DIBATTITO
Dopo l'arresto di Irving, gli storici si chiedono se vale la pena aprire un confronto con chi nega le camere a gas
Negazionisti, che dialogo
Hobsbawn:sono ipotesi cui rispondere coi documenti. Zizek: no, si squalificano da soli e la democrazia deve difendersi dai falsificatori
Di Edoardo Castagna
«Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere», scrisse Wittgenstein pensando a tutt'altro. Ma l'ultima proposizione del suo Tractatus si presta a riassumere i termini del dibattito sui negazionisti della Shoah, rilanciato in questi giorni dall'arresto di David Irving. Che non siano mai esistite camere a gas, che gli ebrei morti durante la Seconda guerra mondiale furono molti meno di sei milioni, che Hitler non diede mai l'ordine di sterminarli: di queste proposizioni non si può parlare, nel senso che sono sottratte al dibattito storiografico, che anche contestarle significherebbe già concedere loro una qualche legittimazione, lascerebbe insinuare il dubbio che possano contenere qualcosa di vero.
Una difficoltà, etica prima ancora che metodologica, che i negazionisti non mancano di sfruttare a proprio vantaggio, leggendola come un'implicita ammissione d'impotenza davanti alle loro argomentazioni. Che però, più che argomentazioni, sono insistenze su quelle sfumature d'incertezza che ogni narrazione storica, anche la più documentata, non può non avere. In effetti non esiste un ordine scritto, firmato «Adolf Hitler», che dice: «Sterminate gli ebrei». Né, sulle camere a gas di Auschwitz, è incisa un'iscrizione che spieghi ai posteri a che cosa servissero. Le testimonianze dei sopravvissuti, come ogni memoria umana, attraversate da un velo d'incertezza. Lacune e sfasature che gli storici affrontano ogni giorno, ma che in mano ai negatori della Shoah diventano prove di una colossale mistificazione. Tra loro ci sono simpatizzanti di estrema destra, come il tedesco Ernst Zündel o lo stesso Irving, ma anche marxisti come i francesi Paul Rassinier o Roger Garaudy.
I più radicali, come Zündel, arrivano a negare che nei lager si cercasse la morte dei prigionieri e che le condizioni di vita non fossero «umane». Se si moriva era per malattie; le fotografie sarebbero fotomontaggi, o ritrarrebbero proprio le vittime delle epidemie; le camere a gas sarebbero state costruite per propaganda dopo la guerra, oppure erano servite soltanto per la disinfestazione degli abiti. Proposizioni che trovano eco soprattutto tra l'estrema destra, mentre a sinistra prevalgono le critiche che leggono nella Shoah una legittimazione dello Stato di Israele e della sua politica.
È il caso, per esempio, del marxista francese Roger Garaudy, che intitolò proprio I miti fondativi della politica israeliana il saggio dove mise in dubbio fini e dimensioni della Shoah e accusò Israele di manipolazione deliberata. Irving - al di là dei ripensamenti dell'ultima ora - si colloca invece nella corrente che tende, più che a negare, a ridimensionare la Shoah e a "scagionare" Hitler e i nazisti dall'accusa di genocidio; insiste perciò sull'assenza di ordini espliciti, contesta i numeri dello sterminio e nega l'esistenza di una politica omicida di massa nel Terzo Reich.
Il revisionismo è la ragion d'essere stessa della storiografia, continua rilettura dei fatti passati. Ma un conto è rivedere, un altro è negare. Irving o Zündel nulla hanno a che vedere con un Ernst Nolte, che ridiscute con solide argomentazioni l'origine del nazismo - a suo avviso nato come reazione al bolscevismo - ma che non per questo lo riabilita, né contesta i crimini della Shoah. E nemmeno con un Norman Finkelstein, severo critico dell'uso economico e politico della storia da parte di quella che definisce «l'industria dell'Olocausto», ma che chiarisce che «la descrizione dell'Olocausto nazista come l'uccisione degli ebrei in modo industriale, come in una catena di montaggio, è corretta, così come sono corrette le cifre delle persone uccise che vengono indicate».
Negli ultimi sessant'anni il negazionismo non ha subito sostanziali modifiche. Ripete le stesse tesi adottate a propria discolpa da nazisti e collaborazionisti e che Primo Levi rifiutò di rigettare come semplici menzogne, perché «la distinzione buona fede/mala fede è ottimistica ed illuministica» e «presuppone una chiarezza mentale che è di pochi». I nazisti stessi furono i primi negazionisti: non solo perché tentarono coscientemente di occultare ogni prova dello sterminio, ma anche perché, dopo la guerra, ripeterono le proprie menzogne fino a crederci loro stessi.
Sul versante storiografico è stato Eric Hobsbawn a confrontarsi con gli interrogativi posti dai negazionisti, fin dalla prima condanna giudiziaria di Irving, nel 2000 in Gran Bretagna. Hobsbawn riconosce i limiti invalicabili dello storico di fronte a certi attacchi: «Dove i dati sono pochi, contraddittori e indiziari, non si è in grado di smentire un'ipotesi, per quanto improbabile. Le prove possono mostrare in maniera conclusiva che il genocidio nazista è davvero accaduto, ma benché nessuno storico serio dubiti che la "soluzione finale" fosse voluta da Hitler, non possiamo dimostrare che egli abbia davvero dato un ordine specifico».
Hobsbawn mantiene la sua opposizione a Irving in toni sfumati; critica l'uso della Shoah come mito legittimante di Israele e riconosce che Irving «non nega che milioni di ebrei perirono tra il 1941 e il 1945. Non nega nemmeno che un vasto numero di ebrei fu deliberatamente sterminato, e non solo ucciso dalla fatica, dalla fame, o dalle malattie. Piuttosto, egli solleva il dubbio su molte delle idées reçues circa l'Olocausto - la versione hollywoodiana dell'Olocausto, che non viene da storici seri». Un dubbio che, tra le righe, lo stesso Hobsbawn sembra condividere, pur se subito afferma che «il silenzio degli studiosi esprime le passioni e le contraddizioni che assillano gli storici che hanno a che fare con soggetti sui quali la neutralità è ancora impossibile».
Se lo storico britannico lascia intendere che presto, superate definitivamente le passioni del Secolo breve, il confronto storiografico potrebbe aprirsi anche alle tesi dei negazionisti della Shoah, è anche possibile che una simile neutralità non sia soltanto una questione di distanza storica. Finché esisteranno negatori delle camere a gas, di neutralità metodologica non si potrà parlare: per questo da più parti si afferma la necessità di non rispondere affatto agli Irving e agli Zündel. La democrazia, oltre alla libertà di parola e di opinione, deve tutelare se stessa da coloro che la negano.
Per questo il filosofo Slavoj Zizek insiste sulla necessità «di rendere inesprimibili simili enunciati, così che chiunque li sostenga automaticamente squalifichi se stesso». La difesa dei valori fondanti della società democratica richiede necessariamente l'esclusione di ciò che la mina alle radici: «Non si dovrebbe discutere di "quanta gente è effettivamente morta ad Auschwitz", di quali siano "gli aspetti buoni della schiavitù" e via dicendo; qui la posizione dovrebbe essere spudoratamente dogmatica: questo non è un argomento per una discussione aperta, razionale e democratica».
Riporto quest'articolo che di certo non mancherà di appassionare i NaziComunisti, per via delle loro demonizzazioni verso lo stato ebraico relativamente alle loro cazzate riguardanti la negazione dell'olocausto nonchè la fantasmagorica industria dell'olocoausto evocata dalla variante rossa del Nazismo
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