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    Arrow Fede & Scienza: Adamo era una scimmia?

    DIBATTITO
    L'uomo viene dalla scimmia, però c'è discontinuità ontologica tra lui e gli altri esemplari del suo ordine. Parla l'antropologo Facchini

    Il salto del primate


    Di Fiorenzo Facchini



    «Adamo era una scimmia?». Sotto questo simpatico ma piuttosto provocatorio interrogativo (soprattutto per i cattolici...) si imbandisce domenica a Genova alle 21 una tavola rotonda, organizzata all’interno del Festival della Scienza e a margine del XVI Congresso degli antropologi italiani. L’argomento – molto «caldo» in questi tempi, di qua e di là dell’Atlantico – è ovviamente il dibattito pro o contro Darwin e l’evoluzionismo o il creazionismo. All’incontro, previsto al Centro Convegni Amga e moderato dal filosofo Telmo Pievani, partecipano tra gli altri Giovanni Floris e don Fiorenzo Facchini, antropologo e sacerdote bolognese del quale anticipiamo in questa pagina ampi stralci dell’intervento.





    L'uomo: una scimmia, una scimmia nuda, una scimmia più evoluta e nulla più. In questa concezione l'evoluzione non costituisce nessun problema. Scimmia prima della soglia umana, scimmia dopo. È un modo di vedere piuttosto semplificato, per non dire banale, perché la realtà umana appare assai più complessa e diversa rispetto a qualunque scimmia e di questa complessità vivono anche quelli che uguagliano l'uomo allo scimmia. Secondo la classificazione di Linneo l'uomo appartiene biologicamente all'ordine di Primati. È una visione vera, ma parziale, perché non coglie quello che di specifico ha l'uomo e già Aristotele gli riconosceva definendolo animal rationale. L'uomo non è riducibile alla sfera biologica. Certi comportamenti osservati sullo scimpanzé, nei quali alcuni vogliono riconoscere un'intelligenza di tipo umano, appaiono ben diversi da quelli umani. Sono ripetitivi, non manifestano innovazione e progresso, non sono essenziali per la sopravvivenza. Non hanno le caratteristiche di progettualità e simbolismo che caratterizzano la cultura e hanno portato al successo evolutivo dell'uomo. Analogie lontane, soltanto ombre rispetto alla realtà umana. Secondo Dobzhansky, darwinista convinto, le società umane esprimono un trascendimento rispetto al mondo animale. Possiamo coglierlo anche nelle strategie adattative messe in atto con la cultura, in quanto attestano capacità di innovazione e assumono una connotazione simbolica. Si dovrà ammettere allora che a un certo momento della storia della vita sono apparsi Ominidi in cui si è compiuto il passo della riflessione, secondo l'espressione di Teilhard de Chardin. La paleontologia suggerisce una certa continuità biologica tra la forma umana e alcuni Ominidi che la precedettero e prepararono, attualmente identificati in una linea delle Australopitecine. C'è però una discontinuità segnata dal comportamento culturale, dal pensiero, che è una specificità umana. L'uomo non solo conosce, ma sa di conoscere, è dotato di psichismo riflesso. Questa attitudine si manifesta nell'autocoscienza, nella libertà, nella capacità progettuale, nella simbolizzazione, e lo distacca dal mondo animale. I segni dello psichismo umano possono cogliersi agli inizi dell'umanità nei prodotti della tecnologia strumentale e nell'organizzazione del territorio, come può osservarsi nella cultura olduvaiana di Homo habilis/rudolfensis che differenzia il suo comportamento dalle forme australopitecine. La grande novità dell'uomo è rappresentata dalla cultura. Le prime manifestazioni appaiono semplici, ma via via si fanno più affinate. Continuità e discontinuità nella evoluzione umana. Ma di quale natura è la discontinuità? A questo punto le considerazioni si spostano inevitabilmente sul piano filosofico. In una visione evolutiva, non chiusa ad altri orizzonti, la discontinuità può essere riferita allo spirito che non può derivare da un animale, né può avere gradi intermedi. Questo salto ontologico tra l'Ominide non umano e l'Uomo (che i riduzionisti non vogliono ammettere perché fuori dalla loro filosofia) non può essere coperto che da una causa superiore che chiamiamo Dio. E' un'affermazione che nessuna conoscenza scientifica può escludere, per le stesse ragioni per cui non può essere provata con metodi empirici. Questa considerazione mi porta a riflettere su un altro problema che in questo momento forma oggetto di vivace dibattito nel mondo americano e anche da noi, la creazione, o per meglio dire, che cosa essa comporta in ordine alla evoluzione. Si potrebbe osservare che l'evoluzione suppone la creazione, ma che la dipendenza della realtà fisica da Dio creatore non dice come essa si sia realizzata. La possibilità che Dio abbia creato un mondo in evoluzione, con proprietà e leggi che comportano cambiamenti nel tempo e la formazione di viventi via via più complessi, viene ammessa nella teologia cattolica e si ritrova in vari documenti del magistero. Rimane compito della scienza indagare in quali modi sia avvenuta l'evoluzione, con quali meccanismi e processi. Il modello darwiniano, che punta sulla selezione naturale operante sui mutamenti genetici, esclude orientamenti particolari, tutto fondando sulla casualità. Anche l'idea di un disegno generale viene contestata in una concezione della natura che tende ad essere totalizzante, esorbitando però dall'orizzonte della scienza. Di per sé un disegno superiore potrebbe essersi realizzato anche attraverso eventi che appaiono casuali, ma che comunque si svolgono entro limiti fissati dalle leggi naturali. «Dio non fa le cose. Egli fa che le cose si facciano» ha osservato Teilhard de Chardin. Quello che invece non può avere una base scientifica è la posizione attualmente sostenuta dai «creazionisti» americani, la teoria del «disegno intelligente» che per spiegare la formazione di strutture complesse nel corso dell'evoluzione fa ricorso a interventi diretti di Dio di volta in volta. Questa posizione si colloca fuori dalla prospettiva scientifica e non può rappresentare un'alternativa di ordine scientifico alla spiegazione darwiniana, per quanto insufficiente questa possa apparire. La pretesa che venga insegnata nei corsi di scienze (la querelle in corso presso il tribunale di Harrisburg del la Pennsylvania) non appare giustificata e fa confusione dei piani di conoscenza. Altra cosa è invece il disegno generale sull'universo e sulla evoluzione della vita a cui portano a pensare le leggi, le proprietà degli esseri viventi e l'armonia della natura. Grandi pensatori e scienziati, da Galilei a Newton, Keplero, Buffon, Einstein, a Dobzhansky le hanno riferite a Dio creatore, anche senza dimostrazioni scientifiche (che non sarebbero neppure possibili), una conclusione a cui si giunge con la ragione prima che con la fede.


    Avvenire - 28 ottobre 2005

  2. #2
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    Predefinito forse non Adamo, ma...


  3. #3
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    Niente antibiotici agli antievoluzionisti
    Stefano Serafini
    26/10/2005

    Dispiace (ma non sorprende) che nell'interessante inserto culturale della domenica de Il Sole 24 Ore, lo scorso 16 ottobre, abbia trovato spazio un articolo sciatto e volgare dal titolo «All'antievoluzionista fate la prova dell'antibiotico» di tale Roberto Casati.
    Il testo consuona a una recente serie di iniziative, conferenze e articoli di media nazionali, in gran parte tesi a contraddire se stessi: cioè a negare che esista financo la questione di un dibattito fra evoluzionismo e antievoluzionismo.
    Ma allora perché mai tanto chiasso, addirittura l'ultima copertina de Le Scienze dedicata all'antievoluzionisimo («I nuovi nemici di Darwin»), interviste alla radio e in TV (Mizar, La Macchina del tempo), articoli di giornali (Il Foglio, La Repubblica), incontri e conferenze?
    E perché, ad esempio, riunire una serie di scienziati evoluzionisti a parlare sul tema «Chi ha paura di Darwin?» presso un noto collegio?

    E perché mai normalizzare ampiamente, nel corso del Novembre Stensoniano, insegnanti e studenti sulla dottrina darwiniana, con una puntata nel pensiero di Teilhard de Chardin (gesuita teo-evoluzionista implicato nella truffa dell'uomo di Piltdown), gabellandola per una serie di incontri su «Evoluzionismo e anti–evoluzionismo»?
    Naturalmente, a nessuno di questi incontri è stato invitato a parlare un solo rappresentante del pensiero critico nei confronti della dottrina mainstream, fosse il primo fra essi, il genetista Giuseppe Sermonti del quale è stato appena tradotto in inglese il bestseller «Dimenticare Darwin», o il paleoantropologo Roberto Fondi, o il biologo Marcello Barbieri, o l'immunofarmacologo Giovanni Monastra, per citare solo i più noti nomi italiani.
    L'unica relativa eccezione alla compagine degli invitati presso l'Istituto Stensen risulta l'epistemologo Evandro Agazzi, il quale speriamo apporterà il contributo di una goccia di dubbio a riguardo della «somma verità».

    Sulla stessa linea, dunque, l'articolo di Casati, il quale appunto sostiene: «ma c'è davvero un tale dibattito? Nessuno lo pensa veramente, e correttamente gli organizzatori del 'Festival delle Scienza' di Genova non hanno dato spazio a una legittimazione che sembra più un fatto mediatico...», ecc.
    Già, legittimazione.
    Lo sapevate voi, che per dibattere di qualcosa non contano le competenze, i titoli accademici, la capacità di ragionare, ma occorre essere «legittimati»?
    A parte il fatto che la scorsa edizione del «Festival delle Scienze» vide l'astronoma Margherita Hack, con altri amici del CICAP, fondare come se fosse la cosa più naturale (e scientifica) del mondo un'associazione degli «scienziati atei e agnostici», il cui organo di stampa s'intitolava: «Darwin».
    Verosimilmente la cosa non ha avuto un grande successo, e quest'anno si è preferito non replicare.

    Ma entriamo nello specifico del lavoro di Casati il quale, dopo aver spiegato la necessità del ciclo completo di cure antibiotiche, per non lasciare nell'organismo ceppi di batteri resi più resistenti da un trattamento interrotto, lancia una sfida a chi non si sottomette alla fede in Darwin.
    Egli scrive: «se non accetti la teoria dell'evoluzione per selezione naturale, consiglia a tutti di non fare cicli completi di antibiotici, e non farne tu stesso. Ma consiglialo veramente, in pubblico, per iscritto, davanti a un notaio, davanti alle telecamere, fallo mettere a verbale; senza di che, non penso che tu creda veramente a quello che stai dicendo, e il 'dibattito' non può nemmeno incominciare».
    L'augurio, insomma, è che gli antievoluzionisti, i quali non possono dibattere poiché il dibattito non esiste, almeno muoiano di influenza.

    Mi domando: quella di Casati, che presenta la progressiva distruzione dei ceppi batterici ad opera dell'antibiotico come un esempio della selezione naturale, è mera, crassa ignoranza, o cattiva fede?
    E' ben noto infatti che la resistenza all'antibiotico dei batteri non dipende da una mutazione genetica casuale, come vorrebbe far credere l'articolista appigliandosi al fatto che «le popolazioni in gioco sono enormi, e tali modificazioni sono relativamente frequenti».
    Ad esempio per la penicillina, il batterio diventa ad essa resistente grazie alla produzione della penicillasi, un enzima che la distrugge.
    Come potrebbe una variazione genetica casuale trasformare senza falla il nostro batterio sotto attacco sì da fargli produrre addirittura un nuovo enzima, e così perfettamente specifico e ben funzionante?

    La forza meravigliosa del caso, unita alle decine di migliaia di generazioni batteriche semplicemente non lo fa, perché non può e non ne ha bisogno.
    La penicillasi infatti già c'è, bell'e pronta, in alcuni individui sopravvissuti ai primi attacchi.
    Senza scomodare geni, caso e necessità, il nostro antibiotico ha incontrato una proprietà già presente nella colonia.
    Non ha prodotto dunque nulla di nuovo (anzi, ha eliminato molte altre proprietà della colonia insieme agli individui cancellati), e mutazioni ed evoluzione c'entrano come il due di picche.
    In effetti la scoperta, nel 1986, dei cadaveri di alcuni marinai conservati nel ghiaccio che aveva rappresentato la fine sfortunata di una spedizione polare del 1845, rivelò che i batteri presenti nel loro intestino erano già resistenti ad antibiotici da prodursi un secolo dopo.

    Ancora più interessante è osservare da dove provenga al batterio resistente il suo mirabile antidoto naturale: da altri batteri che ne dispongono.
    Grazie a una vera e propria «infezione» da plasmidi, cioè quelle particelle contenenti materiale ereditario extracromosomico, che troviamo nel citoplasma di numerosi batteri, e che gli ingegneri genetici utilizzano come vettori di clonazione.
    Tra l'altro sarebbe questa una buona ragione per evitare l'abuso odierno degli antibiotici nel ciclo alimentare come nell'uso umano.

    E' come se a un certo punto, sotto la valanga velenosa dell'antibiotico, la colonia riprogrammasse la produzione delle proprie difese naturali, «importandone» addirittura lo stampo da altre popolazioni presenti nell'organismo ospite.
    Già negli anni '70 era noto il plasmide denominato RTF (Resistance Transfer Factor), capace di trasportare contemporaneamente la resistenza a numerosi antibiotici da una colonia batterica a un'altra.
    Come ciò avvenga è fonte di stupore e oggetto di ricerca.
    Ma non parlate di caso cieco, selezione onnipotente e altre spiritose corbellerie.

    Stefano Serafini

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  4. #4
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    Mi sembra che Toffali confonda la teoria scientifica dell'evoluzione con alcune considerazioni sociali che possono essere in qualche modo ispirate ad essa.

  5. #5
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    Originally posted by Thomas Aquinas
    Mi sembra che Toffali confonda la teoria scientifica dell'evoluzione con alcune considerazioni sociali che possono essere in qualche modo ispirate ad essa.
    Già, fra il serio e il faceto...

  6. #6
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    Titolo Dimenticare Darwin. Ombre sull'evoluzione
    Autore Sermonti Giuseppe
    Prezzo di copertina € 15,00
    Dati 160 p.
    Anno 1999
    Editore Il Cerchio

    Mauro Morassi vitmoras@tin.it (05-10-2005)
    “Anche se tutte le particolari teorie escogitate da Darwin risultassero infondate o false, la verità dell’evoluzionismo rimarrebbe” Giuseppe Montalenti - “Il quadro finale che si ha dei meccanismi evolutivi è il seguente: l’evoluzione è ovviamente una certezza, ma i suoi meccanismi non lo sono” Paolo Vezzoni - Queste prese di posizione di due autorevoli scienziati italiani dimostrano in modo inequivocabile che il neodarwinismo da teoria scientifica è divenuto una religione. Non conosco ma ho certezze, pretendo di affermare la Verità in nome della Scienza. Pazienza se la storia della vita è prima di tutto storia dunque evento irripetibile, non dimostrabile sperimentalmente. In questo clima di soffocante scientismo il libro di Sermonti è una salutare boccata di aria fresca. Finalmente qualcuno che ha il coraggio di non essere allineato.
    Voto: 4 / 5

  7. #7
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    beh, in sede scientifica non ci sono certezze, c'è solo l'altamente probabile, l'irrealisticamente falso.

  8. #8
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    Perchè non dovrebbero esserci comunanze con altri essere viventi?

  9. #9
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    Serafini quando dice:"

    Ad esempio per la penicillina, il batterio diventa ad essa resistente grazie alla produzione della penicillasi, un enzima che la distrugge.
    Come potrebbe una variazione genetica casuale trasformare senza falla il nostro batterio sotto attacco sì da fargli produrre addirittura un nuovo enzima, e così perfettamente specifico e ben funzionante?

    Dice una corbelleria perchè i batteri produttori di pennicillinasi esistono da prima dell'invenzione della pennicillina e sembra ignorare che, essendo il ciclo di riproduzione dei batteri velocissimo ( si parla di 20 minuti) le probabilità che si verifichino mutazioni favorevoli sono altissime altrimenti dovrebbe spiegarmi la formazione delle cellule neoplastiche ne corpo umano.

    In secondo luogo basta pensare al fatto che circa il 60% del nostro DNA è uguale a quello del...cane ed il 98% è uguale a quello dello scimpanzè...

    A me piace immaginare che il Creatore nella sua onniscenza, pensando le leggi fisiche che governano il nostro universo sapesse con certezza che esse avrebbero condotto, in un certo laso di tempo, allo sviluppo di un essere al quale infondere...
    Forse non sono teologicamente corretto ma mi sembra il modo più semplice per conciliare Scienza e Fede
    non sarà mai possibile con la ragione pervenire a qualche verità assoluta

  10. #10
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    Il fatto che l'uomo partecipi dell'atto d'essere in modo maggiore, più perfetto e completo, non significa che non possa avere i gradi di partecipazione degli altri enti.

 

 
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