Stefano Vaj

Riflessioni su "La colonisation de l'Europe" di Guillaume Faye
estratto dalla rivista L' UOMO LIBERO numero 51 del maggio 2001
http://www.uomolibero.com


Un punto su cui io, Faye, e quel che resta della Nuova Destra, siamo assolutamente d'accordo è la critica ed il rifiuto dell'assimilazionismo, o del cosiddetto "razzismo integrazionista".


La provenienza francese della più forte denuncia di questa tendenza, sia nelle sue forme esplicite e consapevoli che nelle sue forme latenti, è significativa.

E' infatti la Francia (oltre che in misura minore gli Stati Uniti) la patria di elezione dell'ideologia integrazionista più dura. Ideologia astratta, irrealista, che prolunga il monoteismo politico del giacobinismo, trova il suo seme stesso nella Francia dei Quaranta Re, della Rivoluzione, e del rifiuto del modello imperiale, a favore della negazione tanto di realtà politiche, etniche e culturali sovraordinate, che delle stesse nazionalità diverse stanziate nell' "esagono" francese, represse e cancellate per ottocento anni con una durezza ma soprattutto con una tenacia che ha avuto pochi uguali in Europa.


Tale tendenza si rispecchia immutata nella politica e cultura coloniale francese. Anche gli altri colonialismi non ne sono andati immuni. Ma quello italiano e tedesco si apparentavano soprattutto all'idea di espansione imperiale.Quello anglosassone era in fondo l'espressione di uno sfruttamento mercantilistico di una classe di avventurieri che si autoisolavano pressoché totalmente dalle comunità locali per ricreare caricature periferiche ed impermeabili della società inglese anche nella giungla del Borneo o nella savana africana.Per quanto riguarda la Francia invece diventa un luogo comune lo scenario dei prefetti, dei burocrati e dei gendarmi preposti all'amministrazione dei territori e domini d'oltremare secondo il modello centralista dello stato-nazione, con istitutori al seguito che insegnavano ai bambini senegalesi a ripetere in coro Ils étaient grands, ils étaient blonds, nos ancétres, les Gaulois ("erano alti, erano biondi, i nostri antenati, i Galli"!) e, a frustate, ad apprezzare le virtù repubblicane.


Questa tendenza, oltre ad essere ancor più diffusa nella sua versione "umanitaria", "missionaria" e "redentrice", abita tuttora profondamente, nella sua versione "dura", anche lo spirito di certa destra francese, specie gollista (vedi Charles Pasqua o Alain Griotteray), a partire da un clamoroso fraintendimento del principio sacrosanto secondo cui un popolo non è (solo) una razza, ma è soprattutto un progetto comune. L'"assimilazionismo forzato" non è comunque estraneo anche ad ambienti italiani che si vorrebbero in qualche modo antiimmigrazione, o comunque favorevoli ad un controllo della stessa, ed in particolare ad alcune componenti meno consapevoli dell'ambiente leghista.


La variante pratica e meno intellettualmente paludata di questa inclinazione corrisponde del resto alla versione piccolo-borghese e "di destra" della nostalgia di "un" proletariato, qualunque esso sia, di cui si sente evidentemente la mancanza. Quante volte sentiamo dire: "L' ospite deve rispettare le regole della casa", oppure "Non ho niente contro gli immigrati se rispettano la legge / parlano la lingua / fanno un lavoro onesto / si comportano come gli altri / non sono invadenti / fanno la comunione ogni domenica / si vestono come noi / si comportano da "persone civili" ".

Con sottintesi più o meno allucinatori sulla possibilità, anzi il diritto, di rendere l'immigrato extra-europeo "come noi", possibilmente però più gentile, sottomesso, pronto a lavorare in nero, ed a basso costo, a tempo indeterminato, ed a prestarsi per sempre a fare "i lavori che gli europei non hanno più voglia di fare".


La realtà è invece che l'assimilazionismo può al limite funzionare con minoranze demograficamente insignificanti ed etnicamente prossime. Ma in tutti gli altri casi non è altro che una via accelerata al meticciato etnico e culturale anche per gli "assimilatori"; allo sradicamento brutale e criminogeno degli immigrati dalle loro identità, appartenenze e regole comunitarie, e necessariamente ad una militarizzazione crescente della società, posto che l'integrazione forzata, sino a che davvero non si realizzi una definitiva distruzione dell'identità degli ingredienti (tanto di quello allogeno che di quello autoctono!), può essere mantenuta soltanto attraverso una pressione costante, sostanzialmente poliziesca.


A partire dai gruppi spontanei di prima socializzazione negli asili d'infanzia sino alla composizione del panorama urbano, i gruppi etnoculturali continuano infatti a separarsi come i componenti di un'emulsione di acqua e olio, al punto che quando i "bianchi" sono ormai divenuti irrilevanti, la rivalità etnica esplode, con intensità ancora maggiore, tra gli etiopi e gli egiziani, tra i nigeriani ed i senegalesi, tra i cubani ed i portoricani.

Un famoso fumetto di Lauzier vede una donna bianca della periferia parigina, intervistata da una giornalista di Le Monde sul razzismo, rispondere "Ah, sì, abbiamo un bel problema nel nostro quartiere con l'intolleranza tra i bantù e i mandingo... Cosa? Noi francesi? Boh, di solito nessuno fa a caso a noi, siamo così pochi ... ".


La stessa particolare crudeltà della guerra di Algeria rispecchia del resto l'insopportazione e l'incomprensione giacobina dei motivi per cui alcuni "francesi" di oltremare potessero ad un certo punto aver concepito dei motivi per ribellarsi e per tradire la "patria", posto che pelle, religione, usanze, lingua e geografia non erano che accidenti privi di peso nella visione idealista, astratta e burocratica della patria suddetta fatta propria dal relativo governo.


Un equivalente contemporaneo alla ideologia colonialista modello "francese" è così l'idea, non inaudita neanche in Italia, non solo in ambiente leghista, ma ancora di più tra l'elettorato di Alleanza Nazionale e dei partitini cattolici del Polo, di accoppiare un eventuale e velleitario "controllo" o "limitazione" della immigrazione con una nazionalizzazione forzata degli immigrati, e delle popolazioni etnicamente estranee che hanno già acquisito la cittadinanza, a base di petizioni popolari contro l'edificazione di moschee, di monolinguismo coatto, di divieti all'utilizzo del chador (al punto da rimettere in discussione a tale scopo la tolleranza da sempre in essere per le suore cattoliche). Atteggiamenti che riproducono esattamente tanto la repressione centralista tradizionale contro le minoranze autoctone - specie in Francia (come ben sanno corsi, baschi, bretoni, normanni, occitani ... ), ma anche nel nostro stesso paese (vedi il caso del Sud Tirolo) - quanto d'altra parte il tipo di ideologia "colonialista" sopra descritta, che in questo caso sarebbe applicata ad una sorta di "ricolonizzazione", puramente ideologica e ed a prescindere dall'elemento etnodemografico,... del proprio territorio nazionale, e/o di "manodopera" alla cui importazione ci si è già rassegnati.


Anzi, al contrario che nella prospettiva "imperiale", italo-tedesca, nella prospettiva del "razzismo assimilazionista" francese, l'ibridazione e il meticciato non solo è irrilevante, ma è un fenomeno positivo in quanto condurrebbe, in tale visione, all' "assorbimento" ed alla "conversione", ieri del "colonizzato", oggi dell'immigrato, da trasformare in un "cittadino" della "repubblica". Ora, è facile notare che tale punto di vista non è altro che la versione "nazionale", "politicizzata" ed autoritaria, della globalizzazione e normalizzazione planetaria imposta dal Sistema, come la rivoluzione francese e Rousseau lo sono di quella americana e di Locke.


Questo atteggiamento è certamente "razzista", in quanto prende in conto l'identità culturale ed etnica dell'Altro per abolirla ed integrarla ad un modello proprio, ma non ha nulla a che vedere con l'etnocentrismo identitario europeo (o del resto africano, giapponese, etc.). La dimostrazione della assoluta confusione mentale che regna al riguardo è data dalla definizione in termini di "pulizia etnica", con riferimenti più o meno espliciti al nazionalsocialismo (!) della supposta politica di stupro di massa in Jugoslavia, il cui risultato in termini procreativi ovviamente non potrebbe che essere diametralmente opposto a qualsiasi obbiettivo di difesa o "purificazione" della identità etnica cui gli stupratori appartengono. E qui siamo ancora tra gruppi che, pur denotati da forti rivalità storiche, e perciò da un'inevitabile accentuazione polemica delle differenze esistenti, vivono nella medesima regione da secoli, e presentano da secoli un forte intreccio di componenti politiche, linguistiche, genetiche, religiose, eccetera, che non ha nulla che vedere con la ipotizzata convivenza, negli stessi quartieri e negli stessi stabili, di popolazioni provenienti da tutti i possibili estremi dello spettro offerto dalla specie umana e dalla geografia.


Così, l'assimilazionismo "di destra" pensa tuttora di celebrare i propri complessi di superiorità nel tentativo di forzare gli immigrati (che si crede di poter importare "a comando", aprendo e chiudendo il rubinetto secondo le necessità congiunturali del momento) a diventare... caricature di europei, con la riserva mentale di avere una riserva di schiavi a pronta disposizione; esattamente come l'assimilazionismo catto-comunista vede in fondo di buon occhio l'immigrazione per l'idea di convertire meglio gli extraeuropei alla democrazia, all'umanitarismo ed alle religioni locali, con la riserva mentale di avere una nuova massa di diseredati su cui rilanciare le vacillanti fortune delle proprie strutture militanti.

E quasi inutile rilevare come nel medio termine i risultati sono destinati a ripercuotersi inevitabilmente contro gli stessi apprendisti stregoni, posto che il tentativo di assimilazione forzata di importanti flussi migratori fortemente eterogenei genera in realtà, ancora più della politica "multicomunitarista" della società a macchie di leopardo su cui torneremo, costi sociali (e cioè alla fine costi economici!) spaventosi, odio e scontri razziali, ed una società povera, poliziesca, spaventata, ibrida, sperduta, confusa, violenta, in cui né gli interessi della borghesia bianca né i valori "buonisti" hanno più grande corso, ed in cui la politica si trasforma in una questione di pure appartenenze di tipo tribale.


L'esplosiva situazione francese dei nostri giomi riproduce del resto, mutatis mutandis, il profondo riflusso verificatosi negli ultimi vent'anni nel Paese che del melting pot fa il suo stesso mito di fondazione, ovvero gli Stati Uniti d'America, in cui sono le stesse "minoranze", o meglio le componenti etniche meno favorite, a righettizzarsi, ricreando comunità omogenee in diffidente convivenza o aperto conflitto con le altre confinanti, dotate della propria vita sociale, civile e religiosa, della propria economia locale più o meno legale, dei propri leader, etc.; ed in cui l' "integrazione" tende al più, persino a livello di discorso teorico, a restare la provincia di alcune "zone franche" ed istituzioni comuni, come le forze armate, lo show-business, lo sport professionistico, etc., più che a permeare la vita quotidiana della massa della popolazione.


Con alcune significative differenze, che Faye è il primo a ricordare.

Prime fra tutte il fatto che gli Stati Uniti, a differenza dei paesi europei, si sono formati proprio a partire da una scelta, da un progetto collettivo di rifiuto delle identità e delle appartenenze organiche (pure come si è detto costantemente riemergenti), rifiuto che ne costituisce la stessa ragione d'essere; che tale paese gode tuttora di risorse e spazi immensi, non solo in senso geografico, dove disparate comunità etniche, religiose, etc., possono permettersi, almeno al di fuori dei grandi conglomerati urbani, una condizione di relativa segregazione; che alla natura composita della base sociale americana fa riscontro un'immigrazione, legale e clandestina, fortemente limitata, ed organizzata sulla base di un sistema di quote, e non una invasione selvaggia di disperati allogeni; che infine il potere di "riduzione" e "controllo" delle identità da parte del sistema americano è comunque il più efficace del mondo, anche a partire dagli enormi mezzi di cui il sistema di potere locale dispone, grazie tra l'altro al suo dominio sul resto del mondo.


Per non contare il fatto che la società americana è molto più brutale e pragmatica (cosa del resto normale per una società di "pionieri", o almeno di loro eredi) di quanto piaccia pensare o sia oggi tollerabile in Europa. Rispetto ad un sistema giudiziario certo in alcuni sensi più "garantista" del nostro, il cittadino americano convive benissimo, non tanto con una pena di morte raramente e tardissimamente irrogata oltre che assai costosa (la spesa per le procedure relative viene quantificato in molte centinaia di migliaia di dollari per ciascuna esecuzione), ma molto più concretamente con una popolazione carceraria di entità dieci volte superiore a quella italiana o francese, con un diritto penale basato su pene edittali elevatissime, e con metodi di controllo sociale - dall'inesistenza di una previdenza degna di questo nome al comportamento pratico sul territorio dei vari law enforcement officers - alquanto spicci per i nostri standard attuali.


Merita ugualmente di essere condivisa la critica radicale di Guillaume Faye alla posizione, rispetto ai problemi posti dalla colonizzazione dell'Europa, dell'attuale Nuova Destra, i cui esponenti propongono oggi come alternativa all'entropia socio-culturale mondiale ed allo snaturamento della civiltà europea il fantasioso scenario di una società multietnica di comunità differenti, radicate ciascuna nella propria specifica identità, sul... territorio europeo!


La rivista Eléments, sin dal 1998 (n. 91), ha pubblicato così un dossier intitolato "La sfida multiculturale", annunciato in copertina dall'immagine di una donna magrebina velata che urla con un megafono di fronte alla CRS (la polizia francese) in assetto da ordine pubblico. Tale dossier, che avevo letto con attenzione data l'autorevolezza che conserva per me malgrado tutto la sede in cui è stato pubblicato, è estesamente citato in La colonisation de l'Europe, che ne critica innanzitutto il titolo.

Già la parola "sfida", dice l'autore, suggerisce che l'immigrazione di massa, la colonizzazione demografica che subiamo sia appunto una sfida da accettare, un dato cui far fronte e cui adattarsi.

"Questo è fatalismo ed etnomasochismo. E poi, perché dire "multiculturale " quando il problema è multirazziale e multietnico? Perché cancellare questa dimensione antropo-biologica e religiosa dell'immigrazione, quando siamo difronte all'arrivo massiccio di popolazioni radicalmente allogene e di un monoteismo teocratico, l'Islam, e non all'apporto "arricchente" di "nuove culture", come infelicemente suggerisce Eléments?

Questo atteggiamento concorre oggettivamente a travestire la realtà rendendola neutra, "simpatica", accettabile, a far passare una colonizzazione aggressiva per una presenza pacifica e fraterna di "altre culture". Si concorre così all'affermazione del discorso della sinistra e dell'episcopato: l'immigrazione sarebbe una ricchezza (culturale, etc.) per l'Europa. Trovo sia un peccato che gli intellettuali della Nuova Destra attuale siano caduti in una tale trappola. Come se il multiculturalismo non fosse già una ricchezza europea autoctona, come se avessimo bisogno di afromagrebini e musulmani... per arricchire il nostro naturale pluralismo di identità tra europei".


Secondo l'editoriale del numero in questione della rivista, "come ogni fenomeno postmoderno, il multiculturalismo.......cerca di conciliare la memoria e il progetto, la tradizione e la novità, il locale e il globale; rappresenta un tentativo di sottrarre alla omogeneizzazione istituzionale ed umana" realizzata dallo Stato repressivo e terapeutico. Il multiculturalismo ed il "comunitarismo" (nel senso di promozione della costituzione e mantenimento di comunità differenziate per ragioni di appartenenza) consentirebbero così di "facilitare la comunicazione dialogica e perciò feconda tra gruppi chiaramente situati gli uni rispetto agli altri" ed offrirebbe "la possibilità per coloro che lo auspicano di non dover pagare la loro integrazione sociale con l'oblio delle loro radici".


Ora, si chiede Faye: ma perché mai le loro radici dovrebbero affondare qui da noi?

A tale ovvio rilievo, rinforzato dalla facile constatazione che nessun Paese extraeuropeo, quelli a forte emigrazione compresi, si sogna di consentire ad altri popoli, costituiti come tali, di tentare qualcosa del genere sul proprio territorio, possiamo aggiungere che tale visione, per quanto possa apparire "moderna", "realista", "costruttiva", "spregiudicata", risulta in realtà fatalista, conservatrice, e soprattutto perfettamente irreale. Ad ogni immigrazione corrisponde necessariamente una emigrazione, che impoverisce, distrugge ed altera i naturali equilibri e le tradizioni della cultura di provenienza, tanto nel Paese abbandonato quanto ovviamente e ancor più nella popolazione che si trasferisce.

Con tutta la simpatia per gli sforzi degli emigrati italiani di conservare una loro identità nei paesi di accoglienza, non crediamo che qualcuno possa provare nostalgia per i paesi svuotati e abbandonati a vecchi, criminali, parassiti, o per la caricatura di "società italiana" ricreata alla meno peggio nelle varie Little Italy da vari disperati in bilico tra la tentazione di integrarsi e la tenace conservazione di abitudini prive di un significato che non sia puramente folcloristico.


Per non parlare della staticità di tale visione, che non considera i flussi tuttora in atto, e la loro potenziale capacità di espellere a termine dal territorio le popolazioni autoctone, dal punto di vista fisico, demografico e politico. Faye fa a questo proposito l'esempio del Kosovo, culla della nazionalità serba e divenuto oggettivamente albanese malgrado gli sforzi del regime di Belgrado, ma tale esempio non ci sembra appropriato, perché si tratta di fenomeni che restano ad un livello in certo modo superficiale, puramente politico e al più linguistico. Un modello più calzante di ciò cui la "società multiculturale" potrebbe portare l'Europa, è forse quello cui ha portato l' "arricchente", certo "diversificante", immigrazione extra-americana ai nativi dell'America del nord. Davvero gli amerindi si godono una società "multiculturale"? Solo se per tale definizione è sufficiente la sopravvivenza di quattro alcolizzati che fumano il calumet per i turisti nelle riserve, i cui figli d'altronde al 95% parleranno solo inglese ed esprimeranno la propria identità al massimo scegliendo se aggregarsi a scuola ad una banda di teppisti portoricani o cinesi. Questa prospettiva, che secondo Eléments concilierebbe "la memoria e il progetto", non ci sembra davvero lasciare alcun spazio né alla prima né al secondo.


Certo, è più trendy, ed anche demagogico (almeno tra gli immigrati stessi e gli intellettuali ossessionati dalla political correctness), "prendere atto" del preteso carattere "irreversibile" della ripopolazione già in essere, ed addirittura del fenomeno migratorio tuttora in corso, e studiare "soluzioni" a partire da questo dato.


La soluzione proposta dalla Nuova Destra è d'altronde nelle sue ultime conseguenze esattamente quella pure combattuta sotto i nomi di Sistema, di americanizzazione, di mondialismo o globalizzazione.

Lo sradicamento territoriale, la proletarizzazione, lo spezzarsi di ogni legame comunitario ed identitario sulla scala che davvero conta, che è quella dei soggetti politici (lo Stato-nazione, il popolo, la regione) trova una compensazione puramente virtuale, consolatoria e consumistica a livello di parrocchie, "riserve", scuole per stranieri, bocciofile tra emigrati di uguale provenienza, etc.

Questo non è nemmeno il modello americano, dove esistono comunque valori federanti, se non altro in negativo; è il modello dell'apartheid, dello "sviluppo separato delle culture" di sudafricana memoria, che non pare finito troppo bene per nessuna delle comunità coinvolte, salvo forse per gli interessi dei circoli affaristici anglo-ebraici; e modello che di sicuro non gode neppure di buona stampa in Europa e nel Terzo Mondo, se è questa che deve davvero essere la nostra preoccupazione principale.


Non si può sfuggire a questa realtà facendo poesia. Leggiamo ancora in Eléments: "Negli ultimi trent'anni, il mondo è entrato in una nuova era marcata dalla disseminazione e reticolazione: le piramidi cedono il posto ai labirinti, le strutture alle reti, il verticale all'orizzontale, i territori ai flussi". L'immigrazione non sarebbe altro che un epifenomeno postmoderno, parte di un processo mondiale, accettabile ed ineluttabile, cui sarebbe illusorio e reazionario opporsi. Ora, sorprende come sfugga agli autori del dossier quanto tale idea risulti impregnata di determinismo e di un fatalismo davvero sorprendente in un movimento di pensiero fondato intorno al rifiuto della visione lineare, provvidenzialista o progressista che sia, della storia.


Come nota Faye, questa visione tradisce inoltre una mancanza di prospettiva geografica e storica (il fenomeno in questione, a differenza della "globalizzazione" contro cui pure si continua a combattere, non ha affatto scala globale; e l'esperienza del passato è ricca di esempi di intensi scambi che non hanno affatto condotto alla distruzione dell'identità e del tessuto sociale dei relativi protagonisti). Ancora, per "anticolonialismo", questo aspetto caleidoscopico, questa natura reticolare del mondo contemporaneo, pare attribuire un diritto di spartizione e colonizzazione del territorio e della società esclusivamente alle popolazioni extraeuropee spinte a trasferirsi da noi, il che è quanto meno difficile da giustificare. Infine, dopo tanto parlare di "comunità e società", questo discorso comporta la rinuncia a veder realizzata in Europa e nei singoli Paesi che la compongono una struttura comunitaria ed organica, a favore appunto dell'impiantarsi sul nostro territorio di una "società di comunità" più o meno utopisticamente confederate da un contratto sociale basato su puri interessi comuni.


Questo genere di tesi nasce in realtà da due ordini di ragioni. Il primo, una deriva ed un equivoco di fondo di carattere ideologico. "Si comincia" nota Faye "a difendere a giusto titolo una concezione politeista della società, contro l'universalismo assimilatore, il centralismo giacobino, il repubblicanesimo egualitario che nega le comunità organiche e le appartenenze etniche a profitto di un individuo astratto, puro consumatore sradicato, "cittadino" disincarnato. Questa visione si oppone al modello americano (e francese) di Stato, il cui "crogiolo " pretende di omogeneizzare i popoli in una massa nazionale animata eventualmente da un patriottismo astratto, ed in pratica da valori cosmopoliti".

Questa visione cioé mira all'inizio a difendere le identità dei popoli europei contro il centralismo degli Stati-nazione prima, e contro l'universalismo messianico e tecnocratico del Sistema poi, che mirano a radere al suolo differenze ed appartenenze; è una visione sì "plurale", ma etnica, radicata. Poi si tracima: il principio di etnopluralismo è esagerato, pervertito.

Si scorda la nozione di prossimità etnica.

Si mettono sullo stesso piano le sacrosante rivendicazioni autonomistiche e identitarie dei bretoni, dei tirolesi, degli scozzesi, dei baschi, dei corsi o... degli italiani del nord - rivendicazioni centrate non da ultimo proprio sui flussi demografici e sul mantenimento del controllo economico ed etnoculturale del proprio territorio contro la minaccia di colonizzazione - e la creazione, addirittura auspicata, di spazi di contropotere di comunità immigrate sul nostro territorio.


Giungiamo così al punto che Carpentier, sempre in Eléments, arriva a scrivere: "In una società plurietnica le culture non devono essere soltanto tollerate nella sfera privata, ma riconosciute nella sfera pubblica, in particolare sotto forma di "diritti collettivi" specifici delle minoranze". Bel quadro davvero. Se il successo di tale tesi improbabilmente si estendesse anche agli ambienti dell'immigrazione anche noi europei di origine, una volta divenuti minoranza, potremo (forse) continuare a regolare i nostri affari interni. Ciò in attesa di essere semplicemente estinti, dopo aver debitamente collaborato, con il nostro esempio di resa, alla occidentalizzazione ed al suicidio culturale degli immigrati stessi. E non si speri che la tolleranza, o addirittura la promozione, del potere delle comunità immigrate sui propri membri abbia effetti limitanti sulla devianza criminale di questi ultimi, Le esperienze storiche di "politica del ghetto" stanno a dimostrare come tali aspettative siano del tutto utopistiche.


Ugualmente, il richiamo fatto in proposito dalla Nuova Destra attuale al modello imperiale, al politeismo politico ed al "diritto alle differenze" appaiono del tutto fuorvianti. Si tratta infatti esattamente di respingere con la immigrazione la riduzione forzata delle differenze e delle appartenenze radicate e plurime, imposta da un monoteismo pratico (l'universalismo dei diritti dell'uomo e dell'indifferentismo tramite folclorizzazione, che in parte cammina anche con le gambe di monoteismi religiosi, in particolare in variante islamica), snaturamento livellatore che rappresenta esattamente la negazione di tale "politeismo". Particolarmente mal scelto risulta in particolare l'esempio dell'impero romano, quando è proprio la Nuova Destra ad aver tante volte sottolineato le conseguenze della sua tragica inclinazione, malgrado occasionali soprassalti di consapevolezza, a considerare superficialmente il dio giudeocristiano "un dio come tutti gli altri", e a concedergli affrettatamente cittadinanza.


Una seconda componente, quasi più psicologica che ideologica, di questo tipo di posizioni è la disperata convinzione che la presenza di comunità organizzate, tradizionaliste ed antioccidentali sul nostro territorio limiti il meticciato (una sorta di "fiducia nel razzismo altrui") e possa persino indurre gli europei a riscoprire, per contrasto e per imitazione al tempo stesso, la propria identità.


Tale convinzione non ha alcun fondamento reale. Innanzitutto, una componente significativa dell'immigrazione mira decisamente e spontaneamente alla integrazione, ed i matrimoni misti, per quanto in media poco stabili, inevitabilmente si intensificano, così come si imbarbariscono le lingue e si alterano i costumi. Lo stesso improponibile sistema delle caste indiano, tragico tentativo di una infima minoranza conquistatrice di non essere subito riassorbita dalle popolazioni conquistate, mostra l'inevitabile erosione di politiche di questo genere; ma qui siamo di fronte non ad una comunità stabile, bensì ad una alluvione migratoria incontrollata, tuttora in atto, eterogenea anche al proprio interno, e denotata da una dinamica demografica superiore a quella delle popolazioni autoctone.


In certo modo, questa posizione si apparente alla cultura puramente difensiva dell'estremismo "bianco" e boero sudafricano, che alla fine del regime non appoggiava affatto il governo "nazionale", ma si diceva: siamo qui da otto o dodici generazioni, siamo qualche milione, in cosa siamo diversi dagli Zulu, facciamo come loro, e trasformiamoci in una tribù, gelosa custode dei propri interessi collettivi in competizione con le altre, invece di farci carico noi di tutti i "problemi" e del governo della società. Un livello di ripiegamento, questo, che nell'Europa contemporanea sembra ancora francamente eccessivo.


Del resto, gli immigrati che rifiutano invece l'assimilazione riescono benissimo ad essere antieuropei - e perciò a richiamarsi polemicamente e propagandisticamente a temi identitari ai fini della propria affermazione come gruppo nella nostra società, siano essi politicanti, intellettuali, mafiosi, o teppisti di quartiere - senza essere senza davvero anti-occidentali, nei comportamenti e nei valori pratici.


La cosa è dimostrata dalla pochissima voglia che hanno di ritomare nei luoghi di provenienza - il cui stile di vita e le cui regole, specie per le donne, i giovani e gli intellettuali, gli sarebbero ormai inaccettabili - anche una volta che hanno eventualmente "fatto fortuna", ed è perciò cessata la spinta della "fame" decantata dagli immigrazionisti. La rivendicazione di quote riservate od orari speciali nella pubblica amministrazione per i musulmani non si accompagna perciò che molto raramente all'aspirazione a ritomare in paesi dove la libertà di parola è sconosciuta, il consumo di alcol è bandito, il clitoride è considerato un inutile ornamento di cui liberare al più presto la sfortunata portatrice, e il taccheggio viene punito con amputazioni al termine di processi sommari.


Del resto, la "fame" in senso letterale è un fattore del tutto secondario nella nuova tratta degli schiavi suscitata dal sistema. Ciò è in particolare dimostrato dal fatto che l'immigrazione proveniente dai paesi in cui le condizioni di vita sono oggettivamente peggiori è più modesta rispetto a quelli relativamente agiati, in cui può essere utilmente agitato sotto il naso delle masse il modello consumista; e dove perciò possono essere più facilmente generati conflitti sociali e culturali tra le rutilanti immagini diffuse dalle televisioni via satellite ed una realtà locale non solo più austera, ma sotto il forte controllo sociale dei modi di vita tradizionali.


Una variante ancora più implicita, o addirittura inconscia, di queste convinzioni "multicomunitariste", è la tacita speranza che nell'instaurarsi del caos etnico-religioso, nel disfacimento del controllo sociale, nell'attribuzione di diritti collettivi alle "tribù" di cui si avvia ad essere composta la società europea, potrebbe scappare negli interstizi una chance per minoranze "scorrette", ad esempio antiegualitarie e "fasciste" di essere "lasciate in pace", o addirittura autorizzate, nel quadro del caleidoscopico patchwork "multiculturale", ad autocostituirsi ed autoregolarsi in qualche misura come "comunità" alla pari con le altre, e idealmente con l'opportunità di farsi polo di attrazione e/o incarnazione residua della "tribù europea".

Questa idea naturalmente rappresenta la rinuncia ad ogni sogno di "Grosse Politik" e l'accettazione del modello, non a caso statunitense, degli Amish, o dei Mormoni fino agli anni Cinquanta, contenti di vivere rinchiusi in un ambiente delimitato ove mettere in qualche modo in pratica le loro idee - ma in questo caso senza neppure uno Utah disabitato dove emigrare per sfuggire alle "contaminazioni". Ed in effetti, nella migliore (e più improbabile) ipotesi, la realizzazione di queste speranze porta dritta al "sogno americano", dove tutto può essere detto - persino ciò che in Italia, Germania e Francia ti porta oggi dritto in galera - e dove... nulla di ciò che dici ha comunque la benché minima importanza, tranne che eventualmente per il tuo piccolo codazzo di "spostati".


Ma naturalmente questi discorsi nel nostro continente non sono altro che fantapolitica da salotto. Non solo mancano gli spazi e la "cultura" per implementare un modello di questo genere, almeno sino al definitivo trionfo del Sistema, ma gli stessi ambienti della immigrazione, al di là di richiami identitari che in Europa appaiono puramente demagogici e "sindacali", sono completamente recuperati ed integrati all'ideologia dominante. La eventuale malafede con cui, da minoranza, sacrificano ovviamente ogni giorno all'altare dei Diritti dell'Uomo, del potere delle organizzazioni internazionali come l'ONU, dell' ecumenismo religioso (naturalmente solo tra religioni "del Libro"), non ha la minima importanza, posto che altrettanta "malafede" può essere ipotizzata anche nei centri del potere mondialista, senza che questo cambi minimamente i valori cui è oggi improntata la nostra società. L'intolleranza verso valori realmente alternativi cresce, anziché diminuire, con l'instaurarsi del caos etnico nella nostra società, in cui la political correctness finisce anzi per diventare l'unico criterio di cittadinanza ed agibilità civile.


Quando vedremo per la prima volta un esponente dell'immigrazione alzare la voce in difesa di un detenuto politico europeo anti-occidentale, o a favore delle minoranze etniche autoctone del paese ospite, ne riparleremo.


Ma c'è di più. Come nota Faye, l' "assimilazionismo forzato" è oggi un bersaglio polemico più che una prassi reale e coerente dei governi europei, che restano in realtà, nel loro sostanziale immigrazionismo, in preda ad un atteggiamento schizofrenico tra l'assimilazione e l' "etnopluralismo" che viene proposto come la grande alternativa alla prima. Tra una campagna contro l'escissione femminile (ipocrita quando la liceità della circoncisione neonatale maschile è nei nostri paesi un dato acquisito che nessuno osa rimettere in discussione ... ) e una protesta "verde" contro le stragi di montoni in qualche festività musulmana, sono sempre di più le voci favorevoli all'adozione di sistemi di quote e di affirmative action, finanziamento alle attività culturali e religiose dei gruppi allogeni, etc. misure tutte tipicamente comunitariste (se per decreto le razze e le religioni "non esistono", non hanno importanza, ovviamente non avrebbe senso attribuire loro percentuali e posti).

.Scrive Faye: "Se sei corso, alsaziano, basco, fiammingo o bretone, ( O PADANO NDR)avrai poche possibilità di ottenere una sovvenzione per una associazione culturale, una scuola che insegna la tua lingua o la tua cultura, una iniziativa che arricchisce il tuo patrimonio etnico europeo; ma se sei cinese, cingalese, nigeriano, e - soprattutto - arabo-musulmano, l'amministrazione sarà attenta alle tue sollecitazioni di finanziamenti, a Parigi come a Bruxelles. A Parigi le feste rituali asiatiche, i giornali "comunitaristi" sono in parte pagati dalla pubblica amministrazione. L'associazione degli Alverniati di Parigi, come quella dei Baschi o dei Bretoni, non possono contare, da parte loro, che sulle proprie risorse. Il signor Tiberi, che ha senza dubbio dimenticato di essere corso prima di essere gollista e cittadino del mondo, si è rifiutato di aiutare le associazioni di insegnamento della lingua corsa. Sarebbe sovversivo, capite bene... In compenso, i centri di insegnamento dell'arabo hanno ricevuto nel 1998 ben 123 milioni di franchi, al fine di poter dispensare gratuitamente i propri servigi. A Parigi, apprendere l'arabo o il cinese è gratis. Imparare l'olandese, l'italiano o il bretone, è a pagamento". .

Purtroppo è così anche a Londra, a Milano, a Madrid, a Vienna! La tolleranza e l'opportunità concretamente offerta agli ambienti immigrati di praticare un contropotere territoriale reale, con sospensione dell'ordinamento giuridico ordinario, e creazione di spazi ove è tollerata la violazione di qualsiasi norma, da quelle in materia di macellazione a quelle sulla bigamia a quelle sull'esercizio delle attività commerciali, costituisce un'ulteriore esempio di discriminazione antieuropea - a fronte dell'ossessione di controllo di ogni più minimo dettaglio della vita sociale che tuttora denota le politiche CEE e nazionali, al di là della retorica della deregulation, e che continua ad esercitarsi con mano pesante sulle popolazioni autoctone e sui territori non ancora a dominanza extraeuropea.

fine seconda parte