un assassinio oscuro, che sembrò e sembra simbolicamente voluto per gettare fango sulla sua vita. Scrittore straordinario, poeta, regista, è ancora oggi per molti di noi un indimenticabile compagno. Riportiamo una sua frase celebre, perché ancora oggi straordinariamente attuale: “L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo”.
Scritti corsari
Accogliendo la proposta di collaborazione del "Corriere della Sera", Pasolini inizia nel gennaio 1973 a fornire i suoi interventi per la rubrica "Tribuna libera": sarà una lunga serie di scritti che, fino al febbraio 1975 incentreranno l'attenzione di Pasolini su temi d'attualità, politici e di costume. Tali articoli saranno poi raccolti in volume sotto il titolo di Scritti corsari. Toccano fatti che Pasolini affronta in termini di denuncia: "Forse il lettore troverà che dico delle cose banali. Ma chi è scandalizzato è sempre banale. E io, purtroppo, sono scandalizzato".
Di lui disse lo scrittore Paolo Volponi, che fu suo amico per tutta la vita: "La sua era una provocazione politica ben chiara e intenzionale. Egli si lamentava poeticamente che non ci fossero più le lucciole, ma insieme accusava la nostra classe dirigente di aver promosso un certo modello di sviluppo, di aver organizzato in un certo modo la nostra vita, di avere inquinato le nostre campagne e le nostre città. E insieme vedeva la sparizione di tanti altri fatti sociali, popolari: certe culture, certe possibilità di intervento democratico, la vita dei paesi e delle province brutalmente violentata dai modelli del centro. Questi erano i motivi della sua polemica politica, che egli sentiva profondamente proprio perché si considerava sempre dalla parte esterna del cerchio del potere. Non è mai diventato un uomo di potere, pur avendo avuto dieci anni di successo durante i quali era lusingato da tutti e avrebbe potuto ottenere tutto. Invece durante questi anni non ha cambiato amici, non ha cambiato modo di vita, non ha ceduto nulla al potere. Qualcosa, forse, nel fare i film ha concesso alla macchina dell'industria cinematografica. Ha cercato successo nel cinema. Ha cercato anche di guadagnare. Ma non è che gli piacesse il denaro, perché non ne aveva nessuna coscienza. Le cose che possedeva non diventavano tesori e simboli, ma strumenti per il suo lavoro e per la sua ricerca".
Processare la DC
"Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani, dovrebbero essere trascinati sul banco degli imputati. E quivi accusati di una quantità sterminata di reati: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di colpirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità dell'esplosione "selvaggia" della cultura di massa e dei mass-media, corresponsabilità della stupidità delittuosa della televisione. Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro paese. E' chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini) o la moralità dei comunisti non servono a nulla". Così il 28 agosto 1975 Pasolini chiedeva un pubblico processo per i potenti democristiani. E' il risultato di una critica serrata e senza sosta al potere in quanto tale più che ai potenti democristiani; contro quella "anarchia del potere" crudamente rappresentata in Salò. La Democrazia cristiana non ha fatto altro che celare le vecchie retoriche fasciste in chiave ipocritamente democratica, assumendo però a protezione del proprio potere le stesse istituzioni create durante il fascismo: la scuola pubblica, l'esercito, la magistratura. "La Democrazia cristiana è vissuta nella più spaventosa assenza di cultura, ossia nella più totale, degradante ignoranza". E' un attacco alla borghesia, di cui la DC è espressione; una borghesia ignorante e inetta che nel consumismo ha il suo più saldo strumento di potere. In un celebre articolo sul "Corriere della Sera" del primo febbraio 1975 Pasolini sferra un durissimo attacco polemico alla Dc servendosi della metofora della "scomparsa delle lucciole": "[...] Nei primi anni sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulminante e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c'erano più. [...] Prima della scomparsa delle lucciole. La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completo e assoluto. [....] La democrazia che gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale. Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano. [...] Durante la scomparsa delle lucciole la distinzione tra fascismo e fascismo operata dal "Politecnico" poteva anche funzionare. [...] Dopo la scomparsa delle lucciole, i "valori", nazionalizzati e quindi falsificati, nel vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. [....] Gli uomini di potere democristiani sono passati dalla "fase delle lucciole" alla "fase della scomparsa delle lucciole" senza accorgersene. [...] Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale: che, per esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano: senza accorgersi che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, non sapeva più che farsene del Vaticano quale centro di vita contadina, retrograda, povera. Essi si erano illusi di poter contare in eterno su un esercito nazionalista (come appunto i loro predecessori fascisti): e non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, già manovrava per gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie tecnocratiche. E lo stesso si dica per la famiglia, costretta, senza soluzione di continuità dai tempi del fascismo, al risparmio, alla moralità: ora il potere dei consumi imponeva ad essa cambiamenti radicali, fino ad accettare il divorzio, e ormai, potenzialmente, tutto il resto senza più limiti. [....] Gli uomini del potere democristiano hanno subìto tutto questo, credendo di amministrarselo. Non si sono accorti che esso era "altro": incommensurabile non solo a loro ma a tutta una forma di civiltà.
Adesione / opposizione al Pci
I rapporti di Pasolini con il Partito comunista italiano sono sempre stati "incerti", ostili in alcuni momenti. "Io mi sono sempre opposto al PCI con dedizione, aspettandomi una risposta alle mie obiezioni. Così da procedere dialetticamente! Questa risposta non è mai venuta: una polemica fraterna è stata scambiata per una polemica blasfema". In un'intervista a Enzo Biagi, che gli chiedeva quali fossero le obiezioni da rivolgere ai comunisti, Pasolini rispose: "Le ho sempre fatte: un eccesso di burocrazia, e l'avere permesso, all'interno del partito, atteggiamenti che sono borghesi: un certo perbenismo, un certo moralismo. Però continuo a votare per loro".
Oppure erano rapporti di incondizionato appoggio, soprattutto nei momenti in cui le sue dichiarazioni si incrociavano con imminenti elezioni. In uno dei suoi ultimi "messaggi" in questo senso Pasolini dice: "Il mio atteggiamento è di adesione al Pci, perché voto comunista da quando ero ragazzo, dal tempo dei partigiani, sono stato dalla loro parte, benché non iscritto, sono un indipendente di sinistra e la mia posizione adesso è una posizione abbastanza personale, devo dire, perché non sono decisamente nel Partito comunista, benché lo appoggi e nei momenti, insomma, di lotta, di emergenza sia sempre con loro. Non sono nemmeno con gli estremisti, benché invece con alcuni estremisti vada molto d'accordo, ma non potrei dirmi un estremista, non sono un extraparlamentare, per me il parlamento, insomma, è sacrosanto […]". Il 1° novembre 1975, alle quattro del pomeriggio, a casa sua, Pasolini rilasciò a Furio Colombo quella che sarebbe stata la sua ultima intervista, in cui, rispondendo alle domande del giornalista, riassumeva le sue argomentazioni su una serie di temi che l'avevano coinvolto e appassionato per tutta la vita. "Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l'arena dell'avere a tutti i costi […] L'educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere". "Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere il padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto, nessuno li aveva colonizzati". "Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra in Borsa uso quella. Altrimenti una spranga". "Non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l'una contro l'altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l'orario ferroviario dell'anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano lì, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c'è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità".
L'adesione al Partito comunista italiano
Al Nord Italia, dopo l'8 settembre 1943, vi erano ancora i tedeschi e proseguiva la lotta di Resistenza. Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo, si era unito ai partigiani, nella zona del Friuli al confine con la Slovenia, e aveva aderito al Partito d'Azione. Guido morirà il 12 febbraio 1945, ucciso da partigiani garibaldini passati sotto il comando di partigiani sloveni, che intendevano annettersi i territori friulani. La notizia della sua morte arriverà a Pier Paolo Pasolini solo nel maggio del '45. In Pasolini - nella sua situazione di intellettuale che si sta formando su Gramsci, e soprattutto per la sua "vicinanza" al mondo contadino che conosceva così bene - matura l'idea di aderire al Partito comunista italiano.
Non costituisce per lui motivo di ripensamento il ricordo della morte del fratello poiché è convinto che tale morte sia stata un evento eccezionale: e d'altronde il comunismo gli appare l'unico "in grado di fornire una nuova cultura 'vera', una cultura che sia moralità e interpretazione intera dell'esistenza". Si iscriverà al Pci nel 1948; diventerà segretario della sezione comunista di San Giovanni. E in quello stesso anno sarà anche insegnante alla scuola media di Valvasone. L'estate del 1949 trascorre "tra una bruttezza estrema (padre paranoico, madre straziata, vita stentata in una scuola, vita di gente stupida e perfida, odio politico e congiura del silenzio) e un'estrema felicità" - come lo stesso Pasolini scrive. È un periodo nel quale il poeta riceve, pur senza dargli alcun peso, vaghe minacce e ricatti provenienti dall'ambiente politico della Democrazia cristiana. Narra tra l'altro il cugino, Nico Naldini, nel suo “Pasolini, una vita”: "Nota bene che già tre mesi prima dell'accaduto, un prelato molto importante di Udine aveva fatto dire a Pier Paolo che se non avesse smesso la sua attività politica, avrebbe fatto di tutto per rovinarlo, intenzioni poi confermateci da un deputato democristiano mio amico.[…] Non potete immaginare la propaganda che si è fatta in Friuli e il dolore di tutti noi". L'"accaduto", in breve, è questo: nell'ottobre di quell'anno, Pasolini viene denunciato per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico (nel dicembre del 1950 verrà assolto). Il 28 ottobre i giornali pubblicano la notizia (su indicazioni della Dc di Udine) e il giorno dopo l'"Unità" esce con un trafiletto inviato dalla Federazione del Pci di Udine, che nel frattempo ha decretato l'espulsione di Pasolini dal partito: "Prendiamo spunto dai fatti che hanno determinato un grave provvedimento disciplinare a carico del poeta Pasolini per denunciare ancora una volta le deleterie influenze di certe correnti ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre, di altrettanto decadenti poeti e letterati, che si vogliono atteggiare a progressisti, ma che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti della degenerazione borghese". Pasolini scrive tra l'altro alla Federazione di Udine: "Malgrado voi, resto e resterò comunista, nel senso più autentico di questa parola".
da www.pasolini.net




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