Parigi Brucia


Parigi Brucia


(di Marcello De Angelis) - Con la vicenda della cosiddetta "rivolta delle periferie parigine", la destra ha perso un’altra ottima occasione di far sentire le ragioni della destra (che in Francia, al momento, è troppo occupata in una guerra di successione). Anche su questa storia la sinistra ha imposto ai media il suo monologo: ha affermato quali fossero le origini del problema, individuato i responsabili e trovato le soluzioni. A fronte di questa assoluta mistificazione, il mondo è restato muto come un cerebroleso. Tutta la stampa occidentale ci assicura che l’origine del problema va rinvenuta nella marginalizzazione alla quale i giovani "non-bianchi" e "non-francesi-di-origine", sono condannati da una società che li rifiuta per pregiudizio razziale, emarginandoli in quartieri ghetto. La polizia ha (sempre e ovunque) un atteggiamento persecutorio e brutalmente razzista che provoca, al termine della pazienza, l’esasperata rivolta. La risposta dei governi deve essere dunque: maggiore vigilanza ed educazione contro il razzismo, minore presenza poliziesca nei quartieri "etnici", più soldi alle periferie e "discriminazione positiva". In realtà è tutto drammaticamente capovolto. I quartieri periferici intorno a Parigi sono stati la grande realizzazione delle visioni architettonico-sociologiche della sinistra sessantottina. I geniali architetti "impegnati" volevano creare, lontano dal centro urbano, delle città satellite dove il proletariato avrebbe ricreato delle comuni socialmente consapevoli e solidali. I casermoni che le caratterizzano erano considerati, negli anni sessanta e settanta, delle realizzazioni geniali, dei fantastici alveari dalle forme creative (vele, cerchi, missili), che segnavano la fine delle impostazioni urbanistiche tradizionali, lasciando libero spazio all’innovazione. Va detto, per verità, che i quartieri periferici sono di gran lunga più puliti, verdi, vivibili e architettonicamente salubri, dei quartieri popolari interni alle mura parigine (Barbes, Chateau Rouge), dove le case prendono fuoco come cerini se si usa troppo il riscaldamento e molti stabili hanno ancora i servizi sul pianerottolo. La ragione per la quale questi quartieri si sono trasformati in ghetti etnici è la pratica dei ricongiungimenti familiari, che hanno spinto naturalmente i clan tribali a ricomporsi nei nuovi vicinati. E’ il meccanismo delle varie China town o, nel remoto passato, Little Italy nei vari paesi di immigrazione. I rivoltosi non sono immigrati "emarginati", al contrario, sono figli e spesso nipoti di immigrati integrati e, a loro volta, cittadini integrati della repubblica francese. Sono tutti giovani nati in Francia, per la maggioranza laici o religiosi di maniera, come i loro coetanei "bianchi", che hanno frequentato le scuole dell’obbligo francesi e percepiscono, al peggio, il salario minimo garantito o l’indennizzo di disoccupazione. Le ragazze, se sono madri, hanno un premio di maternità (ancor più se non sono sposate) e la casa popolare. E' ovvio che chi abita in periferia _ anche in Italia _ non appartiene alle "minoranze privilegiate", ma non significa che sia uno straccione. La crisi economica in Francia è ben più grave che in Italia, tra l'altro, ma le sue conseguenze negative colpiscono tutti i cittadini francesi, senza riguardo per razza o religione. La grande realizzazione della Gauche è stata senz'altro quella di convincere i discendenti di africani e maghrebini che le loro difficoltà socioeconomiche non sono dovute a fattori socioeconomici, ma alla cattiveria degli odiati francesi. E dello splendido risultato di questa enorme mistificazione antinazionale hanno fatto le spese anche politici di sinistra. Quando, durante una partita di "riappacificazione" nel 2001, la nazionale francese (la più multietnica della storia) incontrò la nazionale algerina, le gradinate erano piene di giovani arabo-francesi che sventolavano bandiere algerine e che fischiarono e insultarono la signora Marie-George Buffet, segretaria del partito comunista e ministra dello sport nel governo Jospin _ quando si alzò per l’inno nazionale. La partita finì con i “tifosi” che aggredivano la polizia che scortava via il ministro. E non a causa della miseria. Chiunque abbia visto gli scontri di questi giorni in televisione, avrà notato che i rivoltosi non sono vestiti da straccioni, ma indossano tutti le Nike d’ordinanza, catene d’oro al collo e bei giubotti di pelle e felpe con cappuccio all’ultima moda. Guidano Peugeot nuove fiammanti e portano grossi anelli alle dita. Il ritratto perfetto del periferico di Los Angeles o di New York. Infatti, i ragazzi in questione, sono fin troppo integrati, ma non nella perdente civilizzazione francese, bensì in quella aggressiva e dominante che gli viene veicolata dalla moda, dalla musica e dal cinema. Sono tutti rapper, tagger e così via. Nel loro gergo ci sono centinaia di parole americane storpiate, riprese e ufficializzate dai Dj, dai presentatori televisivi e dagli sportivi. Tutti vogliono essere OJ Simpson o Michael Jordan o Public Enemy. Fa fico, ti fa contare e acchiappare le femmine. In realtà, ormai, i ragazzi bianchi dei quartieri periferici non hanno altra scelta che “integrarsi”, loro stessi, rispetto alla cultura dominante della maggioranza dei ragazzi di quartiere. Parlare con un accento, camminare dondolando, vestirsi da rapper, consumare droghe e via discorrendo... Essere il meno francesi possibile. E’ l’unico modo per essere accettati. Le rivolte dei ghetti _ come amano chiamarle quelli che sui giornali fanno il tifo per i rivoltosi _ hanno sempre la stessa genealogia, a Parigi, a Marsiglia, a Los Angeles come a Brixton. C’è sempre, a monte, un problema con la polizia: un rapper brutalizzato, un giovane marocchino sospetto di qualche crimine pestato a morte, o, più spesso, qualche massiccia perquisizione in uno stabile di periferia. La rivolta di Brixton degli anni Ottanta iniziò perché, dopo anni di apparente disinteresse, la polizia aveva fatto un raid nel cuore del quartiere, sequestrando ingenti quantità di droga e arrestando alcuni giamaicani. Chi credete che abbia un controllo sociale tale da poter scatenare la guerriglia organizzata in interi quartieri e mantenere le truppe in campo per settimane? Al Qaida? I comitati di quartiere? Nossignore, sono i network dello spaccio e del piccolo crimine, le gang e le mafiette che dominano le periferie e vogliono che le forze dell’ordine non vadano a calpestare le loro aiuole. Altrimenti, avvertono, le cose potrebbero andare molto peggio. La soluzione delle sinistre è sempre la stessa: fuori la polizia e più soldi, teniamoli buoni e lasciamoli fare. D'altronde, lo spaccio esiste perché la droga è vietata, gli aborti clandestini perché l’aborto è illegale e l’immigrazione clandestina perché ci sono leggi che limitano il “libero flusso” di uomini e merci. E anche in questo caso, la storia tutta interna alla sinistra ha fatto il suo corso: i quartieri satellite sono nati per volontà loro, costruiti da architetti ideologicamente annebbiati, le municipalità sono gestite da amministrazioni socialiste che ottengono più soldi e la soluzione sono i comitati di quartiere che calmano i giovani _ purché la polizia se ne vada - spiegandogli che “non è questo il metodo”. E la colpa è del razzismo. Quello ovviamente dei “francesi”. Quei pochi che rimangono. Prodi dice che nel nostro futuro vivremo situazioni analoghe. Se vince lui è fuor di dubbio.

Marcello De Angelis



fonte: www.destrasociale.org