Scontro sulla devolution

Premierato e Senato federale sono i veri problemi della Riforma

La prima cosa che va detta con chiarezza all'opinione pubblica, è che al Senato non si è votata la modifica della Costituzione di Calamandrei, quella varata dal governo delle forze democratiche ed antifasciste nel '47, come pure sembrerebbe dalle grida di dolore di alcuni esponenti politici. Si è votata invece la modifica della riforma costituzionale del 2001, governo Amato, ministro Bassanini, maggioranza di centrosinistra. La quale maggioranza, senza un dibattito e senza una adeguata preparazione fece, contro il nostro esplicito e diretto consiglio, e contro l'intera opposizione, un autentico colpo di mano, nelle ultimissime settimane di legislatura, per superare sul terreno federale la Lega. E fu così traumatica la riforma della Costituzione varata da quella maggioranza da aprire un conflitto infinito di competenze fra Stato e Regioni, tale che intervenire in merito era un dovere prioritario.

Questa maggioranza ha il merito di avere riordinato il titolo V della Costituzione in maniera dignitosa, fissando delle priorità volte ad impedire la devastante casistica di legislazioni concorrenti che si sono sovrapposte dal 2001 ad oggi.

Piuttosto, ci ha colpito negativamente il fatto che l'opposizione non abbia detto una parola di verità a questo proposito, se non l'ammissione a mezza bocca di avere sbagliato. Se invece di fare propaganda il centrosinistra avesse riconosciuto questa necessità di intervento, un dialogo migliore sarebbe stato possibile e forse prolifico.

L'opposizione ha preferito coniare lo slogan della "dissolution", urlare allo scandalo per la spaccatura annunciata del paese, salvo poi accusare il governo di centralismo, quando la Corte costituzionale difende - sulla base della riforma del centrosinistra - le prerogative di qualità della spese delle singole Regioni.

La dissoluzione dello Stato, certamente, non la vedremo. In compenso abbiamo visto l'accusa a distanza di soli due giorni rivolta al governo di essere centralista fino all'esasperazione, e federalista fino alla dissoluzione. Anche un bambino può capire che non è un argomento serio.

Per cui, se la riforma del titolo V è stata migliorativa e non compromette per nessuna ragione l'Unità dello Stato, è invece preoccupante la seconda parte dell'intervento sulla Costituzione, fatto da questa maggioranza, per ciò che concerne i poteri del governo, e per la correzione del sistema bicamerale. Non perché ci sia una qualche minaccia autoritaria, anzi si comprende benissimo il disegno di tenere insieme l'indipendenza regionale tramite il rafforzamento del potere centrale. Ma questo progetto rischia di non funzionare e di portare alla paralisi del paese, avendo una Camera alta, quella del Senato, libera di fronte alle decisioni della Camera bassa, quella dei deputati, interamente legata al premier. Non solo, anche i poteri del presidente della Repubblica appaiono come quelli di un terzo rispetto alle prime due: ed il conflitto istituzionale resterebbe un'ipotesi grave, nel momento in cui non vi fosse sintonia politica fra Camera, Senato e Presidenza della Repubblica.

Questo è il rischio vero, anche se non certo, in cui si può incorrere, tanto che il Pri aveva invitato la maggioranza a fermarsi alla sola approvazione del titolo V, rinviando ad una riflessione più matura ulteriori interventi.

Il clima di scontro pretestuoso e la propaganda incendiaria dell'opposizione non hanno certo giovato, anzi. In un contesto di questo genere ci sono parse positive e riflessive le parole di Bossi, che è stato, suo malgrado, assente nel momento più delicato di tutta questa vicenda e che è certo colui che meglio può comprenderne i risvolti. Egli ha frenato gli entusiasmi ed ha detto che c'è ancora molto da lavorare; ed ha ragione. Noi riteniamo che si debbano riprendere in mano i capitoli della riforma sul premierato e sul Senato federale, che possono produrre scompensi ed imperfezioni gravi per la vita dello Stato. Anche sulla base di questa promessa di lavoro ulteriore valuteremo come schierarci sul referendum, considerando che, abrogando questa riforma, ritornerebbe in vigore quella del 2001, la vera "dissolution" che, insieme alle altre forze della coalizione, abbiamo fermato.

Roma, 17 novembre 2005