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    Predefinito le menzogne americane su Tibet e Dalai Lama

    http://www.comedonchisciotte.net/mod...rticle&sid=530


    Media commerciali e ufficiali propongono incessantemente la versione americana del tormento che il Tibet avrebbe subito dall’aggressore e sterminatore cinese. Personalmente ero affascinato anch’io dal buddismo tibetano e dalla santità del Dalai Lama. Ero pure addolorato per l’oppressione subita dai tibetani a causa dell’oppressione cinese. Bhè, come diciamo nel nostro motto, ho cambiato radicalmente idea per accordarla alla verità. Le mie conclusioni sono una profonda avversione per la “causa tibetana” (così come ce la propone Hollywood) e per il Dalai Lama.


    Come di fronte ad ogni versione ufficiale, mi sono mosso alla ricerca di una verità alternativa. Non ero sicuro di trovarne una, ma volevo vedere se il “martirio” del Tibet è così univoco come gli americani vorrebbero far credere. Volevo vedere se i Cinesi possono essere considerati “aggressori” del Tibet come ripetono incessantemente i media legati a Washington e Londra. Questa ricerca è fatta in nome del solo principio che mi caratterizza: la ricerca della verità. E ho trovato delle cose sconcertanti…

    Secoli di aggressioni, stermini, attentati, eccidi, guerre da parte degli occidentali al popolo cinese non fanno parte di questo articolo, ma vale la pena almeno accennarli per puntualizzare che nessun “occidentale” può parlare di aggressione cinese a chicchessia senza prima parlare di torture, umiliazioni, spoliazioni, stermini da parte degli occidentali ai danni dei “musi gialli”. Chiudiamo qui la parentesi su cui magari scriveremo un articolo dedicato.

    L’imperialismo occidentale cerca incessantemente di promuovere la secessione del Tibet dalla Cina. Perfino una certa sinistra in buona fede si fa portavoce (assieme agli organi di informazione dell’Impero) di questa posizione per subalternità o mancanza di conoscenza. E veniamo ai fatti.

    La sovranità cinese sul Tibet ha alle spalle secoli e secoli di storia. Il Tibet è territorio cinese dal tempo in cui in Europa non esistevano ancora gli Stati nazionali. I primi a mettere in discussione la sovranità cinese sul Tibet sono stati i fautori dell’imperialismo britannico. (1)(2)

    Come si legge in un manuale di storia asiatica (uno qualunque), i tentativi di distruggere la sovranità cinese sul Tibet sono la conseguenza di una politica volta allo “smantellamento della Cina”. (3)

    Non sono soltanto i comunisti cinesi a considerare il Tibet parte della Cina. Sun Yat-sen, primo presidente della Repubblica nata dal rovesciamento della dinastia Manciù, ne era convinto. Quando gli inglesi gli chiesero di partecipare attivamente alla Prima Guerra Mondiale per poter recuperare alla Cina i territori che la Germania le aveva strappato, lui rispose: “Voi vorreste strapparci anche il Tibet!”. (4)

    Prima della guerra fredda Washington riconosceva che il Tibet era territori cinese. Ancora nel 1949 il Dipartimento di Stato Americano pubblicò un libro sulle relazioni USA-Cina con una mappa che mostrava tutta la Cina, Tibet incluso dunque. (5)

    Tuttavia, con l’avanzare del Partito Comunista Cinese e quindi con l’avvicinarsi al potere di un chiaro Partito di massa antimperialista, Washington cominciò a manipolare la realtà. Gli inizi di questa manipolazione possono essere rintracciati in una lettera del 13 gennaio 1947 al Presidente americano Truman da parte di Gorge R. Merrel, incaricato d’affari USA a Nuova Dheli. La lettera riguardava la “inestimabile importanza strategica” del Tibet e recitava: “Il Tibet può pertanto essere considerato come un bastione contro l’espansione del comunismo in Asia o almeno come un’isola di conservatorismo in un mare di sconvolgimenti politici”. E aggiunse che “l’altopiano tibetano […] in epoca di guerra missilistica può rivelarsi il territorio più importante di tutta l’Asia”. Questi particolari sono tratti da un autore americano per decenni funzionario della CIA. L’Autore evidenzia come il contenuto di questa lettera sia quasi combaciante con la visione imperialistica che aveva a suo tempo l’Inghilterra vittoriana impegnata nel “grande gioco” dell’espansione in Asia. (6)

    Il separatismo tibetano diviene uno strumento dell’imperialismo americano o, meglio, per dirla come il funzionario della CIA, diviene uno strumento degli “interessi geopolitica USA” per costringere il nuovo governo comunista di Mao a disperdere le forze, ponendo quindi le condizioni per un “cambiamento di regime a Pechino”. Per portare a compimento questi “interessi geopolitici USA”, vennero addestrati “guerriglieri” nel Colorado e poi paracadutati in Tibet e riforniti per via aerea di armi, munizioni, apparecchiature ricetrasmittenti, ecc. A tali guerriglieri la CIA aggiunge la “collaborazione dei banditi Khampa di vecchio stile”. (7)

    In questo contesto si sviluppa la “rivolta tibetana” del 1959. E’ ancora il funzionario della CIA, Knaus, a raccontare i fatti: la rivolta faceva seguito ad un tentativo fallito da parte dei servizi segreti americani di provocare disordini in Cina a partire dalle Filippine; come disse un esponente della CIA, lo scatenamento della rivolta aveva “poco a che fare con l’aiuto ai tibetani”, perché lo scopo era quello di mettere in difficoltà i “comunisti cinesi”. Era la stessa logica che i servizi segreti americani usavano in Indonesia per “aiutare i colonnelli ribelli indonesiani nel loro sforzo di rovesciare Sukarno”, reo di essere troppo tollerante verso i comunisti di quel paese. (8) Come è noto il colpo di Stato verrà portato a termine grazie alla CIA nel 1965, col massacro di centinaia di migliaia di comunisti o di elementi tolleranti verso i comunisti. Sarebbero state meno feroci le forze finanziate e addestrate dalla CIA in Tibet se avesse vinto il separatismo? (9)

    Penso che sia interessante far sapere che fu un agente della CIA a organizzare la fuga del Dalai Lama dal Tibet: questo agente visse più tardi nel Laos “in una casa decorata con una corona di orecchie strappate dalle teste di comunisti morti”, come ci informa un docente americano su una rivista USA. (10)

    Dopo il fallimento in territorio cinese della rivolta tibetana, i servizi segreti americani danno inizio ad una campagna mediatica in occidente.

    Nonostante che il Dalai Lama fosse considerato allo stesso modo dei colonnelli macellai indonesiani, come il capo della rivolta reazionaria anticomunista filo-occidentale, ora viene santificato. Diventa il leader della non violenza. Lo stesso buddismo tibetano diventa una dottrina e una tecnica spirituale sublime. L’industria cinematografica americana si adopera per proporre incessantemente questo falso mito.

    Ma la storia ha dei precedenti. Quando agli inizi del Novecento gli inglesi e la Russia si contendevano il Tibet, regione della Cina, correva voce che lo Zar in persona si fosse convertito al buddismo. (11)

    Oggi, invece, sono la CIA e Hollywood ad essere convertiti al buddismo. Una conversione che ha del miracoloso se si pensa che l’Occidente ha sempre disprezzato il buddismo tibetano come sinonimo di dispotismo orientale, con la sua figura di Dio-Re. Basti ricordare il disprezzo dei padri della cultura occidentale come Rousseau, Herder e Hegel. Fino ai primi anni del 1900 i lama sono considerati una “incarnazione di tutti i vizi e di tutte le corruzioni, non già dei lama defunti”. (12)

    Quando la Gran Bretagna si accinse poi alla conquista del Tibet lo fece in nome della civiltà contro “quest’ultima roccaforte dell’oscurantismo”, per civilizzare “questo piccolo popolo miserabile”. (13)

    Oggi la propaganda americana cerca di rimuovere l’infamia della teocrazia tibetana. Come illustra lo stesso storico Morris, quello che era in carica agli inizi del ‘900 “era uno dei pochi Dalai Lama ad aver raggiunto la maggiore età, dato che la maggior parte di loro veniva eliminata durante la fanciullezza a seconda della convenienza del Consiglio di Reggenza”. (14)

    Stando a quanto affermano Hollywood e la CIA, il buddismo tibetano è divenuto sinonimo di pace e tolleranza, oltre che di elevata spiritualità. Seguendo l’ideologia imperialistica anticomunista occidentale, “i tibetani sono dei superuomini e i cinesi dei subumani”. (15)

    La teocrazia oscurantista tibetana è santificata dai media commerciali americani al servizio degli strateghi militari. La struttura castale si manifesta anche dopo la morte: il corpo di un aristocratico viene cremato o inumato, mentre i corpi della massa vengono dati in pasto agli avvoltoi. Poco tempo fa era l’“International Herald Tribune” che descriveva come durante i funerali di plebei fosse il sacerdote che staccava pezzo per pezzo la carne dalle ossa per facilitare il compito degli avvoltoi. La descrizione era minuziosa e seguita da uno studioso che spiegava il tutto in chiave “ecologica”. (16) Lo studioso non chiariva però perché all’equilibrio ecologico doveva contribuire solo il corpo dei plebei. Vorrei chiarire la mia posizione: io non condanno queste pratiche disumane perché potrei rimanere vittima della mia cultura italiana; dovrei essere un tibetano per condannarle; ad ognuno la sua cultura. Io condanno il fatto che gli occidentali imperialisti appoggino pratiche così disumane per noi, sostengano movimenti sanguinari come il buddismo tibetano e siano pronti ad inventarsi ogni peggiore frottola (molto meno disumana) su falsi crimini di Cuba, di Saddam, di Pechino e di tutti gli avversari, salvo santificare la reazione più assoluta.

    La Rivoluzione Culturale maoista si era scagliata contro la pratica castale, discriminatrice e violenta. Nel Tibet precedente alla Rivoluzione la teocrazia riduceva in schiavitù o servaggio la stragrande maggioranza della popolazione. Come scrisse uno scrittore radicalmente anticomunista, le riforme realizzate dal 1951 hanno “abolito feudalesimo e servaggio”. (17) La Rivoluzione abolì anche la teocrazia incarnata nel Dio-Re che pretendeva e pretende ancor oggi di essere il Dalai Lama. Fu attuata la separazione tra potere religioso e potere civile.

    La Rivoluzione ha significato per i tibetani l’accesso a diritti umani prima del tutto sconosciuti, un miglioramento del tenore di vita e un sensibile prolungamento della vita media. E ciò è malgrado i media universalmente riconosciuto da tutti gli esperti analisti della regione.

    La Cina di oggi garantisce alla Regione Autonoma Tibetana libertà che non ha mai conosciuto in tutta la sua storia passata e recente. La regione tibetana, oltre ad avere il bilinguismo con prima lingua il tibetano, vede garantiti altri diritti nazionali quali la preferenza a favore dei tibetani e delle altre minoranze nazionali per quanto riguarda l’ammissione all’università, la carriera pubblica, ecc. (18)

    Il santificato Dalai Lama viene insignito del Premio Nobel. Ma cosa chiede questo personaggio che si proclama Dio-Re? “Esige la creazione di un Grande Tibet, il quale includerebbe non solo il territorio che ha costituito il Tibet politico in età contemporanea, ma anche aree tibetane nella Cina occidentale, in larghissima parte perse dal Tibet già nel diciottesimo secolo”. (19) E poi esistono tibetani in Bhutan, Nepal, India. Tutti i loro territori dovrebbero far parte del Grande Tibet. Si tratta della pretesta di Hitler di riunificate nello lo stesso Stato tutti i territori che erano abitati da maggioranza tedesca. Il principio “nazionale” del Dalai Lama è quello di Hitler, con la sola differenza che del nazional-socialismo il Dalai Lama non ha neppure un briciolo di “socialismo”. E’ solo puro nazionalismo esasperato ai massimi livelli.

    Ora, questa santità, Premio Nobel per la Pace, odia profondamente gli uomini che hanno la pelle gialla e parlano il cinese. Un odio viscerale, razzista, tanto che, quando l’India procedette al riarmo nucleare, trovò il suo più fiero sostenitore nel Premio Nobel, il Dalai Lama.

    Ma, ci domandiamo, almeno il multimiliardario Dalai Lama rappresenta il popolo tibetano? Risposta: nemmeno per sogno! E’ perfino il “Libro Nero del Comunismo” a riconoscere che un’elementare analisi storica “distrugge il mito unanimista alimentato dai partigiani del Dalai Lama”. (20) Alla liberazione pacifica del Tibet nel 1951, che portò alla caduta del regime teocratico, vi fu una resistenza accanita dei gruppi più reazionari e delle classi dei privilegiati, ma i comunisti poterono contare sull’appoggio della stragrande maggioranza della popolazione civile. Gli autori più anticomunisti e anticinesi del pianeta-Occidente si scagliano così contro la plebe tibetana, colpevole di “essersi collegata subito col regime comunista”; anche i monaci sono dei farabutti che “non esitano ad augurarsi che ‘presto sia liberato’ il Tibet” e che commettono il crimine di fraternizzare con i comunisti e l’esercito Popolare di Liberazione. Per questi autori è inconcepibile come il Dalai Lama sia disprezzato non solo dalla maggior parte del popolo, ma anche da ampi settori religiosi tibetani. Ancora nel 1992, nel corso di un suo viaggio a Londra il Dalai Lama è oggetto di manifestazioni ostili da parte della più grande organizzazione buddista in Gran Bretagna, che lo accusa di essere un “dittatore spietato” e un “oppressore della libertà religiosa”. (21)

    Oggi il Dalai Lama continua a sperare in una disintegrazione della Cina come è avvenuto nella tragedia che ha caratterizzato l’URSS. (22)


    Michele – Risiko


    NOTE:

    Le informazioni di questo articolo sono ricavate da Domenico Losurdo, “La sinistra, la Cina e l’imperialismo”, ed. La città del Sole, Napoli. La sua opera di informazione è indispensabile sull’argomento.

    (1) Owen Lattimore, 1970, “La frontiera. Popoli e imperialismi alla frontiera tra Cina e Russia”, Einaudi, Torino.

    (2) Jacques Fernet, 1978, “Il mondo cinese. Dalle prime civiltà alla Repubblica Popolare”, Einaudi, Torino.

    (3) Jan Romein, 1969, “Il secolo dell’Asia. Imperialismo occidentale e rivoluzione asiatica nel secolo XX”, Einaudi, Torino.

    (4) Sun Yat-sen, 1976, “L’imperialismo dei bianchi e l’imperialismo dei gialli”, in “I tre principi del popolo”, Einaudi, Torino.

    (5) Herbert Aptheker, 1977, “America Foreign Policy and The Cold War” (1962), Krauss Reprint Millwood, N.Y.

    (6) Jhon Kenneth Knaus, 1999, “Orphans of the Cold War. American and the Tibetan Struggle for Survival”, PublicAffairs, N.Y.

    (7) Come sopra.

    (8) Come sopra.

    (9) Domenico Losurdo, 1999, “La sinistra, la Cina e l’imperialismo”, La città del Sole, Napoli.

    (10) Daniel Wikler, 1999, “The Dalai Lama and the CIA”, in “The New York Review of Books”, 23 settembre.

    (11) James Morris, 1992, “Pax Britannica”, The Folio Society, London.

    (12) Donald S. Lopez Jr., 1998, “Prisoners of Shangri – La. Tibetan Buddhism and the West”, University of Chicago Press, Chicago and London.

    (13) Vedi nota 11.

    (14) Come sopra.

    (15) Vedi nota 12.

    (16) Seth Faison, 1999, “In Tibean ‘Sky Burials’, Vultures Dispose of the Dead”, in “International Herald Tribune, 6 luglio.

    (17) Melvyn C. Goldstein, 1998, “The Dalai Lama’s Dilemma”, il “foreign Affairs”, gennaio-febbraio.

    (18) Seth Faison, 1999, “for Tibetans in Sichuan, Life in the Shadow of Intollerance”, in “International Herald Tribune”, 1 settembre.

    (19) Vedi nota 17.

    (20) Courtois et al., 1998, « Il Libro Nero del Comunismo », Mondaori, Milano.

    (21) Vedi nota 12.

    (22) Vedi nota 17.

  2. #2
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    Beh, mi sembrano delle scuse un po' raffazzonate ...
    Che significa se gli USA hanno usato anche la causa tibetana? Non basta certo a squalificarla. Anche i Radikuli pannelliani - appendice italica di washington - hanno impugnato per un po' la causa del Sinkiang (provincia occidentale della Cina, di discendenza indoeuropea e religione islamica), ma ciò non toglie a mio avviso che i sinkianghesi abbiano il diritto di opporsi agli abusi del secolare colonialismo Han (i cinesi veri e propri).
    Voler cancellare tradizioni spirituali e sociali millenarie è un crimine che non ha scusanti, e che - tra l'altro- finisce sempre per ritorcersi sui perpetratori. A mio avviso la Sars potrebbe essere infatti una (tardiva) conseguenza dell'irreligiosità maoista, più che una vendetta magica dei lama tibetani.
    Il Dalai Lama avrà tanti difetti (tra cui quello di essere un "wojtyla" asiatico, modernista e pasticciante colla New Age), ma non sicuramente quello di difendere la sua tradizione e la sua gente dalla barbarie atea.

  3. #3
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    Se ho ben capito i cinesi fecero allora quel che hanno fatto oggi gli ameri-cani in Iraq!

  4. #4
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    Già: anche là tibetani che accolgono a braccia aperte i "liberatori" (come gli iracheni ... )!

  5. #5
    Orazio Coclite
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    Quest'articolo è pervaso da 'ideologismo' dalla prima all'ultima parola. Non fa altro che girare intorno alla questione senza mai entrarci veramente. Non si analizzano le autentiche ragioni storiche ma si va avanti ad opinioni e pareri. Perché, se l'autodeterminazione del popolo tibetano secondo i propri costumi e la propria natura, è un crimine che richiede un necessario controllo politico da parte cinese, sarebbe perlomeno corretto il farcene anche capire i motivi senza andare troppo lontano dalla questione. Ma in quest'articolo non si fa altro. Si potrà casomai criticare il Tibet pre-invasione e la sua stessa struttura societaria, perché no?, ma questo giustifica forse l'invasione cinese? Il tentativo di sradicare una cultura autoctona millenaria? La distruzione del 99% dei monasteri? La tortura, l'imprigionamento e l'uccisione di migliaia di dissidenti?

    La stessa figura del Dalai Lama attuale è passibile di molte critiche, ma questo porta forse ad invalidarne la figura e con lui l'autodeterminazione di un'intera nazione?

    Che poi i soliti yankees abbiamo implementato le proprie attività luciferine in tutte quelle aree dove era possibile opporsi all'avanzata comunista non dimostra alcunché se non, casomai, l'ennesima sacrosanta critica alla politica imperialista degli USA, nazione nemica di tutti i popoli liberi del mondo.

    Ci vuole ben altro per poter giustificare le violenze cinesi in Tibet. L'illegale presenza di uno stato occupante. Ma di ciò non mi meraviglio troppo, altrettanto bene si è riusciti finora a fare propagandando l'entità sionista in Palestina come legittima e sacrosanta, per cui...

    Ilare poi il riferimento finale ai "monaci tibetani che fraternizzano con i comunisti", e non credo ci sia il bisogno di spiegarne il perché.

    Vale!

  6. #6
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    la questione tibetana assomiglia a quella palestinese, con la differenza sostanziale che i tibetani, a differenza dei palestinesi, non hanno sognato per molti anni ( ammesso che non facciano ancora adesso) di distruggere l`altro paese. i tibetani vorrebbero vivere per i fatti loro, ma a quanto pare non gli e` concesso.
    la causa tibetana inoltre, non viene assolutamente percepita dalla pubblica opinione, questo soprattutto grazie ai soloni dell`indignazione a senso unico che governano le nostre coscienze da troppo tempo.

  7. #7
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    I rapporti tra Cina e Tibet sono sempre stati caratterizzati dallo scontro e dal tentativo di conquista da parte dei primi sui secondi. Tutti i Dalai Lama (ad eccezione forse di Thubten Gyatso, il XIII Dalai Lama) mantennero sempre il paese in condizioni di arretratezza tecnologica e preferendo averlo ad alti livelli spirituali. Ma lo spirito non ferma gli eserciti nemici. Nei secoli il Tibet è sempre stato conquistato da eserciti cinesi inviati dai vari imperatori che hanno dominato il grande paese asiatico, compresi i mongoli. Tutte queste conquiste si risolvevano in bagni di sangue nei confronti della popolazione civile, terminando quando cadeva la dinastia cinese di turno. Ad intervalli quasi regolari si avevano periodi di dominio ad altri di indipendenza. Addirittura, nei secoli passati, vi furono anche tentativi di invasione da parte nepalese, e nel XIX secolo una spedizione militare inglese conquistò Lhasa imponendo trattati commerciali.
    L'ultima occupazione, che perdura tutt'oggi, è ancora opera cinese. Il fatto che i cinesi siano governati dal comunismo è quasi irrilevante; probabilmente lo avrebbe fatto anche Chang-kai Shek, se avesse vinto su Mao (ho contravvenuto ad una regola importante di uno storico: mai usare il condizionale). I cinesi considerano da sempre il Tibet come una loro provincia. Oggi, con i mezzi di trasporto rapidi a disposizione, la distanza tra Pechino e Lhasa si è terribilmente accorciata. Gli eserciti non viaggiano più a piedi, e non combattono con le spade. Viaggiano su meccanizzati e sparano con fucili mitragliatori. Forse un'indipendenza tibetana potrà esserci di nuovo in caso di crollo dell'attuale governo cinese e richiamo delle truppe di occupazione, ma questa prospettiva sembra molto, molto lontana.
    Tutte le nazioni che hanno presentato una grande arretratezza tecnologica hanno subito invasioni da parte di quelle più avanzate, e quindi aggressive. La stessa Cina fu oggetto di occupazioni da parte delle potenze occidentali, e così altri paesi asiatici e non. I nativi d'America, ad esempio. Solo il Giappone riuscì a modernizzarsi in maniera rapida nel giro di pochi decenni. Il Tibet non ce l'ha fatta, soprattutto per volontà propria. Per quanto possa dispiacerci, questo paese rimarrà una provincia cinese.

  8. #8
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    I cinesi han non occupano Tibet e sinkiang, Cina sinkiang e Tibet fanno parte di un unico stato, tutti i grandi stati sono multinazionali, lo è l'india e lo era l'urss,
    l'urss è crollata per debolezza strutturale non per la sua multinazionalità,
    l'europa si unisce e lo stato Cinese dovrebbe dividesi?
    Anche nord e sud degli USA sono molto diversi, e fra breve i cinesi saranno in maggioranza anche in tibet e sinkiang.

  9. #9
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    beh con questa logica per risolvere il problema palestinese basterebbe consentire una massiccia emigrazione di ebrei nella West bank, i palestinesi diventano minoranza e non esistono piu`......

    diciamo piu` sinceramente che la Cina e` troppo grande per potersi mettercisi contro, e la causa tibetana non puo` certo essere utilizzata per riempire le piazze, ragion per cui le ragioni di un popolo affogano nell`indifferenza.

  10. #10
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    In Origine Postato da benny3
    beh con questa logica per risolvere il problema palestinese basterebbe consentire una massiccia emigrazione di ebrei nella West bank, i palestinesi diventano minoranza e non esistono piu`......

    diciamo piu` sinceramente che la Cina e` troppo grande per potersi mettercisi contro, e la causa tibetana non puo` certo essere utilizzata per riempire le piazze, ragion per cui le ragioni di un popolo affogano nell`indifferenza.
    i tibetani stanno meglio con la Cina che da soli, tranne alcuni reazionari

    La palestina è un'altro stato, il tibet è nell'orbita cinese da 4000 anni

 

 
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