Maurizio Blondet
21/11/2005

Bill Ackman, uno speculatore che gestisce un fondo ad alto rischio chiamato Pershing Square Capital, ha acquistato il 5% della McDonald's (la multinazionale degli hamburger) con poco capitale, per lo più attraverso i prodotti derivati chiamati «opzioni».
Ora però si comporta da padrone, e sta cercando di imporre alla McDonald's il piano seguente: 1) assumersi un debito enorme, prendendo in prestito 9 miliardi di dollari (7,7 miliardi di euro) e nello stesso tempo, 2) vendere la maggior parte dei ristoranti che la McDonald's possiede in proprio. E' un patrimonio immobiliare di 9 mila fast-food (gli altri 31 mila McDonald's sparsi nel mondo sono in franchising) che vale 49 miliardi di dollari.
Che motivo c'è?
Forse che la McDonald's va male, se deve indebitarsi e vendere i suoi immobili?



Nient'affatto, la multinazionale va bene ed ha molto denaro in cassa.
Il guaio è che la logica di buona salute aziendale non è la logica della finanza speculativa: e Bill Ackman gestisce uno di quei fondi speculativi (hedge fund) che comprano azioni di imprese solo per rivenderle in Borsa dopo averle fatte salire con qualche artificio «creativo».
Ma c'è di più: hanno bisogno di architettare operazioni anche inutili o dannose al solo scopo di «agitare» il mercato, perché solo nel disordine gli hedge fund prosperano (o così credono).
E il mercato, in USA, è troppo tranquillo.
Ammaestrate dal disastro della Enron, da tre anni grandi ditte hanno ridotto o chiuso i loro debiti e ammassato liquidità, per far fronte a possibili simili crisi.
Ora, secondo Standard & Poor's, le aziende USA detengono 1300 miliardi di liquidità o attivi prontamente liquidabili, più del 10 % dei loro bilanci.



Ma per la finanza creativa, ammassare tanto è «inefficiente»: dal punto di vista finanziario, aver pochi debiti diminuisce il ROE (return on equity), ossia l'indice di rendimento del capitale proprio: un indice astratto, ma che conta per gli analisti di Borsa.
C'è tutto quel denaro sul tavolo: ciò attrae gli squali degli hedge fund che mirano semplicemente ad arraffarlo, o almeno a movimentarlo per accrescere le proprie opportunità di arbitraggio.
Naturalmente, nel gergo, Ackman dice di voler «snellire» la McDonald's, obbligandola a «concentrarsi sul settore più profittevole della sua attività» e «indurre una più chiara divisione di responsabilità tra il marchio dell'azienda e le sue franchises».
La McDonald's deve ridursi così a un'azienda snella, al punto da ridursi all'unico possesso del proprio marchio (e magari dei processi: il codice esclusivo per friggere gli hamburger), da affittare ad altri.
Un'azienda incorporea, senza dipendenti e senza beni solidi, è quel che piace alla finanza speculativa.



I manager della McDonald's, dopo aver pagato (assai cara) la consulenza di un paio di banche d'affari per esaminare se la proposta di Ackman fosse giusta, stanno resistendo: la proposta è
«un mero esercizio di ingegneria finanziaria», dicono.
Ma che fare?
La solidità non è attraente per gli acquirenti di azioni, quando mirano a grassi profitti di capital gain.
E' probabile che la Borsa punisca la loro sana prudenza, finché dovranno cedere al cosiddetto «mercato».
Vendere novemila immobili senza bisogno (hanno già abbondanza di liquidità) e nello stesso tempo indebitarsi di 9 miliardi di dollari: questa è la «razionalità» finanziaria.
Sta accadendo lo stesso alla Time Warner.
Anche qui uno speculatore, il miliardario Karl Icahn, s'è accaparrato meno del 3% della multinazionale dello spettacolo, ed ora vuole obbligarla a riacquistare proprie azioni (buy back) per 12,5 miliardi di dollari (ciò farà salire la quotazione in Borsa) e allo stesso tempo disfarsi del suo settore «cable», le TV via cavo.



Dal punto di vista delle gestione aziendale, è un assurdo.
La diversificazione nel settore dello spettacolo da ai manager più capacità operativa.
Come dice Dick Parsons presidente e direttore della Time Warner, quando si tratta con altri operatori di TV a cavo, avere dietro (come la Time Warner) una casa di produzione cinematografica e la proprietà di network via etere «è come essere spalleggiati dal fratello maggiore».
Ma Ackman e Icahn non sono interessati alla vera gestione imprenditoriale, a loro interessa solo aumentare i margini operativi e migliorare il flusso di cassa, il tempo che basta per rivendere a prezzi maggiorati le loro azioni.
La Borsa premia le aziende che si «snelliscono» liberandosi di attività e di personale.
Così il capitalismo terminale riduce le aziende a puri spettri, a marchi da affittare a terzi, senza più le competenze interne che ne hanno decretato il successo e che le tengono in vita.



Va da sé infatti che, col tempo, chi produce realmente dietro il marchio oggi famoso, finirà per produrre con un proprio marchio,che nel frattempo sarà diventato famoso.
Sta già accadendo nell'elettronica.
Nokia e Motorola sono oggi marchi famosi, ma i prodotti che vendono sotto i loro marchi sono progettati e fabbricati a Taiwan e in Cina; e già «sconosciute» marche cinesi e taiwanesi stanno divorando il mercato di Nokia e Motorola, offrendo gli stessi prodotti a prezzo più basso, perché non gravato dalla firma celebre e dalle royalties.
Fra pochi anni, Nokia e Motorola saranno dimenticati; già ora sono flatus vocis.
Una conferma di questo scenario è l'estremo «outsourcing» attuato da Microsoft.
Il capitalismo globale non si limita localizzare i posti di lavoro là dove i salari sono più bassi, come in Cina.
Ora, delocalizza anche le idee e i brevetti.
La Microsoft ha trasferito le sue «proprietà intellettuali» (valore 16 miliardi di dollari) alla sua filiale di Dublino.

Perché?
Perché in Irlanda sono basse le imposte.
Bill Gates ha così tagliato le sue spese fiscali di mezzo miliardo di dollari.
Protesta l'Herald Tribune: va bene delocalizzare posti di lavoro, ma i profitti del software progettato, creato ed elaborato in USA deve essere tassato in USA.
E perché mai?
Non è questo il capitalismo globale?
Gli Stati Uniti hanno creato un sistema fiscale tutto a favore dei miliardari, tagliando le aliquote delle tasse sui ricchi e riducendo all'osso le imposizioni sui profitti delle imprese. Non è bastato: l'Irlanda ha in questo campo un vantaggio competitivo imbattibile, proprio come la Cina lo ha sui salari da fame.

Naturalmente, si può prevedere lo scenario seguente.
La Microsoft, trasferiti i profitti che le producono i suoi cervelli americani nel paradiso fiscale di Dublino, sta cominciando a trasferirvi anche i posti: anche a Dublino ci sono cervelli, e costano meno.
E' il bello del mercato globale, ragazzi.
Si può notare che ora, il capitalismo mondiale comincia a piacere meno a coloro stessi che l'hanno promosso ed imposto al pianeta.
Ma allora a chi piace?
Ai miliardari. Agli speculatori. Ai fondi speculativi.
Meno ai lavoratori e agli Stati. Ma questi, ormai, contano nulla.

Maurizio Blondet




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