INTERESSANTE RICOSTRUZIONE....DA NON PERDERE
EX URSS, il Caso
40 anni fa due pope protestavano contro l’ingerenza dello Stato nella religione, dando il via a un enorme movimento
Mosca 1965 Il dissenso è nato in chiesa
La Lettera aperta al Patriarca degli ortodossi Esliman e Jakunin ebbe eco fortissima anche in Occidente. E molti intellettuali russi iniziarono a interessarsi della fede
Di Pigi Colognesi www.avvenire.it
La primavera che ci si aspettava dopo la chiusura, quarant’anni fa, del Concilio Vaticano II, non fu priva di turbolenze e di gelate. Particolarmente grave fu il fenomeno del dissenso che per anni disarticolò la compagine ecclesiale, scuotendola dall’interno con profonde tensioni e aspri dibattiti.
Pure la Chiesa ortodossa russa ebbe la sua stagione di dissenso e contestazione, che iniziò anch’essa quarant’anni fa. Un dissenso con contenuti, toni, esiti radicalmente diversi da quelli presenti in casa cattolica; così come differenti erano state le motivazioni di partenza.
Gli storici concordano nell’identificare l’inizio ufficiale del «dissenso»: 21 novembre 1965. Sorprendendo sia la gerarchia del Patriarcato di Mosca (abituato a trovare nei sacerdoti e, a maggior ragione, nei laici una più o meno svogliata acquiescenza alle sue scelte), sia il governo (impegnato da anni in una campagna ateistica di proporzioni mai viste e ben deciso a imporre i programmi antireligiosi), sia l’opinione pubblica occidentale (generalmente disattenta a quanto si muoveva al di fuori delle questioni di politica internazionale e degli equilibri interni del regime), due sacerdoti di Mosca, Nikolaj Esliman e Gleb Jakunin, scrissero una lunga «Lettera aperta al Patriarca», contestandone – in nome di motivazioni religiose e canoniche – la politica di asservimento al regime ateo e presentando un dettagliato elenco di questioni da affrontare urgentemente.
Leggendo la lettera (pubblicata in Italia dalla rivista Russia Cristiana e poi ripresa nel volume Urss: dibattito nella comunità cristiana, Jaca Book), colpisce immediatamente l’afflato religioso (quindi rispettoso dell’autorità) e non polemico che muove i due estensori: «La Chiesa Russa è in pericolo e gravemente inferma… Noi tutti che costituiamo la Chiesa siamo responsabili di fronte a Dio per i gravi disordini di cui è vittima. Per questo abbiamo pensato di non poter più tacere».
Quali sono i «gravi disordini»? Fondamentalmente, dicono i due sacerdoti, il fatto che la suprema autorità ecclesiastica, vale a dire l’anziano Patriarca Alessio e il Santo Sinodo che lo coadiuva nella guida della Chiesa, permettono l’ingerenza del potere civile negli affari interni della Chiesa. Questo, che è di per sé gravissimo tanto che tutti i canoni lo vietano, diventa tragico in considerazione del fatto che quel potere è dichiaratamente ateo e accanitamente determinato a far scomparire la fede cristiana dalla terra russa.
Gli esempi dell’accettata ingerenza del regime sono numerosissimi: la registrazione illegale dei battesimi (in pratica, con un diktat di natura amministrativa e in contrasto con la stessa legislazione sovietica, ogni prete deve denunciare i genitori che fanno battezzare i bambini, ben sapendo che l’informazione potrà essere usata dall’apparato poliziesco per perseguitarli); la chiusura in massa delle chiese (lo stratagemma è semplice: si fa sottoscrivere al vescovo il menzognero attestato che in un certo quartiere o villaggio la comunità cristiana si è numericamente ridotta; a questo punto scatta la chiusura di un edificio che «non serve più a nessuno»); l’interdizione, non prevista dalla legge, di ogni cerimonia al di fuori dei luoghi di culto (con questo cavillo sono di fatto proibiti, ad esempio, i funerali); l’allontanamento forzato dei bambini da ogni educazione cristiana.
Ma il punto nodale della critica di Esliman e Jakunin riguarda il nuovo ordinamento delle parrocchie. Era stato emanato dal governo e vergognosamente approvato dal Concilio dei vescovi nel luglio del 1961. Secondo questo nuovo Regolamento il sacerdote diventa uno stipendiato dalla comunità, la quale viene "democraticamente" rappresentata da un consiglio eletto e guidata da un funzionario (lo starosta) direttamente soggetto all’amministrazione civile locale.
Di fatto nei primi anni di applicazione del Regolamento i responsabili delle parrocchie, spesso scelti appositamente tra i più sfegatati atei, avevano lavorato per "li quidare" le comunità; i sacerdoti che si opponevano venivano licenziati. «Ogni tentativo di limitare il potere gerarchico della Chiesa per affidarlo ai parrocchiani è un’azione antiecclesiastica e antireligiosa», scrivono Esliman e Jakunin, così come «trasferire i principi di una larga democrazia alla sfera dei rapporti ecclesiali».
Questa, dunque, la «grave malattia» contro cui i due sacerdoti si ribellano: «Trasformare la Chiesa di Cristo in un accessorio al servizio dello Stato areligioso». Gravissima, perciò, la colpa dei pastori che, invece di opporsi a simile strategia, la assecondano. Esliman e Jakunin richiamano alla loro responsabilità soprattutto quei vescovi che tacciono per «salvare il salvabile»: «Non siamo noi vescovi o sacerdoti o laici, deboli figli suoi, a salvare la Chiesa di Cristo, essa, nostra Madre, salva noi. E Cristo salva la Chiesa».
Quale diversità rispetto all’attivismo dei rinnovatori occidentali, protesi a trovare "forme nuove" per far rivivere con le proprie capacità una Chiesa data per morta!
L’eco della lettera dei due sacerdoti fu enorme e giunse anche in Occidente. Fu proprio per questo che il patriarca Alessio, che prima pensava di lasciar cader il problema e aveva risposto ai "contestatori" accusandoli di attentare all’unità della Chiesa senza però entrare nel merito delle loro richieste, prese drastiche misure e sospese a divinis Esliman e Jakunin. Ma, ormai, il seme di un rinnovamento intraeclesiale era stato posto. Il movimento di dissenso intellettuale, che fino ad allora si era sostanzialmente disinteressato del fenomeno religioso, cominciò ad occuparsene in modo continuativo e per molti sapere che la Chiesa ortodossa non era completamente asservita ai regime fu causa di conversione. Anche dal coraggio di quei due sacerdoti partiva la primavera.





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