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    Predefinito Quando la Lega dava del mafioso a Berlusconi

    Riprendo qui, naturalmente se sono d'accordo i moderatori, gli articoli su Berlusconi - recuperati dal web archive - scritti sulla Padania alla fine degli anni '90: hanno infatti un'innegabile valenza storica. Non li posto in segno di antiberlusconismo ma come esercizio di memoria storica nei confronti del più partitocratico e romano-centrico dei partiti: la Lega Nord. Cominciamo da quello del 27 Ottobre 1998, "La Fininvest è nata da Cosa Nostra", di Matteo Mauri:


    Bossi rincara la dose dal Congresso federale della Lega:
    il capo di Forza Italia parla meneghino ma nel cuore è palermitano
    «La Fininvest è nata da Cosa Nostra»
    Lo tengono in piedi perché rappresenta i loro interessi al Nord, è il loro "figlio di buona donna"

    di Matteo Mauri

    Brescia - La guerra è aperta da tempo. Ma ora entra in campo l'artiglieria pesante. E se alle accuse di mafia che da tempo Bossi lancia contro Berlusconi, il Cavaliere risponde col silenzio, adesso il Senatur ha deciso di alzare il tiro. «Tanto per essere chiari, per far capire alla gente», replica ad un congressista che aveva criticato la «politica dell'insulto» del segretario leghista. L'attacco di Umberto Bossi a Silvio Berlusconi, è durissimo. Il segretario della Lega Nord nel corso del suo intervento al Congresso straordinario del Carroccio, ha più volte dato del "mafioso" a Berlusconi. Da tempo il leader leghista, durante gli innumerevoli comizi, aveva indicato nel Cavaliere «l'uomo di Cosa Nostra». Al congresso, la tesi è diventata ufficiale. «L'uomo di Cosa Nostra» viene citato decine e decine di volte. E con lui tutte le aziende che fanno capo al leader di Forza Italia. L'anomalia italiana è lì: se ne devono convincere in primo luogo tutti i delegati, poi l'opinione pubblica.«La Fininvest - ha affermato Bossi - ha qualcosa come trentotto holding, di cui sedici occulte. Furono fatte nascere da una banca di Palermo a Milano, la banca Rasini, la banca di Cosa Nostra a Milano. E a Palermo hanno preso un meneghino per rappresentare i loro interessi. La verità è che se cade Berlusconi cade tutto il Polo, e al Nord si prende tutto la Lega. Ma non lo faranno cadere: perché sarà pure un figlio di buona donna, ma è il loro figlio di buona donna, e per questo lo tengono in piedi». Se l'ex-Capo dello Stato Francesco Cossiga negli ultimi due giorni è andato giù durissimo nei confronti del Cavaliere, Bossi non è certo stato da meno. Anzi, ha alzato il tiro, entrando anche nei dettagli, quando ha parlato della Banca Rasini, delle holding occultate, della nascita della prima tv berlusconiana, del partito degli azzurri. «Un palermitano - ha affermato Bossi - è a capo di Forza Italia. Perché Forza Italia è stata creata da Marcello Dell'Utri. Guardate che gli interessi reali spesso non appaiono. In televisione compaiono volti gentili che te la raccontano su, che sembrano per bene. Ma guardate che la mafia non ha limiti. La mafia, gli interessi della mafia, sono la droga, e la droga ha ucciso migliaia e migliaia di giovani, soprattutto al Nord».Eppoi ancora, come in un crescendo: «Palermo ha in mano le televisioni, in grado di entrare nelle case dei bravi e imbecilli cittadini del Nord»; «Silvio è uomo della P2, cioè del progetto Italia»; «La Banca Rasini è la banca di Cosa Nostra a Milano»; «Berlusconi ha fatto ciò che ha voluto con le televisioni, anche regionali, in barba perfino alla legge Mammì»; «Berlusconi parla meneghino ma nel cuore è un palermitano».«L'uomo di Cosa Nostra»: Bossi, nelle tre ore d'intervento, ha indicato spesso il disegno dietro il palco in cui era raffigurato alle spalle di Berlusconi, un sicario siculo con lupara e coppola.Dopo aver ricordato i molti «giovani del Nord morti per droga», Bossi ha aggiunto: «Molte ricchezze sono vergognose, perché vengono da decine di migliaia di morti. Non è vero che "pecunia non olet". C'è denaro buono che ha odore di sudore, e c'è denaro che ha odore di mafia. Ma se non ci fosse quel potere, il Polo si squaglierebbe in poche ore. Ecco il punto».

    «La Fininvest è nata da Cosa Nostra»

  2. #2
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    Predefinito Rif: Quando la Lega dava del mafioso a Berlusconi

    PARLA MENEGHINO MA E' DI PALERMO - LA PADANIA, 22 LUGLIO 1998

    Bossi su Berlusconi: «Il suo fine era quello di
    distruggere la Lega. Voleva comprarci tutti quanti»
    «Parla meneghino ma è di Palermo»
    «Silvio venga da me, così gli spiego perché nel '94 l'ho silurato»

    «La caduta del suo governo? Berlusconi venga da me, che gliela spiego io...! Sono stato io a metter giù il partito del mafioso. Lui comprava i nostri parlamentari e io l'ho abbattuto».Umberto Bossi commenta con il piglio di sempre le polemiche di questi sulla ricostruzione della crisi del '94. «Io - spiega Bossi parlando con un cronista dell'Ansa - per quella che fu allora la mia visione della situazione politica considerai che il presidente Scalfaro aveva capito una cosa e cioè che la Lega era gagliarda e in caso di elezioni sarebbe tornata in forze. Certamente, tutti volevano la morte della Lega. Berlusconi aveva creato Forza Italia per questo. Ma Berlusconi e Scalfaro facevano due ragionamenti diversi». «Per semplificare diciamo che in Italia c'erano tre poli - prosegue il segretario federale leghista - il polo di Roma, rappresentato dalla sinistra e dalla ex Dc, quello di Palermo rappresentato da Berlusconi, e il polo del Nord. Nel '94 ci fu uno scontro tra il Polo del Palermitano e il Polo romano e il Polo romano fu più cauto e capì che non serviva a niente andare ad elezioni. Che la Lega avrebbe preso ancor più forza di fronte al consolidamento del debito pubblico. Il presidente della Repubblica fece un ragionamento logico, almeno io lo interpretai così allora, e pensò che occorreva aspettare ancora per snervarci». «Berlusconi invece è un irrazionale - continua Bossi - questo è il suo problema. Aveva ricevuto l'ordine di distruggere la Lega. Io ero stato costretto all'alleanza e durante i comizi di quel periodo continuai a ripeterlo. Dicevo infatti, e tutti possono ricordarlo, che lui era comunque un nemico. Dicevo che era stato inventato il maggioritario per fregare la Lega. E dicevo anche che se un nemico non puoi abbatterlo subito devi prima abbracciarlo. Più chiaro di così...». «Il dramma di Berlusconi - aggiunge il leader leghista - è che è un palermitano che parla in meneghino, mandato apposta per fregare il Nord. Io questo lo compresi subito, compresi che bisognava evitare l'annientamento della Lega e mi comportai di conseguenza». Intanto Bossi dà un appuntamento per settembre: il suo ritorno "nel gioco politico". «Ormai il sistema padano è pronto - spiega - la Lega ha dato una mano importante alla sua creazione. Adesso se ne occupa il governo della Padania, è roba loro. Io tornerò dopo l'estate - conclude - a lavorare sulla protesta contro Roma. Torno ad occuparmi di politica partitica e del consenso».

    «Parla meneghino ma è di Palermo»

  3. #3
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    SILVIO RICICLAVA I SOLDI DELLA MAFIA - LA PADANIA, 7 LUGLIO 1998


    Pentito inguaia Berlusconi al processo Dell'Utri.
    Oggi a Milano, sentenza per le mazzette Gdf
    «Silvio riciclava i soldi della mafia»

    PALERMO

    «I soldi della banda della Magliana e quelli della mafia siciliana sono stati dati a Silvio Berlusconi per finanziare la speculazione edilizia in Sardegna». Lo ha detto ieri in aula il collaboratore di giustizia Antonio Mancini, 50 anni, ex componente della banda della Magliana, deponendo a Palermo nel processo a Marcello Dell'Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa. «A parlarmi per la prima volta di Berlusconi - ha detto Mancini - è stato Francis Turatello verso la fine degli anni Settanta, quando eravamo rinchiusi nel carcere di Trani. Turatello mi disse che attraverso l'imprenditore, i milanesi riciclavano i soldi provenienti dai sequestri di persona e dal traffico della droga. Berlusconi faceva muovere il denaro della criminalità organizzata». Mancini ha parlato dei rapporti che esistevano fra la banda della Magliana e boss come Pippo Calò e Stefano Bontade. «Il riciclaggio dei soldi della mafia e della criminalità - ha detto - avveniva attraverso Silvio Berlusconi e Flavio Carboni; la banca usata per ripulire il denaro che arrivava a Berlusconi era il Monte dei Paschi di Siena». Rispondendo alle domanda del pm Nico Gozzo sulla differenza di ruoli, Mancini ha detto: «Entrambi erano uguali perché ci servivamo di loro per ripulire il denaro, solo che uno metteva i tacchi alti e il parrucchino, l'altro era terra-terra...». Mancini ha parlato poi di presunti contatti fra la banda della Magliana e uomini delle istituzioni. «Ricordo - ha detto - che avevamo rapporti con Vitalone e l'onorevole Evangelisti. Non li ho mai visti di persona ma fra di noi sapevamo che potevamo contare su di loro». Ha poi deposto un altro pentito, il cosentino Francesco Pino: «Marcello Calvano mi avvicinò nella primavera del '94 - ha detto il teste - per invitarmi a votare Forza Italia perchè era una forza politica garantista e avrebbe fatto qualcosa per modificare il 41 bis e la legge sui collaboratori di giustizia». «Assisto nauseato all'interminabile tiro al bersaglio contro la mia persona», ha risposto Silvio Berlusconi. «Mancano solo le stragi della Banca dell'Agricoltura, dell'Italicus e della stazione di Bologna, ma forse - ha proseguito - basta aspettare». Oggi intanto a Milano è prevista la sentenza al processo per le mazzette alle Fiamme Gialle. La procura aveva chiesto 3 anni per Berlusconi. E sempre a Milano ieri, al processo "All Iberian" la difesa del Cavaliere ha chiesto l'assoluzione. Sentenza il 13 luglio.

    «Silvio riciclava i soldi della mafia»

  4. #4
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    C'E' UNA LEGGE INAPPLICATA: BERLUSCONI E' INELEGGIBILE - LA PADANIA, 25 NOVEMBRE 1999

    Par Condico Ante Litteram: drastico decreto del ’57
    C’è una legge inapplicata: Berlusconi è ineleggibile

    di Davide Caparini - Deputato Lega Nord

    Il tema della par condicio di accesso ai mezzi di comunicazione è strettamente collegato al conflitto d’interesse che in questo modo ritorna alla ribalta. Infatti la maggioranza promette di approvare in via definitiva le norme varate in prima lettura dalla Camera dei deputati nell’aprile 1998. Una soluzione all’acqua di rose frutto della mediazione in un testo unificato della legge Berlusconi, Veltri, allora nei Ds, e quella della Lega da me firmata. Il meccanismo definito imporrebbe nel caso del Cavaliere di affidare le sue proprietà ad un gestore indipendente come da anni avviene nel sistema americano: il Paese nel quale è certamente più ampia e profonda la distinzione effettuata tra le cariche pubbliche e gli interessi personali. La normativa statunitense tende a prevenire situazioni in cui gli interessi privati facenti capo a soggetti titolari di incarichi pubblici possono condizionare l’adozione, la direzione e la portata delle scelte che quei soggetti avrebbero effettuato in assenza di quegli interessi. Ma l’affidamento cieco, questa la traduzione letterale del sistema adottato dalla Camera, mentre può funzionare per i patrimoni finanziari o azionari, si è rivelato del tutto inadeguato per le proprietà industriali. A maggior ragione quando si tratta di aziende operanti nell’editoria televisiva e della carta stampata con una vastissima visibilità ed elevati contenuti propagandistici. È indiscutibile che questa legge sia un primo passo in quanto introduce nell’ordinamento italiano norme a garanzia dei cittadini delimitando gli interessi personali rispetto a quelli pubblici ma è altrettanto evidente che, nel caso di Silvio Berlusconi, non risolva alcunché, lo dimostra il fatto che il Polo l’ha comunque votata senza particolari patemi d’animo. Ma Berlusconi è, e rimane, ineleggibile, come stabilito da una norma del 1957, l’articolo 10 del Dpr n. 361 che dichiara non eleggibili "coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l’obbligo di adempimenti specifici, l’osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o l’autorizzazione è sottoposta". È una norma chiara, equa, nata in tempi non sospetti quando Berlusconi era ancora un cantante di un’orchestrina sulle navi da crociera. Una norma che stabilisce, senza condizionale, che la persona titolare di concessioni statali come quelle che permettono alle tre tv Mediaset di trasmettere non può essere eletta al Parlamento. Ma, come tutti noi sappiamo, Silvio Berlusconi è già stato deputato italiano, parlamentare europeo, presidente del Consiglio ed è palese che nessuno abbia mai applicato questa norma di ineleggibilità in quanto la Giunta per le elezioni ha sempre difeso ad oltranza il diritto dell’eletto di restare in carica. È stata in questo caso fornita un’interpretazione formalistica stabilendo che solo il titolare giuridico delle concessioni, il presidente Confalonieri, non può essere eletto, mentre niente ha da temere Berlusconi, il proprietario di fatto: non è eleggibile "alla concessione ad personam e quindi, se non c’è titolarità della persona fisica, non si pone alcun problema di eleggibilità, pur in presenza di eventuali partecipazioni azionarie". Per risolvere questo amletico dilemma e risolvere l’abnorme stortura basterebbe approvare in Parlamento una leggina che fornisca l’interpretazione autentica della legge del ’57. Una legge depositata alla Camera sia dalla Lega che dai democratici. Berlusconi è ineleggibile, quindi, anche se c’è chi sostiene il contrario dichiarando che il titolo IV, articolo 51, della Costituzione recita "tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza". Vero, quanto è vero che quell’articolo si conclude sancendo "secondo i requisiti stabiliti dalla legge". E quella legge c’è dal 1957.

    C’è una legge inapplicata: Berlusconi è ineleggibile

  5. #5
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    IMPRENDITORE O POLITICO, E' IL MOMENTO DELLA SCELTA - LA PADANIA, 8 NOVEMBRE 1998


    Imprenditore o politico,è il momento della scelta
    Il Parlamento mette alle strette l'azzurro

    di Chiara Garofano
    La questione del conflitto d'interessi è tornata prepotentemente d'attualità dopo la formazione del governo D'Alema. L'Udr ne ha fatto il suo principale cavallo di battaglia e punta a ridimensionare l'influenza dell'impero Mediaset, sottraendo a Berlusconi almeno una delle tre reti attualmente a sua disposizione.Il nuovissimo piano per le frequenze, che è stato presentato nei giorni scorsi, prevede che un privato non possa detenere più del 20 per cento delle emittenze. In questo modo, per dare attuazione alla disposizione normativa, Berlusconi sarà costretto a mandare sul satellite, o a cedere ad altri, una delle sue tv, presumibilmente Rete 4. E la situazione del Cavaliere è resa ancora più difficile dal presidente onorario dell'Udr Francesco Cossiga, che non perde occasione per condannare quella che definisce un'anomalia pericolosa per la democrazia e per invocare una nuova e più equa legge sul conflitto d'interessi. Ieri su questo tema si è registrata un'altra valanga di posizioni ufficiali di leader politici. Dopo che inaspettatamente era stato proprio il senatore Di Pietro a difendere il Cavaliere dagli attacchi del Picconatore, a tornare sull'argomento ci ha pensato Angelo Sanza, coordinatore della segreteria dell'Udr, che ha definito «strana e inquietante» l'uscita pro-Berlusconi dell'ex pm e ha ricordato i precedenti nei rapporti tra i due, a cominciare dalla visita di Di Pietro ad Arcore, dall'offerta di Berlusconi di nominarlo ministro dell'interno e dell'offerta, da parte di Giulio Tremonti e sempre all'ex pm, di uno speciale ufficio investigativo, che poi, aggiunge Sanza, gli fu negato per la ferma opposizione dell'allora ministro della Giustizia, Filippo Mancuso.Più conciliante, ma non per questo arrendevole, l'atteggiamento di Rocco Buttiglione, altro esponente dell'Udr, che lega il conflitto di interessi alle vicende politiche: «Per tre anni - ricorda Buttiglione - abbiamo lavorato con Berlusconi cercando di convincerlo a venire al centro, a risolvere il conflitto di interessi, che è poi questo: un partito che fa blocco con un preciso insieme di interessi privati. Perciò, quando Cossiga invitava Berlusconi a sciogliere Forza Italia, voleva sottolineare: facciamo insieme un grande partito del centro che sia, come gli altri partiti europei, un partito di cittadini, non di un uomo solo. Purtroppo - conclude Buttiglione - finché questo non avviene, la politica italiana rimarrà bloccata».Batte sul tasto del conflitto di interessi di Berlusconi pure il sottosegretario alle telecomunicazioni Vincenzo Vita, che ieri ha sottolineato come sia «importante che si approvi un disegno di legge: va evitato è un lungo dibattito senza una nuova legge». «C'è un disegno di legge già votato alla Camera e ora al Senato - ha aggiunto Vita -. Si può migliorare, ma l'importante però è che si approvi un disegno di legge». Quanto alla Rai, Vita ha detto che «è indispensabile che essa sia un po' ripensata come servizio pubblico, anche se l'obiettivo è arrivare a un sistema privato con non più di due reti a soggetto».

    Imprenditore o politico,è il momento della scelta

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    FU CRAXI A SPINGERE BERLUSCONI IN POLITICA - LA PADANIA, 5 MAGGIO 1998


    Rivelazioni di un teste al processo Dell'Utri
    Fu Craxi a spingere Berlusconi in politica
    «Fu Craxi a spingere Berlusconi a muoversi in politica, per creare un movimento al Nord, pensando che al Sud avrebbero avuto successo le liste «fai-da-te» con gli ex Dc e Psi»: a tracciare questa ricostruzione di eventi è stato Ezio Cartotto, ex dirigente Dc a Milano, ma anche ex consulente Fininvest. Lo ha detto deponendo al processo al deputato di Forza Italia Marcello Dell'Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, e al presunto mafioso Gaetano Cinà. La sua testimonianza ha animato l'udienza ed ha spinto Dell'Utri, per la prima volta in sei mesi, a parlare in processo. Cartotto ha raccontato che quando si occupava di Enti locali per la Dc, aiutò Berlusconi a perfezionare licenze ed adempimenti per la costruzione di "Milano due". Negli anni '80 tenne lezioni di storia della politica per i dirigenti di Publitalia. Nel '92 un «Berlusconi preoccupatissimo di perdere le concessioni televisive» gli commissionò uno studio sulla crisi politica italiana. Ora, chiusi i rapporti con Fininvest, ha in pubblicazione un libro in cui ricostruisce i rapporti con il Cavaliere e con il suo gruppo, che conterrebbe anche "rivelazioni pepate" sui retroscena della nascita di Forza Italia, di cui ha dato un assaggio in aula riferendo del presunto incontro, nell'aprile del '93, Craxi-Berlusconi che indusse l'imprenditore ad impegnarsi in politica. Ed ha aggiunto: «Berlusconi mi aveva promesso un mandato parlamentare. Poi, visto il mio contributo alla formazione del governo, chiesi almeno il posto di sottosegretario per un mio amico milanese. Non ho mai saputo perché le mie richieste non ebbero risposta».E Dell'Utri? «Lui non c' entra- ha risposto il teste- non gli porto rancore», ed ha confermato che durante un congresso Dc, tra il '72 e il '73, Dell'Utri gli chiese informazioni su Ciancimino «che voleva fondare una sua corrente», e ha aggiunto di aver "interpretato" quella curiosità come «un interesse favorevole». Il teste ha riferito che quando Dell'Utri apprese dalla Tv del suicidio di Domenico Signorino, avvenuto il 4 dicembre del '92, «scagliò il telecomando spiegandogli di essere amico del giudice». Riferendosi «ad una violenta campagna di stampa contro Dell'Utri accusato di collusioni mafiose», Cartotto ha detto che Berlusconi era molto preoccupato e che Dell'Utri un giorno commentò: «Silvio non deve dimenticare che io so tante cose...». Il teste (indagato a Torino per false fatturazioni), ha sostenuto infine che «Berlusconi voleva favorire un conglomerato di centro che prendesse i voti dei partiti in crisi» e che «i primi ad essere contattati furono Amato, Martinazzoli e Segni».

    Fu Craxi a spingere Berlusconi in politica

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    UN BISCIONE DI MILIARDI IN SVIZZERA - LA PADANIA, 3 NOVEMBRE 1998


    TOGHE SPORCHE / Depositata una nuova rogatoria: altri 17.820 milioni finiti su "All Iberian"
    Un Biscione di miliardi in Svizzera
    Da Segrate a Lugano, il viaggio degli "spalloni" targati Fininvest

    di EMILIO PARODI
    «Chiamo da parte di Rocco». Proprio come in un film poliziesco: era questa la frase in codice che doveva pronunciare lo "spallone" per ricevere istruzioni dalla Fininvest, andare a ritirare i soldi a Milano, fargli passare il confine in Svizzera e depositarli negli ormai famigerati conti "All Iberian", "Polifemo", "Ampio". Quasi 18 miliardi dal '91 al '93, a 500 milioni per viaggio. Per la precisione 17 miliardi e 820 milioni, parte dei quali - fra lo stupore degli stessi "spalloni" - compivano un percorso circolare e, nel '93, da quegli stessi conti, più il "New Amsterdam", tornavano alla base, a Milano. Con destinazione ultima sconosciuta. È una sintesi del contenuto dell'ultimo faldone depositato nei giorni scorsi dal pool Mani pulite agli atti dell'udienza preliminare per le cosiddette "toghe sporche" romane, che vede indagati per corruzione giudiziaria, fra gli altri, Silvio Berlusconi, Cesare Previti e l'ex capo dei gip romani Renato Squillante. E proprio Squillante riguarda un'altra parte di questo fascicolo - che mette in fila interrogatori per rogatoria in Svizzera e documentazione contabile sequestrata - destinato ad aggiungersi agli altri 180 dell'udienza del 5 novembre. A proposito del giudice romano, c'è la dichiarazione di Alberto Camerini, un consulente italo-canadese che dall''80 al '93 investì "capitali riservati" del magistrato in operazioni immobiliari oltreoceano: 600 milioni del 1982 (valore attuale, più del doppio) e 658.300 dollari del 1989. Soldi fatti fruttare, ad esempio, in un lussuoso condominio a Beverly Hill, California, e in un ufficio postale a Montreal, Canada.La prima parte di queste rogatorie riguarda dunque il flusso di denaro in Svizzera e ritorno attraverso i canali di quella che la procura di Milano considera la «cassa occulta» del gruppo Fininvest. A questo punto bisogna fare un passo indietro e ricordare che il Pool accusa Berlusconi di aver creato provviste estere per tangenti che - via Previti - sarebbero arrivate a Squillante, a sua volta presunto distributore di mazzette al tribunale di Roma per "aggiustare" processi a favore del Cavaliere. Accuse sempre respinte. Bene, queste ultime rogatorie riguardano gli interrogatori in Svizzera di tre "spalloni", quei professionisti incaricati di portare in terra elvetica denaro di "investitori" italiani. Elena Bauco, interrogata il 10 agosto scorso, della società di cambio di Lugano "Cambi-Diba Sa", racconta le operazioni - ritiro di contante dalla Fininvest e trasporto in Svizzera - fra il '91 e il '93. «Parlai con Vanoni (Giorgio Vanoni, manager finanziario del Biscione) ... mi disse che dovevo rivolgermi ad un numero telefonico di Milano, di far dire a chi chiamava "chiamo da parte di Rocco" e si sarebbero stabiliti gli accordi per il trasporto». «Dall'Italia mi sono arrivati contanti fino al 1992. Il rapporto a quell'epoca si è fermato ed è ricominciato in senso inverso nel '93 ... io ricevevo contante dai conti Ampio e da un altro conto della Fininvest e dovevo portare il denaro in Italia... a Palazzo Donatello, in Segrate, ove risiedono uffici Fininvest». Viaggio di ritorno confermato dal secondo fiduciario interrogato (il 16 ottobre scorso), Giorgio Ferrecchi, che ricorda di aver detto alla Bauco: «Cosa gli fanno fare (ai soldi ndr), gli fanno prendere aria fresca?». Conclude il terzetto Alfredo Bassert. Illuminante il racconto di Camerini, il consulente canadese presentato a Squillante dall'ex ministro alle Partecipazioni Statali Franco Piga, amico del giudice dai tempi del loro incarico comune in Consob. Camerini investì i soldi di Squillante in immobili in America: oltre ai già citati, anche uno stabilimento farmaceutico e due centri commerciali a Montreal, un terreno edificabile in California. Camerini finì di restituirgli gli utili (con oltre 800 milioni di guadagno sul capitale investito) nel '93, con 266 milioni in contati consegnati a Montecarlo a suo fratello Vittorio Squillante.

    Un Biscione di miliardi in Svizzera

  8. #8
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    LE SEDICI CASSAFORTI OCCULTE - LA PADANIA, 28 SETTEMBRE 1998

    Svelato il primo grande segreto di Silvio Berlusconi:
    ecco le Holding fantasma del suo impero
    Le sedici casseforti occulte
    Ruggeri, autore di saggi sul Cavaliere, racconta la clamorosa scoperta

    di Max Parisi

    Signor Berlusconi, abbiamo novità per lei. Ha letto i giornali, ultimamente? Ha saputo che da Palermo è iniziata a circolare la notizia che le "famose" holding del suo impero finanziario non sarebbero 22 - come lei giura e stragiura - ma molte di più, esattamente 38?Ebbene... sorpresina, Cavaliere: abbiamo le prove della loro esistenza. Guardi, per non toglierle il piacere di assaporare la notizia, diamo la parola direttamente a chi le ha individuate, ne ha documentato ogni caratteristica amministrativa, e di tutto ciò detiene ampia certificazione a prova di ogni verifica. Inclusa la sua, signor Berlusconi, è ovvio.
    Giovanni Ruggeri, lei è autore di alcuni libri d'inchiesta su Silvio Berlusconi, mi pare.
    «Sì, due per l'esattezza»
    Il primo quando lo scrisse?
    «Il primo, intitolato "Berlusconi, inchiesta sul signor Tv", uscì in prima edizione presso gli Editori Riuniti nel 1987. Lo stesso libro fu poi ripubblicato nel febbraio 1994 dalla casa editrice Kaos di Milano, riveduto, ampliato e aggiornato, chiaramente».
    Dopo di che, lei scrisse la seconda opera?
    «Sì, "Berlusconi, gli affari del presidente", alla fine del 1994. È stata pubblicata anche questa dalla Kaos Edizioni di Milano».
    Lavorando alla stesura di questi due saggi, lei ha mai avuto modo di venire a conoscenza di notizie relative agli assetti societari del gruppo Fininvest?
    «Certamente. Anzi, io mi vanto, ripeto, mi vanto di essere il primo e l'unico ad aver scritto che le famose holding, la cassaforte dell'impero Fininvest, non sono 22, ma sono 38».
    Scusi, Ruggeri, chi sostiene siano 22?
    «Sono ufficialmente dichiarate tali dalla stessa Fininvest, ma non solo, come ogni società che si occupa di editoria e telediffusione, la Fininvest ha dovuto comunicare al Garante l'assetto societario delle sue emittenti, e lo ha fatto citando appunto le 22 holding, per cui non ci piove, ufficialmente sono tali, e il patrimonio della Fininvest, di cui una parte notevole risulta essere di proprietà personale di Silvio Berlusconi, è stato dichiarato distribuito appunto in queste 22 holding».
    Che però non sono le sole, perché lei sostiene, e ora le vengo subito a chiedere con quali prove, che in realtà sono 16 più di quelle dichiarate dalla medesima società televisiva.
    «Sì. Io l'avevo scoperto già dieci anni fa. Allora ne scrissi, però a quel tempo avevo contezza fossero 38, ma quando uscirono i miei libri non avevo ancora reperito tutte le 38 holding, cosa che ho fatto in un secondo momento. Per cui scrissi: sì, ho la certezza che si tratta di 38 holding e non di sole 22, tuttavia non potei sviluppare l'argomento come avrei voluto, e come potrei fare oggi, perché mi mancava la ricognizione documentale delle ulteriori 16, ricognizione che dovevo ancora fare. Le rivelo che a quel tempo delle 38 holding conoscevo, avevo dettagliata documentazione, ovviamente delle prime 22 e dell'ultima, la trentottesima. Delle altre conoscevo l'esistenza, emergevano da confronti di dati, ma alle prove materiali sono arrivato dopo».
    Lei esattamente cosa ha individuato, cosa ha scoperto in dettaglio delle 16 holding "fantasma"?
    «Le prime 22 Holding Italiane sono state costituite tutte il 19 giugno 1978, ma in quella stessa data nascono anche le Holding Italiane 23, 24, 25, 26, 27 e 28. Altre quattro, dalla Holding Italiana ventinovesima alla trentaduesima, vengono fondate il 22 dicembre 1978, e infine tutte le altre, dalla Holding Italiana trentatreesima alla trentottesima, nascono, cioè vengono costituite, il 27 marzo 1981. Noi parliamo di holding, quindi, che esistono già da un bel pezzo, 17 anni».
    Lei è riuscito a capire, ci sono prove, che queste ulteriori holding detengano quote del capitale della Fininvest?
    «Certamente. Intanto ciò che colpisce è la trasformazione che queste 16 holding aggiuntive, rimaste sconosciute, hanno subito nel tempo. Trasformazioni equivalse al cambiamento di nome, ma non di proprietà».
    Cioè?
    «La differenza sostanziale fra le 22 holding "ufficiali" e le 16 "occulte" sta in questo: le prime, quelle dichiarate tali da Berlusconi e dalla Fininvest, sono delle scatole vuote, si limitano a riscuotere i dividendi. Le altre 16, invece, sono società operative. Hanno un operare frenetico, ed è proprio questo che ha reso difficile l'individuazione, il loro reperimento. Ad ogni modo, sono riuscito a fare un elenco preciso, elenco che comprende trasformazioni, variazioni di sede e di oggetto sociale da quello originario. Le faccio un esempio: la Holding 33 dopo vorticose mutazioni è diventata... Tele Posillipo, la numero 34 Tele Sondrio, la numero 35 è diventata una finanziaria, la Safim Finanziaria».
    Quindi oggi non esistono più come tali, come Holding Italiana numero...
    «Formalmente no, ma sostanzialmente sì, la proprietà è sempre quella, sono state fatte variazioni per camuffarle, credo, o per ragioni che risultano del tutto incomprensibili, se non si tratta di nascondere qualcosa. Ad ogni modo non ci sono problemi, ho tutti i dati con me per la loro esatta individuazione».
    Che dati?
    «Tutti. Il numero di registro di ognuna di loro che le identifica presso le Camere di Commercio, il numero del fascicolo presso le Cancellerie dei Tribunali Civili, insomma è tutto molto chiaro, almeno a me. Posso affermare di avere chiarissimo l'intero organigramma societario della Fininvest, incluso questo groviglio nascosto».
    Lei è certo del fatto che queste 16 holding siano riconducibili alla Fininvest? Che prove ha per affermarlo?
    «La loro composizione. Tutte queste 16 holding vengono costituite dagli stessi personaggi al servizio della Fininvest, ossia dallo studio del commercialista Armando Minna, oggi deceduto, e di sua moglie, la signora Nicla Crocitto. Caratteristica di tutte queste holding è che nascono come Srl con 20 milioni di capitale, fondatori sono il commercialista Armando Minna e la moglie, come dicevo poc'anzi. Il commercialista si intestò il 90% del capitale iniziale, il rimanente la consorte. Nascono così, poi si trasformano in Spa, con capitale iniziale di 200 milioni, elevato di norma a 2 miliardi. Poi accadde un fatto che cambiò le cose. Il 29 gennaio 1982 il commercialista Armando Minna morì in un incidente stradale piuttosto strano, per la verità, e la vedova, la signora Nicla Crocitto, si ritirò a vita privata. Ecco che allora amministratore di tutte queste 16 holding diventò Luigi Foscale, zio di Silvio Berlusconi e padre di Giancarlo Foscale. Il signor Luigi Foscale, ex dirigente della Fiat, nonostante i suoi anni, marcia oltre gli ottanta, fino al 1995, ma suppongo ancora oggi, era amministratore unico delle holding di cui stiamo parlando».
    Che senso ha tutto questo marchingegno segreto, secondo lei?
    «Amo dire le cose quando ho una certezza assoluta. Guardi, le holding ci sono, il meccanismo lo conosco perfettamente, e anche a cosa serve. Per le 22 Holding "ufficiali" la Fininvest ha dichiarato che la loro esistenza è necessaria per risparmi fiscali, io vado più in là, anche perché non si capisce come mai la stessa Fininvest queste ulteriori 16 Hoding le ha sempre tenute nascoste».
    La notizia delle 38 e non più 22 holding esce dalla Procura di Palermo che sta indagando nell'ipotesi di riciclaggio di capitali mafiosi in relazione a Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.
    «Le dirò che a me, tutto sommato, fa piacere dopo tanto tempo vedere che la magistratura scopre cose delle quali avevo scritto già 10 anni fa. Per un autore, è una soddisfazione. Noto anche dell'altro, rispetto questa notizia».
    Cosa?
    «Stando alle agenzie stampa, l'Ansa per la precisione, nei primi giorni dell'agosto scorso sarebbero stati prelevati documenti da due società fiduciarie della Banca Nazionale del Lavoro a Milano e a Roma, la Saf e Servizio Italia».
    E quindi?
    «Ma chiaramente, dico io, ci voleva tanto tempo per arrivarci? Io, in questi miei libri, ho chiesto esplicitamente a Silvio Berlusconi di dire chi c'è dietro, che tipo di mandato ha dato proprio a queste due fiduciarie. Il mio ragionamento al riguardo era molto semplice, dicevo: Cavaliere, lei sostiene che è tutto in ordine, che è tutto chiaro rispetto la proprietà della Fininvest? Lo dimostri. Noi sappiamo che lei ha operato dietro la facciata di queste due fiduciarie infiltrate pesantemente dalla P2, lei ha iniziato a servirsi di queste due fiduciarie e continua a farlo proprio quando erano controllate dalla P2 di Licio Gelli. Lei le ha usate, dicevo a Berlusconi già allora, nel 1987, per occultare i volti dei suoi finanziatori. D'altra parte, le società fiduciarie esistono proprio per questo. Ciò non significa a priori che il denaro sia maleodorante e i personaggi anche, ma il fatto che vi si ricorra, suscita delle perplessità. Allora, vogliamo uscire dall'equivoco, dalle congetture, dissi a Berlusconi. Renda pubblici i mandati di queste fiduciarie».
    Berlusconi rispose?
    «Assolutamente no. E allora io, continuavo a dire, non posso non ricordare che dietro queste stesse fiduciarie c'era Licio Gelli e Tassan Din, che addirittura aveva il suo "ufficio privato" diciamo così, dentro una delle sedi di queste fiduciarie, così come non posso scordare che con queste fiduciarie aveva rapporti Flavio Carboni, e via elencando».
    Parlando di queste due società della Bnl, le risulta che abbiano avuto in qualche modo a che fare, intrattenuto rapporti voglio dire, con esponenti della mafia siciliana?
    «Sì. Con esponenti di Cosa Nostra».
    Torniamo la cuore del problema: esattamente quando ha scoperto i dati circostanziati relativi alle 16 Holding fantasma?
    «Ho ultimato le ricerche alla fine del 1997»
    Con questi nuovi risultati, ha intenzione di scrivere un altro libro?
    «A questa domanda non intendo rispondere».
    Un'ultimissima questione. Lei è un giornalista, per chi lavora?
    «Sono un inviato del settimanale Gente da 25 anni».
    Ruggeri, mi permetta l'impertinenza, Berlusconi sostiene che tutti coloro, non importa se giornalisti o magistrati, "parlano male di lui", sono dei comunisti. Lei, se intende dirmelo, è comunista?
    «Mai stato comunista in vita mia. Questa poi... (risata)».

    Le sedici casseforti occulte

  9. #9
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    Predefinito Rif: Quando la Lega dava del mafioso a Berlusconi

    SOLDI SPORCHI NEI FORZIERI DEL BERLUSCA - LA PADANIA, 2 LUGLIO 1998

    La procura antimafia di Palermo: tramite
    Dell'Utri capitali illeciti per le holding del Cavaliere
    «Soldi sporchi nei forzieri del Berlusca»
    I legali del presidente di FI si oppongono
    alla perquisizione: è un parlamentare

    PALERMO
    La procura antimafia di Palermo sospetta che capitali di provenienza illecita siano finiti, tramite Marcello Dell'Utri, nelle holding di Silvio Berlusconi e ne vuole aprire i forzieri. Ma i legali del presidente di FI, Giuseppe De Luca ed Ennio Amodio, si oppongono al decreto di perquisizione, per le «prerogative riconosciute all'onorevole Berlusconi quale appartenente alla Camera dei Deputati». Dunque un invito a chiedere autorizzazione a Montecitorio. La Procura replica con «richiesta di esibizione e consegna di copia degli atti», motivata da improrogabili «esigenze processuali» nell'ambito dell'indagine per riciclaggio contro Dell'Utri. Il primo atto di questa schermaglia processuale è un decreto di perquisizione del 16 giugno. I pm Antonio Ingroia e Nico Gozzo, titolari anche dell'indagine sull'ipotesi di concorso in riciclaggio contro Dell'Utri (parallela al processo per concorso esterno in fase dibattimentale) chiedono di acquisire copia dei documenti contabili di alcune società, le cosiddette "Holding", che controllano l'intero capitale della Fininvest. In particolare, si chiede l'esibizione degli atti costitutivi, dei libri-soci e dei libri-giornale delle società: dalla "Holding Italiana prima" alla "Holding Italiana ventitreesima". Sei giorni dopo, il 24 giugno, giunge a Palermo notifica di opposizione degli avvocati De Luca e Amodio. «Nelle holding - scrivono i legali - si trova concentrato il patrimonio personale dell'onorevole Berlusconi che costituisce punto di riferimento e strumento della sua attività imprenditoriale, come tale quindi protetto dalla tutela costituzionale accordata a tutti i rapporti riconducibili alla attività personale del cittadino investito di funzioni parlamentari». Gli avvocati invitano perciò la procura di Palermo a chiedere l'autorizzazione alla Camera per acquisire le informazioni richieste su ventidue delle Holding citate nel provvedimento, quelle detenute «direttamente o indirettamente dall'onorevole Berlusconi». Via libera, invece, per la "Holding Italiana Ventitreesima" che fa capo, spiegano i legali, «ad altre persone della stessa famiglia» non coperte dalla tutela accordata ai parlamentari. La Procura replica allora rinnovando la richiesta di esibizione degli atti che le interessano, motivandola con «esigenze processuali determinate dalla sussistenza di gravi indizi in ordine ai reati ascritti a Marcello Dell'Utri». La Procura sostiene infatti che nell'acquisizione di "pacchetti film" da parte della società "Reteitalia spa", negli anni '70 e '80, sarebbero confluiti capitali illeciti.

    «Soldi sporchi nei forzieri del Berlusca»

  10. #10
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    Predefinito Rif: Quando la Lega dava del mafioso a Berlusconi

    COSI' IL BISCIONE SI MISE LA COPPOLA - LA PADANIA, 10 LUGLIO 1998

    «Dell'Utri chiese a Bontade venti miliardi da girare a
    Berlusconi che si trovava in difficoltà economiche»
    Così il Biscione si mise la coppola
    Rapisarda: quei soldi servivano per acquistare
    film e programmi. La Fininvest: tutto falso

    ROMA
    Un incontro a Parigi, nel 1980, tra Marcello Dell'Utri, Stefano Bontade e Filippo Alberto Rapisarda, nel corso del quale Dell'Utri chiese a Bontade, allora al vertice di Cosa Nostra, 20 miliardi da girare a Berlusconi, in difficoltà economica. Lo avrebbe rivelato ai magistrati di Palermo lo stesso Rapisarda, secondo quanto scrive "L'Espresso" in un articolo che sarà pubblicato sul prossimo numero e di cui è stato anticipato il testo. «Rapisarda - scrive il settimanale - dopo un primo interrogatorio dell'estate del '96 in cui aveva sostenuto che Bontade gli parlò, nel 1979, di 10 miliardi richiesti da Berlusconi e Dell'Utri alla mafia palermitana per entrare in società nel nascente Canale 5, si è presentato in procura il 6 ottobre 1997». Rapisarda ricostruisce quindi l'incontro con Bontade e Dell'Utri e la richiesta dei 20 miliardi, quasi 80 miliardi ai valori di oggi: «Con quei soldi - sostiene il finanziere siciliano, che non è un pentito, sottolinea "l'Espresso", - il gruppo Biscione avrebbe acquistato diritti televisivi di film e programmi da ritrasmettere sulla sua tv commerciale». Il settimanale scrive quindi che sono cominciati i controlli sui documenti, «partendo da quelli sequestrati alla Parmafid, una fiduciaria milanese cui fa capo il capitale sociale della Fininvest».La Parmafid ha sostanziali partecipazioni nelle 23 Holding Italiane, cui fa capo il capitale sociale della Fininvest. «La Parmafid però - continua ancora "L'Espresso" - non veniva utilizzata solo da Berlusconi. La fiduciaria aveva anche altri clienti, tra cui gli imprenditori milanesi Joe Monti e Antonio Virgilio, due colletti bianchi al centro dell'inchiesta Pizza Connection, assolti dalle accuse di mafia da una provvidenziale sentenza dell'ex presidente della prima sezione della Cassazione Carnevale. Così a partire dal 1997 gli investigatori della Dia hanno ricostruito gli acquisti di pacchetti di film avvenuti negli anni incriminati. Tutti contratti - scrive sempre il settimanale - conclusi a colpi di miliardi di ignota provenienza». "L'Espresso" ricorda poi che i legali di Berlusconi si sono opposti alla consultazione dei libri contabili delle Holding Italiane sostenendo che si tratta del capitale personale di Berlusconi, e che quindi bisogna chiedere l'autorizzazione al Parlamento. «È inaudito e indegno di uno Stato di diritto che in pieno svolgimento di processo certa stampa debba conoscere verbali di interrogatori tenuti nascosti alla difesa». Lo afferma in una nota il collegio difensivo dell'onorevole Marcello Dell'Utri a proposito delle anticipazioni dell'Espresso. «Le rivelazioni del Rapisarda, per quanto frammentariamente concessoci dalle Agenzie - proseguono i legali - sono state smentite dalle acquisizioni finora compiute, e costituiscono solo la conferma della dedizione alla menzogna di tale soggetto, ancora in debito di gratitudine per la archiviazione della sua posizione da parte della Procura palermitana». «Al fine di sgomberare il campo da ulteriori equivoci» gli avvocati di Dell'Utri ribadiscono che «i colleghi difensori dell'onorevole Berlusconi si sono opposti, per doveroso rispetto alle prerogative del loro cliente, al sequestro di atti comunque estranei agli acquisti cui si riferisce il Rapisarda, in ogni caso prestandosi alla esibizione degli stessi alla Autorità giudiziaria, a riscontro della assoluta trasparenza delle operazioni finanziarie riferibili alla holding». E la Fininvest smentisce in una nota «di aver avuto relazioni finanziarie o di qualunque altro tipo con personaggi come Bontade o Rapisarda per l'acquisto di diritti televisivi o per altre operazioni».

    Così il Biscione si mise la coppola

 

 
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