APPUNTI
Giovanni Paolo II ci ha lasciato, tra gli altri luminosi esempi, quello preziosissimo della preghiera. Raccogliamo la sua eredità spirituale.(Benedetto XVI, 11 novembre 2005)
Dal Vaticano II
quante idee per noi
«Un’eredità che ci impegna»Quarant’anni dopo, il lascito del Vaticano II risponde a un’autentica domanda di spiritualità. Ambrosio, assistente generale all’Università Cattolica: «Anche alla Gmg i giovani fanno esperienza di una Chiesa vicina, non remota. Una madre che genera, un ambito vitale in cui poter crescere»
Di Umberto Folena
Dici la parola "Concilio" a un ventenne, e lui a che cosa pensa? Che ne sa del Vaticano II chi è nato e cresciuto da una sola sponda, quella del post-Concilio? «Coi tempi che corrono - scherza don Paolo Giulietti, responsabile del Servizio pastorale giovanile Cei - il rischio è di incappare in sintesi ardite, del tipo: Concilio è rock, pre-Concilio è lento». Scherza, Giulietti. Ma neanche lui, essendo nato nel 1964, può aver fatto esperienza diretta di una Chiesa diversa da quella uscita dal Concilio. Così ieri sera, quando nella cattedrale di San Rufino i vescovi riuniti in assemblea hanno affidato ai giovani il messaggio che ricorda i 40 anni dalla chiusura del Concilio, lui era lì in una duplice veste, da padre ed educatore dei giovani, e da "giovane" egli stesso.
Giulietti torna subito serio: «La generazione che approda alla terra promessa non è la stessa che uscì dall'Egitto, e non ha memoria come vi si vivesse. Con i debiti distinguo, è la stessa situazione della generazione nata dopo il Concilio. Ne gode i frutti senza conoscere esattamente da dove provengano. Magari qualcosa sanno, o annusano, o credono di sapere. Che, appunto, c'era una volta un pre-Concilio noioso, vecchio passato. Lento, mentre il post-Concilio è rock».
Il predecessore di Giulietti al Servizio Cei è monsignor Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina, una vita intera - a Brescia e a Roma - dedicata alla pastorale giovanile: «Il Concilio e i giovani? Tutto sta nella grande U». La grande U? «A 15-16 anni li vedi impregnati di sogni e futuro: sono in cima al braccio della U. Poi la discesa: a 17-18 anni subiscono le tensioni e le crisi, di idee e di fede. Più tardi, tra i 25 e i 30, possono risalire. C'è una forte, autentica domanda di spiritualità che purtroppo non sempre trova riscontro nell'esperienza di Chiesa. Dipende. Dipende se incontrano una Chiesa che sappia farsi carico delle tensioni. Oppure se incappano in adulti che li disprezzano, considerandoli vite da scarto, come se fosser o in esubero». E il Concilio? «Il Concilio è giovane perché dà spazio ai sogni e accoglie i giovani. La migliore sintesi del Concilio per un giovane è il discorso di Paolo VI del 7 dicembre 1965. Il Papa spiega: con il Concilio, la Chiesa ha scelto di gettarsi completamente in braccio all'umanità e ai suoi problemi, non per restarne soffocata, ma per donare speranza». Speranza: «Il Concilio dà ai giovani una speranza e un luogo, la Chiesa, in cui questa speranza possa crescere e diventare vita. Se gran parte del mondo non crede né investe in loro, i giovani devono sapere che qualcuno un posto per loro ce l'ha, e una speranza, e un significato. Questo qualcuno è la Chiesa del Concilio».
Chi con i giovani ha a che fare tutti i giorni è anche monsignor Gianni Ambrosio, da cinque anni assistente generale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore: «Questo dovremmo riuscire a spiegare. Che il Concilio è una chiave unica e preziosa che ci permette di aprire la porta che ci dà accesso a un mondo, mutevole, ma il cui cuore non muta». Prima eravamo poveri, ora siamo ricchi: «Il Concilio dà ai giovani la possibilità di rendere nuovi i rapporti con se stessi, con il mondo, con Dio. Di essere parte attiva di una comunità, civile ed ecclesiale. Prima la Chiesa era prevalentemente o soltanto gerarchia, oggi è popolo: l'orizzonte è molto diverso». Appunto, sarebbe bello saperlo spiegare ai giovani. «Per prima cosa - è la strategia di Giulietti - incontrerei gli "anziani", i testimoni del prima, durante e dopo il Concilio. Con la loro memoria. Chi era giovane allora può raccontare a chi giovane è adesso la natura del passaggio, e anche gli elementi di continuità». Perché non tutto era lento allora e non tutto è rock adesso… Sigalini, da parte sua, guarda a due Papi: «Il Concilio ai giovani? Meglio l'approccio vitale. Quello di Paolo VI, che comunicava ottimismo. Nel suo discorso di chiusura del Concilio basta sostituire "umanità" con "giovani". E avremo la descrizione di quanto av rebbe operato Giovanni Paolo II. Con i giovani puntava alto. Mai li colpevolizzava, eppure non li blandiva ma chiedeva molto. Ricordo bene quando nel 2000, alla vigilia di Tor Vergata, volle cambiare la lettura del Vangelo. Era previsto il prologo del Vangelo di Giovanni. Il Papa volle invece Giovanni 6, là dove Gesù dice ai suoi: volete andarvene anche voi? Era un modo per richiamare i giovani alla loro coscienza e alla loro responsabilità». La Gmg come via del Concilio? Ambrosio concorda: «Alla Gmg i giovani fanno esperienza di una Chiesa vicina, non remota. Una madre che genera, un ambito vitale in cui poter crescere. Sì, la Chiesa del Concilio».
Avvenire - 17 novembre 2005




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