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    Talking Anche Bob Woodward nei guai per il CIA - Gate

    Maurizio Blondet
    17/11/2005

    WASHINGTON - Bob Woodward è il celebre, pagatissimo e potentissimo giornalista di punta del Washington Post: nel 1974 fu lui, indagando senza guardare in faccia a nessuno e grazie a soffiate di una «gola profonda» alla Casa Bianca, a rivelare il cosiddetto scandalo Watergate, che costrinse il presidente Nixon a dare le dimissioni.
    Coperto di premi Pulitzer, Woodward è il simbolo vivente del giornalismo americano libero e coraggioso, e privo di riguardi verso il potere.
    Ebbene: oggi Woodward ha dovuto testimoniare sotto giuramento davanti a Patrick Fitzgerald, il procuratore che indaga sulla «soffiata» partita della Casa Bianca che ha esposto a rischi personali l’agente della CIA sotto copertura Valerie Plame.
    E il gigante del libero giornalismo si sta rivelando un complice della cricca Cheney, né più ne meno della screditata Judith Miller del New York Times.



    Sotto interrogatorio, Woodward ha dovuto confessare che un «alto personaggio del governo» aveva soffiato anche a lui il nome di Valerie Plame nel giugno 2003, un mese prima che il nome dell’agente CIA fosse di pubblico dominio.
    Poi ha dovuto scusarsi col suo giornale, il Washington Post, per avergli tenuto segreto - per ben due anni - il suo coinvolgimento nello sporco gioco della Casa Bianca per rovinare la Plame (1).
    L’ha fatto con un articolo di scuse sul Washington Post online (non sulla carta stampata), in cui ha ammesso di «aver commesso un errore».
    Ma Woodward ha taciuto quel che sapeva mentre Judith Miller veniva torchiata, e finiva in galera per non rivelare (e per proteggere) la sua importante fonte alla Casa Bianca; e mentre cresceva lo scandalo, che ha travolto Lewis Libby, braccio destro di Dick Cheney, ed ha lambito lo stesso Cheney e il presidente Bush, Woodward scriveva articoli e rilasciava interviste in cui minimizzava l’inchiesta di Fitzgerald e tutta la faccenda.
    Insomma sé comportato come un autentico complice.

    Come si ricorderà, gli altri gradi della Casa Bianca fecero il nome di Valerie Plame per vendetta contro suo marito, l’ambasciatore Joseph Wilson, che aveva smentito la falsa storia dell’uranio del Niger (che Saddam si sarebbe procurato) e criticato apertamente Bush per aver affermato che Saddam aveva armi di distruzione di massa, sulla base di prove fabbricate ad arte.
    Fonti d’intelligence dicono che anche la moglie di Wilson, Valerie Plame, era incorsa nelle ire del duo Bush-Cheney per aver bloccato un tentativo di seppellire gas nervini nell’Iraq occupato e poi «scoprirli», come prova che, in fondo, qualche arma vietata Saddam l’aveva.
    Davvero una sporca faccenda, a cui l’eroe del giornalismo libero ha tenuto bordone.
    Ora è la corsa a capire chi è la fonte che avrebbe fatto a Woodward il nome fatale.
    La Casa Bianca ha comunicato che né Bush, né il suo capo dello staff H.Card, né il suo consigliere Dan Bartlett avevano soffiato la notizia a Woodward; la stessa precisazione è venuta da Colin Powell, dall’ex capo della CIA George Tenet, e da Karl Rove, il manipolatore dei media per conto di Bush.
    Fatto significativo, l’unico a non smentire è stato Dick Cheney. Che ha fatto rispondere con un «no comment» ad una portavoce.
    La confessione di Bob Woodward obbliga il procuratore Fitzgerald a riaprire e continuare un’inchiesta che, palesemente, lo stesso Fitzgerald voleva chiudere al più presto, per lasciarne immuni Bush e Cheney (2).
    Vedremo cosa escogiterà per non coinvolgere i due occupanti della Casa Bianca.



    Il procuratore Starr mostrò molto più accanimento a sapere tutto sulla fellatio di Monica a Bill Clinton, che non era un affare di Stato.
    La splendida fama di indipendenza di Woodward è nel fango, e così la credibilità del Washington Post.
    Qualche ingenuo ora si chiederà come mai un giornalista che non aveva avuto paura né riguardi di fronte a Nixon e a Kissinger nel far scoppiare lo scandalo Watergate, ora ha fatto di tutto per minimizzare lo scandalo CIA Gate e coprire Bush, Cheney e soci.
    La risposta è: vi sono scandali che i poteri forti ebraici «permettono» che avvengano (Watergate) o addirittura ordinano di far avvenire (come lo scaldaletto Clinton - Lewinski), e allora i liberi giornalisti si scatenano.
    Ci sono scandali che per i poteri forti non devono avvenire - visto che Cheney e Bush fanno tanto per liberare Israele dai suoi nemici - e i «liberi giornalisti» si adeguano ai desideri di chi li paga, di chi li promuove e di chi garantisce loro il successo.
    Acqua in bocca.
    Post - scriptum: di questa faccenda non una parola, salvo errori, sui grandi giornali italiani.
    Giornali liberi e indipendenti, naturalmente.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Maria Newman, «Woodward apologizes for lapse over leak», International Herald Tribune, 17 novembre 2005
    2) Todd Purdum, «New disclosure could prolong inquiry on leak», New York Times, 17 novembre 2005.




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  2. #2
    El Criticon
    Ospite

    Predefinito A proposito ...

    ... all'origine del Watergate vi furono certe fughe di notizie ultra riservate (ovviamente), propagate proprio dal celebre studio ovale e da altre parti della casa bianca ... fatte da chi e come non fu mai chiarito, nonostante le minuziosissime ricerche condotte con le più sofisticate tecnologie disponibili allora per il rilevamento di qualsiasi microspia ...

    Eppure "taluni", ben decisi a liquidare Nixon quelle informazioni riuscivano a procurarsele ... chissà come ...

 

 

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