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Discussione: «Who are we?»

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    Post «Who are we?»

    Domenico Savino
    12/11/2005

    «Parigi brucia» era il titolo di un film del '67 di Renè Clement con Jean Paul Belmondo.
    Oggi è una realtà.
    E l'incendio dilaga.
    Le notizie di due giorni fa - in una giornata di sciopero dei giornalisti - dicevano che la rivolta si è estesa, seppure episodicamente, anche in Belgio e a Berlino.
    Piccoli ulteriori focolai, ma significativi.
    Ma come!?
    Non ci avevano assicurato il contrario?
    Integrazione, fratellanza, solidarietà, crescita armonica, arricchimento reciproco, baci, abbracci, amplessi, congiungimenti, sintesi superiori e sublimi, mirabolanti integrazioni sociali, insomma un paradiso!
    Invece no.
    Anche Romano Prodi, con ampia legittimazione popolare dopo le primarie, nei giorni scorsi se n'è accorto: «Accadrà anche da noi!»



    Cos'è: una minaccia?
    Il leader dell'Unione, oggi profeta di previste previsioni (per riprendere il verso del suo celebre elettore Roberto Vecchioni) e certo uomo assiso sui poteri forti, fino all'altro ieri, sospinto dalle varie anime multicolori dell'Unione, sosteneva la bellezza, anzi la ricchezza di una società multietnica, multirazziale, multireligiosa, multiculturale.
    Oggi fa la Cassandra.
    Perché non ci ha pensato prima?
    Qualcuno parlava di meticciato culturale, di perdita di identità?
    Sdegno, indignazione, riprovazione, esecrazione, immancabile dichiarazione della Caritas e - «pecunia non olet» - tempestivo e fresco di stampa l'«instant book» del compiaciuto Gad Lerner dal titolo che suona oltretutto come una beffa: «Tu sei un bastardo».



    Poi sono scoppiate le banlieues ed è tutto un fiorire di toni preoccupati, di allarmi, di dichiarazioni, di analisi, di approfondimenti, di auspici: in una parola di chiacchiere.
    Eppure bastava leggere «Le Figaro» del mese di novembre di un anno fa per sapere che già allora l'ex-ministro dell'Interno e oggi Primo Ministro De Villepin, lanciava l'allarme: «le masse clandestine mettono a rischio la Repubblica».
    Più o meno nello stesso periodo il Corriere della Sera ufficializzava il tramonto di un mito: «l'integrazione è fallita!» .
    E poi giù cifre inquietanti: oltre sei i milioni di nordafricani o di altri africani in Francia; un giovane immigrato su tre è disoccupato; la disoccupazione tra i giovani diplomati riguarda per il 5% i francesi, per il 7% gli europei, per l'11% i francesi acquisiti, per il 18% gli extracomunitari.
    Un rapporto del Ministero dell'Interno censiva quasi due milioni di cittadini confinati in una società a parte e trecento - dico trecento - quartieri a rischio.
    Adesso l'incendio è scoppiato.
    Parigi brucia.
    Hanno pure decretato il coprifuoco.




    Eppure chi oggi si straccia le vesti per quello che accade in Francia, dimentica che Claude Imbert direttore del giornale parigino «Le Point» nell'aprile 1999 aveva scritto per «The Wall Street Journal» un'analisi della situazione transalpina, operando un diretto collegamento fra la massiccia immigrazione africana e islamica e il progressivo decadere delle regole morali e delle tradizioni, quella familiare per prima, che per secoli erano stati la struttura portante della civiltà occidentale e cristiana: «per la prima volta nella sua storia», si leggeva nell'articolo di Imbert, «la Francia diventa una società multiculturale. Sono sorti nel suo territorio 500 o 600 ghetti di colore nei quali non è consigliabile avventurarsi. Ma attraverso una sottile operazione di autocensura sia i politici che la stampa, attenendosi alle regole della correttezza politica, evitano di accennare alla natura razziale di quei ghetti che, timidamente e attraverso eufemistiche contorsioni, tutti si limitano a definire quartieri sensibili, quartieri delicati».
    Proseguiva - lo scritto di Imbert - lamentando il fatto che «non si può parlare di questi problemi senza essere etichettati come razzisti» e che, in particolare, «non si può diffondere la constatazione che i ragazzi che danno luogo ad atti di criminalità sono molto spesso africani nati da ragazze-madri».
    Dedicato a tutti quelli che ritengono la famiglia un istituto inutile e superato…
    Il mito del multiculturalismo, presentato dalla lobby progressista come inevitabile e addirittura come auspicabile futuro di una universale fratellanza tra i popoli, chiamati a condividere gli stessi agi e gli stessi problemi, costituisce in realtà il più grave e terribile enigma che travaglierà dall'interno le società del secolo XXI.



    Già nel 1992 Carlo Alberto Agnoli, ovviamente inascoltato, ammoniva a non cadere nelle trappole delle sirene multiculturali provenienti degli ambienti «progressisti», smascherando l'«opera» che vi stava dietro: «con l'apertura delle frontiere all'invasione extracomunitaria si vuole effettuare, in nome dell'antirazzismo, una immensa opera di ibridizzazione di popoli e religioni per dissolvere tutte le tradizioni e capovolgere così, in un clima di universale relativismo, tutti gli schemi morali, creando una massa amorfa e malleabile, ottusa dal vizio e incapace di ogni giudizio etico e quindi di ogni reazione». (1)
    La tronfia supponenza dei politici e degli intellettuali codini bolla in genere simili affermazioni come complottiste e razziste e invita invece ad «aprirsi al mondo», a guardare oltre, a prender atto della realtà, della inevitabile globalizzazione dei mercati, delle genti e delle culture, quasi che le masse di diseredati che premono ai confini delle patrie europee, qui ci arrivassero da soli, spinti dal solo bisogno, dal sottosviluppo, senza organizzazioni sovranazionali che, distrutta lì ogni possibile esistenza, non provvedono parimenti ad organizzare, con la complicità di trafficanti di carne umana, quelli che con perverso cinismo vengono chiamati i «viaggi della speranza».



    Ma i nuovi arrivi sono solo una parte del problema, che si somma, amplificandolo, a quello della integrazione di coloro che sono addirittura cittadini di seconda o terza generazione, ma che, al di là del dato giuridico, rimangono culturalmente e socialmente stranieri.
    Il problema non è ovviamente solo di ordine pubblico, ma prima di tutto culturale e identitario: la possibilità per ciascun corpo sociale di continuare ad esistere è subordinata ad una coesione che è data dal reciproco sapersi riconoscere.
    Accettarsi non è sufficiente, se la coesistenza è tale da operare linee di frattura troppo significative: l'edificio in questo caso crolla.
    Lo sanno bene in America, la patria del «melting pot», la nazione-faro a cui, da sinistra soprattutto, si è guardato in passato e tuttora si guarda come modello capace di integrare culture, popoli e razze, diventando la prima potenza mondiale.



    Lo sanno talmente bene in America, che è partito l'ordine di cambiare direzione: perché un conto era quando l'immigrazione serviva al mito americano, un conto è oggi dove in alcuni Stati la percentuale di immigrati, soprattutto ispanici, sta soverchiando in termini numerici i nativi.
    Per capire il problema si tenga conto che nel decennio 1980-1990 la popolazione degli afroamericani è aumentata del 14,2% e quella delle persone di origine ispanica del 53%.
    Stando ai dati dell'ufficio internazionale di statistica la percentuale degli stranieri nel 2000 era del 10, 4%.
    Come Parigi, anche New Orleans è andata a fuoco, pure affogando nell'acqua e nel fango dell'uragano Katrina.
    E ciò che è successo ha squarciato il velo, facendo rivivere lo shock del black-out di New York o della rivolta di Los Angeles.



    Chiaro che - disastri naturali a parte - in una dinamica del genere non poteva non suscitare clamore l'ultimo libro di Samuel Huntington, studioso di geopolitica, uno dei massimi esponenti della comunità ebraica americana, uno dei massimi esperti di politica estera, già consigliere dell'amministrazione americana ai tempi di Jimmy Carter, direttore degli Studi strategici e internazionali di Harvard, fondatore della rivista «Foreign Policy», autore di una ventina di saggi che hanno fatto la storia della geopolitica degli ultimi vent'anni tra cui il celeberrimo «The Clash of civilitation» (Lo scontro di civiltà).
    Il nuovo volume ha un titolo emblematico: «Who are we?» («Chi siamo noi?»), ma è stato pubblicato in Italia con un titolo molto più «politicamente corretto»: «La nuova America».
    Sono oltre 500 pagine che tuttavia si possono riassumere così.



    Quella americana non è mai stata un'identità razziale o una comunità originaria territoriale, sul modello «sangue e suolo» tipica del nazionalismo tedesco, sconfitto nella seconda guerra mondiale.
    L'identità americana è quella di un nazionalismo «civico e liberale», ispirato ai principi del liberalismo politico inglese, giunto in America dalle coste britanniche con la prima ondata colonizzatrice.
    Quella è la matrice della cultura W.A.S.P. (acronimo di white, anglo - saxon, protestant), cui poi sono seguite le ondate migratorie successive.
    Ma è stata quella matrice che ha permesso di maturare negli americani bianchi e protestanti un senso di una superiorità, quello di essere una nazione «eccezionale» ed «universale», provvidenzialmente destinata ad essere egemone per i prossimi secoli.
    Non è un'idea nuova in verità: molti l'hanno già sostenuta e nel 1971 un libro dal titolo «God's New Israel» (2) metteva assai bene in luce come gli americani, negli ultimi quattro secoli, abbiano continuato a riferirsi alla propria nazione come alla nuova Israele e a se stessi come al popolo eletto.



    Tornando ad Huntigton, lo scontro di civiltà è nel nuovo libro uno scontro di civiltà aggiornato, nel senso che non è rivolto solo contro i due potenziali nemici esterni dell'America (la Cina e il mondo arabo-islamico), ma anche contro le numerose «subculture» presenti sul territorio nazionale.
    Varie sfide - secondo Huntington - nella seconda parte del XX secolo hanno intaccato l'identità tradizionale degli Stati Uniti, come quella causata dalla lotta alla discriminazione razziale, dalla contestazione contro i valori morali convenzionali e dall'immigrazione che rifiutava di imparare l'inglese.
    Le forme di doppia cittadinanza e la non - cittadinanza, l'ispanizzazione di larghe aree del Paese ha determinato la nascita di una molteplicità di identità americane, mentre un'élite che lavora per periodi molto lunghi all'estero, tende a creare le condizioni per una sorta di «fusione degli Stati Uniti con il mondo».



    Gli aspetti più significativi dell'identità americana sono il senso di vulnerabilità e la religiosità.
    Proprio il senso religioso secondo Hundington si è rafforzato dal confronto con l'Islam emerso con l'11 settembre e si sta traducendo in un ritorno del tema dell'identità americana in chiave patriottica (capito «cui prodest»?).
    L'essenza di questa spiritualità, che Huntington definisce la «religione civile americana», è composto da quattro elementi:
    1. un «protestantesimo con un Dio» assimilato con un «Essere Supremo», il «Bene», a capo dell'intero edificio costituzionale;
    2. l'idea della «elezione divina» degli Stati uniti.
    3. un «ethos» sociale caratterizzato dalla calvinistica glorificazione del lavoro e della proprietà privata;
    4. la «religione civile e patriottica».
    Lasciando parlare Huntigton, resta centrale «la cultura anglo-protestante dei padri fondatori, basata sulla lingua inglese, sulla fede cristiana, sul rispetto della legge, sui diritti dell'individuo, sull'etica del lavoro, intesa a realizzare il paradiso in terra».
    A suo parere la preservazione di quella identità originaria di fronte alle ondate immigratorie è necessaria per evitare che l'America imbocchi la via della decadenza e faccia la fine di grandi potenze dell'antichità come Sparta e Roma.
    «Dulcis in fundo», Huntigton critica le elite cosmopolite e denazionalizzate del mondo degli affari, dei media, dell'accademia, un prodotto della globalizzazione.



    Parole - quelle del consigliere di Carter - che potrebbero suscitare più di un entusiasmo anche in ambienti di «estrema Destra» (a proposito questa allocazione geopolitica è archeologia da superare!).
    Gli ingredienti ci sono tutti: etnia bianca, identità, nazione, religione, ethos, Sparta, Roma…
    E' una buona battaglia?



    Facciamo chiarezza.
    Come già mi è capitato di affermare, in quanto cattolico, non mi piace - specie in questo momento storico - la retorica celebrazione di virtù e religione e questo strumentale richiamo alle radici, specie dopo avere contribuito a distruggerle.
    Sotto c'è il vecchio trucco di far «lavorare» gli altri per gli interessi propri.
    E questo Huntington lo dice chiaramente, quando auspica un ritorno all'esclusivismo bianco (pur senza le discriminazioni verso neri, indiani e asiatici) e alla «reinvenzione della cultura anglo-protestante: …L'America che io amo e che gli americani vogliono e in cui si identifica anche la comunità ebraica».
    …un altro aspetto dell'alleanza cristiano-sionista.



    Per parte nostra, al contrario, il richiamo ad una generica identità religiosa è ingannevole.
    Specie se riferito ad un «Essere Supremo» (il «Bene», a capo dell'intero edificio costituzionale) esso ha un inequivocabile profilo: è la vecchia identità massonica, tirata a lucido per il XXI secolo.
    Ma quella di Huntington è una sfida che dobbiamo cogliere: anche noi dobbiamo domandarci «Who are we?»
    Anzitutto non è sufficiente richiamarsi all'eredità dei padri per essere cristiani-cattolici: bisogna credere in Cristo, accostarsi ai sacramenti, nutrirsi della Parola di Dio.
    La cultura cristiana si alimenta alla Fede.
    Gli atei, pur se devoti, non possono pretendere di godersi i frutti buoni della Fede, senza coltivarne la pianta.
    Poi credere in Cristo significa mettersi alla Sua sequela: ciò in ambito politico vuol dire cooperare all'edificazione del regno sociale di Cristo, che, ove si sia cattolici, non può presupporre alcuna supremazia razziale, alcuna cultura liberale, né, evidentemente, la religione protestante.
    W.A.S.P. può essere solo l'America puritana, non una autentica «societas christiana», né uno Stato che essa voglia governare.
    La riaffermazione di una identità che pretende di essere cattolica, cioè universale è tale se essa riesce non tanto a dominare, quanto ad attrarre, non ad annientare l'altro, ma a convertirlo.



    Secondo Huntington per definire l'identità, tutti hanno bisogno di un «altro da sé» con cui confrontarsi e, molto spesso, lo trovano in un «nemico».
    L'altro da sé, per il cristiano-cattolico, è il Dio trascendente che si è incarnato e morto per noi, sicché di fronte alla sua croce il Verbo di Dio ci comanda di amare i nostri nemici.
    E' durissima, certo, ma è dalla croce che regna il Cristo.
    Se è tale l'identità, come lo è l'identità di chi ha a modello Cristo, occorre che chi la proclama ne sia icona vivente, altrimenti ha davvero ragione l' ebreo apolide, riciclatosi gentiluomo di campagna, Gad Lerner a ricordarci che siamo tutti bastardi e che un certo modo di guardare alla tradizione, con un gusto quasi necrofilo, significa aggrapparsi ad una storia che nemmeno conosciamo, che oramai è solo archeologia e che non ci permette di guardare al futuro.
    Se l'identità cristiana si è appannata è perché si è appannata prima di tutto nella vita dei popoli cristiani. Occorre prima tornare alla Fede, se davvero si vuole costruire una civiltà cattolica.
    E il cristianesimo non è né una filosofia, né una religione del libro, è la religione della «parola» di Dio: ma di una «parola» che non è «una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente». (3)



    E' dalla trasformazione della nostra vita a imitazione di Cristo, dall'eroismo della croce che potremo tornare a piantare la croce come simbolo anche di civiltà.
    L'alternativa è, altrimenti, di pretendere di rivendicare un ruolo di egemonia che in realtà è fondato su una Fede inesistente, usata solo come «instrumentum regni», strumento cioè del potere sociale, della supremazia economica e del dominio politico.
    Come i cristiano-sionisti d'oltreoceano.
    Con la conseguenza di operare all'interno delle società una nuova linea di frattura che, legittimando il conflitto di classe, etnico, sociale che ne scaturirebbe, rischierebbe di fare nuovamente apparire come sovrastrutturale la fede religiosa rispetto ai «rapporti di produzione» sottostanti: il cadavere dell'analisi marxista verrebbe fatto rivivere con una azione da negromanti.
    L'identità a cui qui ci si richiama conduce , ovviamente, nella direzione diametralmente opposta all'irenismo dei «cattolichini da marce della pace», giacchè ha in vista la disponibilità a combattere la «buona battaglia», senza lasciarsi ingannare dai «falsi profeti».
    Consideriamo infatti che lo «scontro nelle civiltà» (la polverizzazione cioè del suo corpo sociale secondo linee di frattura sempre più intense, di classe, di sesso, di razza, di etnia, di religione, in una logica di puro dominio) quale livello più interno dello scontro di civiltà appartiene solo ad una logica dissolutiva, che si maschera dietro il duro dato di necessità e contingenza.
    Per semplificare, un po' come avviene per il «terrorismo islamico», l'emergenza esiste e va affrontata.
    Sì, è vero, l'emergenza esiste, ma oggi più che mai occorre non farsi confondere con coloro e da coloro che, mentre Parigi brucia, tentano di innalzare bandiere che fino ad ieri hanno bruciato, vestali di quel fuoco che per anni hanno custodito, mentre ora gridano: «al fuoco, al fuoco»!.



    Se Huntigton critica come prodotto della globalizzazione le èlite cosmopolite e denazionalizzate del mondo degli affari, dei media, dell'accademia, non lo fa in base al principio di identità, che ogni popolo deve poter rivendicare, ma lo fa in nome dell'unilateralismo americano, del pericolo cioè che egli vede oggi per la sola identità e la sola nazione americana.
    Ora questo unilateralismo, che è espresso efficacemente nella politica estera dell'amministrazione Bush, dovrebbe presupporre perlomeno una coscienza dell'identità legata magari al suolo e al sangue, mentre nella storia americana è invece un'identità astratta, artificiale, universalistica e cosmopolita.
    In tal modo l'appello di Huntington è solo un modo nuovo per propagandare l'America di sempre, altro che il manifesto per «la nuova America»!
    Le èlite che Huntigton critica, poi, appartengono in genere alle stesse linee etniche dalle quali lui stesso proviene e che in quanto tali esprimono o sono al servizio di quella finanza e di quel capitalismo apolide, che ha fin qui operato in ogni modo per distruggere ogni identità tradizionale e ogni differenza antropologica e culturale, in nome di un internazionalismo astratto e «rivoluzionario».
    Costoro, che ieri, di fronte all'evidenza che le politiche mondialiste avrebbero prodotto l'annientamento dei popoli e delle identità, annunciavano invece l'alba di un giorno luminoso e l'avvento di una sorta di regno messianico di pace, sono gli stessi che oggi invitano a recuperare antiche identità che per primi hanno contribuito a distruggere, annunciandoci - quasi non ce ne fossimo accorti da tempo - che i bagliori di Parigi e New Orleans sono quelli di un incendio che domani ci potrebbe annientare.
    La cosa può funzionare con gli sprovveduti.



    Il riferimento alle «elite cosmopolite e denazionalizzate del mondo degli affari, dei media, dell'accademia, un prodotto della globalizzazione» sembra un messaggio in codice per chi quei mondi controlla (4), un invito rivolto loro a cambiare rotta.
    Come è successo in politica estera col «terrorismo islamico», così succederà in politica interna con le rivolte sociali.
    Si tratta di riplasmare gli orientamenti, la cultura, il modo di pensare della gente.
    Niente come un nemico creato in maniera hollywoodiana ci fa sentire «noi stessi», in maniera così straordinariamente uguale a come vogliono «loro».
    Il «nemico» è un elemento costitutivo dell'identità e della vocazione di dominio americana, nasce paradossalmente da una perversa lettura dell'Antico Testamento e trova il suo compimento nel giudaismo e nel rapporto che questo istituisce tra «goim» ed ebrei.
    Il «think-thank» è già all'«opera»: una tesi simile a quella di Huntington - stando a quello che scrive il Corriere della Sera (5) - sarebbe stata «perorata l'anno scorso dal grande storico Arthur Schlesinger in un libro analogo», mentre David Gelernter, sulla rivista «Commentary», periodico neoconservatore tra i più influenti ed edito - guarda caso - dall'«American Jewish Committee», pubblica un saggio dal titolo «Americanism and Its Enemies».



    Intanto Parigi brucia. E quello «strano francese» che è Sarkozy (6) , si prepara a mietere consensi con parole antiche, magari sottraendo voti all'estrema destra lepenista: legge, ordine, coprifuoco, basta con la legge «giacobina» del 1905…
    La Rivoluzione è finita.
    E' Termidoro.
    Poi sarà l'Impero.
    Con le due alternative di sempre, reciprocamente funzionali e intercambiabili: oggi quella con la faccia truce di Huntigton, domani quella celebrata - coi plausi di «Time» - dal teorico dell'insurrezionalismo Toni Negri, icona delle masse informi e apolidi che appiccano il fuoco nelle periferie d'Europa, devastandone le vie e «luogo/non luogo del capitalismo mondiale, che dopo l'11 settembre tenta di riorganizzarsi sopra ogni altra agenzia internazionale. Dentro ci sono le èlite assimilate locali, meticce e transnazio¬nali. Poi, quel che resta degli Stati naziona¬li, con le moltitudini subalterne. E dentro c'è una lotta per il predominio...» (7).
    Dopo il «solve», immancabile il «coagula».
    Un nuovo «paradiso», il trionfo del «bene»…
    Parigi brucia e quei fuochi, ci sarebbe da scommetterci, non si accendono da soli.



    E' gente che la sa lunga questa, gente che guarda lontano!
    In un celebre rapporto scritto per la Trilaterale nel 1975, dal titolo «La crisi della democrazia» Huntington non nascondeva la sua critica dei movimenti politici di base, auspicando nuovi limiti all'esercizio dei diritti civili e politici: «l'essenza delle rivolte democratiche degli anni Sessanta era una sfida generalizzata alle autorità esistenti, sia pubbliche sia private. La vitalità di queste proteste ha posto un problema di governabilità della democrazia negli anni 70. Dobbiamo riconoscere che esistono potenzialmente dei limiti all'indefinita estensione della democrazia politica».
    Primo passo col nemico esterno: il «Patriot Act»…
    La democrazia - si sa - può diventare un eccellente specchietto per le allodole, un «evergreen» per mobilitare le masse da «liberare», un insostituibile «passepartout», utilissimo per dissolvere l'ordine precedente.
    Poi, però, non scherziamo: il potere vero lo gestiscono i soliti, mica si lascia al popolo!
    Per questo oggi va così di moda la democrazia formato esportazione…



    Con chi la propria identità ha perso o è disposto a perderla, il trucco funziona.
    «Who are we? » … noi non ce lo siamo dimenticato.
    Chi siano loro neppure.
    Non facciamoci arruolare.
    In alto la nostra bandiera, in alto la Croce.

    Domenico Savino




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    Note
    1) Confronta Carlo Alberto Agnoli, «Educazione sessuale, tappa massonica verso l'annientamento dell'uomo», edizioniCiviltà, Brescia, 1992, pagina 54.
    2) Conrad Cherry, «God's New Israel, Religious interpretations of American Destiny», Englewood Cliffs, Prentice Hall, Inc, 1971.
    3) Confronta «Catechismo della Chiesa cattolica», articolo 108
    4) Confronta su questo sito gli articoli «Chi controlla i media» e «Ancora sul controllo dei media» alle pagine 6 e 7 dell'archivio Economia.
    5) Corriere della Sera, 8 gennaio 2005, pagina 29.
    6) Confronta su questo sito l'articolo di Maurizio Blondet «Sarkozy, futuro presidente francese, é di origine Dunmeh» in data 09/12/2004.
    7) Le parole sono di Toni Negri in una intervista rilasciata all'Unità del 18/12/2001.




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    Quella è la matrice della cultura W.A.S.P. (acronimo di white, anglo - saxon, protestant), cui poi sono seguite le ondate migratorie successive.
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