BANLIEUE DEVASTATE: VIA LIBERA AL GIRO DI VITE
Proteggiamo le nostre città
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Caro direttore,
noi della Lega Nord siamo abituati a parlare chiaro, anche a costo di procurarci qualche antipatia, senza nasconderci dietro a concetti astratti e vaghi e dietro a mille interpretazioni. Per questo chiediamo a tutti coloro che si riempiono la bocca di parole come “integrazione”, “solidarietà” e “principi condivisi”, se a questi vocaboli attribuiscono il medesimo significato che gli attribuiamo noi.
Da quattro anni vado cercando un termine arabo che traduca la parola “famiglia”, intesa come l’unione di un uomo e una donna, nucleo fondante e irrinunciabile della nostra società. A fornirmi ...una risposta precisa, e grave, è il professor Stefano Nitolia nella sua pubblicazione “l’Islam com’è”. Una risposta che apre un dibattito inquietante: infatti, per ipotizzare - come fa la maggioranza dei nostri concittadini europei - la possibilità di estendere i grandi princìpi di democrazia, uguaglianza e libertà agli immigrati islamici, bisognerebbe, se non altro, condividere l’abc del cosiddetto patrimonio comune, ossia possedere almeno lo stesso senso culturale relativamente al nucleo fondante della società, la famiglia.
Non parlo di massimi sistemi, di grandi temi come la sovranità popolare, i diritti umani e le libertà che contraddistinguono la cultura occidentale. Mi riferisco invece al minimo comune denominatore costituito dalla piccola e intima realtà familiare. Nel 1948, l’articolo 29 dell’allora neonata Costituzione italiana, sottolineava come la famiglia fosse il nucleo fondante della nostra società. Quella definizione, nata sostanzialmente dalla sintesi culturale di tre anime, aveva come riferimento la visione cattolica, laico liberale e socialista: era la somma di diverse sfaccettature, ma aveva come orizzonte il perimetro invalicabile della cultura europea, che poneva uomo e donna sul medesimo piano nella responsabilità comune verso i propri figli.
Ebbene, udite udite! In lingua araba non esiste un termine che traduca letteralmente le parola “famiglia”. Anzi, ve ne sono altri che hanno significati culturali diametralmente opposti, come il termine “hàrem” o “hà’ila”, che stanno ad indicare il clan, il gruppo, con un unico soggetto, l’uomo, padre e padrone di moglie, o mogli (sino a quattro), concubine e figli.
Mi chiedo allora come potrebbe la nostra Costituzione, nel “rispetto” della loro cultura, accettare che uomo e donna non siano sullo stesso piano senza cadere in una profonda contraddizione.
Ma del resto, cosa possiamo insegnare con i nostri codici, con le nostre leggi e con le nostre cattedrali a chi, riferendosi al Corano, nega la nostra civiltà e le sue conquiste e si rifugia nel proprio hàrem o hà’ila?
L’unica strada percorribile, evidentemente, è quella di presentar loro l’alternativa: o scegliere la nostra cultura, oppure tornare al loro Paese d’origine.
Non vorrei mai vedere (ma è già successo purtroppo) passeggiare nelle nostre città un uomo con due donne al seguito, anzichè al fianco, come esige la cultura islamica. A Milano come se fosse Teheran.
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