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In Origine Postato da Silvioleo
Ci sono almeno cinque buoni motivi per ridurre il carico fiscale sui redditi più importanti.
(1) Se le tasse sono più basse, i ricchi pagano di più. Il caso di scuola è quello legato alla presidenza di Ronald Reagan, che impose una diminuzione del 30% su tutto lo spettro contributivo. In particolare, però, l’aliquota massima scese dal 70% al 28%. La lezione di Reagan è che davvero i più abbienti sono accampati sulla porzione discendente della cosiddetta “curva di Laffer”. Raschiando le aliquote, si asciugano gli incentivi ad imboccare soluzioni alternative all’obbedienza. Evadere conviene di meno. Negli USA, riducendo l’aliquota massima, le entrate del fisco aumentarono (non diminuirono) da 618 miliardi di dollari a 1.016 miliardi di dollari. Nel frattempo, la fetta di gettito pagata dal 10% dei redditi più pingui passò dal 48 al 57%. L’1% dei ricchissimi, a taglio avvenuto, contribuiva al bilancio dello Stato per il 27% (contro il 17%).
(2) La base contributiva di uno Stato è meno solida di quanto non fosse in passato. Capitali e cervelli si spostano nel mondo con maggiore facilità: si chiama “globalizzazione”. Vale soprattutto per le fasce di reddito più alte: che più facilmente sono attrezzate per sostenere i costi di uno spostamento della propria attività. Paesi a bassa tassazione e a regolamentazione leggera e semplice sono più congeniali a chi fa impresa. La scelta non è tra abbassare o non abbassare le tasse: la scelta è tra essere un Paese che attrae capitali, o un Paese che li esporta.
(3) La tassazione progressiva disincentiva la produttività. Colpire i contribuenti in misura superiore in ragione di quanto guadagnano significa penalizzare il successo. Anziché incentivare la naturale aspirazione di ciascuno a fare “bene”, si azzoppa la possibilità di far meglio: più cresci, e più lo Stati ti deruba. Casomai, la progressività dell’imposta dovrebbe funzionare al contrario: più guadagni, meno paghi. Incentivando e spronando così ciascuno di noi a far meglio, anziché inginocchiarsi nella nicchia di una mediocrità fiscalmente conveniente.
(4) La scommessa dei tagli alla tasse, ch’è poi il motivo per cui generano crescita economica, si basa su un dato di fatto: limare le unghie al fisco significa ridurre il trasferimento forzoso di risorse dalla società allo Stato. In che mani sono più produttivi, quei quattrini? E’ meglio che siano gestiti da imprenditori che seguono il motivo del profitto (e che pertanto sono spinti ad investire, creando lavoro, opportunità e ricchezza), o dalle burocrazie pubbliche?
(5) Il reddito nazionale non è prodotto dallo Stato. Abbassare le imposte non significa essere “generosi” con il contribuente (come in luglio ci fece sapere Follini): vuol dire lasciargli in tasca una percentuale maggiore di quanto lui – non il vice-presidente del consiglio, non il ministro dell’economia, non i parlamentari, che come tutto il ceto politico-burocratico si sfamano di tasse e nulla aggiungono al benessere di questo Paese – di quanto, ripeto, lui si è guadagnato. Diminuire la pressione fiscale è comunque raddrizzare un’ingiustizia: significa sostanzialmente ritoccare le proporzioni di un furto legalizzato. Abbassare le imposte solo ai ceti medio-bassi è come convincere i ladri di mele a rubarne quattro e non cinque. E intanto premiare i rapinatori di gioiellerie.
la curva di Laffer è una bufala, hanno allargato la base contributiva, per questo è aumentato il gettito... e questo lo diceva il mio professore, chicaghista di ferro...