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  1. #1
    Silvioleo
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    Predefinito Kyoto: studio, Italia rischia +13% prezzi energia e -2% PIL

    Se entro il 2010 l’Italia facesse fronte ai propri impegni previsti dal protocollo di Kyoto, dovrebbe prepararsi a “significative ripercussioni economiche”, tra le quali una riduzione del 2% del prodotto interno lordo, una crescita del 13% dei prezzi dell’elettricità e una perdita di 200 mila posti di lavoro. È lo scenario disegnato da uno studio dell’International Council for Capital Formation (Iccf), presentato oggi a Washington e relativo alle ripercussioni di Kyoto su tre paesi europei: Italia, Spagna e Gran Bretagna.

    “I governi dei paesi europei devono capire le sfide e i costi reali cui vanno incontro, se decidono di attuare questi obiettivi, “, ha detto Margo Thorning, direttrice di Iccf, nel presentare lo studio. Iccf è un think tank con sede a Bruxelles orientato alla promozione del business internazionale e della ‘libertà economica’.

    L’analisi presentata da Iccf prevede che i costi per la riduzione delle emissioni dei gas effetto serra ricada sui consumatori e ne quantifica la portata sia per il 2010, sia nel più lungo periodo (2020), nel caso venisse adottato l’obiettivo di una riduzione del 60% delle emissioni di anidride carbonica entro il 2050.

    Lo scenario del 2010 prevede una crescita media del 26% dei prezzi energetici per i consumatori in Italia, Spagna, Gran Bretagna e Germania (le proiezioni sui dati tedeschi verrano diffuse in un secondo momento). In Italia, oltre all’incremento del 13% dei prezzi dell’elettricità - secondo Iccf - si registrerebbe anche un incremento del 44% nei costi del gas naturale. Il Pil scenderebbe del 2% e avrebbe un’ulteriore discesa, a -2,5%, nel 2020. L’impatto più pesante, secondo lo studio, sarebbe sull’economia spagnola, con un calo del Pil nel 2020 fino al 4% e oltre 700 mila posti di lavoro persi.

    “Il nostro consiglio ai leader politici italiani di entrambi gli schieramenti - ha detto la Thorning - è di fermarsi e riflettere, come ha fatto il primo ministro britannico Tony Blair, che ha appena ammesso che Kyoto avrà un impatto significativo sull’economia britannica”. Tra le proposte di Iccf figurano politiche energetiche che tengano conto del fattore costi-benefici, maggiore libertà dei mercati, incremento alla ricerca, promozione dell’energia nucleare e “vere soluzioni globali come la nuova partnership climatica e per lo sviluppo Asia-Pacifico”.

    Agenzia ANSA, 7 novembre 2005

  2. #2
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    La solita destra catastrofista e menagramo.

  3. #3
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    L'effetto serra, prospettive e dubbi su un problema che se esiste ha una sola soluzione: l'energia nucleare

    di Giovanni Basini - 23 luglio 2005

    Molto tempo è passato dall'11 Dicembre del 1997, giorno della firma del protocollo di Kyoto; molto inchiostro è passato sui giornali, forse troppo. Conforme ai suoi vizi il sistema mediatico ha finora indottrinato alla perfezione la gente su quanto fosse importante rendersi conto della gravità del problema, tralasciando di mettere la gente in condizione di capire il problema, e magari di pensarci su da sé.

    Effetto serra/1: il riscaldamento e le attività umane

    Ci è stato detto che il pianeta si sta surriscaldando: è vero, la temperatura entro i prossimi 100 anni aumenterà di qualche grado centigrado, probabilmente due o poco più, e ha già cominciato ad aumentare anche nei due secoli scorsi, anche se all'epoca non lo sapevamo o meglio non sapevamo cosa volesse dire.

    Ci è stato detto che il cambiamento in atto sul nostro pianeta è causato dall'uomo, dalla rivoluzione industriale, dal progresso, dall'aumento sistemico delle emissioni di gas serra prodotti da attività umane (CO2 anidride carbonica, CH4 gas metano, N2O protossido di azoto, SF6 esafluoruro di zolfo, HFC - PFC composti fluorurati): ebbene questo non è vero. O meglio non è scientificamente certo che lo sia. Eppure ci è stato spacciato candidamente come un'assoluta evidenza dei dati.

    È vero, il carbone delle centrali elettriche, ma ugualmente il gas e il petrolio, gli scarichi delle automobili e le produzioni industriali, specie quella di cemento, emettono moltissimi GHG (greenhouse gases)

    Effettivamente tra il progredire dell'industrializzazione, con il conseguente aumento dell'emissione dei gas serra da attività umane, e l'aumento della temperatura c'è una somiglianza notevole, come mostra il seguente grafico (gli anni di più intensa industrializzazione corrispondono all'aumento di temperatura):



    Temperatura globale dal 1880 ad oggi

    Ancor più evidente è l'accelerazione nelle emissioni di CO2 (carbon dioxide) in atto fin dal 1750 che evidenzia quest'altro grafico:


    Sembrerebbe tutto chiaro, invece no. Non è per niente tutto chiaro.

    Infatti dobbiamo dire che le emissioni di gas serra non aumentano solo per l'attività dell'uomo. Proprio per questo motivo la questione è controversa. Non si riesce a capire, con la necessaria certezza e precisione, quanto sia l'impatto delle attività umane sul naturale sostrato di aumento dei gas serra di provenienza naturale. Uno studio francese (Collège de France) riportato dalla Rivista La Recherche, evidenzia, tra l'altro, che le emissioni di CO2 sono per il 95% naturali e che, nonostante la percentuale di aumento delle stesse nel corso del XX secolo sia del 32%, il contributo antropogenico non sarebbe quindi superiore ad un ventesimo.

    Anche qui però c'è comunque incertezza, poiché la terra attraversa naturalmente periodi di riscaldamento e di raffreddamento continui secondo il ciclo glaciale. E proprio con l'argomento che attualmente la terra si troverebbe in fase di uscita da una "piccola glaciazione" gli scettici liquidano i dati sull'aumento dei gas serra come dati svincolati da incrementi delle attività umane, o molto poco influenzati da esse. Anche qui abbiamo un grafico:


    Effettivamente il grafico sembrerebbe confermare la visione degli scettici però non smentisce nemmeno l'altra, ergo la questione rimane aperta.

    Il problema è che non si riesce a capire se l'aumento di temperatura sia dovuto alle attività umane o al ciclo di riscaldamento che deve naturalmente seguire nel corso del clima ad una fase come la piccola glaciazione. Potrebbe infatti darsi che i due effetti non siano unici, ma sovrapposti, e così diventerebbe fondamentale capire verso quale dei due sia maggiormente spostato l'equilibrio generale.

    Nei fatti entrambe le ali estreme, i catastrofisti eccessivamente creduloni e gli attendisti eccessivamente scettici, hanno una base solida dal punto di vista scientifico per le loro affermazioni più o meno apodittiche, e questo è alla base della disinformazione regnante.

    La questione è e rimarrà ancora per molto tempo controversa, speriamo di averla presentata qui in maniera sufficientemente sintetica e abbastanza imparziale da essere veicolo di informazione, quindi di ragionamento, e non viceversa di disinformazione, cioè di indottrinamento.

    Effetto serra/2 gli effetti: come cambiano mare e terra con l'aumento di temperatura

    Che sia vero o meno che è anche colpa dell'uomo, in ogni caso il processo è cominciato e non si fermerà, non nel breve periodo, vediamo dunque di immaginarne insieme gli effetti nel malaugurato caso che esso continui fino al 2100 portando la temperatura a salire effettivamente di un grado e mezzo o due.

    L'aumento di temperatura del globo è sostanzialmente un processo meccanico, la riflessione dei raggi solari verso lo spazio diviene meno efficiente, di conseguenza la temperatura del sistema aumenta. Gli effetti di tale aumento di temperatura però, coinvolgendo sia i fenomeni climatici che quelli chimici sono effetti assolutamente importanti non solo sull'ordine di grandezza del pianeta, ma anche su quello degli animali e delle catene alimentari, quindi delle persone, delle società e dell'economia.

    Oceani - Recentemente è stato pubblicato uno studio della Royal Society che evidenzia come l'aumento della concentrazione di anidride carbonica atmosferica stia determinando un aumento della concentrazione della CO2 anche negli oceani, in particolare negli strati superficiali di essi sotto forma di acido carbonico. L'acido carbonico H2CO3 è quello che ultimamente sta preoccupando di più gli scienziati, infatti esso, da 200 anni, sta aumentando talmente tanto da influenzare in maniera notevole il pH degli oceani (il pH è l'indice di acidità di una soluzione, misurato in base 14, con il massimo dell'acidità verso i valori più bassi). Infatti leggiamo nel rapporto:

    «Evidence indicates that emissions of carbon dioxide over the past 200 years have already led to a reduction in the average pH of surface seawater of 0.1 units and could fall by 0.5 units by the year 2100.

    The report outlines our best understanding of the impacts of these chemical changes on the oceans. The impacts will be greater for some regions and ecosystems, and will be most severe for coral reefs and the Southern Ocean.» (Royal Society - 30 Jun 2005 Ref: 12/05 )


    Quindi è attesa una variazione di -0,6 punti di pH entro il 2100 (il pH attuale è 8,1), con l'attuale trend di aumento delle emissioni. Gli effetti di un simile cambiamento si sentirebbero soprattutto per le barriere coralline, per i microrganismi come il plancton, per le alghe, per i molluschi dotati di conchiglie e per varie altre specie tra cui le stelle marine. Infatti un aumento di acidità del mare comprometterebbe la struttura dei carbonati degli scheletri di queste specie rendendola meno solida e arrivando addirittura a distruggerla, le conchiglie per esempio subirebbero una fortissima corrosione, ci sarebbero probabili morie di molluschi o grandi cambiamenti nelle loro abitudini, le stelle marine e molte altre specie forse non avrebbero più la solidità necessaria ad aggrapparsi agli scogli, le barriere coralline si scioglierebbero.

    Potrebbe sembrare poco, ma in realtà per un effetto domino questi cambiamenti si trasferirebbero facilmente al resto della catena alimentare, fino ai pesci. E da essi fino all'uomo. È scientificamente impossibile prevedere oggi se questi cambiamenti porteranno ad una maggiore mortalità del pesce e quindi ad un danno economico per la società umana. Tuttavia è bene stare in guardia, perché non è affatto improbabile che succeda.

    È previsto inoltre un aumento del livello del mare variabile intorno ad un metro circa, a causa dello scioglimento di una piccola parte delle calotte polari, questo potrebbe voler dire danni economici gravi, intere città sommerse, i profili della costa ridisegnati. E in questo caso certamente gli olandesi avranno molto da insegnare al mondo. Ma anche qui c'è un margine di incertezza, quindi è opportuno andare piano coi catastrofismi.

    Clima- Passando ai cambiamenti del clima sono attesi con certezza almeno due fenomeni: in primo luogo un aumento della piovosità forte, le grandi tempeste, già fino ad ora salita del 3-4%; e in secondo luogo un aumento dei fenomeni estremi quali uragani, tornado, trombe d'aria e mareggiate. Gli inverni saranno meno rigidi, le mezze stagioni più piovose e le estati più calde.

    Terra - Per quanto riguarda invece i mutamenti sulla terra è da attendersi un aumento della diffusione delle malattie tropicali quali colera, malaria e febbre gialla. Inoltre sarà probabile un aumento dello sviluppo delle piante dovuto all'azione del CO2 che è un ottimo fertilizzante. Il nostro paesaggio si tropicalizzerà, forse torneremo ai tempi del periodo precedente alla piccola glaciazione, ossia a cavallo dell'anno mille (dall'800 d.c. al 1300 d.c.), quando la Groenlandia (terra verde) era veramente verde, e quando nell'Inghilterra altomedievale si coltivava la vite.

    Chissà quale scenario sarà il più credibile, sta di fatto che parte di questi effetti non sarà mitigabile entro i prossimi 100 anni, oramai può darsi che si sia troppo avanti. Cerchiamo però di capire cosa potrebbe rallentarli, cosa potremmo fare per assorbirli meglio, come sarà possibile fermarli se ciò dipendesse veramente dall'uomo.

    Effetto serra/3: se dipende dall'uomo, Kyoto non è la soluzione

    Il protocollo di Kyoto è l'accordo con cui moltissimi Paesi sviluppati, uniche eccezioni di rilievo Stati Uniti e Australia, hanno deciso di limitare le proprie emissioni e di ridurle complessivamente di circa il 5% rispetto ai livelli di emissione dell'anno 1990, entro il 2012. Questa misura si articola nel protocollo in una serie di quote di riduzione nazionali calcolate secondo una serie di parametri variabili. Per l'Italia tale quota è pari al 6,5% delle nostre emissioni del 1990.

    Dobbiamo però tenere conto del fatto che le nostre emissioni sono finora cresciute del 10% ed entro il 2010 saranno cresciute del 15%, quindi la riduzione reale da farsi sarà più che doppia. Il totale ammonta all'incirca a 112.000.000 di tonnellate di CO2, una cifra esorbitante. Ovviamente l'Italia non potrà rispettarla se non comprando almeno un 60% del totale sul mercato delle quote di riduzione, ossia di quelle quote di eccesso di riduzione che altri stati saranno disposti a venderci. Questo costerà allo stato italiano solo di importazioni di quote, cioè di carta bollata certificante la nostra incapacità, un peso variabile tra 1,5 miliardi di Euro e 4 miliardi di Euro, all'anno, escludendo da tale calcolo eventuali sanzioni che potrebbero imporci. Praticamente lo stesso costo di un taglio fiscale pari a metà dell'IRAP sul lavoro... Corrado Clini, direttore generale del Ministero dell'Ambiente, ha stimato un costo per lo stato di circa 12,5 miliardi di Euro per il rispetto complessivo del patto, quasi 250 Euro per ogni cittadino. Il costo economico per il sistema sarà enorme, lo 0,5% del Pil, tralasciando di contare i posti di lavoro non creati.



    Tutto ciò è stato deciso ammettendo tra i governi, quasi unanimemente, e senza prova scientifica, che l'effetto serra dipenda solo o principalmente dall'uomo e dalle sue attività industriali. Ciò che ha spinto i governi alla sciagurata scelta di accettare Kyoto è stato probabilmente il miraggio di un tornaconto elettorale tra gli ambientalisti. Non certo un ragionamento scientifico, infatti per ridurre o eliminare il trend di aumento dell'effetto serra, ove esso dipendesse effettivamente dall'uomo, bisognerebbe tagliare le emissioni del 50-60%, ciò vorrebbe dire chiudere il 60% delle centrali elettriche a combustibile fossile e delle fabbriche che sfruttano calore. Una riduzione del 5% e solo nei paesi industriali è infatti qualcosa di tecnicamente inutile, come mostra il grafico. Appare evidente come il protocollo di Kyoto non sia all'acqua di rose... ma più direttamente all'acqua e basta: un protocollo quasi inutile e costoso, basato su un assunto di fede.

    Certamente ha fatto bene Altero Matteoli a fare un passo indietro cercando di tenere l'Italia fuori da Kyoto2, ossia il progetto di inasprire Kyoto, poiché nei fatti è un protocollo che pur indicando un problema non ne prospetta alcuna reale soluzione, infatti non si parla del nucleare. Inoltre il protocollo, ove la responsabilità dell'aumento di temperatura sia umana, comunque si dimostrerebbe gravemente insufficiente, quindi sarebbe opportuno cercar di capire come effettuare una riduzione sufficiente ad eliminare il problema.

    Riduzione che se necessaria dovrebbe essere dell'ordine dei 50 punti percentuali delle emissioni totali mondiali di gas serra. I principali cicli che emettono gas serra nell'ambiente sono la produzione elettrica, il riscaldamento delle abitazioni e varie produzioni industriali, particolarmente la produzione di cemento. Insieme ovviamente ai trasporti. Evidentemente non si può ridurre del 60% la produzione industriale, poiché ciò è insostenibile dal punto di vista economico.

    D'altro canto pensare di trasformare tutti gli impianti di riscaldamento attuali, termici, in impianti elettrici significa andare incontro ad aumenti enormi della richiesta di energia. Pensare di fermare la produzione energetica da fonti fossili di punto in bianco è follia. L'unico modo per cambiare il sistema dei trasporti è il ricorso massivo all'idrogeno, ma ciò implica grandi quantità di energia e di calore concentrati per la sua produzione. Messo da parte, si spera, il sogno rinnovabile, fino al reattore a fusione, dal fronte innovazione non verrà nulla di significativo in termini di aumento sostenibile economicamente della potenza installata.

    Di conseguenza l'unico modo per permettere la riduzione simultanea della CO2 e del CH4 e l'aumento della richiesta elettrica, dovuto al cambio del sistema dei riscaldamenti in elettrico, e a produrre i miliardi di tonnellate di idrogeno necessari a sostituire il petrolio, è il ricorso massiccio e prioritario all'energia nucleare, sia sul piano dei costi che su quello delle emissioni.

    Emissione CO2 (m3/anno)(Dati Cirn e Ain) impianto 1000MWe

    Nucleare 0

    Olio 2.300.000.000

    Carbone 3.000.000.000

    Gas 1.500.000.000

    Questa tabella va però integrata riportando come il vantaggio del gas sul carbone e sul petrolio sia in realtà puramente teorico, poiché la molecola del gas metano (CH4) è 25 volte più efficiente di quella della CO2 ai fini dell'effetto serra, ergo la dispersione di anche solo l'1,5% del gas attraverso la catena produttiva basta a pareggiare l'effettivo aumento di CO2 che si avrebbe usando il carbone.

    Il confronto si sposta dunque tra il nucleare, il petrolio e il carbone. Dal punto di vista dell'inquinamento la superiorità del nucleare è evidente, dal punto di vista economico lo è altrettanto, anche se in maniera meno trionfale.

    Costi di produzione (Dati Cirn e Ain)
    impianto 1000MWe Costo totale (Lit/kWh)

    Nucleare 39

    Carbone 72

    Olio combust. 128

    Gas ciclo comb. 115

    Solare fotov. 679

    Eolico 118


    Al riguardo, e qui concludiamo, sarebbe opportuno citare le recenti parole di un ambientalista catastrofista, tipico Homo Kyotu, folgorato sulla via di Damasco dal nucleare:

    «[...] The only technology ready to fill the gap and stop the carbon dioxide loading of the atmosphere is nuclear power.

    Nuclear certainly has problems: accidents, waste storage, high construction costs, and the possible use of its fuel in weapons. It also has advantages besides the overwhelming one of being atmospherically clean. The industry is mature, with a half-century of experience and ever improved engineering behind it. Problematic early reactors like the ones at Three Mile Island and Chernobyl can be supplanted by new, smaller-scale, meltdown-proof reactors like the ones that use the pebble-bed design. Nuclear power plants are very high yield, with low-cost fuel. Finally, they offer the best avenue to a "hydrogen economy", combining high energy and high heat in one place for optimal hydrogen generation.[...]»

    Tratto da Environmental Heresies di Stewart Brand, praticamente indiscusso guru dell'ambientalismo americano, pubblicato sulla prestigiosa rivista del M.I.T. TechnologyRewiew

    Giovanni Basini

    tratto da www.ragionpolitica.it
    _
    P R I M O_M I N I S T R O_D I _P O L
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    Presidente di Progetto Liberale

  4. #4
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    Predefinito tratto da http://www.pri.it

    Italia, un bilancio energetico/Quando anche la nostra competitività finisce per risentirne

    Il "no" al nucleare e l'utilizzo massiccio di petrolio

    "Energia vs competitività" è il convegno che si è svolto a Bologna martedì 8 novembre. Riproduciamo la relazione di Francesco Nucara.

    di Francesco Nucara
    Segretario Nazionale P.R.I.

    La conferenza nazionale sull'energia, tenutasi nel 1987, viene a ragione considerata l'inizio "storico" della crisi energetica italiana, confermata definitivamente dal fallimento dei tentativi di pianificazione: di fatto tre piani energetici nazionali e due piani dei trasporti vennero accantonati. Il sistema politico non seppe - o comunque non volle - far proprie le indicazioni unanimi che il sistema tecnico-scientifico ed il sistema economico-industriale gli suggerivano: così il dopo-Chernobyl fu caratterizzato, in massima parte, da una adesione alle analisi ideologiche che provenivano dal sistema ambientalista.

    Qualcuno ricorda come, anche autorevoli esponenti del mondo accademico giungessero a sostenere, allora, che l'energia nucleare da fissione non sarebbe stata mai una fonte sostanziale di approvvigionamento energetico mentre, per contro, la fusione nucleare controllata era quasi a portata di mano ed avrebbe condotto - entro il 2015 - alla produzione del primo chilowattora. Si poteva, dunque, rinunciare tranquillamente alla prima affidandosi all'arrivo imminente della seconda.

    Oggi sappiamo che purtroppo così non è stato.

    Gli stessi ricercatori che lavorano ai progetti di fusione nucleare (ad esempio nell'ambito della JET o della ITER, le joint venture internazionali) rinviano il raggiungimento del loro obiettivo a dopo il 2040. E senza alcuna certezza.

    Nel frattempo, il consumo energetico mondiale è, come sappiamo, destinato ad aumentare - tra il 2000 ed il 2020 - del 60%, circa, a causa della crescita demografica, della persistente urbanizzazione e dello sviluppo economico e industriale, mentre il consumo di elettricità, la forma più versatile di energia, aumenterà, quasi, del 70%: non è più ipotizzabile, dunque, che la crescita della domanda possa essere soddisfatta con i combustibili e le tecnologie tradizionali, assurte, talora, a concreta minaccia non solo dell'ambiente naturale e della salute pubblica ma anche della stessa stabilità internazionale. L'attenzione, nell'ultimo decennio, si è rivolta, necessariamente, alle fonti rinnovabili tanto classiche, con la produzione di energia idraulica o geotermica, quanto innovative, con lo sviluppo di energia solare termica e fotovoltaica o, ancora, eolica; accanto, beninteso, ai combustibili "alternativi" derivati da rifiuti, biomassa e biocombustibili. Già il summit di Johannesburg, nel 2002, aveva suggerito, in alternativa ai combustibili fossili, l'opportunità di utilizzare tecnologie per le energie rinnovabili.

    In Italia - in assenza del nucleare quale unica alternativa valida ai combustibili fossili - il cammino della politica energetica fu necessariamente quello della incentivazione delle fonti rinnovabili.

    Orbene il motto "Ricerca, innovazione e sviluppo" (all'insegna del quale è stato correttamente proposto questo convegno) rischia di costituire solo una espressione di moda ed una vuota formula magica di nuovi apprendisti stregoni, qualora si dovesse prescindere dall'oggettività dei numeri.

    Voglio dire - provocatoriamente - che spesso il linguaggio della politica si rifugia dietro le frasi convenzionali e le parole di facciata ed ha maggiori difficoltà ad affrontare una realtà di cifre, stime, percentuali, insomma di "quantità".

    Per un volta, allora, mi sottraggo alla tentazione della paludosa parola politica e cerco una sintesi - al termine di queste poche ed intense ore - con l'intento di affidarmi quasi esclusivamente a dati oggettivi, per definire ed esplicare i concetti.

    Cosa significa quindi, in concreto, ricerca, innovazione e sviluppo in materia energetica?

    Significa, in primo luogo, che, in Italia, gli addetti al settore fotovoltaico sono 1.000, contro i 6.000 del mercato tedesco e gli oltre 15.000 di quello giapponese. Ora, le rinnovabili sono energie e non magie: sono fatte da uomini e mezzi, per cui, con ogni magnanimità di lettura dei numeri, mille soggetti impiegati sono solo mille lavoratori di un settore che, a giudicare da tale parametro, è - innanzitutto - microscopico. Ma lo è, purtroppo, l'intero settore delle energie rinnovabili, in valore percentuale, rispetto alla sua produttività. Le fonti rinnovabili hanno coperto, nel 2004, appena il 7 per cento della domanda energetica nazionale: se poi andiamo a scomporre il dato stesso delle rinnovabili, scopriamo che la percentuale più elevata (pari al 60 per cento) è ancora affidata all'energia tradizionalmente alternativa, vale a dire l'idroelettrico, mentre eolico e solare non arrivano, assieme, al 3 per cento.

    Questi dati sono, peraltro, in controtendenza rispetto all'Europa: Germania e Spagna conoscono trend di crescita per le tecnologie fotovoltaiche davvero notevoli e la Danimarca, ad esempio, primeggia per crescita produttiva in relazione alla produzione di energia eolica.

    Inoltre, non devo essere io a rammentare che, a fronte di tale sostanziale stagnazione nel settore delle rinnovabili, la domanda complessiva di energia elettrica in Italia, nel 2004, ha conosciuto un incremento dell' 1,5 % rispetto all'anno precedente: ciò significa che, con un tasso di crescita dell'economia attestato all' 1,2 %, si configura un aumento dell'intensità elettrica del Pil pari allo 0,3 % rispetto al 2003.

    Queste cifre sono strumento opportuno per sostenere ed argomentare concetti. Fino a questo momento, infatti, i numeri mi dicono che consumiamo più energia, ma non affrontiamo tale maggior domanda con le fonti rinnovabili, statiche a livelli di quasi insignificanza.

    Dominano le energie tradizionali

    E, difatti, alla maggior domanda si è fatto fronte con una maggiore offerta dell'energia tradizionale prodotta nel territorio italiano, offerta che ha raggiunto circa l' 86 % del fabbisogno, con un incremento del 3,7% rispetto al 2003, mentre il rimanente 14 % è stato coperto con importazioni nette, in calo tuttavia rispetto all'anno precedente, di circa un 10 %.

    E le cifre dicono ancora che un incremento sia pure minimo, sia pure poco incidente sui grandi numeri dei consumi, c'è anche nell'ambito delle energie alternative: la produzione delle geotermiche, eoliche e fotovoltaiche risulta aumentata del 7,1% rispetto al 2003 ed, in particolare, la fonte eolica conosce incrementi addirittura nell'ordine del 26 %.

    Al di là delle percentuali ovviamente relative, che cosa significa?

    Che consumiamo di più e che questo surplus di consumi è fronteggiato con una maggiore produzione di energia tradizionale interna; che siamo ben lungi dal raggiungere l'autonomia energetica, ma che, complessivamente, affrontiamo la maggior domanda non già incrementando l'acquisto dall'estero, ma forzando una produzione lorda tutto sommato tradizionale.

    Dico "tutto sommato" perché, se è vero che le cifre ci danno valori percentuali in crescita delle alternative, è altrettanto indubbio che, in termini di valori assoluti e, soprattutto, di comparazione con i valori medi europei, la quota di energia elettrica ricavata da fonti alternative è ancora estremamente bassa.

    Oggetto di mercato? No

    Si dirà che in Italia l'energia come oggetto di mercato è appena agli albori, un neonato da far crescere; che dopo quarant'anni di statalizzazione, la liberalizzazione del mercato è partita solo cinque anni fa e che fino all'1 luglio dello scorso anno - prima, cioè, dell'estensione della soglia di idoneità a tutti i clienti non domestici - gli stessi contorni della liberalizzazione erano incerti. Si dirà che un mercato che conosce solo oggi lo spostamento di ingenti quantitativi di energia dal mercato vincolato (che ha conservato, comunque, nel 2004, una quota pari al 51 % dell'intero mercato) a quello libero non è ancora un mercato assestato e, anzi, non è ancora un mercato in senso pieno. Tutto vero.

    Ma è proprio questo il problema dell'energia in Italia, la variabile che rende, nel nostro Paese, assai più complessa la pianificazione strategica, per il Governo, per affrontare le sfide del futuro sui risparmi energetici e sulle alternative.

    Difficili piroette

    Dico questo perché, mentre in Italia ci assestiamo con difficoltà nel mercato dell'energia; mentre cerchiamo di evitare - con una piroetta economica assai difficile - di consumare di più, producendo di più, senza indebitarci, però, di più con l'estero e cercando di più il ricorso alle alternative, l'Europa e la Comunità internazionale non ci aspettano più.

    La complessità del problema energetico è oggi rappresentata, in realtà, da impegni internazionali che risultano ineludibili e che, soprattutto, sembrano temporalmente incompatibili con i tempi di assestamento e di "recupero" delle energie alternative di cui un mercato interno appena liberalizzato necessita.

    In breve, quello dell'energia non è un mercato chiuso, indifferente al contesto internazionale ed impermeabile alle variabili che l'adesione ai trattati sovranazionali impone.

    Ecco allora che il meccanismo semplice: "maggiori consumi, maggiore produzione, incremento delle energie alternative", conosce una variabilità in ragione di fattori che non direttamente attengono alla produzione energetica in sé, ma che incidono indubbiamente su di essa.

    Provo a sintetizzarli.

    Obiettivi di riduzione

    Innanzitutto dobbiamo fare i conti con la riduzione delle emissioni in ambito UE e per l'attuazione nazionale del Protocollo di Kyoto. L'obiettivo di riduzione assegnato all'Italia pare modesto in valore assoluto, essendo di appena il 6,5 %, la metà circa di quanto prescritto alla Gran Bretagna (- 12, 5 %), un terzo circa di quanto è obbligata la Germania (- 21 %). Ma queste cifre non devono ingannare, nel senso di ritenere il nostro Paese in una situazione privilegiata, perché chiamato a "ridurre" una percentuale inferiore di emissioni. In realtà, i maggiori oneri di riduzione sono stati posti a carico di paesi aventi struttura produttiva a bassa efficienza e ad alto impiego di carbone; viceversa, l'Italia (o anche l'Olanda, che si trova nell'identica posizione) sconta il minor valore assoluto della riduzione, con un livello di efficienza già raggiunto e senza avere un sistema energetico ad alto impiego di carbone, come Inghilterra e Germania. Attuare la riduzione con la contemporanea acquisizione di efficienza produttiva o limitando l'alto impiego di carbone, costa marginalmente meno di quanto costi ad un sistema, come quello italiano, che aveva già raggiunto il proprio livello di efficienza intorno al 1990 e la cui produzione energetica non contemplava un alto impiego di carbone. Ecco perché ridurre, per l'Italia, solo di un 6,5 % costa di più che, per la Gran Bretagna, ridurre di quasi il doppio (12,5 %) e per la Germania di quasi il triplo (21 %). Oltretutto, la percentuale "italiana" accettata nel 1998 si fondava su di uno scenario non più attuale, per l'innesto di ulteriori obiettivi che hanno interagito con il sistema quali variabili assai "pesanti".

    Non dimentichiamo, infatti, che solo nel 2001 (dunque dopo tre anni circa della fissazione della percentuale di riduzione citata) è stata assunta, quale priorità in ambito energetico, la sicurezza degli impianti attraverso il c.d. decreto "sblocca centrali" proposto dapprima da Enrico Letta e coltivato, nell'attuale governo, dal suo successore, Antonio Marzano, ed infine approvato dal Parlamento. Ora - per citare ancora un dato - l'obiettivo della sicurezza energetica comporta che, ad esempio, le emissioni di anidride carbonica per il settore elettrico avranno, prevedibilmente al 2010, una crescita stimata di oltre il 20 %.

    Obblighi di riduzione

    Pensare, dunque, ad una strategia per la futura governance dell'energia significa non solo considerare il fabbisogno; limitare l'indebitamento con l'estero, non eccedendo nelle importazioni; avviare il programma delle alternative; migliorare la liberalizzazione del mercato e rafforzarlo con l'auto-produzione; rispettare le riduzioni di Kyoto, badando, senza la costruzione di nuovi impianti, a convertire il termoelettrico ad olio combustibile in centrali combinate a gas naturale; ma anche rispettare l'impegno della sicurezza energetica, con i connessi incrementi di emissione che confliggono con gli obblighi di riduzione di Kyoto e con le esigenze di fare energia guardando ai conti dello Stato.

    Nondimeno, la politica del Governo ha, proprio in questo intricatissimo ginepraio di variabili conflittuali, ottenuto un significativo successo, proprio sul piano dell'attuazione della direttiva "Emission Trading" (2003/87/CE) che istituisce il mercato di emissione all'interno della Comunità Europea. Dopo un faticoso negoziato con la commissione Europea, conclusosi lo scorso 31 maggio, in merito al Piano Nazionale di assegnazione delle quote di CO2, è stato sancito, in quest'ultimo, per il periodo 2005-2007, un aumento delle emissioni del sistema industriale del 10%, contro un'ipotesi iniziale di riduzione del 6,5%. Tale originaria percentuale avrebbe comportato un tetto di 200 milioni di tonnellate/anno di anidride carbonica, con una drastica riduzione della produzione nazionale o, in alternativa, con costi marginali elevatissimi per la ulteriore riduzione di CO2.

    Eventualità scongiurata, per fortuna: ma l'innalzamento, a 232,5 milioni di tonnellate di CO2/anno "strappato" alla Commissione, incide sul programma energetico nazionale, se è vero che, in cambio, l'Italia ha assunto l'impegno sia a dare piena attuazione alla direttiva europea sulle fonti rinnovabili 2001/77/CE, sia a ri-finanziare, presso la Banca Mondiale, l' Italian Carbon Fund, al fine di garantire, per il triennio 2006-2008, una adeguata disponibilità di "crediti" per coprire l'eventuale sforamento tra il tetto dei permessi attribuiti all'Italia e le emissioni effettive.

    L'alta efficienza

    Accanto a tale problematica, l'ulteriore strategia per il futuro energetico del Paese è rappresentata dalla messa a punto e diffusione di motori industriali ad alta efficienza.

    L'aumento dell'efficienza energetica nel settore industriale costituisce uno strumento primario per attuare il risparmio energetico, riducendo le emissioni di gas serra. Il risparmio stimato per tale progetto è di 7,2, TWh (Terawattora) con un corrispondente abbattimento di CO2 fino a 3,6 milioni di tonnellate/anno.

    Proprio tale ultimo profilo, mi introduce alla possibilità di accennare, sia pure per sintesi, agli ulteriori programmi e progetti pilota nazionali, che affiancano, nella politica energetica del Governo, quelli internazionali.

    Innanzitutto, per i fini che qui interessano, mi pare di grande rilievo politico e programmatico il progetto che prevede la produzione di elettricità, calore e frigorie attraverso la piccola cogenerazione distribuita ad alto rendimento. Ancora una volta, tale progetto consente il raggiungimento di un doppio obiettivo: coprire, entro il 2012, il 20% circa della domanda nazionale di elettricità ed abbattere circa otto milioni di CO2 all'anno.

    Ovviamente, sono già in stato avanzato due progetti pilota, con know how tutto italiano, per la realizzazione di pannelli fotovoltaici a film sottile ad alta efficienza e per la produzione ed immagazzinamento di calore ad alta temperatura a partire dalla captazione di energia solare, il cosiddetto "progetto Archimede".

    Ancora: è già finanziata ed in fase di attuazione la progettazione e la realizzazione di un distretto con produzione decentrata e distribuita di energia elettrica, al fine di trarre economie di scala per la gestione della rete di distribuzione, che rendano la struttura del sistema elettrico nazionale più flessibile e compatibile con l'ambiente.

    Intendo ancora sottolineare - in ragione delle potenzialità applicative immediate - l'avvenuta istituzione dell'Osservatorio Nazionale sulle fonti rinnovabili e l'efficienza negli usi finali dell'energia, attivo fin dal marzo 2005.

    Funzione di stimolo

    Esso ha soprattutto una funzione di stimolo nei confronti dell'Autorità per l'elettricità ed il gas, nonché del Gestore della rete, con lo scopo di assicurare il pieno rispetto della normativa nazionale ed europea, in relazione alla priorità di erogazione, nella rete elettrica, della elettricità proveniente da fonti rinnovabili. Questa azione è costantemente sostenuta dal Ministero dell'Ambiente, al fine, soprattutto, di vincere la resistenza "culturale" all'uso ed alla diffusione delle fonti rinnovabili in Italia. Inoltre, l'Osservatorio sta svolgendo un ruolo di fondamentale importanza anche rispetto alle Regioni ed alla conseguente diffusione delle rinnovabili sul territorio.

    E' stato, oltre a questo, emanato il decreto che avvia la prima fase dell'incentivazione della produzione di energia elettrica mediante conversione fotovoltaica della fonte solare. Il decreto ha registrato un immediato successo: le domande presentate nella prima scadenza del 30 settembre del 2005 hanno infatti già saturato i limiti di potenza installata previsti.

    Campagna di informazione

    E' stata pure avviata la campagna di informazione e comunicazione a favore delle fonti rinnovabili e dell'efficienza negli usi finali dell'energia mentre sono in fase di emanazione una serie di decreti, aventi ad oggetto la promozione delle fonti rinnovabili per il triennio 2007-2009.

    In particolare, sono previsti incrementi di quota minima di elettricità da fonti rinnovabili; si vuole incentivare la produzione di energia elettrica dalla fonte solare mediante cicli termodinamici; è in programma l'individuazione di rifiuti - e combustibili derivati dai rifiuti - ammessi a beneficiare del regime giuridico riservato alle rinnovabili per la fissazione dei valori di emissione consentiti; sono state fissate le linee guida per lo svolgimento del procedimento autorizzativo degli impianti ed il loro corretto inserimento.

    Viceministro ma anche segretario

    Il mio intervento si è svolto finora sul piano istituzionale ribadendo le posizioni ufficiali del Ministero dell'Ambiente più volte sostenute dal Ministro Matteoli.

    Adesso desidererei affrontare gli argomenti trattati come segretario del Pri.

    Vorrei esprimere provocatoriamente qualche mia perplessità che derivo pur sempre dall'analisi di "numeri" e dal mio personale impegno a scorrere i fatti con lo sguardo asettico della razionalità. Premetto immediatamente che non nutro alcuna riserva nei confronti delle fonti rinnovabili alle quali può e deve (come abbiamo visto) competere un ruolo importante - tuttavia sempre termodinamicamente realistico - nella copertura del fabbisogno energetico italiano.

    I dati relativi all'investimento per lo sviluppo delle rinnovabili nel periodo 1981/2002 sono forniti dal Ministero delle Attività Produttive e consentono di stimare in circa 99.000 miliardi di lire (ovvero 51,1 miliardi di euro più del triplo della Finanziaria 2004) l'impegno complessivo sostenuto dallo Stato per il rilancio del settore.

    Alla fine del 2003, i dati ci dicono che le rinnovabili contribuiscono per il 6,5 % della copertura del nostro fabbisogno energetico complessivo. Ora, però, questo contributo è, più che altro, legato alle fonti classiche (idroelettrico e geotermico) nonché alla legna da ardere; le fonti innovative e quelle alternative rivestono un ruolo marginale.

    Vogliamo scomporre il dato in riferimento alla produzione di energia elettrica?

    Se le rinnovabili sono classiche

    Complessivamente le rinnovabili hanno fornito il 17,9 per cento dell'energia elettrica, attribuibile, però, per la quasi totalità alle rinnovabili classiche: nell'ordine del 15,6 per cento all'idroelettrico; dell'1,8 per cento geotermoelettrico e di uno 0,5 per cento ascrivibile alle rinnovabili nuove considerate nel loro insieme. Se dovessimo "riferire" questo contributo ai citati 51,1 miliardi di euro ci troveremmo di fronte ai chilowattora più preziosi del mondo. E, come fa efficacemente notare il Professor Spezia, mentre si continua a gridare che lo Stato non ha fatto e non fa abbastanza e che le rinnovabili costituiscono il futuro energetico del paese, il contributo massimo ottenibile da esse non coprirebbe, nel 2020 oltre il 5 per cento del fabbisogno interno: secondo le stime fornite dal documento TERES II del programma ALTENER della Commissione europea.

    Le incentivazioni introdotte dal provvedimento CIP 6/92 obbligano il gestore della rete ad acquistare a prezzo "politico" l'energia prodotta da fonti "rinnovabili" o "assimilate". In particolare, il provvedimento differenzia tra: prezzi di cessione dell'energia elettrica prodotta da impianti esistenti e prezzi di cessione dell'energia elettrica prodotta da nuovi impianti.

    I contributi complessivi netti per chilowattora prodotto sono stati fissati in modo da rendere competitive la maggior parte delle fonti rinnovabili; per esempio, il chilowattora prodotto da nuovi impianti fotovoltaici o a biomassa è stato pagato anche oltre trecento lire (in valuta del 1997). Ebbene, pure a fronte di questo meccanismo di incentivazione il mercato non ha risposto sino ad ora in misura sufficiente.

    Le nuove fonti rinnovabili possono certamente fornire un contributo importante in un'ottica di razionalizzazione dei consumi energetici, ma sono destinate dalla termodinamica ad avere un "ruolo integrativo", non "sostitutivo", rispetto alle fonti fossili ed al nucleare.

    Il bilancio energetico complessivo del nostro Paese dipende per l'82 per cento del fabbisogno dall'importazione di fonti energetiche: ciò comporta una spesa annua che, già nel 2003, aveva superato i trenta miliardi di euro. Il fabbisogno nazionale è coperto per il 65 per cento dal ricorso agli idrocarburi. Nel sistema elettrico la situazione è ancor più grave: la dipendenza dall'estero raggiunge l'84 per cento e la dipendenza dagli idrocarburi il 75 per cento.

    Due immediate conseguenze

    Così, a causa dell'impiego intensivo di petrolio nella produzione di elettricità, due sono le immediate conseguenze. La prima di queste è costituita dai problemi sempre più imponenti della salvaguardia dell'ambiente rispetto ad una energia "sporca" che rende di fatto irraggiungibili gli obiettivi di riduzione delle emissioni previsti dal protocollo di Kyoto; in secondo luogo, vanno considerati i dilemmi sempre più pressanti dell'aumento inesorabile della spesa rispetto ad una energia "costosa".

    L'energia elettrica prodotta in Italia, ci fa notare ancora il professor Spezia, costa il 60 per cento in più della media europea, il doppio di quella prodotta in Francia ed il triplo di quella prodotta in Svezia: la capacità italiana di competere sui mercati internazionali è ormai pesantemente condizionata da queste cifre laddove il costo dell'energia grava intollerabilmente sul sistema industriale e pesa inevitabilmente sul bilancio delle famiglie. Con le prime avvisaglie di crisi del mercato petrolifero (in Europa dopo la crisi degli anni Settanta) i paesi industriali hanno avviato politiche di diversificazione del mix energetico che hanno sostanzialmente condotto ad una progressiva riduzione del contributo degli idrocarburi unitamente ad un progressivo, parallelo incremento del carbone e dell'energia nucleare.

    Abiura italiana

    Non così è stato in Italia, dove l'abiura al nucleare ha determinato un aumento del ricorso agli idrocarburi al punto che, è stato calcolato, l'Italia brucia più petrolio per produrre energia elettrica di quello impiegato per lo stesso motivo in tutti gli altri paesi europei messi insieme.

    Attuare il Protocollo di Kyoto, secondo le valutazioni del Ministero dell'Ambiente costerebbe, oggi, all'Italia 360 dollari per abitante a fronte dei cinque della Germania e dei tre della Francia che "dipendono" dal nucleare la prima per il 33% e la seconda per il 78%.

    Concludendo, vanno benissimo le energie rinnovabili, ma le stesse devono essere congruenti con un sistema industriale moderno, efficiente ed efficace.

    La politica ambientale deve essere intesa come incentivo allo sviluppo, non come freno.

    Francesco Nucara
    Segretario Nazionale
    Partito Repubblicano Italiano

  5. #5
    Mé rèste ü bergamàsch
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