Te la do io l’indipendenza
È stata finalmente approvata la legge sulla Devolution ed è un fatto importante. La Lega ha pagato per questo risultato un prezzo altissimo: l’alleanza con scomodi compagni di viaggio che ha fatto perdere quasi due terzi dell’elettorato, l’accettazione di corresponsabilità politica nella formazione di leggi assolutamente impopolari.
La riforma così è oggi ridotta a poca cosa in termini di reale cambiamento in senso federale e di cammino verso la libertà dei popoli ingabbiati nella Repubblica italiana, ma è un primo importante punto fermo e – soprattutto – una bandiera, un’affermazione simbolica che nel maleodorante stagno del conservatorismo dominante assume dimensioni e valori morali e ideali di altissimo livello.
Per tutto questo essa va difesa con le unghie e coi denti, ma soprattutto va considerata come un primo acquisito (sia pur microscopico) tassello di un mosaico di libertà, il basello iniziale di un percorso verso il Federalismo vero e – poi – verso l’indipendenza della Padania. È questo l’unico vero grande obiettivo che ci ha fatti ritrovare e unire, che tiene assieme il popolo padanista, che giustifica tutti i sacrifici e anche le umiliazioni della nostra lotta. È anche l’essenziale obiettivo politico affermato con forza nello Statuto della Lega Nord: è il vero motivo di esistenza del Movimento padanista.
La prossima tappa del percorso è costituita dal referendum confermativo: una prova in cui il Movimento si deve impegnare con tutte le sue energie, consapevole che la fortuna dell’idea federale e autonomista va al di là del risultato della consultazione. Se il referendum sarà vinto, allora si avrà la conferma dell’evoluzione liberale della cultura popolare e si dovrà esigere con forza che la riforma venga attuata fin da subito, e si dovrà approntare il successivo gradino normativo della scala da percorrere. Se il referendum sarà perso si dovrà esaminare con attenzione la mappa geografica e sociale dell’approvazione e della disapprovazione, si dovrà chedere con estrema energia l’immediata puntuale applicazione della riforma dell’Ulivo (che in termini di efficacia federalista non è molto meno utile della Devoluzione), e si dovrà con raddoppiata energia accelerare il cammino verso la libertà dei popoli. La bandiera innalzata oggi non può cadere perché il partito federalista e padanista uscirà dalla battaglia referendaria vittorioso indipendentemente dall’esito formale della stessa.
Per farlo ha però bisogno che le sue schiere siano salde e i suoi obiettivi certi.
Nell’umiliante conto che il Movimento ha dovuto pagare per arrivare all’approvazione della legge di riforma c’è anche una voce tutta interna alla sua struttura: il comodo adattamento per imitazione ai comportamenti dei temporanei compagni di strada da parte di alcuni esponenti dell’apparato. La scelta di condividere le posizioni di potere degli alleati ha partorito una pustolosi di cariche, “posti”, piccole e grandi stazioni di potere, rendite di posizione, eccetera, che sono state occupate con sospetta buona volontà da parte di esponenti del Movimento o di personaggi da esso delegati. È spesso gente che con ha vissuto la convivenza con gli alleati con la stessa penosa sofferenza della base, ma che si è agilmente adattata alle lusinghe e ai vantaggi del potere: dalle auto blu, agli stipendi, alle comparsate sui mezzi di informazione, alla presenza nella mondanità più becera. Per alcuni di questi (e vogliamo sperare che siano pochi) la Devoluzione potrà anche sembrare invece un punto di arrivo, il definitivo suggello al loro accesso ai piani alti della Nomenklatura, la finale eliminazione delle differenze fra occupanti e occupato nell’accesso al buffet. A questi si potrà anche aggiungere qualche ingenuo convinto che basti una legge (anzi: il nome di una legge) a porre finalmente termine a decenni di ingiustizie e prevaricazioni senza sospettare che non è mai successo che il prevaricatore decida spontaneamente di smettere di prevaricare solo per far contento il prevaricato.
La legge sulla Devoluzione è – come detto – il primo passo di un cammino lungo e faticoso: dopo avere brevemente e sobriamente festeggiato questa iniziale vittoria, l’esercito si deve preparare per marce e battaglie assai più faticose, deve raccogliere le sue schiere, ripulire le uniformi e affilare le armi. Soprattutto deve ricordare a tutti i veri obiettivi della sua stessa esistenza. Se occorre deve lasciare indietro quelli che eccedono nei festeggiamenti e che si sono contentati di avere vinto la prima scaramuccia. Soprattutto però deve cercare di recuperare tutti quelli che per sfiducia se ne erano tornati a casa, e quelli più “cattivi” cui non erano piaciute le scelte tattiche accomadanti, gli alleati e i rallentamenti, e che si erano ritirati nei boschi e sui monti a continuare la loro irrinunciabile battaglia. L’esercito delle libertà padanista ha oggi più che mai bisogno dei guerrieri della lotta senza sfumature e compromessi. La Lega ha oggi bisogno degli indipendentisti se non vuole correre il rischio di restarsene ferma per sempre a festeggiare la prima labile vittoria: deve scegliere fra l’uovo e la gallina, fra il piatto di lenticchie e il regno, fra le cadreghe e la libertà, fra un paio di sottosegretariati sfigati e l’indipendenza della Padania, fra un lecca-lecca e un sogno.
Gli indipendentisti ci sono sempre stati dal Po in poi: qualcuno si è arroccato in Movimenti periferici, altri si sono rinchiusi nelle Associazioni culturali, alcuni hanno continuato ad addestrarsi per conto loro, altri sono andati da soli in giro a predicare parole di libertà, molti stanno aspettando che la bandiera bianco-rossa di Legnano riprenda a sventolare, molti di più sono rimasti a lamentarsi della strafottenza dei carrieristi, e a tirare la carretta.
Questi oggi sono perfettamente consapevoli che senza di loro non si va da nessuna parte, che è venuto il momento di lasciare indietro i culi di piombo, gli incravattati e quelli che si sono lasciare incaprettare con corde tricolori. Sono di nuovo qui, come gli irosi montanari di Braveheart, accorsi sotto i vessilli e dietro i tamburi come quel giorno lontano e vicinissimo del Po. Chiedono di accelerare la marcia ma vogliono contare di più, molto di più.
Alcuni di loro, quelli che preferiscono le insidiose e mortali della cultura a quelle più folcloristiche della militanza urlata, si ritrovano domenica prossima a Belgirate a parlare di indipendenza della Padania e a ragionare sulle prossime tappe della Lunga Marcia verso la libertà.
Gilberto Oneto
Da “Il Federalismo”, 21 novembre 2005




Rispondi Citando
) dell'opera di "evangelizzazione" (sempre in senso padanista) del nostro, capace di entusiasmare le persone ma, allo stesso tempo, sempre in grado di canalizzare l'irrequietezza del singolo nei canali della LN .... quando invece non ci riesce
