Da il Gazzettino
Sabato, 12 Novembre 2005
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QUANDO IL NORDEST SI CHIAMAVA TRE VENEZIE
di SABINO ACQUAVIVA

Qualcuno ricorda le carte geopolitiche dell'Italia di cinquanta anni or sono? In quelle carte era indicata, al Nord-est, una macroregione chiamata Tre Venezie che comprendeva La Venezia Tridentina, la Venezia Giulia e il Veneto. In quegli anni l'area non aveva reali poteri politici o di altro tipo, era soltanto l'espressione di una unità culturale di tre regioni italiane.
Dopo la guerra quell'unità fu frantumata da politici e amministratori che vollero lasciarsi alle spalle la storia. D'altronde quella regione aveva già perduto da lungo tempo la Dalmazia, salvo Zara, e dopo l'ultima guerra anche l'Istria.
E' rimasta un'unità culturale e in parte linguistica che ha superato ogni evento storico. Alcuni anni or sono andai in Istria e in Dalmazia per un servizio televisivo ritrovando alcune commoventi tracce del passato, di una lingua veneta ormai quasi scomparsa. Erano, quelli e i precedenti, anni in cui i nostri amministratori pensavano ai gemellaggi con Los Angeles dimenticando che esistevano Pola, Fiume, Zara, Spalato, come d'altronde Ajaccio e Bastia di Corsica.
Tutto questo mi è tornato alla mente quando ho letto dei comuni che vogliono lasciare il Veneto per entrare nel numero dei privilegiati che fanno parte di una delle due regioni a statuto speciale Trentino Alto Adige, l'ex Venezia Tridentina, e Friuli Venezia Giulia. Di qui la proposta di fondere il Trentino Alto Adige e il Veneto. Dietro tutto questo, mi sono detto, ci sono anche dei banali, o forse non banali, interessi economici locali.
Ma perché non volare più alto? Perché non puntare a una macroregione che comprenda lo spazio di quella cultura antica sintetizzata geograficamente dalle Tre Venezie? La regione sarebbe ben diversa dalle altre regioni italiane, al suo interno si assisterebbe a un ricco confronto fra le diverse lingue, italiano, veneto, friulano, sloveno, tedesco, che si parlano al suo interno.
In un ambito così ampio sarebbe tutelata la lingua veneta parlata anche in quella parte dell'Istria che è rimasta italiana, sarebbero difesi il ladino dell'Alto Adige e del Friuli e il tedesco del Tirolo italiano. Inoltre, si potrebbe pensare anche ad una successiva fusione con il Tirolo austriaco in funzione di una maggiore tutela del Sudtirolo e nel quadro di una visione di maggiore respiro dell'Europa intera.
In conclusione, lasciando per un momento da parte gli interessi economici locali di comuni che vogliono passare da una regione all'altra, pensiamo al futuro di una grande regione, al centro della quale c'è pur sempre una città di interesse mondiale come Venezia.
Si tratterebbe di una regione che, visto il prestigio culturale del suo centro, vista la dinamicità economica, il collocamento geografico, la presenza di più lingue e culture, potrebbe essere un esempio organizzativo per l'intera Europa. O vogliamo continuare a coltivare i nostri ristretti campicelli culturali, linguistici, economici? No, credo sia la strada sbagliata.
Cerchiamo di volare alto, anche formulando programmi e progetti che possono rasentare l'utopia.Durante quel viaggio in Dalmazia la troupe arrivò alle Bocche di Cattaro, l'ultima base militare adriatica ai tempi della repubblica di Venezia, dove alla caduta della repubblica il gonfalone fu seppellito sotto l'altar maggiore del duomo di Perasto dal gonfaloniere di San Marco che pronunciò una allocuzione rimasta famosa.
Un prete slavo conservava in un piccolo museo i ricordi delle diverse epoche della storia di quella regione. Parlava croato, italiano e veneto e per me era il simbolo della possibilità di diventare più maturi, più europei, e di integrare, nell'Unione Europea e nelle sue macroregioni il passato e il futuro della nostra patria, l'Europa.

Sabino Acquaviva