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    Post Il mondo come prassi sociale umana

    Abbiamo pubblicato un lavoro di Sebastiano Isaia, del novembre 2008, che riteniamo vada letto e discusso: "Il mondo come prassi sociale umana". Lo trovate in formato .doc sul sito (cliccate qui).

    PRESENTAZIONE

    Qualche tempo fa sottoposi all’attenzione di un carissimo amico degli appunti di studio intorno alla prassi sociale umana, concepita come la multiforme e complessa trama delle attività che gli individui, radunati in classi, sottoclassi, gruppi e via di seguito lungo una sempre più intricata stratificazione sociale, svolgono nel seno di una determinata comunità: attività economiche, istituzionali, politiche, culturali, religiose, scientifiche, «relazionali», e così via. In quegli appunti mettevo particolarmente in luce, o piuttosto cercavo di farlo, la genesi storica e sociale delle diverse costellazioni ideologiche (religiose, filosofiche e scientifiche) che si sono succedute nel tempo, praticamente da quando l’uomo ha calcato la scena della storia fino ai nostro giorni, nel tentativo di dare un senso, una razionalità e una direzione di marcia al mondo. Da un lato mi sforzavo di denunciare il carattere mistificatorio e ideologico – «capovolto» nel linguaggio marxiano – della tesi secondo la quale il pensiero scientifico contemporaneo (cioè borghese) sarebbe socialmente e politicamente «neutro», «avalutativo», insomma tutto proteso alla ricerca della cosiddetta «verità oggettiva»; e dall’altro sottoponevo a severa critica la «concezione materialistica della storia» venuta fuori dalla prassi e dalla elaborazione teorica dei cosiddetti «marxisti». Ne ricevetti in risposta dall’amico una serie di lettere critiche assai stimolanti, alle quali risposi soprattutto con l’intento di meglio puntualizzare e «sistemare» nella mia testa le difficili questioni affrontate negli appunti. In realtà le mie risposte esorbitavano non poco il contenuto delle argomentazioni critiche dell’interlocutore, e questo perché usai strumentalmente quel dialogo «filosofico», e cioè appunto al fine di conseguire una migliore chiarezza su quanto avevo studiato e scritto.
    Recentemente mi è capitato di rileggere le mie «lettere filosofiche» e, al netto dei tantissimi limiti facilmente riscontrabili dal lettore per così dire informato dei fattile, le ho trovate non del tutto inutili a chi intenda approcciarsi allo studio del vigente dominio sociale da un punto di vista critico-rivoluzionario, ovvero, più esattamente, a chi sente l’esigenza, come l’avverte il sottoscritto, di elaborare una teoria critico-rivoluzionaria a partire dalla società capitalistica del XXI secolo. D’altra parte, a giustificare la mia sfacciataggine posso sempre tirare in ballo la tesi secondo la quale ognuno dà secondo le proprie capacità…
    Va da sé che le pagine che seguono non hanno né intendono avere alcuna pretesa di originalità, di organicità e sistematicità, né in rapporto al modesto background teorico dell’autore (il quale non può nemmeno vantare una «competenza specifica» legalmente riconosciuta in materia filosofica, nonostante la tratti praticamente da sempre, per puro amore della conoscenza, insomma per… filosofia), né, tanto meno, rispetto alla potente concezione del mondo di Marx, la quale, all’avviso di chi scrive, non può essere ricondotta all’interno di un organico sistema di pensiero – almeno nell’accezione tradizionale del concetto – senza subire un violento depotenziamento teorico e pratico (politico). Tengo anche a precisare, anticipando qualcosa che nelle lettere sarà più volte ripetuta e smentendo un’idea che può effettivamente nascere dalla loro lettura, che l’intenzione che mi muove non è quella di stabilire una supposta «autenticità» del pensiero marxiano nel campo «filosofico» (come in altri «campi»), perché altrimenti non sarei fedele al principio marxiano esposto nella seconda delle undici Tesi su Feuerbach1, quanto quella di portare alla luce il mio punto di vista «filosofico», la mia ricezione di quell’eccezionale pensiero, il quale si mostra ai miei occhi del tutto adeguato a dar conto dell’essenza storica e sociale dell’odierno dominio capitalistico mondiale. Non è dunque un bisogno di fedeltà che mi muove, né un desiderio di autenticità – di purezza –, né, tanto meno, la pretesa di accreditare come «autenticamente marxista» il mio punto di vista2, ma un bisogno di verità, e uno dei basilari principî di essa risiede nella scoperta marxiana secondo la quale il mondo (e perciò anche la «concezione materialistica della storia») non è mai un «in sé e per sé» rinchiuso nel bozzolo della pura oggettività (che è un mito), ma è sempre una realtà per gli uomini. Ma con questo siamo già nel cuore della «problematica» che le pagine che seguono cercheranno di sviscerare. Con quali risultati non oso neanche pensarlo, e invocare la Fortuna forse non sarebbe troppo… materialistico…
    Infine, mi scuso per le ripetizioni, gli strafalcioni e gli errori formali e sostanziali che non sono stato in grado di correggere. Per non appesantire ulteriormente il testo mi sono limitato a corredare le lettere di pochissime note esplicative. Naturalmente ho espunto da esse tutto ciò che non riguarda la riflessione strettamente «filosofica» intorno alla cosiddetta «concezione materialistica della storia». Il «personale» sarà pure politico, ma non è «filosofico»…
    1 «La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è questione teoretica bensì una questione pratica. Nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà del pensiero – isolato dalla prassi – è una questione scolastica» (Marx, Tesi su Feuerbach, Opere, V, p. 3, Editori Riuniti, 1972).

    2 Ammetto anzi con franchezza di non sapere se mi muovo nel solco «dell’autentico pensiero marxiano», né mi curo di saperlo, appunto perché non ricerco la fedeltà a un sistema di pensiero, a una tradizione, a un nome; ciò che mi intriga è unicamente l’elaborazione di un punto di vista autenticamente critico-rivoluzionario a partire dal capitalismo globalizzato del XXI secolo. D’altra parte, riconosco così poco l’autorità del «marxismo» che vedo in circolazione, che lascio serenamente a chi ci tiene la certificazione rilasciata dai tanti Uffici di Qualità Marxista sparsi per il periglioso mondo. Nell’epoca in cui tutte le parole più significative sono più inflazionate e svilite dei marchi tedeschi degli anni Venti, poco mi cale godere della qualifica debitamente certificata di marxista. Lo stesso Marx, una volta, disse di non essere un marxista. E se lo disse lui…

  2. #2
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    Predefinito Rif: Il mondo come prassi sociale umana

    Citazione Originariamente Scritto da _Riccardo_ Visualizza Messaggio
    Abbiamo pubblicato un lavoro di Sebastiano Isaia, del novembre 2008, che riteniamo vada letto e discusso: "Il mondo come prassi sociale umana". Lo trovate in formato .doc sul sito (cliccate qui).

    PRESENTAZIONE

    Qualche tempo fa sottoposi all’attenzione di un carissimo amico degli appunti di studio intorno alla prassi sociale umana, concepita come la multiforme e complessa trama delle attività che gli individui, radunati in classi, sottoclassi, gruppi e via di seguito lungo una sempre più intricata stratificazione sociale, svolgono nel seno di una determinata comunità: attività economiche, istituzionali, politiche, culturali, religiose, scientifiche, «relazionali», e così via. In quegli appunti mettevo particolarmente in luce, o piuttosto cercavo di farlo, la genesi storica e sociale delle diverse costellazioni ideologiche (religiose, filosofiche e scientifiche) che si sono succedute nel tempo, praticamente da quando l’uomo ha calcato la scena della storia fino ai nostro giorni, nel tentativo di dare un senso, una razionalità e una direzione di marcia al mondo. Da un lato mi sforzavo di denunciare il carattere mistificatorio e ideologico – «capovolto» nel linguaggio marxiano – della tesi secondo la quale il pensiero scientifico contemporaneo (cioè borghese) sarebbe socialmente e politicamente «neutro», «avalutativo», insomma tutto proteso alla ricerca della cosiddetta «verità oggettiva»; e dall’altro sottoponevo a severa critica la «concezione materialistica della storia» venuta fuori dalla prassi e dalla elaborazione teorica dei cosiddetti «marxisti». Ne ricevetti in risposta dall’amico una serie di lettere critiche assai stimolanti, alle quali risposi soprattutto con l’intento di meglio puntualizzare e «sistemare» nella mia testa le difficili questioni affrontate negli appunti. In realtà le mie risposte esorbitavano non poco il contenuto delle argomentazioni critiche dell’interlocutore, e questo perché usai strumentalmente quel dialogo «filosofico», e cioè appunto al fine di conseguire una migliore chiarezza su quanto avevo studiato e scritto.
    Recentemente mi è capitato di rileggere le mie «lettere filosofiche» e, al netto dei tantissimi limiti facilmente riscontrabili dal lettore per così dire informato dei fattile, le ho trovate non del tutto inutili a chi intenda approcciarsi allo studio del vigente dominio sociale da un punto di vista critico-rivoluzionario, ovvero, più esattamente, a chi sente l’esigenza, come l’avverte il sottoscritto, di elaborare una teoria critico-rivoluzionaria a partire dalla società capitalistica del XXI secolo. D’altra parte, a giustificare la mia sfacciataggine posso sempre tirare in ballo la tesi secondo la quale ognuno dà secondo le proprie capacità…
    Va da sé che le pagine che seguono non hanno né intendono avere alcuna pretesa di originalità, di organicità e sistematicità, né in rapporto al modesto background teorico dell’autore (il quale non può nemmeno vantare una «competenza specifica» legalmente riconosciuta in materia filosofica, nonostante la tratti praticamente da sempre, per puro amore della conoscenza, insomma per… filosofia), né, tanto meno, rispetto alla potente concezione del mondo di Marx, la quale, all’avviso di chi scrive, non può essere ricondotta all’interno di un organico sistema di pensiero – almeno nell’accezione tradizionale del concetto – senza subire un violento depotenziamento teorico e pratico (politico). Tengo anche a precisare, anticipando qualcosa che nelle lettere sarà più volte ripetuta e smentendo un’idea che può effettivamente nascere dalla loro lettura, che l’intenzione che mi muove non è quella di stabilire una supposta «autenticità» del pensiero marxiano nel campo «filosofico» (come in altri «campi»), perché altrimenti non sarei fedele al principio marxiano esposto nella seconda delle undici Tesi su Feuerbach1, quanto quella di portare alla luce il mio punto di vista «filosofico», la mia ricezione di quell’eccezionale pensiero, il quale si mostra ai miei occhi del tutto adeguato a dar conto dell’essenza storica e sociale dell’odierno dominio capitalistico mondiale. Non è dunque un bisogno di fedeltà che mi muove, né un desiderio di autenticità – di purezza –, né, tanto meno, la pretesa di accreditare come «autenticamente marxista» il mio punto di vista2, ma un bisogno di verità, e uno dei basilari principî di essa risiede nella scoperta marxiana secondo la quale il mondo (e perciò anche la «concezione materialistica della storia») non è mai un «in sé e per sé» rinchiuso nel bozzolo della pura oggettività (che è un mito), ma è sempre una realtà per gli uomini. Ma con questo siamo già nel cuore della «problematica» che le pagine che seguono cercheranno di sviscerare. Con quali risultati non oso neanche pensarlo, e invocare la Fortuna forse non sarebbe troppo… materialistico…
    Infine, mi scuso per le ripetizioni, gli strafalcioni e gli errori formali e sostanziali che non sono stato in grado di correggere. Per non appesantire ulteriormente il testo mi sono limitato a corredare le lettere di pochissime note esplicative. Naturalmente ho espunto da esse tutto ciò che non riguarda la riflessione strettamente «filosofica» intorno alla cosiddetta «concezione materialistica della storia». Il «personale» sarà pure politico, ma non è «filosofico»…
    1 «La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è questione teoretica bensì una questione pratica. Nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà del pensiero – isolato dalla prassi – è una questione scolastica» (Marx, Tesi su Feuerbach, Opere, V, p. 3, Editori Riuniti, 1972).

    2 Ammetto anzi con franchezza di non sapere se mi muovo nel solco «dell’autentico pensiero marxiano», né mi curo di saperlo, appunto perché non ricerco la fedeltà a un sistema di pensiero, a una tradizione, a un nome; ciò che mi intriga è unicamente l’elaborazione di un punto di vista autenticamente critico-rivoluzionario a partire dal capitalismo globalizzato del XXI secolo. D’altra parte, riconosco così poco l’autorità del «marxismo» che vedo in circolazione, che lascio serenamente a chi ci tiene la certificazione rilasciata dai tanti Uffici di Qualità Marxista sparsi per il periglioso mondo. Nell’epoca in cui tutte le parole più significative sono più inflazionate e svilite dei marchi tedeschi degli anni Venti, poco mi cale godere della qualifica debitamente certificata di marxista. Lo stesso Marx, una volta, disse di non essere un marxista. E se lo disse lui…



    Ho iniziato a leggere il testo di Isaia. Molto interessante!
    A lettura ultimata farò commenti più inerenti i contenuti.

 

 

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