editoriale
Anticlericali, quali domande ai cattolici?
Giorgio Campanini
Che di fronte agli immani problemi con i quali deve misurarsi l'Italia - dalla minaccia terroristica alle preoccupanti cifre del bilancio dello Stato - vi sia chi, provocatoriamente, prospetta come esigenza prioritaria l'«abrogazione del Concordato» potrebbe sembrare quasi umoristico, se ciò non fosse espressione di un ritorno, invero malinconico, ad un anticlericalismo che ci si augurava appartenesse definitivamente al passato.
I promotori dell'iniziativa - dopo la pressoché generale levata di scudi che si è registrata dopo l'estemporanea proposta - si sono affrettati a dichiarare che non è loro intenzione mettere in discussione la «pace religiosa» conquistata dopo un lungo e sofferto travaglio. Ma come conciliare la pace religiosa con la decisione di abrogare unilateralmente un Trattato internazionale e di buttare nel cestino, come carta straccia, non solo il Concordato del 1929 ma anche e soprattutto gli Accordi di revisione del 1984, frutto di una lunghissima trattativa e in base ai quali i rapporti fra Stato e Chiesa sono stati definiti, con reciproca soddisfazione, all'insegna di quell'articolo 1 con il quale lo Stato e la Chiesa si impegnano a collaborare fra loro per il bene del Paese?
Non è stato sufficientemente posto in luce, nel dibattito che ha fatto seguito alla proposta socialista-radicale, che l'abrogazione inevitabilmente unilaterale (non essendo prevedibile il consenso delle Chiesa) del Concordato rappresenterebbe un gravissimo vulnus all'articolo 7 della Costituzione il quale stabilisce espressamente che i rapporti fra Chiesa e Stato sono regolati da Patti Lateranensi e che «le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale» (norma che, letta in positivo, significa che ogni modifica unilaterale, ed ancor più un'abrogazione unilaterale, del Concordato, richiederebbe una legge costituzionale).
È lecito dubitare (anzi, vi è una ragionevole certezza in senso contrario) che possa esservi una maggioranza parlamentare disponibile all'abrogazione dell'articolo 7 della Costituzione e poi una Corte costituzionale orientata ad avallarla, e dunque non sembra il caso di dare eccessiva importanza a certi strumentali «ritorni».
Dietro questa piccola recrudescenza di anticlericalismo stanno tuttavia anche alcune domande che non possono non interpellare i credenti. Perché certi ritorni ad un passato che sembrava ormai morto? Non basta osservare che si è di fronte al «colpo di coda» di componenti della società italiana che non hanno ancora metabolizzato l'amara sorpresa, se non la frustrazione, dell'esito del voto referendario di giugno. Vi è forse un disagio più profondo nei confronti di una Chiesa ritornata, a torto o a ragione, troppo «presenzialista», e di un episcopato accusato di eccessivo protagonismo.
Non basta dunque riaffermare che la Chiesa ha fatto e fa soltanto il suo dovere; occorre domandarsi perché, da parte di altri, si sia convinti, sia pure a torto, che non sia così. Una maggiore pluralità di voci, un più sereno e pacato linguaggio, la rimozione di tutto ciò che può sembrare ostentazione di ricchezza e di potenza potrebbe contribuire a smussare talune angolosità e a far superare non pochi pregiudizi. Vi è dunque materia per un esame di coscienza che non dovrebbe mai spaventare una Chiesa che voglia essere, per quanto umanamente possibile, «senza macchia e senza rughe».
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