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    Exclamation Perché le fede cristiana ha bisogno del giudaismo

    "RADICI DELL'ANTIGIUDAISMO IN AMBIENTE CRISTIANO"
    Simposio organizzato dalla Commissione teologico-storica
    del Grande Giubileo dell'anno 2000

    Perché le fede cristiana ha bisogno del giudaismo

    Card. Roger Etchegaray

    Il cristianesimo ha bisogno del giudaismo? Quando ero ragazzo, una domanda del genere mi sarebbe parsa insolita, forse improponibile. Nel mio piccolo villaggio basco, non ho mai incrociato l'«ebreo errante». Una volta l'anno, la liturgia del Venerdì Santo mi faceva pregare «per gli ebrei infedeli». Quando mia madre mi conduceva nella vicina Bayonne per comprare il vestito buono, da un sarto che mi diceva essere ebreo, ero sorpreso nell'incontrare un uomo come gli altri; e fu lui stesso a confezionare la mia prima tonaca! In Seminario, sull'«insegnamento del disprezzo» prevaleva quello dell'insignificanza: l'ebreo non contava nulla, e io non ho mai avvertito alcun bisogno religioso di Ebraismo.

    Ho provato il primo shock l'anno della mia ordinazione sacerdotale, esattamente 50 anni fa, quando non so come mi capitarono sotto gli occhi i «dieci punti di Seelisberg», elaborati in Svizzera da un piccolo gruppo di ebrei e cristiani. Oggi, quel testo che allora era tanto profetico e coraggioso, mi sembra abbastanza banale. Nel 1965, da esperto del Concilio Vaticano II, ammirai la dolce ostinazione dispiegata dal cardinale Bea per far votare la dichiarazione sugli ebrei Nostra Aetate. Otto anni dopo, quando ero arcivescovo di Marsiglia, grande città portuale in cui convivevano pacificamente 80 mila ebrei e 80 mila musulmani, fui, insieme ad altri tre vescovi francesi, cofirmatario di uno dei più aperti orientamenti sulle relazioni con gli ebrei offerto, non senza ripensamenti, da un episcopato. Ma fu soprattutto all'interno del Comitato internazionale di collegamento fra Chiesa cattolica ed Ebraismo mondiale che imparai fino a che punto il dialogo fosse difficile da una parte e dall'altra per via di una profonda asimmetria fra i protagonisti.

    Questo preambolo mi consente di entrare senza indugi nel vivo della questione con vigore e con rigore. Il cristianesimo ha bisogno del giudaismo? La risposta spontanea è sì, un sì franco e deciso, un sì che esprime un bisogno vitale e quasi viscerale. Ma, naturalmente, io non posso che rispondere a nome della mia Chiesa, «scrutando» il suo «mistero» secondo la bella espressione della Nostra Aetate, nel pieno rispetto della maniera diversa in cui l'ebraismo vede e definisce se stesso. Per me, il cristianesimo non può pensare se stesso senza l'ebraismo, non può fare a meno dell'ebraismo. Fin dall'inizio del suo pontificato (12 marzo 1979) a Magonza, Papa Giovanni Paolo II osò dichiarare: «Le nostre due comunità religiose sono legate al livello stesso della loro identità». Ricordo ancora (ero presente) le sue parole folgoranti nella grande sinagoga di Roma, il 13 aprile 1986: «La religione ebraica non ci è "estrinseca" ma, in un certo senso, è "intrinseca" alla nostra religione. Noi abbiamo dunque verso di lei dei rapporti che non abbiamo con nessun'altra religione. Voi siete i nostri fratelli preferiti e, in un certo senso, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori».

    Queste parole, in fondo, non hanno nulla di nuovo o di audace; si ispirano all'immagine paolina della Lettera ai Romani (11,16-24) dell'ulivo buono che è Israele sul quale sono stati innestati i rami d'ulivo selvatico che sono i pagani. E san Paolo, l'antico fariseo divenuto «l'apostolo delle nazioni» dirà al pagano-cristiano: «Non menar tanto vanto; non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te» (Rom. 11, 18)…è l'ebreo che ti porta. E non è forse nel Vangelo di Giovanni, che si vorrebbe intriso di antigiudaismo, che Gesù proclama solennemente alla Samaritana: «La salvezza viene dai giudei» (Gv. 4,22). Se le cose stanno veramente così, come spiegare il fatto che nel corso dei secoli tanti cristiani abbiano vissuto come se avessero dimenticato le loro radici, o peggio disprezzando il loro fratello maggiore? Comprendo bene la reazione del Rabbi Askenazi che diceva: «Non siamo neppure fratelli separati, perché non ci siamo mai incontrati». Di fatto, avvertiamo tutti la dolorosa ferita di quella che Fadiey Lovosky chiamava significativamente «la lacerazione dell'assenza».

    Ma allora, per quale miracolo ebrei e cristiani si incontrano dopo duemila anni, o si mettono ad esaminare insieme i rapporti rovesciati che hanno avuto nel corso della storia? Perché c'è stato bisogno della Shoah per aprire l'era del dialogo? A dire il vero, la rottura non era forse cominciata con lo «scandalo» della croce di Cristo? Il passo ispirato di Jules Isaac presso Giovanni XXIII non è certamente estraneo all'avvio di una primavera tardiva e ancora timida. Ora cominciamo a prendere coscienza del fatto che la nostra identità cristiana è una identità ricevuta da altri, e che questo altro è il popolo eletto che esiste solo in quanto derivato da Dio. Il processo in atto va ben oltre la semplice constatazione della ebraicità carnale di Gesù ormai affermata senza difficoltà e da parte di tutti, con tutte le conseguenze culturali e cultuali nella liturgia e nella vita della Chiesa, oggi ammesse abbondantemente e senza imbarazzo da autori sia ebrei che cristiani. Giovanni Paolo II, ancora una volta, ricevendo l'11 aprile scorso la Pontificia Commissione Biblica, ha ricordato che non si può esprimere pienamente il mistero del Cristo senza ricorrere all'Antico Testamento. Fin dal secondo secolo, contro Marcione, la Chiesa dava testimonianza di questo rapporto vitale, in seguito molto oscurato se non camuffato. Da parte mia, amo ricordare che la Chiesa cattolica celebra costantemente la festa della Presentazione di Gesù al Tempio. E non finirò mai di scoprire fino a qual punto la mia preghiera, compresa la preghiera che Cristo insegnò ai suoi discepoli, il «Padre nostro», è impastata di citazioni e salmodie ebraiche. Tutto in me respira la pietà e la saggezza degli «anawim», i poveri del Signore.

    Ma questo radicamento, per quanto importante, mi lascia ancora sulla soglia del problema, del vero problema contro il quale mi scontro e per il quale mi batto. Ciò che mi urta, ciò che oggi mi sconvolge, è la perseveranza del popolo ebreo nonostante tutti i pogròm, la sua sopravvivenza dopo i forni crematori. Non c'è, lì, la testimonianza invincibile di una vocazione permanente, di un significato attuale per il mondo, ma soprattutto nel seno stesso della Chiesa? Ciò è molto più che scoprire la ricchezza di un patrimonio comune; è scrutare nel disegno di Dio la missione che il popolo ebreo deve ancora e sempre compiere. Che cosa significa per me, cristiano, questo faccia a faccia permanente che è l'ebreo? Che cosa significa per la mia Chiesa questo popolo ebreo che non cessa di far risaltare il tempo dell'Antico Testamento in un tempo che io credevo esser divenuto una volta per tutte il tempo del Nuovo Testamento? Affermando, con san Paolo, che la seconda Alleanza non ha cancellato la prima, perché «i doni di Dio sono irrevocabili» (Rm. 11,29), la Chiesa arriva al punto di riconoscere all'ebraismo una funzione di salvezza dopo il Cristo? Per la mia coscienza cristiana, il confronto con questo volto ebreo che finora avevamo dissimulato se non sfigurato, con questa Sinagoga davanti alla quale avevamo chiuso gli occhi, comporta al tempo stesso un profondo mistero e una gigantesca sfida.

    Parlare di «mistero» alla maniera di san Paolo (Rm. 11,25) vuol dire riconoscere che il significato ultimo della storia della salvezza ci sfugge poiché la sua chiave è in Dio, e ammettere che non tutto è svelato perché non tutto è compiuto. Certo, la Chiesa proclama chiaramente che Gesù Cristo è l'unico Salvatore del mondo; e vive in tutto il suo essere della sua morte e resurrezione. Ma la perennità d'Israele non è il segno di ciò che le manca per la completa realizzazione della sua missione? Di fronte al «già» della Chiesa, Israele è la testimonianza del «non ancora», di un tempo messianico non pienamente concluso. Il popolo ebraico e il popolo cristiano si ritrovano così in una situazione di contestazione o meglio di emulazione reciproca. Quando noi cristiani ci rallegriamo per il «già», gli ebrei ci ricordano il «non ancora», e questa tensione feconda è nel cuore dell'intera vita della Chiesa, fino a raggiungere la liturgia eucaristica, quando la Chiesa ogni volta lancia il suo grido lancinante: «Vieni, Signore Gesù». La Chiesa annuncia, prefigura già il «Regno», la città in cui Dio sarà «tutto in tutti», come dice san Paolo (1 Cor. 15,28). Ci conforta il sapere che questo Regno nascosto, questo spazio infinito di salvezza offerto a tutti, supera di molto i limiti visibili della Chiesa. La quale non è che il «Sacramento», il luogo in cui il Regno è celebrato da coloro che l'hanno già accolto.

    Karl Barth diceva: «La questione decisiva non è "che cosa può essere la Sinagoga senza Gesù Cristo?", ma piuttosto "che cosa è la Chiesa se per tanto tempo si trova di fronte ad un Israele che le è estraneo?"». Detto in altro modo, per la Chiesa la perennità d'Israele non è solo un problema di relazioni esterne da sviluppare, ma un problema di relazioni interne da approfondire, un problema che tocca il proprio essere. Il sentiero sul quale ci troviamo corre lungo un crinale ancora poco esplorato dall'esegesi e dalla teologia, ma è su questa strada, mi sembra, che dobbiamo procedere, altrimenti il dialogo ebraico-cristiano resterà superficiale, limitato e pieno di riserve mentali. Questo dialogo, è stato detto, è appena uscito dall'età della pietra e non potrà proseguire se gli interlocutori da una parte e dall'altra non metteranno nel conto la contemporaneità dell'altro. Il cristianesimo è l'albero che cresce dal seme dell'ebraismo e copre tutta la terra con le sue fronde, ma il frutto dell'albero contiene di nuovo lo stesso seme. Nella Divina Commedia, Dante invita gli ebrei ad abbandonare la loro speranza: «Lasciate ogni speranza».

    Franz Rosenzweig, scioccato da quel verso, commentava: «Quando l'ebreo comparirà davanti al trono celeste, gli sarà posta una sola domanda: "hai sperato nella redenzione?"». Tutte le altre domande, aggiungeva Rosenzweig, «sono per voi cristiani. Fin d'ora prepariamoci insieme, nella fedeltà, a comparire davanti al nostro Giudice». Per prepararci insieme, dobbiamo considerarci tutti eredi della Bibbia, ma io credo che per mettere bene a frutto questa eredità i cristiani hanno in modo particolare bisogno degli ebrei perché gli ebrei hanno con la Scrittura una sorta di familiarità carnale, perché al contrario di ogni dualismo che inaridisce essi sono testimoni dell'unità vivente dell'uomo interpellato da Dio, perché restano il popolo che ha distrutto gli idoli e denunciato le ideologie, antiche e moderne.

    La Bibbia ebraica fa ascoltare al mondo intero la voce del Dio unico. Anche là dove non vive alcun ebreo ma la Bibbia è proclamata dalla Chiesa, l'ebreo è spiritualmente presente perché è percepito dalle nazioni che ricevono la Parola divina come appartenente al popolo per il quale il Signore si è fatto conoscere sulla terra. Se il bersaglio del neopaganesimo, radice profonda di ogni antisemitismo, è la Bibbia che svela in ogni uomo l'immagine di Dio, dobbiamo oggi più che mai testimoniare la nostra fedeltà comune alla Parola e alla Legge che strutturano ogni coscienza umana. Dobbiamo salire insieme sulla montagna santa del Sinai e lassù tenerci per mano senza batter ciglio davanti al volto di Dio, interamente occupati, come in una notte d'uragano, a ricevere l'acqua e il fuoco dal cielo per lasciarci purificare. Non dobbiamo, noi tutti, essere «grondanti della parola di Dio» come diceva Péguy al suo amico ebreo, Bernard Lazare? Non siamo tutti come quei primitivi che ricevettero il Decalogo divenendo così i veri civilizzatori dell'umanità?

    Questa misteriosa differenza e questa incredibile parentela fra ebrei e cristiani ci portano insieme sulla via del pentimento, della teshuva. È l'insegnamento biblico fondamentale, comune a tutti noi. Perché, ebrei e cristiani, siamo tutti peccatori, attraversiamo la storia nel dualismo Chiesa-Sinagoga prodotto dall'indurimento degli uni e degli altri, ciascuno essendo interno all'indurimento dell'altro. E nella mia esperienza spirituale di fronte a Cristo, io cerco di misurare e di comprendere la distanza che mi separa dall'ebreo, senza mai pensare di fare dell'ebreo un «cristiano in potenza».

    È vero che Gesù ci divide, che è fra di noi segno di contraddizione, pietra d'inciampo. Mi piace molto la formula sconvolgente di S. Ben Chorin: «La fede di Gesù ci unisce ma la fede in Gesù ci separa». E tuttavia oso dire - è la verità profonda di ogni paradosso - che Gesù ci unisce nel medesimo istante in cui ci divide. Perché questa lacerazione riguarda solo noi. Un buddista, un indù, non ha alcun motivo d'esser chiamato in causa da Gesù Cristo: non lo incontra mai nella sua storia. Anche un musulmano lo sfiora appena. Ma noi, ebrei e cristiani, che lo si voglia o no, prima o poi siamo costretti a chiederci davanti al mondo come assumere insieme questa lacerazione interna che c'è fra di noi, questa lacerazione che è tutta nostra e che ha provocato il primo scisma, quello che un esegeta (Claude Tesmontant) ha chiamato «il prototipo degli scismi» dentro il corpo unico della famiglia di Dio? Perché, gli uni e gli altri, siamo i soli a poter annunciare la Parola divina rivolta a tutti gli uomini, siamo anche sospesi insieme alla stessa Parola e testimoni di una stessa promessa per l'umanità intera.

    In questo senso, anche il futuro del movimento ecumenico fra le diverse Chiese cristiane è legato alla consapevolezza che il legame con l'ebraismo è il test della fedeltà del cristianesimo allo stesso Dio. F. Lovsky, nell'ultimo capitolo del suo bel libro, parla dell'incontro ebraico-cristiano nell'intercessione. E constata che le nostre preghiere - quando pensiamo gli uni agli altri - sono le preghiere delle nostre sofferenze comuni e dei nostri risentimenti reciproci, ma deplora che non siano anche le preghiere delle nostre vocazioni complementari. Per quanto diverse siano le nostre preghiere, sono apparentate e devono diventare sorelle.

    Per parte mia, non cesso di pregare in vista del giorno in cui Dio sarà «tutto in tutti»(1 Cor. 15,28), ebrei e non ebrei. Tale è la Gerusalemme celeste di cui la nostra preghiera deve affrettare la venuta, la preghiera di noi che siamo in esilio ovunque nel mondo…anche io a Roma! Oh! Gerusalemme, preferita da Dio, di te ognuno può dire: «Ecco mia madre, in te ogni uomo è nato» (Sal. 97), e le nazioni salgono verso la luce. Oh, Gerusalemme, io cammino verso di te. Oh Gerusalemme, «Città salda e compatta» dove si riuniscono tutti i figli di Abramo e in cui si concentra la preghiera per la pace (Sal. 122). Oh Gerusalemme, io cammino verso di te. Oh! Gerusalemme, le cui colline piangono di desolazione e danzano di speranza, monte Moriah e Golgota, muro del Tempio e memoriale Yad Vashem, sepolcro vuoto dove l'angelo invita a non cercare fra i morti Colui che è Vivente (Lc. 24,5). Oh! Gerusalemme, io cammino verso di te. Oh! Nuova Gerusalemme, tu che discendi dal cielo vestita come una sposa nel giorno delle nozze, tu che non hai più tempio, perché il tuo tempio «è il Signore, il Dio onnipotente e l'Agnello» (cf. Ap. 21)! Oh Gerusalemme del cielo, noi camminiamo verso di te.

    Al di là di ogni forma di testimonianza personale, resto convinto che la mia fede cristiana per essere fedele a se stessa ha bisogno della fede ebraica. Lungi da ogni teologia cristianizzante del giudaismo e da ogni teologia giudaizzante del cristianesimo, ho cercato di testimoniare ciò che Martin Buber ha espresso così bene: è l'Alleanza dello stesso Dio vivente che ci fa esistere, ebrei e cristiani, e che crea una comunità oltre la rottura. «L'ebraismo e il cristianesimo - scriveva al professor Karl Thieme - sono entrambi escatologici, ma allo stesso tempo hanno un posto nel disegno di Dio. Di qui derivano le differenze che separano ebrei e cristiani e la relazione che li unisce».

    Se l'altro è «un mistero e una sfida», la differenza è l'essenza stessa del nostro incontro, ed è anche la possibilità di ascolto reciproco e di mutuo arricchimento. Lungi dall'allontanarci gli uni dagli altri, non cessiamo di incrociarci attorno al Messia. Edmond Fleg ce lo insegna in Ascolta Israele:

    «Ed ora entrambi siete in attesa
    Tu che Egli venga e tu che Egli ritorni;
    Ma a Lui domandate la stessa pace
    E le vostre mani, che Egli venga o che Egli ritorni,
    a Lui tendete nello stesso amore! E dunque cosa importa?
    Dall'una e dall'altra riva
    Fate che Egli arrivi
    Fate che Egli arrivi!»

    Fate che Egli arrivi! Lo stesso Edmond Fleg, in un altro libro (Gesù raccontato dall'ebreo errante), stimola tutti, ebrei e cristiani: «Perché il Messia arrivi, grida con me: felici coloro che getteranno via le armi, perché partoriranno il Messia».
    Quando le armi saranno fuorilegge, solo i fuorilegge avranno le armi

  2. #2
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    Sulla vicenda delle recenti incomprensioni tra Vaticano e Israele......con incursioni "Profetiche".......IL GIORNALE di oggi pubblica un articolo di Socci, in qualche modo collegabile al 3d....

    " il Giornale del 27/07/2005


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    L'errore vaticano


    Antonio Socci
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    Decisamente la Segreteria di Stato vaticana ha sbagliato: oltre a Egitto, Turchia, Irak e Regno Unito doveva citare anche Israele fra i Paesi colpiti in questi giorni dal terrorismo. Non solo perché l'attentato a Netanya del 12 luglio ha ucciso 5 israeliani. Ma anche perché Israele è di gran lunga il Paese più devastato dal terrorismo: 25mila attentati dal settembre del 2000 ad oggi. Una enormità. E - volenti o nolenti - gli ebrei e i cristiani sono accomunati, come bersagli, dall'ideologia dell'odio islamista. Non so se quella della Segreteria di Stato sia stata una distrazione o se sia scattato un riflesso pavloviano della diplomazia che - per non irritare gli arabi musulmani - tende a separare (sbagliando enormemente) il terrorismo antiisraeliano da quello che colpisce gli altri Paesi. In entrambi i casi è grave, anche perché la motivata protesta del governo di Gerusalemme ha finito per lambire l'incolpevole Benedetto XVI che non ha alcuna responsabilità in quell'elenco incompleto.
    Ratzinger è stato l'anima del riavvicinamento tra Chiesa ed ebraismo negli anni di Giovanni Paolo II. Avendo visto con i suoi occhi il demone del nazismo (fu investito personalmente dall'orrore a 14 anni quando vide portar via un cuginetto, suo coetaneo, dalle autorità del III Reich che lo ammazzarono perché handicappato), ha meditato come nessun altro teologo cattolico sulla natura satanica del nazismo e sul mistero di Israele vittima dello sterminio. È lui che nel 2001 ha fatto pubblicare dalla Pontificia Commissione biblica lo splendido documento Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana.
    La Chiesa in questi decenni ha spalancato le braccia e il cuore al popolo ebraico. Ha condannato ogni antisemitismo, ha fatto solenni e drammatici «mea culpa» per le intolleranze del passato, ha spazzato via l'eresia dell'imputazione di «deicidio», ha riconfermato teologicamente la perenne elezione di Israele, ha attinto alla ricchissima storia di Israele per comprendere le radici del cristianesimo. Ma forse questo dialogo teologico e umano fra cattolici ed ebrei è andato avanti per suo conto, ignorando il fatto storico clamoroso che è accaduto in questi decenni: la rinascita di Israele come Stato. Di Israele si è occupata da sempre la Segreteria di Stato vaticana che si occupa dei rapporti con tutti gli Stati e l'ha fatto secondo le normali leggi della politica e della diplomazia. È comprensibile, perché Israele è comunque uno Stato come tutti gli altri. Tuttavia la ricostituzione di Israele 2000 anni dopo la distruzione di Gerusalemme, del Tempio e la diaspora è un evento di enorme importanza teologica sia per i cristiani che per gli ebrei e stupisce che una seria riflessione teologica non sia ancora stata avviata. Curiosamente neanche gli stessi israeliani l'hanno fatta perché il movimento sionista di Theodor Herzl nacque laico e perché per anni l'ebraismo osservante ha contestato lo Stato di Israele in nome delle sue convinzioni messianiche. Solo di recente è cominciata una «legittimazione teologica». Dunque ebrei e cristiani si trovano insieme di fronte a uno straordinario mistero tuttora da chiarire. C'è da chiedersi se la nostra generazione non ha assistito all'avverarsi di una vera (millenaria) profezia.
    Vi sono infatti innumerevoli passi nei libri dei profeti biblici che sembrano descrivere per filo e per segno ciò che è accaduto sotto i nostri occhi dal 1948, anno di nascita dello Stato di Israele.
    È noto che per cristiani ed ebrei (perfino per gli islamici) i profeti di Israele sono stati ispirati da Dio e hanno predetto gli eventi futuri. Sono innumerevoli e importanti innanzitutto le profezie messianiche che da sempre la Chiesa vede compiersi in Gesù. Ma ve ne sono molte altre riguardanti Israele. Ne ha fatto una breve rassegna Marco Quarantini nel pamphlet Israele tra profezia e storia. Isaia annuncia: «Avverrà in quel giorno che il Signore rimetterà mano una seconda volta a riconquistare il rimanente del suo popolo che sarà scampato dagli Assiri e dall'Egitto, da Patros, da Cush, da Elam, da Shinear, da Hamat e dalle isole del mare (i Paesi di Occidente, ndr)... Riunirà i profughi di Israele e raccoglierà i dispersi di Giuda dai quattro angoli della terra» (11, 11-12).
    Così vari suoi passi e altri profeti (Michea, Ezechiele, Geremia, Amos Zaccaria, Baruch, Osea). Si ha un bel dire che potrebbero riferirsi a un precedente esilio. L'evento descritto - dove Dio riconduce i figli di Israele «da Oriente e da Occidente» - coincide fin nei dettagli con la fine dei duemila anni di diaspora. E con la rinascita di Israele: «Renderò il deserto una laguna e la terra arida una fonte. Donerò al deserto i cedri, le acacie, i mirti e l'ulivo... perché la gente veda e sappia e consideri e comprendano tutti che la mano del Signore ha fatto ciò» (Isaia 41, 18-20). Un altro profeta dice: «Quella terra devastata, che agli occhi di ogni viandante appariva un deserto, sarà ricoltivata».
    C'è perfino la descrizione di tutte le umiliazioni subite negli anni della diaspora («non ti farò più udire gli insulti delle nazioni e non ti farò più soffrire lo scherno dei popoli», Ez. 36, 13-15) e forse della tragedia immane della shoah («Ha trovato grazia nel deserto un popolo di scampati alla spada, Israele si avvia a una quieta dimora», Ger. 31, 2-5). C'è un passo di Osea che proclama: «Per lunghi anni staranno i figli di Israele senza Re e senza un capo, senza sacrificio e senza altare, senza efod e senza terafim. Poi torneranno i figli di Israele e cercheranno il Signore loro Dio e David loro Re e trepidi correranno al Signore e ai suoi beni alla fine dei giorni» (3,4). Zaccaria addirittura annuncia ciò che si avvererà nel 1966: «Li ricondurrò ad abitare dentro Gerusalemme» (8,7). Certo alcune di queste profezie vengono interpretate spiritualmente dai cristiani, ma proprio nel documento sopra citato, voluto da Ratzinger, dove si ammoniscono i cristiani a non impadronirsi della Bibbia ebraica rendendola estranea all'ebraismo, si proclama: «I cristiani possono e devono ammettere che la lettura ebraica della Bibbia è una lettura possibile, che si trova in continuità con le Sacre Scritture ebraiche... ed è analoga alla lettura cristiana che si è sviluppata parallelamente ad essa».
    Oltretutto c'è una profezia di Gesù stesso che piangerà per la sorte di Gerusalemme e che predicendo la distruzione del Tempio (avvenuta 40 anni dopo, nel 70 d.C. ad opera dei romani che deportarono ferocemente gli ebrei) disse: «Non rimarrà pietra su pietra... vi sarà una grande calamità nel paese e odio contro questo popolo. Periranno di spada e saranno condotti prigionieri tra tutte le nazioni e Gerusalemme sarà calpestata dai pagani, finché i tempi dei pagani siano compiuti» (Lc 21, 6-24).
    È dunque la nostra generazione che ha visto finire «il tempo dei pagani» come predetto da Gesù? Il 13 ottobre del 1966 sull'Osservatore Romano uscì un articolo, intitolato «Storia in atto», dove si leggeva: «Si ha un bel dire che il senso (delle profezie, ndr) è trasposto sul piano spirituale. Ora Israele è ritornato nella sua terra... Credo che noi cristiani non ci siamo ancora resi minimamente conto dell'importanza sconvolgente di questo avvenimento».
    Poi l'autore citava una profezia di Ezechiele («Io visiterò le mie pecorelle... e le trarrò di mezzo ai popoli e le radunerò dalle varie regioni e le condurrò nella loro terra e le pascerò sui monti di Israele») e commentava pieno di meraviglia: «Questa pagina si è messa in movimento! Bisogna rendersene conto».
    "


    Shalom

  3. #3
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    A pagina 2 del quotidiano Il Foglio del 30 luglio 2005, Carlo Panella firma un articolo dal titolo



    " «Perché il risentimento di Israele nei confronti del Vaticano è più che giustificato»



    La polemica di questi giorni tra Israele Santa Sede è apparentemente sorprendente. Sul soglio pontificio infatti dopo Giovanni Paolo II, il Papa (il primo) che visitò la sinagoga di Roma che chiese perdono agli ebrei, siede proprio Joseph Ratzinger, il teologo che da anni costruisce con formidabile determinazione i supporti, le impalcature, le strutture, i ponti del dialogo tra Chiesa ed ebraismo. Dialogo al livello più profondo, sostanziale, condotto da un pontefice che dà evidente segno di volere e sapere collocare questa ricerca nello spazio lungo della storia. Ma la polemica c’è, e palpabile, violenta. Ed è indicativo, determinante, notare che non i vertici, ma solo portavoce – per
    autorevoli che siano – la stanno infiammando: da parte israeliana Nimrod Barkan, dirigente del ministero degli Esteri di Gerusalemme; da parte della Santa Sede Joaquín Navarro Valls. Sicuramente influisce sulla inusitata asprezza verbale del dissidio, la accesa fase negoziale sui vari aspetti dei rapporti fra Stati che interessano la Santa Sede nella Città Sacra di Gerusalemme. Ma è palpabile che vi è di più, vi è dell’altro. Da parte israeliana emerge con chiarezza un senso di risentimento nei confronti non certo del pontefice, di questo pontefice – o del suo predecessore – ma della Curia, della Santa Sede nel suo complesso, come Chiesa e come Stato. Il problema drammatico è che questo risentimento israeliano nei confronti della Chiesa Cattolica è pienamente giustificato. Le parole recenti di Navarro Valls sono incredibilmente – dolorosamente per chi lo stima – al di sotto della opportunità, perché il punto, con tutta evidenza, non è solo, non è tanto, che il pontefice si ricordi che i morti israeliani per terrorismo, sono uguali ai morti di tutte le altre nazioni. Il punto è che la Santa Sede e lo stesso pontefice che più ha fatto per recuperare il rapporto con gli ebrei e l’ebraismo, Giovanni Paolo II, hanno compiuto dei gesti di una gravità eccezionale contro Israele, contro gli ebrei. Il fatto che questi gesti di eccezionale gravità non siano mai stati autocriticati, ha appunto sedimentato in Israele un giusto risentimento che fa sì che oggi anche un lapsus – se lapsus era – rischi di far traboccare il vaso. Chi ha organizzato il 13 ottobre 1993 la visita in Vaticano del sudanese Hassan al Turabi, la stretta di mano tra lui e Papa Woitjla, non poteva non sapere che egli era in quel momento (come lo è oggi) l’esponente più autorevole dal punto di vista politico-religioso del più radicato, sanguinario, violento antisemitismo musulmano ed arabo. Non poteva non sapere che al Turabi aveva sulla coscienza l’impiccagione per apostasia nel 1985 di Mohammed Taha, la cui colpa principale era appunto quella di auspicare un nuovo rapporto tra islam ed ebraismo, depurato dalle tragiche, millenarie conseguenze teologiche impropriamente tratte dal conflitto politico che il profeta sostenne con gli ebrei della Medina. Non poteva non sapere che proprio al Turabi, due anni prima, aveva legittimato islamicamente la politica di Saddam Hussein, organizzando un consesso musulmano mondiale che legittimava il jiahd lanciato dal
    dittatore baathista in Kuwait. Non poteva non sapere che al Turabi ospitava nel lusso a Khartoum il terrorista Carlos (autore della strage degli atleti israeliani di Monaco nelk 1972, del dirottamento di Entebbe e di tante altre) e Osama bin Laden. Beninteso, con al Turabi la Santa Sede doveva avere rapporti, doveva trattare, proprio a causa del suo ruolo nefasto nella guerra civile in Sudan che contrapponeva musulmani a cristiani ed animisti. Ma al Turabi aveva, ed ha, la stessa caratura morale e ideologica di Himmler, antisemitismo compreso e questo chiude, avrebbe dovuto chiudere la questione.
    Ma nessuno, in Vaticano, è mai ritornato sull’episodio, nessuno ha fatto autocritica e Israele è rimasta sola, ancora una volta, nella sua indignazione. Chi ha organizzato il 6 maggio 2001 la visita di Giovanni Paolo II nella moschea omayyade di Damasco (con l’equivoco di un apparente omaggio, che però non era tale, perché l’ingresso nell’edificio era finalizzato solo a pregare cristianamente, in silenzio sulla tomba di San Giovanni Battista che vi è contenuta), non poteva non sapere che questo avrebbe inflitto una pesante, insopportabile umiliazione non solo a Israele, ma anche agli ebrei. Non poteva non sapere che il presidente Bashar al Assad avrebbe usato quell’occasione per pronunciare frasi intollerabilmente antisemite, per accusare gli ebrei di deicidio, di varie infamità religiose e di avere eletto Ariel Sharon perché più “razzisti dei nazisti”. Il Papa – questo fatto incredibile è successo – ha ascoltato in silenzio quelle frasi che non poteva ascoltare in silenzio. Non ha replicato. Tutta la Siria, tutto il mondo arabo hanno visto il Papa tacere davanti al raìs di Damasco che insultava non solo Israele, ma anche e soprattutto gli ebrei. Navarro Valls il giorno dopo – con secchezza – si è appellato al codice diplomatico e al rifiuto di commentare “le parole di un Capo di Stato”.
    Pessima scusa. Terribile sbaglio, aggravato da un altro imperdonabile silenzio. Nella delegazione che aveva ricevuto il pontefice a Damasco, primeggiava infatti la vera eminenza grigia del regime siriano,
    il trentennale ministro della Difesa Mustafa Tlas, autore del pamphlet “Il pane azzimo di Sion”, venduto a decine di migliaia di copie in tutto il mondo arabo. Il problema era che non solo quel libello sosteneva che gli ebrei facevano e fanno sacrifici umani di bimbi per impastare le loro azzime, ma che l’accusa si basava sui “fatti di Damasco” del 1840. In quella lontana occasione – qui è il problema – la Curia vaticana, per opera attenta del cardinale Segretario di Stato Luigi Lambruschini e il prefetto della Congregazione della Fede Giacomo Franconi, aveva sostenuto in pieno, con tutti i mezzi, l’accusa ai dirigenti della comunità ebraica (alcuni dei quali uccisi dalle torture durante l’inchiesta) di avere ucciso la sera del 5 febbraio 1840 il frate cappuccino di 73 anni padre Tommaso di Calangiano e il suo servitore arabo e cristiano Ebrahim Amarah. La Chiesa cattolica, insomma, nell’Ottocento, nel caso di Damasco, ha pienamente, ufficialmente avallato l’accusa agli ebrei di compiere immondi sacrifici umani per i propri riti, e quell’accusa non è mai stata smentita. Nel 2001, dunque, la presenza di Tlas – il più sfrenato propagatore della infamia degli ebrei succhiatori di sangue – a fianco del pontefice a Damasco, senza che nulla prima, durante o dopo sia stato detto sui fatti del 1840, da parte di nessun esponente della gerarchia cattolica ha, di nuovo, rappresentato un episodio inquietante. Israele si è infatti inquietato e il pesante bagaglio di ferite, insulti, sgarbi di parte cattolica si è malauguratamente arricchito. Si possono aggiungere molti altri episodi, non ultime le deliranti affermazioni di alti prelati cattolici arabi che sostengono che “Cristo era palestinese”, ma la sostanza vera è anche un’altra. La sostanza è che la Santa Sede e i pontefici si sono rapportati da sempre nei confronti di Israele come se si trattasse di uno Stato qualsiasi, si sono rifugiati (i due episodi sopracitati, così come le parole di Navarro Valls di questi giorni lo illustrano senza dubbio) nell’illusione di potersi riparare dietro collaudate, universali, procedure diplomatiche. Naturalmente questo atteggiamento è comprensibile, ma il problema drammatico, visto il patrimonio di antisemitism di cui la Chiesa cattolica si è resa responsabile, visto il peso straordinario che i fatti di Damasco del 1840 hanno oggi nei paesi arabi (vanno in onda continuamente delle situation commedy in cui ebrei torvi e col nasone sgozzano cristiani per berne il sangue), è che la Santa Sede non ha mai fatto cenno alla reiterata volontà araba di distruggere Israele. La Santa Sede non ha mai affrontato il nodo, il vero nodo, di un “rifiuto di Israele”
    che ab initio, con la leadership del Gran Muftì palestinese (alleato dei nazisti), non è solo un problema di “terra”, ma è soprattutto un problema di fede, di fanatismo musulmano che ritiene che Allah abbia donato in eterno la Palestina agli arabi e che nessuno possa mettere in discussione questo loro diritto divino. Esiste un solo Stato al mondo il cui mancato riconoscimento da parte di altri Stati ha creato cinque guerre in cinquantotto anni, con decine di migliaia di vittime. Questo Stato è Israele. A tutt’oggi diciotto stati arabi (su ventitré) non riconoscono il diritto di Israele a vivere. Ma questo mancato riconoscimento non è solo legato – come si fa finta di credere, anche da parte vaticana – a comprensibili ragioni di “terra”, è soprattutto incardinato su terribili motivazioni di fede. A un “a priori” musulmano e fanatico. Ed è drammatico che questo mancato riconoscimento arabo di Israele, con queste terribili sue motivazioni di fede, occupi – e sicuramente preoccupi – solo la diplomazia vaticana, ma che poi non sia mai oggetto di pubbliche, equilibrate riflessioni papali. E’ drammatico che questa omissione di un pericolo di vita per Israele, si concretizzi poi nelle parole di Navarro Valls che oggi cita solo la violazione del diritto internazionale da parte di Israele nelle ritorsioni contro gli attentati e ometta di notare, di condannare il fatto che gli attentatori palestinesi mirano, in nome del loro Dio, a distruggere lo Stato di Israele. Lo Stato degli ebrei.
    "


    Shalom

  4. #4
    Cavaliere d'oro
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    Predefinito

    Ottimo pezzo.

    Shalom
    Quando le armi saranno fuorilegge, solo i fuorilegge avranno le armi

  5. #5
    in silenzio
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    confondete dimensione religiosa e politica

    A mio parere confondete dimensione religiosa e politica.

    Da un punto di vista religioso, chiunque offende Israele bestemmia contro l'Unico, benedetto egli sia.

    Da un punto di vista politico, il terrorismo colpisce indiscriminatamente, è un errore che va perseguito con ogni mezzo, laicamente.
    Tenere separato Israele da chiunque altro è, da parte del Vaticano, un grande segno di delicatezza.
    di necessità virtù

  6. #6
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    Predefinito Re: confondete dimensione religiosa e politica

    In Origine postato da MariaVittoria C
    A mio parere confondete dimensione religiosa e politica.

    Da un punto di vista religioso, chiunque offende Israele bestemmia contro l'Unico, benedetto egli sia.

    Da un punto di vista politico, il terrorismo colpisce indiscriminatamente, è un errore che va perseguito con ogni mezzo, laicamente.
    Tenere separato Israele da chiunque altro è, da parte del Vaticano, un grande segno di delicatezza.
    Sottoscrivo, perchè sottile, intelligente e valido al fine della comprensione del fatto.

  7. #7
    SENATORE di POL
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    Predefinito

    Delicatezza? Mah

    .......

    " Santa Sede e Israele, anatomia di una crisi

    --------------------------------------------------------------------------------

    Umberto Mazzone, 2 agosto 2005

    --------------------------------------------------------------------------------




    La crisi diplomatica che è sorta tra Santa Sede e Stato di Israele, dopo le parole pronunciate da papa Benedetto XVI sul terrorismo all'Angelus di domenica 24 luglio, è rivelatrice - nella sua serietà - di profonde tensioni e non può essere liquidata come frutto di dimenticanze, di ruvidezze di carattere o di ingenuità di personale di secondo rango di ambasciata o di curia.
    La reazione a catena, innescata dalla mancata inclusione di Israele - che pure aveva subito l'attacco suicida di Netanya - tra i paesi colpiti dal terrorismo, ha portato a un rapidissimo innalzarsi dei toni. Avviatasi con la convocazione del Nunzio, monsignor Pietro Sambi, al ministero degli Esteri israeliano per una nota verbale di protesta, la crisi è via via cresciuta su se stessa, passando attraverso la diffusione di un comunicato stampa del ministero israeliano degli Esteri e proseguendo con una nota della sala stampa vaticana, diretta da Joaquin Navarro Valls, del 25 luglio.

    Si è poi sviluppata con una intervista, che coinvolgeva anche l'operato di Giovanni Paolo II, dell'alto funzionario del ministero degli Esteri israeliano, Nimrod Barkan, al giornale Jerusalem Post del 26 luglio ed è culminata con la durissima e inusitata dichiarazione della sala stampa vaticana del 28 luglio con la quale si ricordavano a Israele le ricorrenti violazioni delle norme del diritto internazionale nelle reazioni agli attacchi palestinesi e si ribadiva il diritto della Santa Sede a respingere ogni ingerenza esterna nel proprio operato.

    Apparentemente una crisi sorprendente, se si rammenta il favore con cui da Gerusalemme era stata salutata l'elezione di Joseph Ratzinger e l'invito che, proprio pochi giorni prima, il premier Sharon aveva rivolto al papa a visitare Israele e al quale Benedetto XVI aveva dato, sia pure in modo informale, una risposta positiva.

    La realtà si è invece manifestata assai meno serena e l'incidente nella sua gravità l'ha impietosamente portata alla luce, facendola riconoscere come composta da due immagini, specularmene disposte e reciprocamente in opposizione.

    Sul versante israeliano Sharon sta preparando per i prossimi giorni il rientro (disengagement) dei coloni da Gaza. Un'impegnativa operazione alla quale ha affidato un ruolo strategico nella sua Road Map verso un accordo con l'Autorità palestinese. Sharon ha lanciato così una sfida a sentimenti profondi della società israeliana, nella quale si gioca non solo il suo futuro politico, ma forse anche la stessa stabilità civile e democratica dello Stato d'Israele. Le manifestazioni del movimento dei coloni nell'area del Neghev e verso Gaza stessa potrebbero divenire spine assai dolorose se mancasse la capacità politica di controllarle con la necessaria fermezza, ma senza mettere a repentaglio lo spirito fondante di una comune convivenza nazionale.

    In un simile frangente storico, il giudizio sugli attacchi terroristici rappresenta un nervo particolarmente scoperto e Sharon non può certo permettersi di lasciare zone grigie e accettare silenzi, esponendosi così a critiche che potrebbero fatalmente indebolire la sua posizione. Non si dimentichi l'intensa attività diplomatica israeliana in vista dell'uscita da Gaza e culminata il 28 luglio con il positivo incontro a Parigi tra Sharon e il presidente Chirac, interlocutore sempre assai ostico e per lungo tempo fautore di una politica mediorientale certamente non favorevole a Gerusalemme. Un'attività di creazione di un quadro di consenso che il mantenersi di una relazione non precisata e venata da reticenze con il Vaticano poteva rendere meno efficace di quanto auspicato.

    La presenza di un nuovo papa ha reso per il ministero degli Esteri israeliano non più utilmente percorribile la via scelta in altre occasioni, di una protesta non pubblica che si muoveva secondo tradizionali e riservati canali diplomatici. Si dava ora, semmai, l'opportunità - per altri versi confermata dall'intervista del diplomatico Barkan - di ridefinire alcuni aspetti delle relazioni tra Roma e Gerusalemme. Secondo il commento di Herb Keinon, apparso sul Jerusalem Post del 1° agosto, la crisi con il Vaticano è stata ben soppesata, approvata e infine generata con una tempistica pienamente calcolata. Il fine primo potrebbe essere quello di evitare in futuro - e soprattutto nel delicato periodo successivo alla evacuazione di Gaza - espressioni romane che potrebbero indebolire la posizione di Sharon.

    Il fine ultimo: quello di indurre la Santa Sede a considerare i rapporti con Israele come centrali per qualunque sua presenza in Medioriente. Sullo sfondo di tutto vi è poi l' ambizione a verificare con precisione che cosa significa realmente un papa tedesco per i rapporti tra cristiani ed ebrei.

    Non va trascurato un altro elemento, che sta particolarmente a cuore al governo di Israele, e che riguarda la rappresentanza internazionale del mondo ebraico. Dal 18 al 21 agosto prossimi il pontefice si recherà in Germania per partecipare a Colonia alla 20a giornata mondiale della gioventù. Il 19 è prevista la visita alla Sinagoga di Colonia e forse nella scelta di una reazione così energica da parte israeliana vi si può anche ritrovare la volontà di ricordare al pontefice che, al di là delle relazioni con le singole comunità ebraiche, il Vaticano non può pensare di sviluppare un dialogo ebraico-cristiano senza tener conto, in ogni sia pur minimo passaggio, dello Stato d'Israele. Ulteriore irritazione deve avere suscitato a Gerusalemme il fatto che il giorno successivo all'incontro in Sinagoga, sempre a Colonia, il pontefice riceverà in udienza i rappresentanti di alcune Comunità musulmane.

    Da parte vaticana dopo l'accordo fondamentale del 1993, cui ha fatto seguito l'avvio delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Israele, di contro non mancano forti insoddisfazioni per la lentezza con cui da Israele si stanno applicando quelle intese. Gli incontri sono saltuari e contrassegnati da lunghe interruzioni. Padre David M. Jaeger (il francescano che è il maggior esperto dei rapporti giuridici tra Santa Sede e Israele) ha addirittura manifestato la convinzione che gran parte delle origini del conflitto di questi giorni andasse ricercata nella volontà israeliana di creare un casus belli che permettesse di rinviare ulteriormente le discussioni sull'attuazione dell'accordo.

    Inoltre è ancora vivo l'episodio della basilica della natività di Betlemme, quando nel 2002 oltre duecento guerriglieri di palestinesi vi trovarono rifugio e la chiesa venne circondata per settimane delle forze armate israeliane, un'operazione militare che è ancora avvertita in molti ambienti romani come un vulnus ai luoghi sacri del cristianesimo. Particolarmente delicata è anche la condizione della chiesa cattolica di Terra Santa che ha giurisdizione su tre paesi (Palestina, Giordania e Israele) e conta circa quattrocentomila fedeli in larga maggioranza arabi.

    Il patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Michel Sabbah, palestinese nato a Nazareth, non ha mai taciuto la propria condanna per l'atteggiamento israeliano verso la popolazione araba, per la costruzione del muro, per lo stato d'assedio. Nell'agosto 2003, per volontà diretta di Giovanni Paolo II, gli venne affiancato un ausiliare, Jean-Baptiste Gourion, ebreo convertito al cristianesimo, con l'incarico della cura pastorale dei fedeli cattolici di espressione ebraica. Una scelta molto discussa, che fu percepita come la volontà di riequilibrare le relazioni con Israele soprattutto da un punto di vista politico, attenuando il carattere originario arabo della chiesa cattolica di Terra Santa visto il numero ridottissimo di ebreo-cattolici.

    Dopo la morte del vescovo Gourion, avvenuta lo scorso 23 giugno, la reazione vaticana eccezionalmente decisa di questi giorni nei confronti di Israele può anche avere la conseguenza indiretta di tranquillizzare la maggioranza araba dei fedeli su eventuali innovazioni di giurisdizione, che pur sono state riproposte anche in questi ultimissimi giorni.

    L'episodio, al di là della sua straordinarietà per toni e sostanza verbale, indica il permanere di diffidenze ancora profonde e assai sedimentate che l'occasione dell'aprirsi di un nuovo pontificato ha bruscamente rimesso sotto gli occhi di tutto il mondo. La crisi troverà una sua soluzione formale: sono già al lavoro numerosi uomini di buona volontà di entrambe le parti e l'esito avrà forse anche qualche ricaduta sugli equilibri della curia romana, ma i nodi di fondo resteranno ancora non sciolti, almeno sino a che non si ridefinirà una strategia complessiva della presenza della Chiesa in un mondo che vede oramai il Novecento definitivamente concluso e le sue categorie sempre più affidate alla storia.

    Rispetto all'impianto generale dato da Giovanni Paolo II ai rapporti internazionali, appare oramai chiaro che il radicarsi di un terrorismo globale, ispirato al radicalismo islamico, ha introdotto elementi di mutazione tali che le relazioni con l'Islam da un lato e con le comunità colpite da attacchi terroristici dall' altro, sono destinate a divenire un elemento fondamentale nel prossimo futuro del pontificato di Benedetto XVI.

    Il viaggio a Colonia, con i due incontri con ebrei e musulmani, sotto questo punto di vista assume un importanza straordinaria e permetterà di interpretare con maggiore chiarezza le linee di sviluppo che Benedetto XVI intende delineare per l'agire della Chiesa universale.

    L'anno che vede il quarantesimo anniversario della costituzione Nostra Aetate, con la quale il Concilio Vaticano II innovava profondamente le basi delle relazioni tra Chiesa ed ebraismo, non poteva offrire prove più severe a chi è interessato a un confronto fecondo e sempre più necessario tra le tre religioni di Abramo.
    "
    www.paginedidifesa.it


    Shalom

  8. #8
    in silenzio
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    una conferma

    In Origine postato da Pieffebi
    Delicatezza? Mah
    .......
    " Santa Sede e Israele, anatomia di una crisi
    Umberto Mazzone, 2 agosto 2005

    Shalom
    Grazie per l'interessante post, tratto da "pagine di difesa", sito autorevole.

    Confermo la prima impressione: delicatezza vaticana, e grande diplomazia.
    di necessità virtù

  9. #9
    SENATORE di POL
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    Per fortuna la Santa Sede non dichiara più guerra......da mo'....
    Shalom

  10. #10
    in silenzio
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    In Origine postato da Pieffebi
    Per fortuna la Santa Sede non dichiara più guerra......da mo'....
    Shalom
    Appunto.
    di necessità virtù

 

 
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