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    Predefinito L’Italia dei bulli e degli analfabeti

    Maurizio Blondet
    20/11/2005
    Per fortuna l'Italia può esibire alcune statistiche in crescita.
    In impetuosa avanzata il fenomeno, idiota prima che teppistico, del «bullismo», rivelato da un sondaggio Eurispes: venti bambini su cento (dai 12 ai 17 anni) si dicono perseguitati e minacciati da loro coetanei.
    Dieci su cento hanno detto di essere stati derubati di oggetti (il telefonino specialmente, il feticcio della gioventù neo-primitiva) o anche del cibo (le merendine) a scuola.
    Il 27 % anche per la strada.
    Come si vede, è superfluo domandarsi, come hanno fatto parecchi italiani davanti ai roghi delle banlieues francesi, se anche da noi «può avvenire» qualcosa del genere.
    Sta già avvenendo.



    I bulletti delle nostre scuole sono, antropologicamente, la stessa spazzatura sub-umana che brucia a migliaia le utilitarie dei vicini nelle periferie di Parigi.
    La stessa ignobiltà del prendersela con i deboli e i meno difesi, l'insaziabile voglia di appropriarsi degli oggetti di consumo altrui o, altrimenti, di distruggerli; nella convinzione che appena si è in branco tutto sia permesso dietro l'anonimato incivile.
    La medesima assenza di un io, se non informe, perché sono degli «io» incompleti quelli che fanno branco.
    Con il fondo di un razzismo da grado zero della civiltà: «noi» contro «loro», contro chi è un po' diverso, un po' migliore.



    Se il problema da noi ostinatamente non allarma, è solo per un particolare: i teppisti anonimi delle banlieues sono di colore, mentre la nostra teppa di ragazzini è bianca, e spesso di famiglia benestante.
    Sono i gioielli, i ragazzini viziati della nostra società.
    E' ovvio da chi abbia appreso la prevaricazione, l'arroganza, la sete di consumo ad ogni costo e l'insensibilità verso il prossimo: dai loro genitori.
    E' da papà e mammà che hanno imparato «fatti i fatti tuoi», «prima io poi gli altri», l'adorazione imbecille per i capi «firmati», ancorché dozzinali (e la stima degli altri commisurata alla percentuale di capi firmati che indossano); la «libertà» da ogni impegno morale, la teoria del «non farsi mettere i piedi in testa da nessuno».



    La conosciamo, questa feccia umana italiota della «buona società».
    La conosciamo, la loro pretesa di reclamare tutto come dovuto, come «un diritto», senza un corrispettivo dovere verso la società e il prossimo.
    Sono i caratteri arroganti e prevaricatori della nostra «classe dirigente»: imprenditori che non imprendono, ma si accaparrano tariffe, rendite e monopoli, la nuova borghesia «compradora» nullafacente di buona parte dei nostri grandi imprenditori.
    Da noi la racaille non abita nelle periferie, ma vive lussuosamente nei quartieri alti.
    L'economia italiana perde quote di mercato, continuamente e in modo irreversibile: grazie a questa borghesia «compradora» che nulla fa e tutto si accaparra a gomitate.



    Ovviamente, non solo il privato, ma anche il settore pubblico contribuisce a questa specifica inciviltà.
    L'Italia ha burocrazie inadempienti e prevaricatrici, strapagate e gaudenti di immunità incredibili: basta guardare la nostra magistratura, irresponsabile nell'usare le leggi come arma contro i nemici della casta, priva di ogni senso di giustizia.
    Basta vedere la prevaricazione e il furto di denaro pubblico: il neo-governatore della regione Puglia (quello con l'orecchino, esponente idolatrato della sinistra invertita, per giunta «cattolico praticante») che spende 350 mila dollari di denaro pubblico per un viaggio d'istruzione a New York, con seguito di nani e ballerine.
    Non taceremo l'accaparramento arrogante che, nella regione Lombardia fa, dei fondi regionali,
    la «cattolica» Comunione e Liberazione.
    Sempre la stessa morale del branco neanderthaliano: tutto a «noi», niente a «loro».
    Né escluderemo, dal novero delle burocrazie semi-pubbliche e inadempienti che opprimono la nazione, la Chiesa: quella che riceve un 8 per mille moltiplicato da un trucco, e che per giunta ottiene di non pagare l'ICI.
    Tutto a «noi», poi semmai a «loro».



    E' l'assenza di ogni aristocrazia esemplare, che insegni con l'esempio la dignità, la cavalleria, lo sprezzo magnanimo ed elegante di fronte al sacrifico e alla morte.
    Non l'abbiamo mai avuta, salvo rare, però grandi, eccezioni.
    Peggio: non l'abbiamo mai voluta.
    Perché «noblesse oblige», e noi non vogliamo «obblighi».
    Ecco da dove vengono i nostri teppistelli che terrorizzano e angariano i loro coetanei nelle scuole.
    Dal già citato rapporto Eurispes, apprendiamo anche che dal 30 al 40 % degli adolescenti nostrani ha già avuto il primo rapporto sessuale, e la metà di loro sui 14 anni.
    Ecco un'altra statistica in crescita, finalmente.
    Non la creatività, l'intelligenza, il gusto di imprendere e di imparare, quelle calano; ma le porcheriole in età infantile, quelle crescono eccome.



    Sergio Viale, il medico super-abortista, può vantarsi - contro i «cattolici» contrari all'aborto - di operare anche bambine di 12 anni, portate ad abortire da mammà, che dice: «siamo cattolici, ma
    non possiamo rovinare la vita alla nostra bambina».
    Al Beccaria (carcere per minori), i cosiddetti operatori sociali segnalano che i ragazzi finiti lì per delitti gravi, a volte omicidi, nemmeno hanno la consapevolezza che quello che fanno ad altri è male, è offensivo o dannoso.
    Pure e semplici bestie.
    Sono i ributtanti figli nostri; cullati e formati come piccoli mostri dalle «libertà» glorificate in casa
    e in TV, e dai partiti politici cosiddetti progressisti.
    Tutto concorre alla costruzione dell'inciviltà, al principio edonistico-prevaricatore del «prima il piacere poi il dovere», «prima io poi gli altri», del «vietato vietare» (beninteso, il divieto di ciò che è originale, dignitoso, non politicamente corretto è feroce e implacabile) febbrilmente in corso in Italia.



    Un Paese che, finalmente, può vantare un record: sei milioni di analfabeti, più di uno su dieci; senza contare gli analfabeti di fatto, i 30 milioni che non leggono mai un libro dall'uscita da scuola, o gli analfabeti funzionali, che non capiscono quello che leggono, conoscendo in tutto 300 parole, cento delle quali attinenti al gioco del calcio.
    Ma si può essere parte di una civiltà occidentale, senza saper leggere e scrivere?
    Non se ne è parte, si è degli estranei alla cultura che è delle nostre radici.
    Gli analfabeti italioti sono «europei» allo stesso titolo che un ulivo, essendo nato in Calabria, è «mediterraneo»: perché è piantato lì, non perché abbia in qualche modo succhiato Platone, Cristo, san Tommaso, Dante, Vico.
    Senza dire che l'analfabetismo di massa, benché record di cui la neo-Italia può andar fiera, non configura un vantaggio competitivo.

    La Cina può esibire almeno 300 milioni di analfabeti: desiderosi però di fare qualunque lavoro per 50 euro mensili.
    A che scopo i nostri ignoranti totali dovrebbero pretendere un «posto» a mille e più euro?
    O magari a 4 mila?
    Perché ritengono di aver diritto ai consumi da «primo mondo», al cellulare e alla costosissima maglietta firmata, se non vogliono un «posto» che non sia «in un ufficio?».
    In ufficio a far che, se non si sa leggere?
    Pagati per fornire quale servizio, se non se ne sa dare nessuno?
    I panettieri a Milano sono ormai tutti egiziani: i nostri ragazzi analfabeti lasciano questo lavoro, artigianale, ottimo ed onesto, agli immigrati, per il solo fatto che è un lavoro notturno.
    Loro devono andare in discoteca.
    E rifiutano lavori troppo delicati per le loro manine da figli viziati, a cui tutto è dovuto, a cui papà e mammà non hanno mai posto limiti.

    Non meritano nulla.
    E nell'ambiente spietato del capitalismo globale, sono destinati a perdere tutto: anche i telefonini e le orribili Nike da 250 euro.
    A quel punto, che faranno i neo-neanderthaliani?
    Si metteranno a bruciare e a distruggere, come la racaille delle periferie parigine.
    Per cieca rabbia, in nome del principio neo-incivile: «se non posso averlo 'io', allora non lo avrai nemmeno 'tu'».
    Non chiedete se «può avvenire anche in Italia»: stiamo già crescendo la nostra spazzatura, il nostro uomo nuovo zoologico, in famiglia.
    Davanti alla TV.
    Lo rimpinziamo di merendine e lo copriamo di zainetti firmati, cellulari, videogiochi.

    Maurizio Blondet




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  2. #2
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    Purtroppo vengono dette sacrosante ed evidenti verità

  3. #3
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    ..... e poi noi stiamo qui a discutere di sionismo, sedevacantismo e paganesimo e a farci le pulci fra noi con quello che c'è la fuori.


    Vi sono comunque istanze autonomiste padane al di fuori di ciò che dice Blondet.Non solo presuno che certe fenomenologie si verifichino maggiormente e con tanto di anteprima , purtroppo nella post industrializzata Padania piuttosto che nel meridione.
    E per quanto riguarda l'ormai leggendario rifiuto del lavoro ci sarebbero molte pezze da mettere,considerando inoltre che molte industrie stanno chiudendo.Ma non mi soffermo qui.


    Tutto questo è iniziato nel '68
    Ma almeno qualche buona ragione antivietnam i padri di certi soggetti la avevano.Questi sono il nulla globale che avanza.







 

 

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