Risultati da 1 a 4 di 4

Discussione: Università e libertà

  1. #1
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito Università e libertà

    Basterà dire loro che le proteste non servono? Improbabile. Il mito incorruttibile della scuola pubblica, unica e uguale per tutti, ha raggranellato sistematicamente consensi nell'opinione pubblica, fino a diventare un dogma che nemmeno il tempo ha scalfito. L'epica lotta di martedì per un'università dal volto umano, le proteste per un avvenire che non sia solo preda dell'ingordigia capitalista, l'omerica odissea di chi brama per le sorti della giustizia sociale: tutto, perchè occorre ridisegnare un sistema educativo (non ridete) preda di plutocrati e di avidi imprenditori, perchè «il protagonismo e il conflitto degli studenti chiede a gran voce una revisione strutturale del modo di funzionare dell'università. Le occupazioni parlano già da ora di un'altra università in movimento, fatta dagli studenti, dai loro desideri di conoscenza, non asservibili agli interessi del mercato!»

    Vi prego, non chiedetemi che cosa significhi tutto ciò. Stavo solo citando da un appello diffuso all'Università La Sapienza da studenti ed acari assortiti, i quali sostengono che l'università di oggi è, detto per inciso e senza aggettivi, un casino. Colpa del Ddl Moratti, colpa di Berlusconi, colpa probabilmente del dio denaro che, dopo le fulgide meraviglie del socialismo reale, ha ripreso fiato e, come uno spettro, si aggira per l'Europa. Colpa anche della maledetta direttiva Bolkestein, minaccia peggiore dell'influenza aviaria, a sentire i manifestanti. Insomma, c'è un esercito di ragazzi e ragazze che grida vendetta, che respira l'aria possente del collettivismo, il fascino metafisico (e anche un pò biopolitico, volendo) dell'occupazione, che rivendica il diritto allo studio, messo chiaramente in pericolo (citiamo ancora dall'appello della Sapienza), per dirne una, «dai processi di privatizzazione selvaggia dei servizi». Meglio quindi uno Stato onnivoro che sottrae risorse dalle tasche dei cittadini per pagare alloggi e mense (rigorosamente pubblici) agli studenti senza sapere quanto davvero quei servizi potrebbero essere valutati dal mercato, il quale attirerebbe i consumatori grazie a una robusta diminuzione dei prezzi?

    Pazienza. Al di là della retorica abborracciata, delle barzellette da piazza e delle speculazioni politiche, la realtà è una sola: per avere un'educazione davvero libera, non ci si può affidare allo Stato. Le ragioni sono molteplici eppure, quando si accenna a una possibile privatizzazione dell'istruzione, ci si ritrae preoccupati, lasciando detonare l'obiezione classica: come potrebbero i meno abbienti pagare la scuola ai loro figli? La risposta è semplice. Innanzitutto, perchè non iniziare a porre l'attenzione sul fatto che lo Stato non fornisce un'istruzione gratuita (ed è questa la cosiddetta «illusione fiscale»), bensì pagata in maniera salata, tramite le tasse? Se ci trovassimo in una cornice di mercato, i genitori potrebbero controllare minuziosamente i costi per l'istruzione dei pargoli e, presumibilmente, pagare meno. Il mercato, infatti, funzione in maniera simile in ogni campo: l'offerta aumenta, i prezzi vengono limati e, nel caso della scuola, viene garantito un maggiore pluralismo, presupposto per l'insinuarsi di un sapere critico, il quale non sgorga, come erroneamente hanno insinuato gli studenti che protestavano, da un'università monolitica, sclerotizzata, immobile come quella statalizzata, ma dalla frammentazione dei centri educativi e di produzione delle idee.

    Il sogno di un'università privata, però, sorride anche alle fasce più deboli della popolazione: il problema che i più poveri devono affrontare è quello del «doppio conto», ovvero l'avventuroso barcamenarsi fra l'umanissimo desiderio di regalare un futuro migliore per i propri figli, magari ammirandoli orgogliosamente laureati in qualche prestigioso istituto privato, e l'impossibilità di poter rendere viva questa speranza, perchè lo Stato ha sgraffignato, divorato e digerito le risorse degli individui per architettare un sistema educativo fallimentare, dimenticandosi di interpellare il contribuente sulle sue preferenze.

    Naturalmente, una privatizzazione dell'apparato universitario non appare dietro l'angolo, però si possono immaginare dei passaggi intermedi che lo traghettino verso lidi più aperti alla competizione. Uno strumento efficace per portare a termine questo compito potrebbe rivelarsi il «credito d'imposta», ovvero la possibilità di detrarre dalle tasse le spese che le famiglie si addossano per fornire ai figli un'istruzione soddisfacente. Allo stato attuale, dunque, pensare a dei meccanismi che diluiscano il carattere redistributivo e burocratico dell'intera struttura scolastica, incentivino una maggiore partecipazione dei genitori nel settore educativo e falcino gli sprechi, rappresenterebbe una carta importante da giocare per il centrodestra. Arroccarsi nella difesa del presente è invece, al massimo, un salto nel buio.

    Tiziano Buzzacchera

  2. #2
    in silenzio
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    Lightbulb libertà e formazione continua

    In origine postato da Silvioleo
    ... Le occupazioni parlano già da ora di un'altra università in movimento, fatta dagli studenti, dai loro desideri di conoscenza, non asservibili agli interessi del mercato!»

    ... c'è un esercito di ragazzi e ragazze che grida vendetta, che respira l'aria possente del collettivismo, il fascino metafisico (e anche un pò biopolitico, volendo) dell'occupazione, che rivendica il diritto allo studio, messo chiaramente in pericolo (citiamo ancora dall'appello della Sapienza), per dirne una, «dai processi di privatizzazione selvaggia dei servizi». Meglio quindi uno Stato onnivoro che sottrae risorse dalle tasche dei cittadini per pagare alloggi e mense (rigorosamente pubblici) agli studenti senza sapere quanto davvero quei servizi potrebbero essere valutati dal mercato, il quale attirerebbe i consumatori grazie a una robusta diminuzione dei prezzi?

    Pazienza. Al di là della retorica abborracciata, delle barzellette da piazza e delle speculazioni politiche, la realtà è una sola: per avere un'educazione davvero libera, non ci si può affidare allo Stato. Le ragioni sono molteplici eppure, quando si accenna a una possibile privatizzazione dell'istruzione, ci si ritrae preoccupati, lasciando detonare l'obiezione classica: come potrebbero i meno abbienti pagare la scuola ai loro figli? La risposta è semplice. Innanzitutto, perchè non iniziare a porre l'attenzione sul fatto che lo Stato non fornisce un'istruzione gratuita (ed è questa la cosiddetta «illusione fiscale»), bensì pagata in maniera salata, tramite le tasse? Se ci trovassimo in una cornice di mercato, i genitori potrebbero controllare minuziosamente i costi per l'istruzione dei pargoli e, presumibilmente, pagare meno. Il mercato, infatti, funzione in maniera simile in ogni campo: l'offerta aumenta, i prezzi vengono limati e, nel caso della scuola, viene garantito un maggiore pluralismo, presupposto per l'insinuarsi di un sapere critico, il quale non sgorga, come erroneamente hanno insinuato gli studenti che protestavano, da un'università monolitica, sclerotizzata, immobile come quella statalizzata, ma dalla frammentazione dei centri educativi e di produzione delle idee.

    Il sogno di un'università privata, però, sorride anche alle fasce più deboli della popolazione: il problema che i più poveri devono affrontare è quello del «doppio conto», ovvero l'avventuroso barcamenarsi fra l'umanissimo desiderio di regalare un futuro migliore per i propri figli, magari ammirandoli orgogliosamente laureati in qualche prestigioso istituto privato, e l'impossibilità di poter rendere viva questa speranza, perchè lo Stato ha sgraffignato, divorato e digerito le risorse degli individui per architettare un sistema educativo fallimentare, dimenticandosi di interpellare il contribuente sulle sue preferenze.

    Naturalmente, una privatizzazione dell'apparato universitario non appare dietro l'angolo, però si possono immaginare dei passaggi intermedi che lo traghettino verso lidi più aperti alla competizione. Uno strumento efficace per portare a termine questo compito potrebbe rivelarsi il «credito d'imposta», ovvero la possibilità di detrarre dalle tasse le spese che le famiglie si addossano per fornire ai figli un'istruzione soddisfacente. Allo stato attuale, dunque, pensare a dei meccanismi che diluiscano il carattere redistributivo e burocratico dell'intera struttura scolastica, incentivino una maggiore partecipazione dei genitori nel settore educativo e falcino gli sprechi, rappresenterebbe una carta importante da giocare per il centrodestra. Arroccarsi nella difesa del presente è invece, al massimo, un salto nel buio.

    Tiziano Buzzacchera
    Per esperienza in entrambe le realtà scolastiche, penso che l'obiettivo da perseguire sia la coesistenza sia della scuola statale, sia delle scuole legalmente riconosciute e parificate; a tutti i livelli.

    La possibilità di detrarre dalle tasse le spese per la formazione non dovrebbe riguardare solo i minori e gli universitari; perchè ormai la formazione è considerata un processo che è bene continui per tutta la vita !

    di necessità virtù

  3. #3
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    Predefinito Con gioia e con più Letizia, di Davide Giacalone

    Con gioia e con più Letizia

    Una società composta da conservatori e da corporazioni alleva giovani conservatori, che aspirano ad entrare in una corporazione? Può darsi, ma, forse, più realisticamente, c'è in giro più di un furbacchione corporativo che alimenta la protesta degli studenti per difendere i propri interessi e la conservazione dei propri privilegi. Se così non fosse che senso avrebbe vedere in piazza degli studenti che inveiscono contro una riforma che ha tolto ai loro professori il diritto di starsene in cattedra a vita, senza neanche dover dimostrare di avere letto un libro nel corso degli ultimi anni?



    Quei giovani dicono che la libertà della cultura è condizione di ogni più ampia libertà. Ed hanno ragione, è certamente così. Ma che c'entra, questo, con il fatto che si protesti contro uno dei pilastri della libera cultura, ovvero contro le libere università? E quale sarebbe, la libera cultura da difendersi, quella delle università odierne, quella degli esamifici, quelle di professori che fanno far carriera ai loro tirapiedi, gestendosi i concorsi come fossero affari loro? E' questa, la libertà?
    I ragazzi che sfilano, e che vogliono andare a scuola “con gioia e non con Letizia” (dal nome del ministro) forse non lo sanno, o forse lo sanno e preferiscono ignorarlo, ma stanno sfilando non per una scuola che produca cultura, bensì per una macchina che produce pezzi di carta. La vecchia, borghesuccia, provinciale aspirazione al “pezzo di carta”. Alla laurea da incorniciare e da non utilizzare per far l'avvocato, o l'ingegnere, ma per far carriera, per farsi strada, per farsi dare del “dottore”, non solo dal parcheggiatore. E' così, e se così non fosse non ci capisce come da tante rivendicazioni manchi sempre quella cardine per la libera cultura: l'abolizione del valore legale del titolo di studio.
    Quel valore legale è un inganno, ed è anche un ostacolo alla libertà. Se quei ragazzi avessero ben chiaro che il loro pezzo di carta non varrà nulla, non servirà a nulla, non li agevolerà in nulla, e se avessero coscienza, invece, che la conoscenza, la cultura, il sapere ed il saper fare, saranno grandi vantaggi, offriranno grandi opportunità, potranno essere giocati come briscole della vita, allora protesterebbero, contro la Moratti, sfilerebbero, contro la riforma, ma perché è ancora troppo poco, perché si deve avere la lucidità ed il coraggio di andare avanti, perché della cattedra del signor professore, quello che avendo conquistato la toga della cultura s'è guadagnato anche il diritto all'ignoranza, non ce ne importa un bel nulla, ma del mio avvenire mi frega, eccome.
    Se questo fosse loro chiaro, allora vorrebbero andare a scuola con gioia (che è una bella cosa), ma anche con più Letizia. Ma non è chiaro affatto, così vengono incolonnati a sfilare per difendere interessi e privilegi che non sono i loro, che, anzi, sono contro di loro. Marciano come truppe che difendono la più classista delle scuole, quella che non offre opportunità ai più deboli, premiandoli se sono i più bravi, ma vuole tutti mediocri, in questo modo agevolando i più protetti. Una marcia reazionaria, insomma, anche se nessuno ha la voglia di dirglielo.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it

    18 novembre 2005

    .................................................. ......
    tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
    http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=1760

  4. #4
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    Predefinito

    dal quotidiano di via Solferino...

    " Corriere della Sera del 18/11/2005


    --------------------------------------------------------------------------------
    Università e corporativismo di sinistra

    Occupazioni dall'alto



    Ernesto Galli della Loggia
    --------------------------------------------------------------------------------

    Sì, ieri in oltre settanta città italiane, alcune migliaia di giovani sono sfilati in corteo, tanto per mantenersi in esercizio, adattando la non meglio nota «Giornata mondiale di mobilitazione studentesca» alla molto più casalinga battaglia contro la «riforma Moratti» (che tra parentesi non li riguarda per nulla); ciononostante, però, una cosa è certa: anche per quest'anno il '68 non ci sarà. Dopo una tenue fiammata iniziale, infatti, le occupazioni delle Università vanno irrimediabilmente spegnendosi con l'ultimo autunno. Il rito si ripete un anno sì e un anno no, più o meno da un quarantennio, e ha ormai la sua consacrata liturgia: i grandi giornali che tifano pigramente per gli occupanti, il ministro di turno dipinto come un Attila della cultura, il solito manipolo di intellettuali disinformati che geme sulle sorti dell'Università, della cultura e dell'istruzione, dilaniati dall'Attila di cui sopra.
    Ma quest'anno il rito ha presentato delle novità su cui non sembra inutile spendere qualche parola. La principale riguarda il ruolo svolto da Presidi e Rettori di molti atenei. Pressoché dappertutto dove si è occupato ciò è avvenuto, infatti, non solo con il consenso, ma per l'impulso o comunque il sostegno più o meno forte ed evidente delle autorità accademiche. Occupazioni dall'alto, insomma, secondo un modello tipicamente italiano di «rivoluzione passiva». È l'indizio di una trasformazione importante all'opera nei vertici universitari. Anche qui, come già successo nella magistratura, in numerosi ordini professionali e in alcune amministrazioni dello Stato (per esempio quella degli Interni), complice la massiccia delegittimazione dei politici di professione, coloro che sono investiti di funzioni istituzionali tendono a non accontentarsene, a viverle alla stregua di qualcosa di temporaneo, considerandosi piuttosto come potenziali candidati permanenti a qualche incarico di tipo politico: tanto per cominciare un posto di sindaco, di senatore o di deputato.
    Nulla di male in teoria. Ma in pratica è evidente il pericolo di interpretare il proprio ruolo istituzionale - per definizione - super partes , e dunque condizionato da vincoli di equilibrio e di moderazione, in una direzione, viceversa, enfatica, agonistica e contrappositiva: politica per l'appunto. Tanto più questo pericolo è reale quando le cariche istituzionali di cui trattasi sono elettive. Quando dipendono, cioè, dal consenso di un gruppo di persone che, del tutto legittimamente, hanno obiettivi particolari, che, però, attraverso il meccanismo elettorale rischiano di essere fatti propri dall'istituzione in quanto tale e dunque di apparire come suoi.
    È precisamente ciò che è successo con le occupazioni universitarie di questo autunno. Per costruirsi e consolidare un'immagine politica personale e non dispiacere al proprio elettorato, molti Presidi e Rettori hanno accantonato qualsiasi scrupolo di sobrietà e discernimento istituzionali, scendendo direttamente in campo a fianco di una parte del proprio corpo elettorale (i ricercatori) o di una parte ancor più sparuta di studenti politicizzati, e abbracciandone in pieno il punto di vista. Punto di vista che, essendo antigovernativo, si presenta naturalmente come «di sinistra».
    Nasce così un altro problema, oltre i molti che già ha, proprio per la sinistra, in specie quella riformista.
    Il problema, cioè, della linea da seguire rispetto a proteste dirette contro un ministro di centro-destra, che dunque sono politicamente attrattive, ma che in realtà, per la loro natura, il loro meccanismo e la loro piattaforma, non hanno nulla né di sinistra né tanto meno di riformistico (e anzi sono nella sostanza a favore di un immobilismo pietrificato). Proteste che potrebbero domani ripetersi tali e quali anche contro un ministro di centro-sinistra (come accadde per esempio a Luigi Berlinguer quando osò proporre una sia pur tenue modulazione degli stipendi degli insegnanti). Si tratta di un problema che ne richiama uno ancor più grande: come deve comportarsi la sinistra riformista nei confronti della logica spietatamente corporativa che regola i comportamenti di tanta società italiana, e che da trent'anni a questa parte, fiutando il vento, si presenta quasi sempre abbigliata in panni di sinistra?
    In attesa di decidere, il riformismo italiano si limita per lo più a blandire la protesta corporativa. Dà calorose pacche sulle spalle ai Rettori «di sinistra», ai ricercatori «di sinistra», agli studenti «di sinistra». Sono sicuro, però, che in cuor suo sa fin troppo bene che in loro compagnia non si va da nessuna parte: semplicemente si lasciano marcire le cose all'infinito e si distrugge quel che resta dell'Università italiana. Ma oserà mai dirlo?
    "


    Saluti liberali

 

 

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