Maurizio Blondet
22/11/2005
Ricordate il mullah Omar?
Ci hanno detto che era sconfitto e in fuga dal dicembre 2001, quando gli americani occuparono l’Afghanistan detronizzando il regime dei talebani.
Bush mise al potere un uomo del settore petrolifero, Hamid Karzai, e dichiarò vittoria.
Ora, quattro anni dopo la «vittoria», gli USA stanno cercando di contattare il mullah Omar, il solo che può fermare i guerriglieri talebani, per convincerlo a dichiarare una tregua.
Gli USA hanno dovuto ammettere che, con 18 mila soldati americani e 12 mila della Nato in Afghanistan, non sono riusciti a stabilizzare il Paese.
Gli attacchi della resistenza sono più frequenti ed efficaci: solo quest’anno sono stati uccisi 90 soldati americani, contro i 186 dal 2001 al 2004.
E’ una capitolazione.
Da mesi il Pentagono ha incaricato tale Mansur Ijaz, cittadino americano nato in Pakistan e vicino al partito repubblicano, di allacciare i contatti giusti per chiedere pace ai talebani.
Mansur, in Pakistan, ha contattato Khalid Khawaja, un ex alto funzionario del temuto ISI (i servizi segreti pakistani), che al tempo era molto amico di Osama bin Laden e del mullah Omar, e che oggi fa l’avvocato difensore dei presunti membri di Al Qaeda detenuti in Pakistan.
L’ex agente ha presentato ad Omar le offerte USA: l’inclusione del gruppo dirigente talebano nel governo collaborazionista di Karzai.
Il mullah ha rifiutato: nessuna trattativa prima del ritiro di qualunque forza straniera dall’Afghanistan.
Evidentemente, è lui, e non il Pentagono, a poter trattare da posizioni di forza.
Le recenti elezioni in Afghanistan (un altro «grande successo della democrazia», secondo la propaganda diffusa dai nostri giornali) ha portato al neo-parlamento afgano una quantità di ex capi talebani ed ex capi mujaheddin, nonché vari «signori della guerra».
Gli USA si sono illusi che questi si sarebbero frazionati in gruppuscoli, sì da rendere inefficace la loro forza elettorale.
In realtà, s’è visto che tutti questi «democratici» e «deputati» (col Kalashnikov) prendono ordini dal gruppo dirigente talebano, che dalla clandestinità li guida come un blocco unico.
Così, il collaborazionista Karzai ha fatto sapere ad Omar che anche lui considerava il ritiro delle armate straniere come la condizione indispensabile per una trattativa.
Il mullah ha convocato una «shora» (un consiglio) in cui ha istruito i talebani divenuti parlamentari di appoggiare Karzai.
Il fatto è che le truppe USA non hanno mai sconfitto i talebani, i quali nel 2001 sono semplicemente scomparsi nei loro rifugi di montagna, inconsapevoli seguaci di Sun Tzu.
E hanno avuto tutto il tempo di riorganizzarsi.
Gli americani non hanno mai capito che il potere dei talebani era inestricabilmente collegato al sistema tribale, e che la loro versione dell’Islam coincide con i «valori» tribali afgani (Paktun Wali). In ultima analisi, sono le tribù le garanti dell’ordine sociale nel Paese.
Le dichiarazioni sul diritto universale e la democrazia individualista celebrate e diffuse dalla propaganda americana non hanno alcuna presa.
Culturalmente ciechi e ostinati nella cecità, gli USA hanno cercato di creare gruppi islamisti dissidenti per infiltrare l’invulnerabile corazza tribale.
Così una fazione dissidente, la Jamiat-i-Khudamul Furqan, è stata pazientemente creata con l’aiuto dell’ISI pakistano; ma dopo qualche mese questo gruppo si è segretamente alleato ai talebani.
Un altro gruppo, Jashul Muslim, è allo stesso modo stato formato artificialmente a Peshawar, con un incarico preciso: organizzare un colpo (attentato o golpe) contro il mullah Omar.
Forniti di armi e denaro e rimandati in Afghanistan, i membri di questo gruppo hanno preso contatto col mullah Omar per dichiarargli la loro lealtà; ed oggi si battono, con le armi USA, dalla sua parte.
Va detto che la resistenza anti-americana è ricca di fondi, visto che sfrutta l’unica vera esportazione dell’Afghanistan: l’oppio.
Ed ora, gli americani hanno capitolato anche su questo tema.
Visto che non sono capaci di eradicare il papavero, propongono che gli afgani lo coltivino «su licenza» per l’industria farmaceutica occidentale.
La proposta è stata avanzata a settembre sotto l’apparenza di una conferenza «scientifica» tra il Council Senlis (una fondazione francese che si occupa di droga), varie università europee e l’università di Kabul.
Irritando parecchio il ministro collaborazionista ai «narcotici» afgano, Kabibllah Qaderi: «non confondiamo le idee agli afgani», ha detto: «da una parte come governo cerchiamo di impedire la coltivazione, e dall’altra qualcuno parla di licenze».
Il fatto è che mentre i talebani avevano davvero eradicato questa piaga, l’oppio è tornato a trionfare nell’economia del paese dopo la «vittoria» americana.
Secondo l’ufficio competente dell’ONU (UNDOC), l’Afghanistan resta il massimo produttore mondiale (con l’87% del prodotto, contribuisce al 52% del prodotto interno lordo afgano; nel 2004 la produzione ha superato le 4.200 tonnellate, e quest’anno il tonnellaggio è aumentato del 22%.
E gli americani non hanno fatto nemmeno un tentativo di ridurre la produzione.
Lo dice non un nemico della Casa Bianca, ma un analista strategico del Cato Institute (un think tank di destra a Washington) Doug Bandow: «tutti concentrati sulla caccia ad Al Qaeda, non abbiamo capito che non sopprimendo l’oppio diamo forza ad Al Qaeda e ai talebani».
D’altra parte, gli USA hanno temuto che, usando la mano pesante, avrebbero ulteriormente alienato gli afgani che ci guadagnano, i signori della guerra delle valli del nord, e che questo avrebbe reso ancor più precario il governicchio di Karzai.
Nella visita che ha fatto a Kabul lo scorso ottobre, Condoleezza Rice ha emesso qualche rumore superfluo a proposito di «eradicazione» come elemento della «stabilizzazione».
Aria fritta.
L’oppio vale più dell’oro.
Il 30% delle famiglie afgane vive di esso.
E nel suo trasporto in Occidente, l’oppio aumenta tanto di prezzo da dare i mezzi per corrompere non solo le polizie, ma l’intero sistema economico d’Europa.
E’ l’Europa infatti ad essere più in pericolo e a subire le conseguenze peggiori dell’oppio afgano. Ecco perché nella proposta è entrato in Consiglio Senlis francese, con forti finanziamenti europei. Così il presidente della Senlis, Emmanuel Reinert, ha lanciato l’idea di «far coltivare l’oppio su licenza per la produzione di morfina e altri anti-dolorifici essenziali».
Insomma la legalizzazione, che almeno (si spera) offre la possibilità di un qualche controllo.
L’UNODC resta perplesso. I coltivatori afgani, vendendo l’oppio all’ammasso legale, guadagnerebbero meno che spacciandolo sul mercato nero.
In altri Paesi dove la legalizzazione «farmaceutica» sotto stretto controllo ha funzionato (Turchia e India), riducendo gradualmente la produzione, l’oppio non formava il 52 % del PIL; né c’erano signori della guerra intoccabili nei loro feudi di montagna che ne guadagnavano.
La proposta rischia di essere un’altra «vittoria» alla Bush.
Fare la guerra in Asia è un affare sporco e difficile, come stanno imparando a loro spese gli americani.
Napoleone, contrastato dalla guerriglia partigiana in Spagna, decretò: «envers les partisans, on se bat à la partitane», insomma con rappresaglie e atrocità da irregolari.
Il risultato fu la demoralizzazione e la sconfitta di un’armata francese arrivata per diffondere gli «immortali principi» della Rivoluzione, e cacciata infine e inseguita dall’odio della popolazione spagnola, che si voleva «liberata dall’oscurantismo».
Oggi Napoleone consiglierebbe: «en Asie, on se bat à l’asiatique?».
Ossia con atrocità, crimini di guerra, attentati provocatori, tradimenti di alleanze, torture e incarcerazioni di 87 mila civili, come sta facendo il Pentagono?
C’è da dubitarne.
Maurizio Blondet
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