Quote rosa, sì del governo
ma al Cdm in tre votano contro


Stefania Prestigiacomo

ROMA - Silvio Berlusconi non può che prendere atto di quella che chiama, non senza sarcasmo, la "perseveranza" di Stefania Prestigiacomo. E così si lascia alle spalle le polemiche sullo scorso, e turbolento, consiglio dei ministri, durante il quale il ministro per le Pari opportunità scoppiò in lacrime. Perseveranza perché, appunto, Prestigiacomo torna all'attacco: dopo la bocciatura alla Camera, chiede e ottiene che il Cdm vari un disegno di legge sulle cosiddette "quote rosa", che è una copia esatta di quella proposta di modifica già bocciata.

Seduta accanto al premier in conferenza stampa il ministro, autoironica, dice "piangerò di gioia solo quando il ddl sulle quote rosa verrà definitivamente approvato, perché quello di oggi è solo il primo passaggio". Tradotto: questo primo sì non dev'essere un contentino, piuttosto l'inizio di una battaglia. Alla quale la Prestigiacomo chiama anche il centrosinistra. "Cerchiamo un'intesa larga - fa appello all'opposizione - visto che il riequilibrio della rappresentanza in Parlamento è un dato troppo importante perché su di esso ci si possa dividere".

E il supporto dell'Unione appare necessario, per l'approvazione di un provvedimento che pare avere in effetti ben poche possibilità di vedere la luce. L'ipotesi più plausibile - confermata anche da fonti della maggioranza - è che il ddl venga approvato in Senato, dove si allineerà con i testi sull'argomento già in discussione in prima commissione ma poi, alla Camera, non riesca nemmeno ad arrivare in Aula.

Un segnale di questo sta anche nel voto contrario espresso oggi in Consiglio dei ministri da tre membri dell'esecutivo di due partiti diversi (Pisanu, Martino e Giovanardi), uno dei quali è addirittura il ministro dell'Interno. E anche il fatto che Berlusconi si affretti a dire che Forza Italia ha intenzione di applicare le "quote rosa" "anche senza legge" sembrerebbe confermare l'ipotesi.

Il ddl parte con almeno due nodi da sciogliere. Intanto, il testo è identico all'emendamento delle donne della Casa delle libertà già bocciato alla Camera. Alternanza di genere di uno a tre (uno a due dal 2011) in liste che non possono comunque essere per più di due terzi composte da candidati dello stesso sesso, pena la decurtazione fino al 50 per cento del rimborso elettorale alla prima applicazione, e l'inammissibilità della lista alla seconda.

Proprio per questo, il ministro per i Rapporti con il Parlamento in Consiglio dei ministri ha votato contro. "Il Parlamento - spiega Giovanardi - ha già bocciato con una maggioranza schiacciante questo testo e io, essendo ministro per i Rapporti con il Parlamento, in segno di rispetto delle Camere, non posso non tenerne conto". Stessa perplessità anche per altri esponenti della maggioranza, senatori che saranno poi chiamati a votare il testo come l'azzurro Guglielmo Castagnetti che fa osservare che di solito "non solo il governo, ma anche l'altro ramo del Parlamento non fa da rimpiattino alla Camera" visto che "il bicameralismo perfetto sarà anche al tramonto, ma non è ancora morto".

L'altro problema, è che il centrosinistra, o una parte di esso, potrebbe essere indisponibile a fare sponda. "Bisognerà vedere - osserva il relatore del provvedimento che partirà al Senato, Lucio Malan - se ci sarà una maggioranza a sostenerlo, visto che la sinistra ha già votato contro e lo stesso hanno fatto tre ministri in Cdm". Se la Margherita, infatti, pare disponibile ad appoggiarlo, ("Il problema - osserva Bordon - non è l'intesa, visto che a noi va benissimo che il Dato-Amato venga approvato, ma è che non va bene alla maggioranza") lo stesso non si può dire per i Ds e ancor più per la sinistra massimalista.

La Quercia, in effetti, ne fa una questione di merito: voterebbe il testo se al posto delle multe ci fosse l'inammissibilità delle liste per chi sgarra. "Se viene riproposta solo la misura sulle sanzioni economiche - osserva il capogruppo Ds alla Camera Luciano Violante - allora la misura non serve a nulla". Mentre dal Prc arriva un no a quote che non si aggirino almeno intorno al 50 per cento.

(19 novembre 2005)


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