Basterà dire loro che le proteste non servono? Improbabile. Il mito incorruttibile della scuola pubblica, unica e uguale per tutti, ha raggranellato sistematicamente consensi nell'opinione pubblica, fino a diventare un dogma che nemmeno il tempo ha scalfito. L'epica lotta di martedì per un'università dal volto umano, le proteste per un avvenire che non sia solo preda dell'ingordigia capitalista, l'omerica odissea di chi brama per le sorti della giustizia sociale: tutto, perchè occorre ridisegnare un sistema educativo (non ridete) preda di plutocrati e di avidi imprenditori, perchè «il protagonismo e il conflitto degli studenti chiede a gran voce una revisione strutturale del modo di funzionare dell'università. Le occupazioni parlano già da ora di un'altra università in movimento, fatta dagli studenti, dai loro desideri di conoscenza, non asservibili agli interessi del mercato!»
Vi prego, non chiedetemi che cosa significhi tutto ciò. Stavo solo citando da un appello diffuso all'Università La Sapienza da studenti ed acari assortiti, i quali sostengono che l'università di oggi è, detto per inciso e senza aggettivi, un casino. Colpa del Ddl Moratti, colpa di Berlusconi, colpa probabilmente del dio denaro che, dopo le fulgide meraviglie del socialismo reale, ha ripreso fiato e, come uno spettro, si aggira per l'Europa. Colpa anche della maledetta direttiva Bolkestein, minaccia peggiore dell'influenza aviaria, a sentire i manifestanti. Insomma, c'è un esercito di ragazzi e ragazze che grida vendetta, che respira l'aria possente del collettivismo, il fascino metafisico (e anche un pò biopolitico, volendo) dell'occupazione, che rivendica il diritto allo studio, messo chiaramente in pericolo (citiamo ancora dall'appello della Sapienza), per dirne una, «dai processi di privatizzazione selvaggia dei servizi». Meglio quindi uno Stato onnivoro che sottrae risorse dalle tasche dei cittadini per pagare alloggi e mense (rigorosamente pubblici) agli studenti senza sapere quanto davvero quei servizi potrebbero essere valutati dal mercato, il quale attirerebbe i consumatori grazie a una robusta diminuzione dei prezzi?
Pazienza. Al di là della retorica abborracciata, delle barzellette da piazza e delle speculazioni politiche, la realtà è una sola: per avere un'educazione davvero libera, non ci si può affidare allo Stato. Le ragioni sono molteplici eppure, quando si accenna a una possibile privatizzazione dell'istruzione, ci si ritrae preoccupati, lasciando detonare l'obiezione classica: come potrebbero i meno abbienti pagare la scuola ai loro figli? La risposta è semplice. Innanzitutto, perchè non iniziare a porre l'attenzione sul fatto che lo Stato non fornisce un'istruzione gratuita (ed è questa la cosiddetta «illusione fiscale»), bensì pagata in maniera salata, tramite le tasse? Se ci trovassimo in una cornice di mercato, i genitori potrebbero controllare minuziosamente i costi per l'istruzione dei pargoli e, presumibilmente, pagare meno. Il mercato, infatti, funzione in maniera simile in ogni campo: l'offerta aumenta, i prezzi vengono limati e, nel caso della scuola, viene garantito un maggiore pluralismo, presupposto per l'insinuarsi di un sapere critico, il quale non sgorga, come erroneamente hanno insinuato gli studenti che protestavano, da un'università monolitica, sclerotizzata, immobile come quella statalizzata, ma dalla frammentazione dei centri educativi e di produzione delle idee.
Il sogno di un'università privata, però, sorride anche alle fasce più deboli della popolazione: il problema che i più poveri devono affrontare è quello del «doppio conto», ovvero l'avventuroso barcamenarsi fra l'umanissimo desiderio di regalare un futuro migliore per i propri figli, magari ammirandoli orgogliosamente laureati in qualche prestigioso istituto privato, e l'impossibilità di poter rendere viva questa speranza, perchè lo Stato ha sgraffignato, divorato e digerito le risorse degli individui per architettare un sistema educativo fallimentare, dimenticandosi di interpellare il contribuente sulle sue preferenze.
Naturalmente, una privatizzazione dell'apparato universitario non appare dietro l'angolo, però si possono immaginare dei passaggi intermedi che lo traghettino verso lidi più aperti alla competizione. Uno strumento efficace per portare a termine questo compito potrebbe rivelarsi il «credito d'imposta», ovvero la possibilità di detrarre dalle tasse le spese che le famiglie si addossano per fornire ai figli un'istruzione soddisfacente. Allo stato attuale, dunque, pensare a dei meccanismi che diluiscano il carattere redistributivo e burocratico dell'intera struttura scolastica, incentivino una maggiore partecipazione dei genitori nel settore educativo e falcino gli sprechi, rappresenterebbe una carta importante da giocare per il centrodestra. Arroccarsi nella difesa del presente è invece, al massimo, un salto nel buio.
Tiziano Buzzacchera


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