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    Predefinito facciamo un po' d'informazione seria sull'islam

    Un’analisi delle lingue semitiche

    La lingua materna non è solo il mezzo per comunicare con tutti coloro che la parlano, ma è anche la finestra dalla quale una persona guarda e interpreta il mondo ed è la grammatica che guida i suoi passi sin dalla prima infanzia, offrendole sia il mezzo per comprendere chi le parla che il punto di vista per interpretare le cose. Le lingue appartenenti a una stessa famiglia linguistica sono tutte discendenti da un medesimo antenato comune, anche se lontano nel tempo più di seimila anni. Ancora adesso tutte presentano sia parte del lessico base del lontano antenato che strutture grammaticali riflettenti un medesimo modo di pensare.
    I linguisti riconoscono parecchie di queste famiglie, fra le quali ci interessano la famiglia indoeuropea e quella semitica.
    Lingue geneticamente imparentate ( non importa di quale famiglia linguistica) che hanno elaborato grammatiche (per così dire) simili, predispongono le persone che le parlano a una interpretazione del mondo che le circonda che differisce di molto poco. Anche se per uno che non è un linguista potrebbe essere difficile crederlo, la finestra linguistica di un bulgaro e quella di un danese danno a chi parla una qualunque di queste due lingue una chiave di lettura del mondo circostante che è la stessa, pur se un bulgaro e un danese non si comprendono parlando fra loro.
    Per avere un’idea su come i parlanti di una certa famiglia linguistica si confrontino con il mondo, sarà doveroso mostrare il funzionamento di quel tale sistema linguistico che, come tutti i sistemi (quale più e quale meno), tende a ingabbiare in una griglia semantica i propri parlanti.
    Se pensiamo ad uomini di stato, uno israeliano e uno egiziano (Barak e Mubarak), al nome di un grande filosofo (Baruch Spinoza), a una celebre famiglia di condottieri cartaginesi (Annibale, Asdrubale e Amilcare Barca) e alla mezzala della nazionale francese di calcio degli anni ’50 (Ben Barek), ben poco ci ( ci = noi : Veneti o Italiani, Inglesi, Tedeschi, Russi e Francesi, insomma Indoeuropei) porterebbe a concentrare in un unico concetto il nome di tutte queste persone. Invece in tutte le lingue semitiche (o in Semitistica che le studia comparativamente) tale concetto esiste ed è “benedizione”.
    Ecco come funzionano le lingue semitiche, da quelle antiche come il Fenicio e l’Ebraico della Bibbia a quelle parlate attualmente come l’Arabo nelle sue varie accezioni dialettali.
    Le RADICI sono delle sequenze di consonanti dette RADICALI che possono essere due, tre, o anche quattro, ma più spesso tre. Per esempio in Arabo classico le radici sono complessivamente 9464 di cui 4905 trilitteri (52%) ed è proprio all’Arabo classico che mi riferirò nella mia analisi perché è la lingua intesa da tutti gli arabi in grado di leggere un quotidiano, un po’ come il Latino nel Medioevo.
    Le RADICI esprimono un campo semantico più o meno vasto : per portare degli esempi KTB (kataba = egli scrisse, usato come paradigma fondamentale del trilittero) dà l’idea dello scrivere e BRK (baraka = egli benedisse) della benedizione, come abbiamo visto prima. Ma attenzione : se KTB fa convergere il concetto su tutto ciò che è “scrivere” , BTK punta a tutto ciò che è “urto”. Non sono ammesse permutazioni fra i RADICALI , perché il significato della RADICE cambia.
    Gli SCHEMI , immessi nelle RADICI, formano tutte le parole (nomi, verbi e tutto il resto) tranne le preposizioni.
    Nel lavoro di spiegazione userò solo trilitteri di Arabo classico i cui RADICALI indicherò con R1R2R3 . A questo punto ho bisogno di rendere la differenza fra vocali lunghe (che in arabo vengono scritte) e vocali brevi (che non vengono scritte). Per le vocali lunghe userò il carattere sottolineato e per le vocali brevi il carattere normale. Inoltre mi serve spiegare il suono “Kh” (considerato come un’unica consonante fricativa) simile alla acca molto aspirata degli Slavi .
    Lo SCHEMA di “nome d’agente” (colui che compie una certa azione) è per un trilittero R1aR2iR3 . Allora da KTB avremo KaTiB col significato di scrivano, scriba o segretario. Da KhDM avremo KhaDiM = servo. Da SMM avremo SaMiM col significato di avvelenatore. Da HMD avremo HaMiD = colui che loda.
    Lo SCHEMA di “nome del luogo” (luogo ove viene fatta una certa cosa) è maR1R2aR3 . Allora, sempre dal trilittero KTB, maKTaB è il luogo dove si scrive, l’ufficio.
    Lo SCHEMA maR1R2uR3 è quello del “participio passivo”. Allora maKTuB sarà la cosa scritta, la lettera ; maSMuM l’avvelenato e maHMuD il lodato.
    Il lettore, consapevole che kataba significa “egli scrisse” e katib “scrivano”, non avrà alcuna difficoltà a formare dal trilittero QR’ (il segno ‘ rappresenta una chiusura della glottide) che significa leggere, tanto “egli lesse” (qara’a) che “lettore” (qari’ ).
    Il lettore si può anche sbizzarrire nel cercare collegamenti tra shahada che è l’atto di fede, il primo pilastro dell’Islam che ritengo opportuno citare qui, ashhadu (ash-ha-du) an la ilah illallah wa muhammadan rasulullah = faccio testimonianza che non c’è altro dio fuori che Allah e che Maometto è il profeta di Allah, e shahid = testimone (martire). Secondo quanto abbiamo appreso, dal trilittero di base deriva shahada (egli credette, fece testimonianza), mentre ash-ha-du (io credo, faccio testimonianza) è la prima persona singolare del presente indicativo. E’ opportuno far notare la differenza semantica tra il credere degli Indoeuropei e il credere degli Arabi : per noi credere deriva dalla radice dell’Indoeuropeo ricostruito kred (cuore) mentre per loro deriva da testimonianza che è il concetto base del trilittero (Sh H D). E ancora lo stesso fenomeno avviene tra salam (pace), islam (sottomissione) e muslim (colui che si è sottomesso,mussulmano) dalla radice (S L M) oltre che tra ‘ilm (scienza) e ‘ulama (dotti in discipline teologiche e giuridiche) dalla radice trilittera che segniamo in parentesi tonda ( ‘ L M ) per finire a jihad (sforzo personale nella retta via e in senso lato guerra dell’Islam contro gli infedeli), mujahid (colui che si è sforzato) e mujahiddin (plurale di mujahid), dalla radice (J H D).
    Il modo di procedere della psicologia semitica nella costruzione grammaticale delle proprie lingue può (gli schemi possono essere diversi nelle diverse lingue semitiche, antiche e moderne) essere con facilità matematicizzato. Esiste l’insieme delle RADICI ed esiste l’insieme degli SCHEMI dalla cui intersezione nascono tutte le parole. Ovviamente non tutte le intersezioni possibili danno luogo a parole effettivamente in uso. Per esempio applicando alla radice HMD lo schema del “nome del luogo” (maR1R2aR3) si otterrebbe maHMaD, ossia il luogo dove si loda (per così dire il “laudatoio”), luogo che non c’è.
    Appare così evidente che ci sono delle RADICI a campo semantico molto largo (come KTB) ove le intersezioni a significato nullo saranno poche e RADICI a campo semantico più limitato con grande spreco di possibilità linguistiche, vanificate dal sistema.
    Da quello che si è detto la formazione di parole come week-end e soft-ware, ma anche parole, entrate nell’uso da più tempo, come idrogeno e ossigeno, microscopio, fotografia e tantissime altre sono incompatibili col funzionamento delle lingue semitiche perché DUE RADICI, che rappresentano DUE CLASSI SEMANTICHE per definizione diverse nel loro significato di base, non possono essere fuse per formare un nuovo concetto che è diventato una parola svincolata e autonoma rispetto al significato delle due RADICI di partenza.. Non bisogna dimenticare che il metodo di formazione delle parole nelle lingue semitiche consiste nel calare, volta per volta, UNO SCHEMA in UNA RADICE.
    Questo modo di procedere delle lingue semitiche nella formazione delle parole non esclude per i parlanti di queste stesse lingue la possibilità di affrontare pensieri profondi come la nozione filosofica di zero o l’invenzione del dio personificato unico e solo che non a caso sono scoperte dovute agli Arabi la prima e agli Ebrei la seconda. Sono solamente i concetti di tipo specialistico e tecnologico a soffrire di questa mancanza di possibilità linguistiche.
    Ecco per esempio come in arabo si rende la parola “idrogeno” : muwallad al ma’ ove muwallad è un passato di terza forma dal verbo WLD (walada = egli nacque), ma’ significa acqua e al è la specificazione. (non si dimentichi che il segno ‘ rappresenta una chiusura della glottide)
    Per inciso anche il nome del Profeta (Muhammad) è un passato di terza forma dalla radice HMD col canonico “mu” del passato (come Mubarak) ma impreziosito dal raddoppio di R2 , mentre invece per dire semplicemente “il lodato” sarebbe bastato Mahmud. In effetti Muhammad significa esattamente “ il Lodato da sempre nell’intenzione di Allah”.
    Ossigeno invece si dice muwallad al humuza dove humuza significa ruggine.
    Dalle righe precedenti si evince che pur trattandosi degli stessi elementi chimici fondamentali, nel modo usato dalle lingue indoeuropee per nominarli è linguisticamente spontaneo l’accostamento (idro-genos) di due campi semantici per dar vita a una parola composta che assume una sua personalità svincolata dai componenti, mentre nell’Arabo e nelle altre lingue semitiche ciò non è possibile e perciò è obbligatorio ricorrere a una più o meno lunga perifrasi. Questa è la difficoltà più vistosa nelle quale si stanno dibattendo i linguisti arabi che cercano di riformare e modernizzare la loro lingua. L’operazione viene condotta con estrema cautela da parte degli addetti ai lavori perché l’Arabo classico è la lingua in cui è scritto il Corano, Libro che era presso Allah fin dal principio. Era presso Allah come scritto ab aeterno, anche se non aveva alcuna possibilità di esser letto.
    A riprova di ciò, basta guardare lo SCHEMA dell’infinito nominale (il bere, il sognare…) col quale si forma la parola kitab = libro dal trilittero KTB. Anzi, questo SCHEMA se lo trovi il lettore, svolgendo un utile esercizio. Il lettore può anche permettersi di pesare la differenza linguistica tra KiTaB (libro) e maKTuB (lettera) analizzando puntigliosamente il metodo di formazione delle parole, secondo l’intersezione SCHEMI/RADICI .
    Nella formazione delle parole per le lingue indoeuropee i metodi usati sono a dir poco molteplici per ogni singola lingua, anche se spesso trovano riscontro in altre lingue della famiglia. Inoltre alcuni metodi di formazione delle parole (nelle lingue indoeuropee) col passare del tempo diventano obsoleti, cadono in disuso e se ne inventano altri a prendere il loro posto. Le parole formate col metodo obsoleto rimangono nella lingua e testimoniano con la loro presenza l’antichità del procedimento caduto in disuso. Nell’Arabo e nelle altre lingue semitiche invece gli SCHEMI di formazione delle parole sono in generale molto più duraturi a testimonianza di una evoluzione delle lingue molto più lenta, con tutto quello che ne può conseguire. Non è casuale che per la formazione delle parole delle lingue indoeuropee si usi la locuzione “metodi di formazione” mentre per l’equivalente semitico si usi “SCHEMI DI FORMAZIONE”. In un certo senso il “metodo” è umano e lo “SCHEMA” è divino. Questo spiega anche la “caducità” del metodo e la straordinaria “durata” dello SCHEMA. Anche l’uomo è la misura di tutte le cose per gli Indoeuropei e Islam (sottomissione ad Allah) per gli Arabi Semiti sono un retaggio del diverso modo di pensare sotteso alle categorie grammaticali delle due famiglie linguistiche. Se poi pensiamo che il termine arabo per libertà (hurriya) prima del XX secolo significava solo affrancamento dalla schiavitù, e che fu usato per la prima volta in senso occidentale per un trattato commerciale, possiamo farci una ulteriore idea su come idee liberali possano farsi strada nei popoli della umma islamica.
    Faccio inoltre notare la differenza profonda nel concetto di “libro” tra gli Indoeuropei e i Semiti . Dell’idea dei Semiti abbiamo già diffusamente parlato; ora mettiamo in chiaro l’idea degli Indoeuropei che non hanno una parola comune per “libro”, ma l’idea sì. In Latino si dice liber, in Inglese book (in Tedesco buch è lo stesso) e in Ittita parkuituppi. Tutte queste differenti parole indicano la corteccia di faggio o di betulla, usata come supporto per lo scritto. Il termine che rende meglio l’idea indoeuropea è quello della lingua indoeuropea più antica, l’Ittita, (testimoniata dall’inizio alla fine del secondo millennio a. C.) secondo cui parkui significa betulla e tuppi documento ; anche se la parola composta parkuituppi è relativa alle tavolette d’argilla scritte in cuneiforme, essa è memore però della corteccia di betulla sulla quale venivano riportate con precedente e diverso metodo grafico le cose importanti da ricordare.
    Infine c’è da dire che la percezione della sacralità della scrittura, che è tipica delle lingue semitiche, è lontana dalla sensibilità degli Indoeuropei che la pensavano piuttosto secondo il detto latino : verba volant, scripta manent.
    Da questo breve saggio appare evidente che l’analisi grammaticale con conseguente pesatura di ogni parola è un fatto naturale per un arabo, sia quando parla (se ne è cosciente, e gli Imam lo sono) che quando scrive nella sua lingua. Sta a noi ascoltare e leggere con attenzione.

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  2. #2
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    Predefinito

    Dime,
    visto che sei ferrato su questi argomenti ti chiedo una tua opinione.
    Secondo te in futuro l'attuale contrapposizione tra occidente e paesi musulmani rimarrà sempre valida oppure si insinuerà una nuova contrapposizione tra indoeuropei e semitici (compresi gli arabi musulmani)?
    E se sì, che ruolo avrà l'Iran?

  3. #3
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    Predefinito cosa farà l'iran ?

    l'iran vuol farsi i fatti propri, almeno così dicono loro. per la verità dalla presa del potere da parte dell'ayatollah khomeini si sono finora solo difesi. questo nuovo presidente (ahmedinejad) mi piace poco : era quello scalmanato che capeggiava i pasdaran nella cattura degli ostaggi americani al tempo di jimmy carter.
    io conosco un po' l'iran per esserci stato quando ancora c'era lo shah. non bisogna dimenticare che i veri persiani (indoeuropei) sono minoranza. nel paese ci sono molti azeri - di lingua turkic - ( nella zona di tabriz), molti arabi (sul mar rosso), baluchi (parlano una lingua vicina al pashtu) nel sud e curdi (indoeuropei anch'essi) al nord.
    lo shah era di religione parsi e gli sarebbe piaciuto allargare gli orizzonti di questa religione di cui alcuni adepti restano (per la verità non molestati) nella regione dello yazd.
    la religione segue la shi'a che contempla una diversa legittimità per i califfi posteriori a maometto. quando la shi'a si diffuse nel paese (1400) era considerata eresia dai fedeli della sunna. adesso però l'eresia non esiste più presso i mussulmani perchè solo due sono le condizioni da rispettare : che allah è l'unico dio e che muhammad è il suo profeta. la lina discendente dei califfi non è più contemplata.
    mia figlia è stata per sei mesi a tehran a studiare il persiano nel 1995 e mi riferisce che la gente normale non ne vuol sapere dei preti, ma ha paura dei pasdaran (guardiani della rivoluzione) che per fortuna sono corrotti. quindi basta pagare i capi dei pasdaran e si viene lasciati in pace. una ribellione del popolo sarà molto difficile perchè i pasdaran hanno tutte le posizione chiave nelle istituzioni, nell'esercito, nella polizia. non nell'aeronautica perchè sono ignoranti.

  4. #4
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    Predefinito vi accontento subito

    Dio Profeta Legge


    E’ attorno a queste tre idee e al loro intersecarsi in una dottrina religioso-politica che risolve d’autorità tutti i problemi della cosmologia, della fisica, della metafisica, della psicologia e della vita della comunità dei credenti musulmani che è necessario fermarsi a riflettere, per capire la portata di un problema che ha investito la nostra società col trasferimento di milioni di islamici negli ultimi decenni e che è destinato ad allargarsi col passare del tempo.


    Dio

    Per quanto riguarda il Dio dei Musulmani, Egli innanzitutto esiste. E’ eterno. Parlando in termini aristotelici non è né sostanza né accidente. Ha creato il mondo, le piante, gli animali e l’uomo. Non solo ha creato tutte le creature, ma anche gli atti delle sue creature gli appartengono. Se Dio non volesse, l’uomo non potrebbe neanche aprire la mano. Uomini e animali sono dipendenti per i loro movimenti ed atti da Dio che crea volta per volta i singoli movimenti.
    Dio non sta in nessun luogo. Se si dice che Dio sta in alto, è solo un modo di dire per indicarne l’eccellenza. Il fatto che Dio non stia in nessun luogo pare smentito dal Corano stesso (Sura XX, versetto 5) in cui si afferma che Dio sta assiso in trono.
    I teologi musulmani rispondono : il fatto che Dio stia seduto è ben noto, ma il modo di questo sedersi è ignoto e anche il “chiederne” è ERESIA. Questo è un ottimo esempio per illustrare i procedimenti seguiti dai teologi musulmani, che hanno ben poco materiale su cui lavorare. Infatti nell’Islam non ci sono né dogmi né sacramenti perché la personalità di Dio è di un’arbitrarietà così totale da non consentirgli obblighi nei riguardi delle sue creature. Per essere più precisi nel merito,
    Dio non può essere obbligato a fare qualcosa. Per questo motivo non possono esserci Sacramenti come l’Eucaristia in cui, ogniqualvolta un sacerdote pronuncia la formula, il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo. Questo fatto anzi è visto dai musulmani come atto di stregoneria. Se non ci sono sacramenti da amministrare non ci può essere neanche clero.

    Profeta

    I Profeti (inviati da Dio) nel tempo degli uomini sono stati innumerevoli, ma il nome della maggior parte di essi è stato dimenticato. I Profeti ricordati sono quelli della tradizione biblica, compreso Gesù, nato da una vergine e asceso al cielo da vivo, poiché sulla croce è morto un sosia.
    L’ultimo Profeta in senso cronologico è stato Muhammad, il Sigillo dei Profeti, latore della parola ultima di Dio per gli uomini. Una caratteristica importante del Corano è quella di abrogare alcune delle Sure per essere sostituite da altre più consone alle nuove circostanze politiche. createsi nel frattempo e questo fatto è successo più di cinquanta volte. Si dà il caso che le Sure abrogate siano in genere quelle più tolleranti, scritte quando il Profeta si trovava alla Mecca e la sua situazione non era delle migliori, tant’è vero che dovette allontanarsene coi suoi seguaci per fondare una nuova comunità di credenti a Medina che era un’oasi più piccola e meno ricca della Mecca . E’ Dio stesso che, sempre nel Corano, garantisce che la nuova Sura abrogante è migliore (o almeno equivalente) della Sura abrogata. E’ ovvio che la validità giuridica della Sura abrogante è totale, mentre la Sura abrogata non ha più alcuna validità. Allo stesso modo il Libro del Sigillo dei Profeti abroga i libri sacri dei Profeti precedenti con un’autorità senza pari perché il Corano proviene direttamente da Dio, mentre gli altri libri sacri sono stati scritti da uomini solo ispirati da Dio. Per gli Arabi ( e per i Semiti in genere) il Profeta è anche Legislatore, portatore della legge di Dio che vuole che il suo popolo (comunità dei fedeli) persegua gli scopi che Dio in persona indica ai suoi Incaricati. Per i Semiti è assolutamente inammissibile che il Profeta non sia Legislatore. (per questo motivo Gesù non fu accettato dal popolo ebraico)

    Legge

    La legge di Dio è la Shari’a. Sue fonti sono il Corano, la Sunna (Tradizione), l’ Iğma’ (Consensus) e il Qiyas (Ragionamento Analogico).
    La Sunna è formata dal mare magnum dei Hadith , detti e fatti (anche silenzi) del Profeta, raccolti dai suoi Compagni e dai Seguaci. Per esempio uno dei hadith citato da Muslim è il seguente. Un uomo chiese al Profeta : “ se io seguo i cinque pilastri dell’Islam e non aggiungo altro, andrò in paradiso ?” Il Profeta rispose : “sì”. A una domanda simile sicuramente il Cristo della tradizione cristiana avrebbe risposto in maniera molto più sfumata …

    Il metodo per tradurre in Legge per la comunità musulmana la Volontà di Dio può essere spiegato dal seguente hadith.
    Quando il Profeta decise di incaricare Mu’ad ben Jabal (fonte di più di 150 hadith) del governatorato dello Yemen, gli chiese come si sarebbe regolato nell’assolvere le sue funzioni, Jabal rispose che si sarebbe attenuto al Libro di Dio. Il Profeta lo incalzò e Jabal rispose che per quello che non avesse trovato nel Corano, si sarebbe attenuto ai comportamenti del Profeta e, solo nel caso non avesse trovato soluzione né nell’uno né nell’altro, si sarebbe affidato al proprio giudizio. E il Profeta approvò.
    Tale metodo è già contenuto in nuce nel Corano, dato che in varie parti di esso si mostra il Profeta come un esempio da seguire, una specie di Imitatio Muhammadis.
    Esistono varie raccolte di hadith di cui la prima in ordine cronologico è al Muwatta di Malik (morto nel 795). Seguono i due Sahih di Buhari (morto nel 870) e di Muslim (morto nel 875) e le raccolte di Ibu Mağa (morto nel 886) e di Abu Da’ud (morto nel 888). Queste sei raccolte di detti e fatti del Profeta sono noti come “i sei libri” che compongono la Sunna. I detti, i fatti (e anche i silenzi) del Profeta sono stati usati dai giurisperiti islamici per formulare sentenze atte a regolamentare i comportamenti dei musulmani tra loro, con validità di legge. Tale validità ha un ordine, per così dire, decrescente. Più precisamente il Consensus (Iğma’) che ha maggior valore come fonte di Legge è quello dei Compagni (Ashab, esse ed acca staccati) del Profeta che lo avevano frequentato per anni, segue il Consensus dei Tabi’un (seguaci).
    Estinta questa generazione, il Consensus valido fu quello dei muğtahid (colui che si sforza nello studio della Scienza, in particolare gli ‘ulama e i giurisperiti più autorevoli). Ma anche questa fase ebbe un termine temporale, dopo il quale la Shari’a non potè più evolvere e aggiornarsi, perchè
    il Sunnismo dichiarò chiusa la porta della Iğtihad (sforzo nello studio della Scienza) nel decimo secolo.
    In pratica una cinquantina di anni dopo la codificazione dei hadith nei sei libri citati cessa anche la Iğtihad, che può essere definita come consenso dei dotti nell’usare gli hadith in giurisprudenza.
    Da allora in avanti fu possibile solo l’uso del Qiyas (ragionamento analogico) che analizza ogni nuovo caso alla luce delle tre fonti del diritto islamico perché sia emesso un parere che ha valore vincolante di legge (fatwa) da parte delle autorità più alte. Come avvenne quando la coca-cola si apprestava ad invadere i mercati delle popolazioni islamiche. Questa nuova bevanda era ammessa (halal) o proibita (haram) per i buoni musulmani ? Il Corano parla chiaro a questo proposito : sono escluse solo le bevande spiritose o che contengano escrementi e sangue. Il parere espresso (fatwa) fu favorevole e la coca-cola potè invadere i mercati d’oriente.
    Un lettore non molto ferrato in questioni islamiche potrebbe pensare che il Qiyas possa sostituire la Iğtihad. Non è così perché quest’ultima è molto più ricca di possibilità giuridiche, non limitandosi a pareri di congruità.

  5. #5
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    se avessi letto con attenzione il mio articolo, avresti capito i motivi che hanno bloccato l'evoluzione dell'islam che nell'undicesimo secolo mostrava una schiacciante superiorità culturale sull'occidente cristiano.

  6. #6
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    per uqbar.
    se vuoi ti posto l'ultima versione delle lingue semitiche. (contiene anche il funzionamento dei verbi)

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da mojtaba Visualizza Messaggio
    Per me basta la sharia che è legge di stato per rendere l'islam incompatibile, non dico con la modernità ma con il semplice vivere civile.
    Io non ho nulla in contrario a che in paesi a forte maggioranza islamica, la Sharia sia legge di stato. Non è nè onesto, nè opportuno imporre la "civiltà occidentale", magari a colpi di bombe, a chi sta bene nella propria.
    Però, ognuno padrone a casa sua: in Arabia Saudita io non mangiavo maiale, non bevevo alcool, non portavo croci al collo... per ovvio rispetto alla legge e alla tradizione del paese dove mi trovavo. Pertanto è giusto pretendere che un islamico che viene a vivere in un paese non-islamico, rispetti leggi e tradizioni di chi lo ospita senza nessun riguardo alla propria.
    Purtroppo gli islamici non la vedono così: nell' art. 19 della Dichiarazione del Cairo è scritto che l' unica legge che può proibire azioni e comportamenti è la Sharia. Finchè ragioneranno così non saranno in grado di vivere in Europa. Se ci sono eccezioni (e ce ne sono, soprattutto nei ceti più istruiti) allora ben vengano.

  8. #8
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    grazie Dime, interessantissimo.

  9. #9
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    grazie a te per l'attenzione. come ben sai, ho sempre cercato di trovare i punti importanti per capire i fenomeni. una volta localizzati e capiti, il resto viene da sé. ma pare che ci sia poca gente disposta a fare uno sforzo per capire. questo vale anche per le questioni politiche che per i padagni paiono essere complicate.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da mojtaba Visualizza Messaggio
    Allora devo dedurre che se diventassero maggioranza gli islamici qui da noi e imponessero la sharia a te andrebbe bene?
    Ma senza fare catastrofismi io sono contrario al fatto che un paese di maggioranza islamica adotti la sharia. L'oppressione dei diritti dell'individuo mediante la discriminazione religiosa è una violazione che non è accettabile nè qui nè in Arabia. Il fatto che tu non possa andare in giro con una croce al collo non è rispetto, è oppressione; ritengo che sia un tantino diverso.
    1. A parte che se questo succedesse, bisognerebbe chiedersi se l' Europa ha capito che stava andando verso il suicidio, io distinguerei tra maggioranza autoctona e maggioranza a qualsiasi titolo occupante. Un esempio della seconda è Israele.

    2. I diritti dell' individuo sono diversi a seconda dei presupposti su cui è costruita ciascuna società. In USA è perfettamente normale che i poveracci, meglio se neri, vengano condannati a morte, magari procurando loro una lunga agonia, mentre chi si può pagare un avvocato cavilloso e con connections si salva. Da noi ciò non dovrebbe essere considerato normale.
    Comunque condivido la tua osservazione sul rispetto reciproco. La discriminazione de facto in Arabia è dovuta a due fatti. 1. per l' Islam non c'è alcuna differenza tra religione, politica e legge. La religione detta i precetti per le altre due cosine, che non hanno vita propria. 2. L' Islam è una religione aperta a tutti, secondo loro Allah nella sua misericordia ha dato a tutti l' occasione di abbracciare la "vera" fede, se uno non lo capisce, peggio per lui. Per il Cristianesimo invece, non esiste la nozione del "peggio per lui": il Figliol Prodigo è sempre e comunque accolto nella Casa del Padre e la vita è abbastanza lunga per avere l' occasione di pentirsi.

 

 
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