Pasolini, il comunista che chiamava Pound “maestro”
di Michelangelo Ingrassia
“Per me, gran parte del futuro è passato: neppure una delle attese, dei desideri, s’è realizzata”. Quando Pierpaolo Pasolini scrisse queste parole, già da tempo aveva ammainato quelle che egli stesso aveva una volta definito “le belle bandiere” e si era fatto corsaro.
Nell’Italia degli anni Settanta, preda di un nuovo potere che definiva “completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi più repressivo che mai; corruttore; degradante”, Pasolini, ormai in rotta col Pci, era diventato l’inattuale che nelle sue scorribande se la prendeva con i figli della borghesia che si atteggiavano a rivoluzionari; con la massa decisa a farsi corrompere; con la tecnocrazia ed il cosmopolitismo; con i mass media che manipolavano i cervelli; con gli uomini del potere che “hanno prima gestito la strategia della tensione a carattere anticomunista, poi, passata la preoccupazione per l’eversione del ’68 e del pericolo comunista immediato, le stesse, identiche persone hanno gestito la strategia della tensione antifascista. Le stragi quindi sono state compiute sempre dalle stesse persone”.
Negli anni in cui uccidere un fascista non era reato, Pasolini definì Ezra Pound “un maestro”. Giuseppe Puppo ha raccontato che, in una delle sue ultime conferenze, tenuta al liceo classico “Palmieri” di Lecce, Pasolini ebbe il coraggio corsaro di affermare che “occorre un confronto operativo con la cultura di destra, non possiamo insistere nell’ignorarla, dobbiamo discuterne, analizzarne e accettarne i valori positivi, altrimenti, se non lo facessimo, sarebbe come se continuassimo a tirarci appresso una palla al piede”.
Scrutando il tempo, Pasolini aveva visto addensarsi le nubi di un potere laicista e consumista che mirava a conquistare l’anima dei popoli: “Gli italiani sono divenuti in pochi anni un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale”, scriverà significativamente nel 1975.
Il comunismo laico cominciò a detestarlo: Alberto Moravia sentenziò su l’Espresso che il suo non era un “comunismo di rivolta, e neppure illuministico”; Rinascita, il mensile culturale del Pci, commentò: “C’erano, in tutto il suo discorso sull’avvento di un mostruoso universo del Potere e del consumo, forti istanze regressive e nostalgiche, che gli impedivano di cogliere gli elementi di Progresso interni a uno Sviluppo profondamente contraddittorio; c’erano, in particolare, un disperato rifiuto del presente e un prepotente ritorno alle sue mitologie originarie dell’innocenza e della purezza”. Intanto Pasolini, profetico e inattuale, aveva scritto: “La tolleranza in campo sessuale ha allargato enormemente i mercati; perché essa è una componente essenziale della mentalità del consumo, in cui il soggetto deve essere moderno, laico, quindi anche sessualmente libero”. è uno spunto per comprendere lo stato d’animo tragico e angosciato dello scrittore corsaro di fronte alla natura particolare di quel nuovo potere che cominciava ad espandersi.
Pier Paolo Pasolini aveva intuito quello che una certa cultura si rifiutò di accettare allora e che ancora oggi finge di non capire mentendo a se stessa, e cioè che quel progresso, quello sviluppo, quella modernità contro cui aveva deciso di lottare erano qualcosa di più terribile e temibile del fascismo e del comunismo. Per questo aveva detto che la cultura di destra possedeva autori e tematiche che non si potevano continuare a denigrare.
Forse Pasolini, nelle sue scorribande corsare, cercava un’uscita di sicurezza da quel nuovo potere che lo terrorizzava, che lo pedinava silenzioso, che tentava di sedurlo ed agguantarlo. In questo senso possiamo dire che Pasolini è stato la prima vittima di quel nuovo potere che ha dilagato. Anche lo squallore che circonda la sua morte sembra riflettere i dubbi che lo assalirono nel secondo tempo della sua vita.
Oggi quelli che lo osannarono e poi lo criticarono, lasciandolo solo con le sue incertezze, lo rimpiangono e lo celebrano all’ombra di quel potere che adorano e che sorride cinico e beffardo dall’alto del suo trono.




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