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    Predefinito Francia: finché c'è rivolta c'è speranza

    Notiziario del Campo Antimperialista ... 9 novembre 2005 ... http://www.antiimperialista.org


    «Questa violenza irreprensibile lo mostra perfettamente, non e’ un’assurda tempesta ne’ la resurrezione di istinti selvaggi e nemmeno un effetto del rancore: e’ l’uomo stesso che si ricompone. Quando la sua rabbia scoppia, egli ritrova la sua trasparenza perduta, egli si conosce nella misura in cui si fa; da lontano noi consideriamo la sua guerra come il trionfo della barbarie; invece essa procede da se stessa verso l’emancipazione del combattente, liquida, in lui e fuori di lui, le tenebre dell’oppressione. Dal momento che inizia e’ senza pieta’. Si puo’ rimanere terririzzati o invece diventare terribili».
    J. P. Sartre (Introduzione a -I dannati della Terra- di Franz Fanon)

    Questo Notiziario contiene:

    1. FRANCIA: FINCHE’ C’E’ RIVOLTA C’E’ SPERANZA
    2. FOCHETTE AMMAESTRATE
    Di Israele, mappe e paccottiglie



    .................................................. ..................................
    1. FRANCIA: FINCHE’ C’E’ RIVOLTA C’E’ SPERANZA

    La rivolta che sta scuotendo la Francia (quasi trecento i comuni toccati dalle sommosse) e’ un fatto di enorme importanza. Lo e’ per le oligarchie europee (in preda al panico), lo e’ per le mafie politiche tutte (in preda al panico), lo e’ per le sinistre antagoniste che balbettano.
    La decisione governativa di concedere a sindaci e prefetti di dichiarare il coprifuoco (ricorrendo ad una legge coloniale che autorizza a vietare manifestazioni, riunioni, comizi, ecc.), ovvero lo Stato d’emergenza, segnala emblematicamente l’enormita’ di cio’ che sta accadendo in Francia.
    Segnaliamo subito i fatti obbiettivi, non senza sottolineare che l’obbiettivita’ e’ per sua natura partigiana, nel senso che lo sguardo sulla realta’ sociale non e’ mai neutrale, in quanto l’osservazione implica un punto di vista, oltre che un protocollo investigativo e interpretativo.
    C’e’ un punto fermo difficilmente discutibile. La rivolta avviene nei quartieri piu’ degradati ed emarginati delle citta’ francesi, giovani e giovanissimi ne sono protagonisti, anzitutto di quelli piu’ poveri. I quasi mille fermi di polizia compiuti lo attestano senza possibilita’ di smentita.
    Come minimo essa e’ un J’Accuse contro l’ingiustizia sociale. Il quotidiano francese Liberation, che non sta certo con i ribelli, parla di vera e propria Intifada (ovvero: Intifada 9-3, novantatre è il numero di codice del dipartimento della Seine-Saint-Denis, subborghi Nord-Est di Parigi, dove e’ iniziata).
    Il discorso si fa controverso sulle cause di queste sommosse.
    Le destre, Le Pen in testa, hanno subito vomitato la loro xenofobia, tirando in ballo i soliti discorsi sull’irriducibilita’ dei negri, degli africani, degli arabi, dei musulmani rispetto alla cultura occidentale, chiamando i bianchi ad arruolarsi volontari per combattere la guerra di civilta’ ormai giunta nel cuore dell’Europa, invocando alla fine non solo il ripristino dell’ordine sociale ma lo sfratto coatto per tutti quanti.
    La sinistra per bene denuncia che vent’anni di politiche neoliberiste, stimolate sia dalla destra che dalla sinistra, con il loro portato di tagli alle spese sociali, di riduzione dei salari reali, di disoccupazione massiccia e di sfrenata precarieta’, sono le cause della sommossa.
    La sinistra radicale, al carro di quella per bene, si limita ad aggiungere che responsabile e’ altresi la politica biecamente sicuritaria dei governi francesi, sia di sinistra che di destra, fatta di controlli asfissianti ad ogni angolo di strada, ad ogni stazione delle metro, di incursioni militari spietate nei subborghi, di cui i giovani piu’ poveri sono state le vere vittime. Tutti chiedono le dimissioni del ministro dell’interno Sarkozy per la sua spavalderia repressiva, ma Sarakozy non fa che applicare le norme esistenti, affermando (Cofferati docet!), che <il rispetto della legalita’ viene prima d’ogni altra cosa>.
    Lasciamo parlare una mamma qualunque dei subborghi parigini: <Ieri sera ho discusso a lungo con mia figlia. Ha 15 anni e dice che quelli che appiccano il fuoco hanno ragione. Io le ho risposto che quei ragazzi non sanno quello che fanno. Mi ha detto lei: ottengono piu’ loro in una settimana che i pacifisti in una vita di dibattiti>. Una direttrice di una scuola materna: <Adesso il mondo si accorge di noi? Solo adesso che stiamo bruciando? Sono anni che cerco di attirare l’attenzione sui problemi del nostro quartiere, anni che parlo al vento. Ora sono io che non ho piu’ voglia di parlare>.
    Detto questo siamo ancora solo ai bordi dell’abisso, ai confini della realta’.
    Quali le cause piu’ profonde della rabbia sorda e della guerriglia che fa assomigliare la periferia di Parigi a Gaza o Bagdad? Come minimo un’istintivo rifiuto dell’emarginazione sociale e dell’oppressione, certo! Ma allora si abbia il coraggio di dire che davanti ad una societa’ disumanizzata, davanti ad un popolo che tira a campare come una massa di scimmie, questo <minimo> contiene un massimo: indica che seguendo il loro istinto ribelle quei giovani stanno riumanizzando se stessi e l’intera societa’, dato che ribellarsi all’ingiustizia e’ il primo elementare sintomo che siamo in presenza non di zombies ma di esseri umani, poiche’ l’uomo non si ciba solo di pane, ma pure di liberta’. La rivolta mostra dunque che il capitalismo non ha ancora spento l’Occidente, che esso non ha portato a compimento la sua controrivoluzione antropologica che consiste nel fare dell’uomo una macchina da soma, un’anima morta, una protesi del capitale.
    Parafrasando Marx, gli insorti <stanno finalmente facendo ballare i mummificati rapporti sociali cantando la loro propria musica, e insegnano al popolo ad avere orrore di se stesso, per fargli coraggio>. Per dirla tutta: la rivolta giovanile e’ la sola fiaccola che alimenta, in quest’Europa moribonda la speranza. Per questo affermiamo: ficnhe’ c’e’ rivolta c’e’ speranza. E la speranza e’ la cosa piu’ preziosa per gli oppressi, per gli ultimi, per i diseredati e tutti i dannati della Terra. I tiratori di pietre palestinesi, i ragazzi iracheni che si scagliano contro i tank americani, i ribelli del terzo mondo non sono piu’ soli: qualcuno ha raccolto nel cielo dell’Occidente il loro grido di rivolta e di vendetta. Qualcuno sta tentando di abbassare il ponte levatoio della fortezza imperialistica, di abbattere il muro che separa l’umanità; da se stessa.
    La sinistra con la puzza sotto il naso (la stessa che faceva spallucce davanti alla Resistenza irachena <dei tagliatori di teste e senza progetto politico>, ha inesorabilmente finito per prendere le distanze dalla rivolta francese: essa dice di comprendere le ragioni dei giovani ma.... condanna le AUTO-distruzioni. Arguisce infatti che questa sommossa si pregiudica il consenso popolare, che spinge i cittadini nelle braccia delle forze reazionarie, che suscita la guerra tra poveri, che e’ una ribellione senza vie d’uscita. Tratta i giovani da DISPERATI (nb: la categoria morale della disperazione e’ la stessa a cui i sinistri ricorrono quando non riescono ad ammettere l’implacabile lucidita’ di uno shahid palestinese).
    C’e’ qui tutta la vigliaccheria morale dei sessantottini pentiti, la sordita’ dei comunisti rinnegati, dei riformatori in doppio petto, davanti al grido degli insorti —che speravano di aver rimosso per sempre il sogno della rivolta sociale. La loro arguzia e’ un volgare politicantismo. Fingono di ergersi a professori della rivoluzione, ma non lo si puo’ essere se si sbarra il cuore alle ragioni dei diseredati. C’e’ anche la loro assoluta nullita’ cognitiva. Essi sono infatti dei rimbambiti. Fanno le pulci politiche ai giovani guerriglieri metropolitani ma sono i primi che sarebbero bocciati ad un esame non diciamo di marxismo (Benjamin, Sartre, Bloch, Marcuse, Fanon, Guevara, Debord, Foucault, tutto gettato nella spazzatura!), ma di prosaica sociologia universitaria. L’imperialismo ha letteralmente resettato i loro cervelli.
    A chi invece non abbia portato la testa all’ammasso, ne’ gettato il proprio cuore nel congelatore della modernita’; appare non solo comprensibile ma legittimo il disprezzo verso una societa’ che mentre ostenta la sua opulenza consumistica lascia marcire un’ampia porzione di gioventu’ nella miseria. Una miseria che definiremo postmoderna, dato che non si misura, come nel terzo mondo, nella cruda penuria’ di calorie e proteine, quanto nell’impossibilita’ di accedere al mondo fatato dei consumi. Il sistema occidentale ha tirato su i giovani inculcando loro che, liberati dai bisogni, stracciate le utopie egualitarie, potevano dedicarsi ai sogni. I giovani presentano il conto, denunciando che quanto promesso si e’ inverato come incubo, che il paradiso del benessere e’ un luogo infernale, ove il profano Dio del denaro non giunge e invece di effondere Grazia distribuisce una dis/grazia radicale, il piu’ cupo dei futuri.
    La sinistra dei <compagni> con la puzza sotto il naso sostiene la propria posizione pusillanime dicendo che la criminalita’ comune contamina ed eterodirige i giovani in strada, che essi sono portatori di una concezione comunitarista e autoghettizzante priva d’ogni spinta universalistica e seriamente liberatrice. Puo’ essere signori. Ma il truce perbenismo proprietario del ceto medio non e’ meno spregevole del cinismo morale dei malviventi; ne’ la spinta all’autodeterminazione, dopo un lungo letargo, puo’ manifestarsi se non in forme rudimentali e primitive. Il grave, semmai, non e’ che la criminalita’ comune stia dalla parte degli insorti, ma che contro gli insorti si sia schierata tutta la rispettabile societa’ civile. Il fatto e’ che questi <compagni>, dopo avere civettato con le fantastiche moltitudini biopolitiche di Toni Negri, non riescono a digerire che quello che sta insorgendo e muovendo i primi passi e’ il proletariato reale, in carne e ossa (il solo che potrebbe raccogliere il testimone di quello vecchio, ormai imbastardito, penosamente imborghesito, soddisfatto dell’elemosina che il capitale ha elargito depauperando i tre quindi dell’umanita’). Rincoglioniti dai miti sulla classe operaia industriale dei tempi andati I <compagni> non vogliono nemmeno ammettere che quella che abbiamo di fronte e’ LOTTA DI CLASSE, che come ogni lotta di classe si manifesta anzitutto sul terreno <meschino> della riappropriazione del reddito. E dunque, anche se questo giovane proletariato metropolitano non riuscisse a diventare adulto, gigante, agli antimperialisi non resta che sostenerlo e difenderlo.
    Se ce la pigliamo con le elite di rinnegati del ‘68, non e’ per ripicca. E’ che essi sono coloro che questo sistema manda avanti, che parlano dagli schermi, che scrivono sui giornali. Essi sono i veri ideologi del capitale, i piu’ potenti sacerdoti del quieto vivere imperiale. Infatti a che assistiamo? Che trastullandosi con l’estetica del cambiamento tranquillo e dalle buone maniere, posti improvvisamente davanti ad una insorgenza che lungi dall’essere avvenente appare sgraziata e osa fare una sonora pernacchia alle loro sollazzevoli cazzate di borghesi piccoli piccoli; essi si vendicano facendo gli spergiuri ergendosi a paladini delle <istanze di sicurezza dei cittadini>. Quali cittadini?
    Partiti, sbirraglia, padroni e padroncini, associazioni no global, pacifisti, femministe, preti e imam, comitati di immigrati: tutti a Parigi condannano i moti, invocano <il ritorno alla legalita’ e chiedono si ponga fine alle violenze>. Incoraggiati da questo coro unanime e bipartisan, in molti quartieri e citta’ si sono cosi costituiti gruppi di autodifesa, ronde di quartiere, comitati di vigilanza cittadini. Miliziani scesi in campo a dare manforte alla polizia antisommossa, a pattugliare strade e a difendere parcheggi, supermercati, scuole, edifici pubblici e privati. L’ordine deve tornare a Parigi, vetrina dell’Europa civilmente imperialista.
    Cos’e’ questa se non una marmaglia plebea che fa blocco con l’aristocrazia patrizia al fine di schiacciare la rivolta di Spartaco? In termini moderni questo e’ fascistume legalizzato di secondo tipo. Il primo tipo, quello mussoliniano, armava in maniera extralegale e sovversivistica i piccolo borghesi impoveriti per schiacciare la sovversione bolscevica-proletaria allo scopo di ripristinare l’ordine sociale e la sovranita’ dello Stato capitalista. Questo fascismo postmoderno, di secondo tipo, assolve la medesima funzione, pretende di riportare l’ordine borghese, senza tuttavia nulla concedere ne’ al sovversivismo ne’ al ribellismo. Questo e’ il fascismo dell’uomo qualunque, che non ha le palle per occupare la prima linea e sporcarsi le mani del sangue dei propri figli e fratelli. Questa e’ gente per bene, rispettosa della legalita’, e dunque pretende sia Sua Maesta’ lo Stato a sporcarsele soffocando le fiamme per restaurare l’ordine sociale turbato con l’anelito pietoso di tornare al solito avvilente tran tran.
    Una controrivoluzione dal pugno di ferro ma con la faccia pulita.

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    2. FOCHETTE AMMAESTRATE
    Di Israele, mappe e paccottiglie

    Mentre gli americani confessano che anche il secondo pretesto dell’aggressiona all’Iraq era una colossale menzogna (la Cia conferma che non c’erano legami tra l’Iraq e Al Qaida); mentre filtrano filmati agghiaccianti sul massacro compiuto dagli occupanti a Falluja; mentre Cheney chiede si legalizzi la tortura contro i sospetti terroristi; mentre veniamo a sapere che gli americani usano in Europa ex- basi militari sovietiche come prigioni ove <trattare adeguatamente> i loro prigionieri; mentre il centro-sinistra si allinea a Bush e Berlusconi affermamdo che una volta al governo il ritiro delle truppe dall’Iraq avverra’ a dosi omeopatiche e comunque in pieno accordo col regime Quisling-Talabani; la sola buona notizia e’ stato il penoso flop dell’adunata sediziosa dei sionisti sotto l’ambasciata dell’Iran a Roma. I promotori avevano annunciato diecimila persone (certo convinti che poi avrebbero potuto esultare per essere stati in cinquantamila), ma in piazza ce n’erano poco piu’ di un migliaio, in larga parte portati dalla comunita ebraica di Roma. Di cittadini italiani neanche l’’ombra, nonostante l’ampiezza senza precedenti delle adesioni piu’ che bipartisan.
    Su questa adunata e l’ignobile campagna antiraniana, circola in rete un’arguta riflessione. La diffondiamo, non senza complimentarci con la a noi ignota autrice.
    Ciao Ilia!

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    «Sto per dare una notizia-bomba: l'Iran non è il solo paese secondo cui Israele non dovrebbe esistere.

    Dello stesso avviso sono anche l'Afghanistan, l'Algeria, il Bangladesh, le Comore, Gibuti, l'Indonesia, l'Iraq quando si riesce a esprimere, il Kuwait, il Libano, la Libia, la Malesia, l'Oman, le Maldive, il Pakistan, il Qatar, l'Arabia Saudita, la Somalia, il Sudan, la Siria, la Tunisia, gli Emirati Arabi Uniti, lo Yemen e chissà se me ne sono dimenticati un po'.
    Curiosamente, si tratta di paesi in cui non si ricordano Olocausto e camere a gas, persecuzioni contro gli ebrei condotte per secoli o cose così: stiamo mica parlando di Russia, Polonia, o di Spagna, o anche di Italia o addirittura di Germania, gessù.
    Si tratta, semplicemente, di paesi contrari al fatto che ci sia Israele. Non che ci siano gli ebrei. Che ci sia Israele.
    E questo non perché non riconoscano "il diritto degli ebrei ad avere una terra".
    Semplicemente, non gli riconoscono il diritto di portarla via ad altri.
    Tutto qua.

    Fin qui ci siamo, giusto?
    Niente di nuovo, no?
    Ok.

    Poi arriva questo presidente iraniano un po' grezzo, populista assai, noto per essere stato eletto dall'Iran descamisado con gran disdoro di blogger e intellettuali (vatti a fidare delle elezioni, signora mia) che, intervenendo a un convegno davanti a 3000 studenti, si fa il suo bagnetto di popolarità ribadendo ciò che chi non riconosce Israele ha sempre detto: che Israele non dovrebbe esserci.
    Frase inoppurtuna e non geniale per mille motivi, siamo d'accordo. Ma "frase", appunto.
    Noi che abbiamo Berlusconi e Calderoli ne sentiamo molte, di frasi grezze e inopportune.

    Peccato che, dall'altra parte, non si sia né grezzi né populisti né, tanto meno, descamisados: Israele (che intanto sta bombardando i suoi carcerati di Gaza, non vorrei dire) ti monta su un casino che neanche se le avessero dichiarato guerra e avesse gli iraniani alle porte, e mezzo mondo segue compatto.
    Stupore.
    Raccapriccio.
    Scandalo.
    Ma quando mai si era sentito, che qualcuno non riconoscesse Israele??

    L'iraniano ci rimane un po' male: fa notare che l'alzata di scudi occidentale gli pare un pelicchio strumentale, visto che saranno 30 anni che l'Iran è su queste posizioni, ma poi il temperamento nerboruto emerge, la necessità di non perdere la faccia in Medio Oriente è quella che è e il Nostro decide di non farsi mettere all'angolo ed eccolo là: solo contro il mondo e, immagino, segretamente convinto che il pianeta vada proprio alla rovescia.

    Perché quest'epoca politicamente corretta è bizzarra assai: gli USA possono invadere e distruggere un paese sovrano protetti da un mare di comprovate balle, e non succede nulla.
    L'Italia può partecipare festosa allo scempio salvo poi ammettere di avere sempre saputo di stare sbagliando, e non succede niente.
    Israele può chiudere a chiave un milione e mezzo di palestinesi, buttare via la chiave e mandare gli aerei a bombardarli (ora, mentre parliamo) e non succede nulla.

    L'iraniano fa un discorso a 3000 studenti, invece, e apriti cielo.

    Poi, naturalmente, io so/che voi sapete/che io so che, dopo avere frantumato l'Iraq, si vorrebbe frantumare anche l'Iran.
    Non è una novità, giusto?
    E che sarebbe meglio che l'Iran fosse disarmato, per potere procedere più agevolmente. Lo sanno tutti: i paesi, prima vanno disarmati e poi vanno invasi.
    Come in Iraq, esatto.

    Ma facciamo anche finta di non saperlo, è lo stesso.
    Rimane il fatto che il paese mediorientale meno minacciato dal mondo, nel nostro XXI secolo, è Israele. (Quello più minacciato, assieme alla Siria, è l'Iran.)
    Che il paese più e meglio armato, è Israele.
    Che il paese che ha un arsenale atomico "clandestino" e illegale sufficiente a raderne al suolo dodici, di Iran, è Israele.
    Che il paese che ha le mire espansionistiche più note, dichiarate e tenacemente perseguite nell'area, è Israele.
    Che il paese che quotidianamente spedisce il proprio esercito a sparare su civili fuori dalle proprie frontiere, è Israele.
    Eccetera.
    Eccetera.
    Eccetera.

    E noi, che si fa?
    Si va tutti a una grande manifestazione per difendere... Israele.
    Perché Tizio (il populista descamisado con l'Iraq alla frontiera e il fiato USA sul collo) "ha detto".
    Non perché Tizio abbia "fatto".
    Perché "ha detto".
    E quindi l'esistenza di Israele "è in pericolo" e noi si corre tutti a difenderla, scapicollandoci.
    Ma il senso del ridicolo, dico io. No, eh?
    No.
    Faccia di tolla, invece, tanta.

    Io ci troverei anche dell'ironia, in questo nostro demenziale momento storico, se non fosse per l'agghiacciante frase che ho letto poco fa:

    Gli ebrei italiani verificheranno attentamente chi parteciperà alla manifestazione e chi no. Non c'è dubbio che chi eviterà di partecipare e non ci sarà sarà considerato un nemico non solo di Israele ma anche degli ebrei italiani.

    Ma davvero?
    Be', caspita.

    Io, francamente, non ho molto piacere che qualcuno "verifichi attentamente" se io o chi mi rappresenta va o non va a una manifestazione.
    Pensavo che le manifestazioni forzate, fatte per non passare per nemici della patria, ce le fossimo lasciate alle spalle.

    E poi vorrei capire che cosa vuol dire, esattamente, "essere considerato un nemico di Israele e (!) degli ebrei italiani".
    No, perché ad essere considerati nemici di Israele, per esempio, se ne passano, di guai, volendo.
    Mica è come essere considerati nemici da Peppino.
    Bisogna preoccuparsi?
    Bisogna spaventarsi?
    Io, sì, sono un po' spaventata. Sai com'è.

    Però mo' dichiaro su un pubblico blog che mi pare ozioso e un po' sfrontato correre in blocco a manifestare per un paese che non è affatto in pericolo, quando lì accanto facciamo guerre, distruggiamo, devastiamo, rapiniamo e teniamo oggettivamente in pericolo interi popoli che, di fatto, in pericolo ci si sentono. Eccome.
    Lo trovo sciocco, inutile e strumentale.
    Dichiaro che è da foche ammaestrate, questo reagire compatti a delle parole d'ordine che ci riportano a scenari di Olocausti che appartengono alla nostra storia e non a quella di coloro contro cui ci scagliamo adesso sentendoci i puri d'animo, i giusti, nel pezzo di mondo che aiutiamo a distruggere pur "sapendo che è sbagliato".

    E siccome non è pensabile che i nostri politici e intellettuali non lo sappiano, quali sono i veri giochi di potere che vanno in scena in Medio Oriente, non mi sfugge (ahimé) il vero senso di questa pubblica conta, di questa lista di nomi verificati attentamente.
    Ah, a proposito: salutatemi Fassino, mi raccomando.

    E ora che l'ho detto?
    Che succede, ora che l'ho detto?
    Sono considerata "nemica" di chi?
    E che mi fanno?
    Mi picchiano, mi epurano, mi indagano, mi arrestano, mi rovinano, mi esiliano, che mi fanno?
    Se io penso e dico e scrivo che ritengo che ci sia ben altro su cui manifestare, a proposito di Medio Oriente, quale crimine commetto?
    Se lo fa qualcuno che mi potrebbe rappresentare, in quale lista nera finisce?
    No, per sapere.

    E infine: ma l'equazione Israele/ebrei mondiali, non era antisemita?
    Ah, non è dato saperlo.
    Per cui, se io penso che un ebreo italiano (chessò, un giornalista) non è obiettivo verso Israele, sono antisemita.
    Se penso che invece lo può essere tranquillamente perché essere ebrei non significa necessariamente essere sionisti, sono antisemita lo stesso.
    Non mi è permesso distinguere le due identità perché, se non vado a una manifestazione pro-Israele, sono considerata nemica da entrambe.
    Ma non mi è permesso nemmeno unirle perché "come ti permetti, idiota di un'antisemita".
    Be': scusate, ma una si confonde.
    Chiedete per favore a Riccardo Pacifici come ci deve regolare, sull'argomento, perché io non lo so più.

    E mi stanno cominciando pure a girare un po' le palle, detto fuori dai denti, ché quello che io sono o non sono lo decido io, non il signor Pacifici o chi per lui.
    Parecchio, mi girano.
    Verificatemi attentamente pure quelle, perché no».

    Ilia

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    A chi invece non abbia portato la testa all’ammasso, ne’ gettato il proprio cuore nel congelatore della modernita’; appare non solo comprensibile ma legittimo il disprezzo verso una societa’ che mentre ostenta la sua opulenza consumistica lascia marcire un’ampia porzione di gioventu’ nella miseria. Una miseria che definiremo postmoderna, dato che non si misura, come nel terzo mondo, nella cruda penuria’ di calorie e proteine, quanto nell’impossibilita’ di accedere al mondo fatato dei consumi. Il sistema occidentale ha tirato su i giovani inculcando loro che, liberati dai bisogni, stracciate le utopie egualitarie, potevano dedicarsi ai sogni. I giovani presentano il conto, denunciando che quanto promesso si e’ inverato come incubo, che il paradiso del benessere e’ un luogo infernale, ove il profano Dio del denaro non giunge e invece di effondere Grazia distribuisce una dis/grazia radicale, il piu’ cupo dei futuri.
    Il punto debole dell analisi è proprio questo. Si vuole vedere in questa rivolta il contenitore di un sorpassamento del consumerismo, del capitalismo, del sedicente paradiso del benessere. Ora il problema è che non c'è proprio nulla che possa confortare questo punto di vista sul piano della realtà. Certo che uno puo pensare che siamo davanti ad un processo dialettico, che poco a poco i ribelli troverano il senso di queste distruzione, e che sapranno alzare il tiro e centrare i centri di potere. Ma questa è un interpretazione che non si puo falsificare, è un raggionamento circolare che puo fare a meno della realtà. E come se si dicesse che il marito che maltratta la moglie capira con il tempo che il vero responsabile del suo malessere non è la donna, ma il sistema.

    In realtà le banlieues non sono (per il momento) zone di effervescenza rivoluzionaria, ma al contrario luogi dove il sistema si mostra in tutta la sua miseria, e dove i rapporti sociali esprimono liberamente la violenza contenuta nel capitale.

 

 

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