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    L'involuzione della specie

    L’evoluzionismo degli ignoranti
    Maurizio Blondet
    15/11/2005



    La Longisquama: il fossile ritrovato si rivelo' poi un clamoroso falso, assemblato per l'occasione


    Varie osservazioni di lettori più o meno ostili mi obbligano a tornare sul tema dell'evoluzionismo e della teoria che vi si oppone, «intelligent design» (non «creazionismo»).
    A questo mi spinge anche un senso di pietà. C'è in giro una incredibile ignoranza, colpa della cosiddetta pubblica istruzione, del fatto che ormai, senza fabbriche e industrie, la gente è lontana dalla tecnica e dal modo di pensare scientifico (un operaio della Breda anni '50 sapeva più di fisica che un bocconiano), e della superficialità che è il modo di vita della massa umana.
    Per esempio.
    Un tizio su Indymedia, fra vari insulti al mio indirizzo, crede di aver trovato la prova che mi smentisce: «e i microbi? I microbi che acquistano la resistenza agli antibiotici?».
    Eh sì, siamo a questo.
    Sfugge completamente al tizio il fatto che la resistenza agli antibiotici non rende i microbi né diversi né evoluti: sono i soliti microbi.
    La capacità di acquisire resistenza è scritta nel loro codice genetico fra gli altri caratteri.
    E' come pretendere che una bella ragazza al sole, la cui pelle si abbronza per difendersi dai dannosi raggi solari, si «evolve».



    Evoluzione è, per gli evoluzionisti, ben altra cosa: il passaggio da una specie inferiore ad una superiore, dal rettile all'uccello, da quello al mammifero.
    Dalla coppia di scimpanzé o di australopitechi, nasce un bambino umano.
    Le modeste variazioni osservate da Darwin (poveretto, non sapeva ancora nulla del DNA) in animali confinati in qualche isola del Pacifico per selezione naturale «non» sono evoluzione: sono variazioni all'interno della specie fissa.
    L'esempio spesso citato dai fanatici del darwinismo, quello delle falene che in Inghilterra sono più scure per nascondersi meglio nel paesaggio annerito da fumi industriali (tra l'altro è un falso: si tratta di un esperimento fatto con falene morte incollate agli alberi, per vedere quante ne mangiavano gli uccelli), «non» è evoluzione.
    Non si è mai constatato un solo passaggio da una specie a un'altra.
    Il famoso «anello mancante», continuamente «scoperto», è stato continuamente smentito: dall'archeopterix al pitecantropo al Longisquama (dinosauro pennuto, scoperto falso) all'uomo di Piltdown (altro falso), tutti sono stati bocciati come anelli mancanti.



    La paleontologia trova, negli strati fossili, processi del tutto diversi dall'evoluzione.
    Constata periodiche esplosioni di forme viventi, a cui seguono massicce estinzioni.
    Tra l'altro (breve parentesi) il passaggio evolutivo a forme di vita «superiori», grazie al caso e alla selezione naturale, contrasta con il «secondo principio della termodinamica».
    In base a questo principio, il caso aumenta l'entropia, non la diminuisce.
    Se prendete un boccale con uno strato di palline bianche e sopra uno strato di palline nere, e agitate bene, in breve le palline si mescoleranno: entropia, il degrado irreversibile di ogni e qualunque ordine.
    Se sperate di riuscire, a forza di agitare, a rimettere i due strati di palline come erano prima, potete agitare il boccale per millenni: «mai più» le palline torneranno in ordine.
    Per farlo, dovete gettare le palline sul tavolo e fare una cernita, facendo due mucchietti, uno bianco e uno nero.
    Questo si chiama «aggiungere informazione» al sistema, ed è un intervento «esterno e intelligente».



    C'è persino un biologo che mi oppone: altro che complessità irriducibile, il sangue delle lamprede («primitive») ha un'emoglobina di una sola catena proteica, mentre ogni altro animale ha emoglobina a quattro catene.
    Una vera fesseria.
    Il punto è che la lampreda, come tutti i suoi pari (ciclostomi) non è più «primitiva» di un pesce fornito di mascelle.
    E' solo che, perfettamente adattata al suo ambiente (nicchia ecologica) non ha bisogno di un sangue più sofisticato; stando ferma aggrappata a uno scoglio, non consuma l'ossigeno di cui ha bisogno un ghepardo, o un tonno.
    Poi ci sono animali fantastici, inspiegabili da alcuna teoria.
    Il limulus, una specie di granchio (ma è parente degli aracnidi), il cui sangue non è rosso ma blu: perché non è basato sul ferro (emoglobina è ferro, e si lega all'ossigeno ossidandosi), ma sul rame. Quale scopo funzionale ha questo unico sangue a base di rame?
    Non si sa.
    Il limulus, «primitivo» come nessun altro (viene ritenuto vicino agli estinti trilobiti), ha anche una vista ad intensificazione di luce: di notte, la sua acuità visiva aumenta di 2000 volte.
    Che se ne fa?
    Non si sa.
    In ogni caso non sembra un carattere primitivo.



    Un altro mi accusa
    di aver usato «darwinismo» al posto di «evoluzionismo».
    Vero.
    Il darwinismo era la teoria mitologica iniziale, quella che vedeva la «lotta per l'esistenza». L'evoluzionismo sofisticato ha abbandonato il concetto di «lotta per l'esistenza».
    Ora la sopravvivenza del più adatto non significa la sopravvivenza del più aggressivo; è la sopravvivenza di colui «che riesce a passare i suoi geni alla progenie».
    La vita non fa più la guerra, fa l'amore: l'ideologia si evolve con la cultura corrente.
    La cosa è ripetitiva.
    Stephen J. Gould, in quanto marxista, ha abbandonato il mito evoluzionista dei piccoli graduali miglioramenti per gli «equilibri puntuati»: esplosione improvvisa di nuove specie, senza transizione (Gould era un paleontologo).
    Insomma, il riformismo liberale alla Darwin (concorrenza, lievi miglioramenti) diventa, per Gould, la «rivoluzione» leninista, il passaggio immediato ad un nuovo ordine, ovviamente superiore. Purtroppo, i suoi amici evoluzionisti hanno definito Gould «il Gorbaciov del darwinismo»: nei suoi tentativi di salvare il mito scientistico, lo ha distrutto, come Gorby ha distrutto il comunismo sperando di riformarlo.
    Presa alla lettera, la teoria di Gould direbbe: un bel giorno, da due rane (anfibi) è nato un rettile; un altro giorno, da due rettili è nato un uccello; ancora più avanti, da una coppia di uccelli un mammifero, o un marsupiale.
    E da due scimmie, un bambino umano.
    Una catena di miracoli mai constatati, da far impallidire d'invidia ogni creazionista biblico.



    Un altro mi oppone: «e il Neanderthal?».
    Constato desolato che ancora c'è chi crede - a questo punto è la cultura scientifica - che il Neanderthal sia un antenato primitivo dell'Homo Sapiens Sapiens.
    Invece era un cugino, un collaterale.
    Non è venuto «prima» dell'uomo, ha convissuto con l'uomo per millenni.
    I presunti antenati dell'uomo mostrati nelle enciclopedie dei ragazzi e nei documentari della CNN sono, come sanno bene gli addetti ai lavori, dei collaterali.
    L'albero genealogico umano non è un albero, ma un cespuglio con tanti rami alla base.
    Il Neanderthal era un vero uomo, con un tallone di Achille: era specializzato.
    Aveva un odorato fantastico, che ne faceva un grande cacciatore.
    L'uomo che è sopravvissuto (il Sapiens) non è specializzato. Il che significa che non è tutt'uno con una precisa nicchia ecologica, che spazia in ogni ambiente.



    L'uomo ha uno strano carattere, quello della neotenia: mantiene in modo permanente caratteri infantili, che anche i primati (gorilla e scimpanzé) hanno, ma solo per poche settimane d'infanzia. Fronte bombata, poco pelo, faccia verticale, lineamenti fini, denti deboli.
    E niente zanne, artigli, corna e coda.
    Indifeso: ed è per questo che è sopravvissuto.
    Le creature super-difese, «specializzate»; sono legate al loro ambiente.
    Le scimmie quadrumani (così si arrampicano sugli alberi) alla foresta tropicale.
    Portatele al di là dei Tropici, e si ammalano di tubercolosi.
    Le giraffe, sono specializzatissime.
    Animali «primitivi» ed «evoluti», lamprede, dinosauri e picchi, non sono mai imperfetti, non hanno organi incipienti e incompleti.
    Sono tutti perfetti, ossia perfettamente inseriti nella loro nicchia ecologica.
    Ma basta che la nicchia ecologica cambi (per ragioni climatiche, magari) e gli specializzati si estinguono, i non specializzati vivono.

    La maggior specializzazione
    della scimmia rispetto all'uomo fa dire a Sermonti il paradosso (molto serio) che la scimmia è «posteriore» all'uomo, è il discendente dell'uomo; non suo padre, ma suo nipote.
    Se i due hanno un antenato comune, questo ipotetico antenato non doveva ancora essere fornito degli apparati specializzati della scimmia; doveva essere, come l'uomo, un essere «infantile», non quadrumane, senza coda, senza pelo, senza zanne, eretto, non ancora pre-determinato per una precisa nicchia ecologica.
    Un uomo è la scimmia più «primitiva». L'uomo è più vicino all'origine.



    Non m'illudo di aver convinto.
    Mi limito a rimandare chi volesse ancora interloquire al mio libro, «L'Uccellosauro ed altri animali» (Effedieffe) in cui ho esposto tanti elementi che la brevità, qui, mi vieta.
    Ma prima di interloquire, molti dei miei interlocutori dovrebbero interrogarsi su se stessi: da dove viene la rabbia, l'odio con cui difendono l'evoluzionismo?
    La furia personale, il disprezzo, con cui attaccano chi gli propone (non gli impone) un'altra ipotesi? L'odio non è mai un segno di alta evoluzione.
    L'odio per le idee nuove e mai sentite prima è un sintomo di involuzione gravissima: che denuncia la discesa dal livello umano - l'uomo che sopravvive è aperto alle idee, la sua «nicchia ecologica» non è la natura, ma la cultura, non il mondo esterno, ma l'interiore, dove progetta, sogna e rinnova - verso quello entomologico.
    Le formiche non hanno bisogno di idee nuove, perché fanno tutto sempre allo stesso modo da milioni di anni.
    Se una formica volesse dire una cosa diversa, il formicaio la aggredirebbe come un «intruso».
    Temo infatti che questo sia il destino dell'uomo ultimo: ci stiamo trasformando in un formicaio, vogliamo diventare api e formiche.
    L'involuzione della specie.

    Maurizio Blondet
    Ibrahim

  2. #2
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    Il mito dell’evoluzionismo in frantumi
    di Paolo Zanotto

    Nel novembre del 1859 il celebre naturalista inglese Charles Robert Darwin (1809 - 1882) pubblicava a Londra «The Origins of the Species by Means of Natural Selection», ovvero «L'origine delle specie per selezione naturale», opera nella quale esponeva per la prima volta la sua teoria sull'evoluzione.
    In base ad essa, le specie si sarebbero trasformate progressivamente nel corso delle ere, soprattutto nell'intento di adattarsi ai cambiamenti del proprio ambiente naturale ed evitare, così, il rischio di estinzione.
    Ma la scottante questione sull'origine animale dell'uomo non veniva affrontata.
    Tuttavia, nel 1868 seguiva «La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico»; nel 1871 sarebbe uscita un'altra opera, intitolata «La discendenza dell'uomo e la selezione sessuale», in cui Darwin indicava l'Africa quale culla dell'umanità, preconizzando inoltre lo sterminio delle «razze selvagge della terra» da parte delle «razze umane civilizzate».
    Infine, l'ultimo lavoro notevole del positivista inglese fu il libro su «L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali», apparso nel 1872.
    Sensazionali successi editoriali.



    L'«agnostico» Darwin (tanto amato da Karl Marx proprio perché aveva inferto a Dio «un colpo mortale») poneva, in tal modo, le fondamenta per affrancare dalla natura divina la nascita di tutte le creature viventi, proponendo una tesi «casuale», costituita dall'intervento di mutevoli condizioni climatiche, di habitat e di relativi bisogni crescenti, i quali avrebbero condizionato quelle specie viventi che si sarebbero dimostrate capaci di mutare insieme a tali elementi e, quindi, di vincere la lotta per la sopravvivenza.
    L'oscuro naturalista di Down portava a termine, in tal modo, il compito che gli era stato assegnato. Così, almeno, afferma Giuseppe Sermonti, icona dell' «anti-evoluzionismo scientifico» e - più in generale - della riflessione critica sulla scienza moderna fin da quando, nel 1971, pubblicò per l'editore Rusconi il saggio controcorrente intitolato «Il crepuscolo dello scientismo».



    Stando infatti al resoconto del noto genetista, alcuni personaggi avrebbero precedentemente ingaggiato Darwin con lo scopo di elaborare una teoria materialista sull'origine della vita, assicurandogli notevole fama ed un rapido successo editoriale.
    Si sarebbe trattato di individui che agivano per conto di un fantomatico Club X, costituitosi ufficialmente a Londra nel 1864.
    Tale associazione pare fosse solita riunirsi prima dei meeting della Royal Society per discutere gli indirizzi politico-culturali e mediatici che avrebbe dovuto imboccare la società inglese.
    La prima edizione de «L'origine delle specie» si esaurì in un solo giorno.
    Dopo un iniziale scherno piuttosto generalizzato da parte dell'opinione pubblica, in soli dieci anni Darwin si aggiudicò il consenso dell'ortodossia scientifica del tempo: il Club X aveva raggiunto il proprio obiettivo e mantenuto le sue promesse.



    I turbamenti di un naturalista.
    Per secoli, o millenni, nessuno aveva mai notato quelle prove schiaccianti, anche se teoricamente le avrebbe avute proprio lì: sotto agli occhi.
    Poi, d'un tratto, tutte quelle «verità segrete» sarebbero state finalmente «esposte in evidenza», e dalla zolla sarebbero emerse le risposte che da tempo si attendevano.
    Sarebbero, cioè, venuti alla luce i resti di una realtà ancestrale per troppo tempo occultata e rimossa mentalmente.
    Le prove su cui tali riletture della storia umana si sarebbero fondate sarebbero consistite, peraltro, in alcuni resti fossili che avrebbero costituito gli anelli di congiunzione di una catena virtuale, la quale ci avrebbe condotto, in linea retta, dagli esemplari più primitivi del genere dei primati fino all'uomo.
    Vano il domandarsi come mai - se tali teorie sono realmente attendibili - a parità di latitudine, condizioni climatiche ed ambientali, e via discorrendo, è possibile trovare «evoluti» esemplari di Homo sapiens sapiens accanto a babbuini e scimpanzé, ma in circolazione non s'incontra un Australopiteco neppure a pagarlo oro.



    Come è stato autorevolmente osservato, l'estrema rarità delle forme intermedie, anche nella documentazione fossile, continua a rivestire una sorta di «segreto di casta» della Paleontologia. Inutile cercare la ragione dell'estinzione degli esemplari delle fasi intermedie; superfluo più che altro, giacché l'incontestabilità del dogma darwinista è contenuta in quei pochissimi resti fossili a cui si accennava.
    Talmente rari da tormentare perfino lo stesso Darwin.
    Molto meno turbati appaiono, invece, i suoi più tardi epigoni ed emulatori di ogni categoria.
    Tutti presi dal contendersi a vicenda la palma dell'ortodossia piuttosto che quella dell'originalità, producendo semplici varianti sul tema, sfugge ai loro occhi la beffa dell'artista (così come sfuggì quella delle false teste di Amedeo Modigliani ad affermati critici d'arte), giacché, se la principale occupazione è quella di dividersi in mille rivoli, di fronte alla necessità di difendere il contestato cardine dogmatico le truppe sparpagliate riacquistano la monolitica compattezza d'una testudo romana.



    L'«uomo scimmia» fai – da – te.
    D'altronde, come dubitare di fronte ad un Eoanthropus Dawsoni, meglio conosciuto come «Uomo di Piltdown», che deteneva tutte le caratteristiche necessarie per rappresentare il classico caso da manuale.
    Due crani con caratteri marcatamente primitivi, una mandibola nettamente scimmiesca, un canino ed un molare vennero portati in superficie fra il 1909 ed il 1915.
    Nel frattempo, esso fu valutato positivamente da alcuni supposti specialisti e, pertanto, inserito quale dato certo ed acquisito in numerose pubblicazioni di prestigio, come ad esempio la famosa Enciclopedia Treccani dove veniva ampiamente descritto.
    Purtroppo, però, dopo quasi quarant'anni dal ritrovamento dei frammenti presso l'omonima località del Sussex orientale, nel 1953 venne dimostrato da una commissione di scienziati che si trattava di una bufala clamorosa.
    Se qualcuno fosse tentato di pensare ad un errore di quest'ultima équipe di studiosi, se lo levi dalla testa: il falsario ha già confessato tutto.
    Anche la Treccani si è vista costretta a rettificare definitivamente alla pagina 351 della terza appendice (1949 - 1960), spiegando come il famoso reperto di Piltdown altro non fosse se non il «prodotto di una mistificazione».
    Il cranio era, infatti, un fossile umano di epoca neolitica (quindi, relativamente recente); la mandibola era appartenuta ad un giovane orango, morto pochi anni prima, a cui erano stati limati i denti per farli sembrare umani; anche il canino era stato limato, al fine di applicarlo alla mandibola; il pomello di articolazione (condilo) era stato spezzato di fresco nell'intento di adattare la mandibola al cranio.
    Il tutto era stato, poi, usurato artificialmente e colorato chimicamente per simulare l'effetto del tempo.



    Cannibali dagli occhi… ad amigdala.
    Un altro caso palese di interpretazione abusiva è rappresentato dal cosiddetto «Sinantropo» od Homo pekinensis.
    Unicamente per il fatto che le rimanenze ossee di tale scimmia - fino ad allora totalmente ignota agli zoologi - furono ritrovati insieme ai residui di utensili e focolari preistorici, si volle automaticamente dedurne che si trattasse delle spoglie del loro artefice, ovvero di un essere umano, sebbene i resti dello scheletro in questione si trovassero chiaramente mischiati a quelli di animali da preda.
    Il cranio, inoltre, presentava le medesime perforazioni osservate in casi analoghi, dove l'espediente si era reso necessario allo scopo di prelevarne il gustoso cerebro.
    Così, pur di non dover concludere la cosa più ovvia, cioè che il ritrovamento altro non riguardava che una preda di uomini preistorici, gli scienziati annunciarono che i cosiddetti Homines pekinenses si erano divorati a vicenda!



    Quell'anello mancante fra rettili ed uccelli.
    Da circa sei anni sull'autorevolissima «Boston Review» del Massachusetts Institute of Technology (MIT) infuriava una polemica assolutamente devastante per la dottrina darwinista quando, improvvisamente, sul numero apparso nel novembre 1999, la rivista «National Geographic» pubblicò in pompa magna la foto di una lastra minerale nella quale si vedeva impressa l'immagine di un teropode pennuto.
    «È la prova che gli uccelli si sono evoluti da questi antichi rettili», esultava troppo frettolosamente il biologo Barry A. Palevitz nell'articolo dal tono sensazionalistico che accompagnava la presunta scoperta.
    Il rettile piumato ridava così smalto nuovo alla logora teoria evoluzionista.
    Il darwinismo, infatti, è talmente in declino oltreoceano, che in numerosi Stati dell'Unione si è perfino chiesto ed ottenuto che il suo insegnamento venga soppresso dalle scuole o, perlomeno, presentato come semplice ipotesi in alternativa ad altre, di cui si deve dare notizia allo stesso modo. Per rendersi conto delle enormi difficoltà che la «teoria della scimmia» sta attraversando in ambiente scientifico basta fare un rapido giro in internet e constatare quanti siti ospitino tesi critiche, inserendo in un qualunque motore di ricerca parole-chiave come «creazionismo».



    L'uccellosauro ed altre bestialità.
    Adesso, però, quei fondamentalisti irrazionali, che credevano ancora cocciutamente alla favola della «creazione», avrebbero dovuto fare marcia indietro: era stato finalmente scoperto l'«uccellosauro».
    Acquisito il posto che gli spettava nello schema darwiniano di discendenze, allo snodo evolutivo fra rettili ed uccelli, esso venne battezzato con un'altisonante denominazione in latino, come d'uopo: Archaeoraptor liaoningensis.
    Di lì a poco, tuttavia, si sarebbe amaramente appurato che il supposto fossile altro non era se non l'ennesimo falso, composto da due differenti resti (di un uccello e di un sauro) incollati assieme, con abilità asiatica, per opera dei poverissimi contadini cinesi che vivono nella provincia di Liaoning, i quali sfruttano e vendono sul mercato nero i fossili di un ricco giacimento locale: più che una bestia, una vera e propria «bestialità».
    Il falso composto era stato offerto al titolare di un piccolo museo privato nello Utah durante una fiera di trouvailles paleontologiche, tenutasi nel febbraio del 1999 nello Stato dell'Arizona, presso la città di Tucson.
    È quanto racconta Maurizio Blondet in una dei suoi libri, «L'uccellosauro ed altri animali (la catastrofe del darwinismo)», in cui si fa il punto sugli ultimi sviluppi del dibattito scientifico relativo alle opposte visioni della natural selection e dell'intelligent design.



    Illusionismi e prestidigitazioni.
    Già in precedenza si era cercata questa tanto sospirata prova della discendenza degli uccelli dai rettili preistorici.
    Del resto, la teoria darwinista parlava chiaro: tutte le forme viventi della terra avevano subito evoluzioni clamorose, adattandosi all'ambiente circostante.
    Da qualche parte sarebbero pur dovuti saltare fuori anche gli elementi che confermavano la veridicità di quelle stravaganti idee.
    In realtà, già nel lontano 1957, lo studioso americano Douglas Dewar osservò, nel suo libro «The Transformist Illusion», che tutta la teoria sulla graduale evoluzione delle specie, facente capo a Darwin, si fondava su di una madornale confusione tra «specie» e «subspecie».
    A suo avviso, le singole specie non soltanto sarebbero fra loro separate da differenze abissali, ma non esisterebbero neppure forme che accennino ad una qualche possibile connessione tra i diversi ordini di esseri viventi, come i pesci, i rettili, gli uccelli e i mammiferi.
    Non era immaginabile, nella maniera più assoluta, che l'uno sarebbe potuto nascere dall'altro.
    Anche il celebre fossile denominato Archaeoptèryx, frequentemente addotto quale esempio di membro intermedio fra un rettile ed un uccello, era in realtà un autentico rappresentante di quest'ultima categoria animale, nonostante alcune singolari caratteristiche - come le unghie al termine delle ali, i denti nelle mascelle e la lunga coda con le piume diramate - potessero comprensibilmente fuorviare, a prima vista.
    Come recitava, infatti, il numero apparso nel marzo 1996 dello stesso «Journal of Vertebrate Paleontology», «le caratteristiche ornitologiche del cranio dimostrano che l'archeoptèrix è un uccello piuttosto che un archeosauro piumato non adatto al volo».

    La complessità delle forme di vita «semplici».
    Gli studiosi moderni più seri e scrupolosi, ormai, rigettano completamente la tesi dell'evoluzione della specie, o si limitano a mantenerla in maniera provvisoria esclusivamente quale mera «ipotesi di lavoro».
    Le più recenti scoperte in materia di Paleontologia, Sedimentologia, Chimica, Biologia molecolare e Genetica hanno smontato, pezzo per pezzo, il castello di carta su cui si fondava la favola dell'evoluzionismo darwinista.
    Del resto, non solo tutte le forme animali conosciute avrebbero avuto origine, quasi contemporaneamente, durante il periodo dell'«esplosione cambriana», ma le ricerche più recenti hanno dimostrato l'incredibile complessità anche di quegli organismi che i vari Piero Angela si ostinano a definire «semplici».
    La microscopia elettronica ha infatti messo in risalto come i processi che si svolgono all'interno dell'essere monocellulare siano di una molteplicità inimmaginabile.
    Inoltre, come ebbe a riconoscere, già nel 1977, perfino lo stesso professor Stephen Jay Gould, docente di geologia e zoologia presso la prestigiosa Harvard University, nonché darwinista eterodosso e marxista dichiarato, «le testimonianze fossili non supportano in alcun modo il cambiamento graduale».
    Sulla stessa linea, il geologo David Schindel, professore all'Università di Yale, il quale, in un articolo apparso nel 1982 sulla rivista «Nature», rivelò che l'ipotizzata graduale «transizione dai presunti antenati ai discendenti […] non esisteva».



    Fantascienza e divulgazione mediatica.
    Avviandosi verso le conclusioni, occorre dire che è davvero avvilente il dover constatare come le teorie più obsolete siano quelle che maggiormente trovano spazio nell'universo mediatico.
    L'ultimo esempio di tale genere è rappresentato da una trasmissione televisiva, Solaris, che non si accontenta più di ricostruire in maniera del tutto fittizia il mondo come sarebbe stato milioni di anni fa, ma arriva addirittura a propinare, con fervida fantasia ed invidiabile sicumera, come apparirà quello futuro.
    Fra migliaia di anni, pontifica Solaris, il pianeta si presenterà ormai completamente cambiato e, per la legge dell'evoluzione, anche la fauna si sarà adattata alle nuove condizioni climatiche ed ambientali.
    In circolazione non si troveranno più cani e gatti, ma «sonaglini», «babbuleoni» e «struzzi assassini», che mangeranno così, braccheranno le loro prede in questo modo e si difenderanno in quest'altro modo ancora…
    Chiusa la parentesi, che si commenta da sola.



    Una via di non ritorno?
    In definitiva, si può affermare che - alla prova dei fatti - la teoria darwiniana si è rivelata un semplice prodotto della propria epoca. L'inglese vittoriano si sentiva intimamente superiore al resto del mondo e il darwinismo sembrò fornire una sanzione scientifica a tale convincimento.
    La vicenda del Club X ed il simultaneo sviluppo di un insidioso «darwinismo sociale» sul piano filosofico-politico la dicono lunga sulla reale valenza di quella «selezione naturale» contemplata nell'evoluzionismo.
    Una volta acquisita questa teoria da parte della comunità scientifica, si è imboccata una pericolosa via che gli attuali studiosi temono di abbandonare poiché, forse, ritengono che ciò equivarrebbe, di fatto, a decretare un fallimento di cui potrebbe risentire tutta la classe degli scienziati
    contemporanei.
    Se così fosse, si tratterebbe di un fatto gravissimo, poiché darebbe conto della debolezza - camuffata sotto all'arroganza - da cui la comunità scientifica è affetta oggigiorno.
    Diversamente, si attendono spiegazioni plausibili sul perché non si sia ancora avviato un dibattito serio ed approfondito anche in Italia e per quale strana ragione ci si ostini a presentare un semplice mito come verità acquisita.
    Perché la teoria di Darwin altro non è che un mito, il quale - come tutti i miti - tenta di soddisfare al bisogno di rispondere ad alcuni dei quesiti fondamentali che, sin dalla notte dei tempi, tormentano l'uomo: «chi siamo?», «da dove veniamo?».
    Davvero arduo appare il fornire una spiegazione convincente con le sole armi della ragione; schiere di filosofi ci hanno provato, fallendo ogni volta miseramente.
    Charles Darwin fu uno di loro.

    Paolo Zanotto
    Ibrahim

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    Evoluzionismo: l’uomo discende dal verme
    Maurizio Blondet




    La Platynereis Dumerilii: piccolo verme marino soprannominato «ragworm»



    E' un verme marino, Platynereis Dumerilii, che gli inglesi chiamano «ragworm».
    Questa modesta creatura dei fondali e del fango degli estuari ha entusiasmato i darwinisti, ed ora rischia di metterli nei guai.
    Perché?
    Premettiamo: tutti gli invertebrati (aracnidi, mosche, insetti e i «ragworm») hanno occhi molto più semplici dei vertebrati, e assai diversi dall'occhio degli animali superiori, con i suoi pigmenti sensibili alla luce e la complicata struttura di coni e bastoncelli sul fondo della retina.
    Il che fa pensare che due tipi di occhi si siano sviluppati per due volte nel corso dell'evoluzione «naturale», con apparati del tutto diversi: cosa alquanto improbabile e imbarazzante per l'evoluzionismo.
    Già Darwin in persona si era preoccupato che questa faccenda dei due sistemi visivi così radicalmente diversi potesse mettere in pericolo la sua teoria.

    Invece, ecco la salvezza: si è scoperto che l'umile «ragworm» dispone di pigmenti fotosensibili, nonché di cellule molto simili ai coni e bastoncelli.
    Il punto è che questi elementi non li ha negli occhi, bensì bene in profondità nel ganglio nervoso che costituisce il suo modesto cervello.
    Per i darwinisti esultanti, sarebbe la «prova» che l'antenato comune agli invertebrati e ai vertebrati (di fatto, un essere fantastico e mai trovato, l'Urbilaterium, da cui sarebbero discesi tutti gli esseri «bilaterali», con un lato destro e uno sinistro speculari: dagli insetti all'uomo) aveva tutti e due i tipi di «occhio», o almeno entrambi i sistemi fotosensibili.
    Con l'evoluzione, nei milioni di anni, uno dei due sistemi si sarebbe «ritirato» nel cervello (gli umani stessi hanno cellule fotosensibili nel cervello, che costituiscono l'orologio biologico interno, capace di «cogliere» i ritmi del giorno e della notte), mentre l'altro sarebbe rimasto alla funzione di «vedere il mondo esterno».
    I vertebrati «decisero», diciamo così, di usare l'apparato complesso (con coni e bastoncelli, retina e nervo ottico); gli invertebrati l'altro.



    Ora però, gli entusiastici e frenetici studi sul verme chiamato «ragworm» hanno dato risultati «troppo» buoni.
    La scoperta è di Florian Raible, dell'European Molecular Biology Laboratory.
    Perché?
    Premessa: il DNA degli invertebrati è molto più semplice di quello degli esseri umani, nel quale fatto i darwinisti vedono la «prova» dell'evoluzione da esseri «primitivi» (mosche e vermi) a quelli «superiori» (mammiferi e uomo).
    Solo il DNA del «ragworm» fa vistosa eccezione.
    E' complesso, ha scoperto Raible, quasi come il DNA dell'uomo.
    E allora, la teoria evoluzionista, del lento passaggio da animali primitivi con genoma semplice ad animali superiori con genoma via via più complesso (perché contiene più informazioni) rischia di andare al macero.



    Ma no, ma no.
    Ecco la «spiegazione» che consente ai darwinisti, secondo loro, di salvare la teoria.
    Il complesso e quasi umano DNA del «ragworm» è la «prova» che l'evoluzione ha funzionato al contrario: mosche e insetti vari sarebbero diventati geneticamente più «semplici», perdendo - sotto la pressione della selezione naturale - parte del patrimonio genetico originario, che rendeva così simili l'uomo e il verme.
    Rispetto all'antenato originario e ipotetico, gli invertebrati (tutti tranne il «ragworm») si sarebbero alterati molto più e più rapidamente dell'uomo, abbandonando più di noi una quantità di informazione genetica, di cui evidentemente non avevano bisogno.
    L'uomo è dunque l'essere che, nei 700 milioni di anni della sua esistenza, è rimasto più simile (nel DNA, ossia nella complessità genetica) al fantastico antenato primordiale comune di vertebrati e invertebrati.



    I darwinisti molecolari ci assicurano persino di aver calcolato quanta informazione genetica originaria hanno perso, poniamo, le mosche (un «bit» ogni sei), e quanto l'uomo (molto meno: un «bit» ogni 20).
    Tutti contenti, gli evoluzionisti non si accorgono (o fanno finta) di un piccolo particolare: secondo questa loro nuova teoria, l'antenato comune a vertebrati e invertebrati non poteva essere affatto un «primitivo» e semplice vermicello.
    Il fantomatico Urbilaterium doveva avere un patrimonio genetico addirittura più complesso di quello dell'uomo; non poteva essere - per ammissione stessa dei darwinisti - che una creatura con arti bilaterali, un cuore, un cervello; e con proteine, ormoni e funzioni degli animali superiori (1). Alcuni suoi discendenti poi si sarebbero semplificati o meglio degradati, perdendo i tratti superiori, per adattarsi alla loro nicchia ecologica.
    L'antenato comune dei vermi e degli uomini aveva le gambe: che i vermi avrebbero perso, e l'uomo mantenuto.
    Ma questa non è più una teoria dell'evoluzione.



    E' una ancor più fantastica teoria dell'involuzione.
    Che sostiene che l'antenato dei vermi come degli uomini fosse una creatura assolutamente superiore; praticamente un uomo, anzi l'«uomo archetipo».
    Da questo archetipo platonico, ipotetico, dell'uomo sarebbero scesi per degradazione i viventi inferiori.
    Tutti tranne il «ragworm», che pur inferiore, ha mantenuto un DNA da vertebrato.
    Questa teoria evoluzionista diventa, senza rendersene conto, sempre più vicina al creazionismo: suppone non già un passaggio (per variazioni casuali e selezione naturale) dal semplice al complesso, dal primitivo all'evoluto, ma il suo contrario.
    La vita sarebbe stata originariamente di una complessità estrema, e si sarebbe semplificata o degradata via via nei milioni di anni.

    Dal complesso al semplice.
    Ancora un passo, e nel Bilaterium potremo quasi riconoscere l'«idea del Progettista», l'Adam Qadmon del mito biblico, il Purusha («signore» e «uomo universale») da cui, secondo la speculazione indù, sarebbe nato il mondo.
    Dopotutto, questo antenato comune introvabile, con gambe, cuore e cervello sviluppati, che i paleontologi non riescono a trovare tra i loro fossili, forse non è mai esistito nel «mondo naturale»; forse però esiste ab aeterno nella mente del Progettista.
    Altresì detto Logos.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Come scrive lo stesso Raible, il DNA del «ragworm», un umile anellide, «ha rivelato una stupefacente e inattesa somiglianza del suo transcriptome con quello dei vertebrati, inclusa la presenza di espressioni dei geni prima ritenute specifiche dei vertebrati, come la proteina dello zinco Churchill coinvolta nell'induzione neurale… una stupefacente similarità con i vertebrati della struttura complessiva esone/introne… questo prova che l'ultimo antenato comune dei bilateria 'gli esseri con una destra e una sinistra, ndr.' deve aver posseduto un genoma molto più complesso di quanto si credesse». (Florial Raible et al., Science 2005, pagina 310).
    Ibrahim

 

 

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