| Mercoledì 23 Novembre 2005 - 14:25 | Giovanni Lanza |
In Ungheria di questi giorni è scoppiata una polemica all’interno della comunità ebraica intorno alla questione se l’elemento che li accomuna sia di tipo etnico o religioso. Un gruppo di ebrei ha avviato una raccolta di firme da presentare al parlamento ungherese per ottenere lo Status di minoranza etnica previsto dalla Legge sulle minoranze del 1993. Le minoranze più numerose già riconosciute in Ungheria sono gli zingari che rappresentano il 7% della popolazione totale dell’Ungheria con 650.000 persone ed i tedeschi con 200.000 persone. Possono eleggere consigli di autonomia culturale anche gli slovacchi, sloveni, romeni, bulgari, serbo-croati ed altre minoranze. In base alla Legge già citata queste minoranze hanno diritto ai sussidi per la loro conservazione culturale e possono eleggere consigli elettorali.
Basterebbero mille firme per ottenere questo status, il parlamento dovrà mettere all’ordine del giorno la proposta e con maggioranza semplice potrà cambiare la Legge includendovi la minoranza ebraica nel paragrafo delle minoranze riconosciute.
Per i promotori il precedente storico vi è era già nel XIX secolo ma poi a causa della Grande Guerra per motivi politici si è deciso di far diminuire le nazionalità all’interno del Regno d’Ungheria dato che le principali rivendicazioni di guerra erano proprio le minoranze ed il principio di autodeterminazione di un popolo. Attraverso questa Legge i promotori sostengono di poter difendere e conservare in maniera migliore la loro Lingua, la loro cultura e le loro tradizioni.
Ma l’associazione delle comunità ebraiche in Ungheria (Mazsihisz) si dice contraria a tale iniziativa che non risponde ai desideri della maggioranza della popolazione ebraica.
Il Presidente di tale associazione, Peter Feldmajer, ricorda come già nel 1992 quando era in discussione la Legge sulle minoranze il popolo ebraico non ritenne opportuno presentare questo tipo di richiesta proprio perché è unito dalla propria religione. L’ebraismo è determinato, a suo dire, solo dall’elemento confessionale.
L’idea del Mazsihisz è l’assimilazione degli ebrei con il popolo ungherese dato che la religione ebraica insieme a quella cattolica e protestante fa parte delle “Chiese storiche” del Paese. Ma non tutti gli ebrei meno religiosi sono concordi su questo e vorrebbero essere riconosciuti anche in altri modi. La comunità ebraica ungherese conta più di 100 mila persone ed è una delle più grandi d’Europa. A Budapest si trova la Sinagoga più grande del nostro continente e tra le più grandi al mondo. Tale comunità era molto più numerosa prima della Seconda Guerra Mondiale quando il governo Horty decise di non perseguitare gli ebrei ed essi stessi trovarono qui rifugio finché, dopo un colpo di Stato delle Croci Frecciate, un governo fantoccio sotto il controllo dei nazisti decise la deportazione di più di 400.000 ebrei. Dopo la parentesi comunista che ha appianato i contrasti etnici e religiosi si assiste oggi ad un rigurgito antisemita presente un po’ in tutti i Paesi dell’area centro-orientale dell’Europa. Gli ebrei vengono spesso visti come i detentori del capitale e del potere in generale e vengono a volte accusati di scarso patriottismo verso l’Ungheria. Ma non tutti gli ebrei se la passano bene, il ghetto di Budapest non è certo una zona residenziale anche se si trova in pieno centro e secondo me questa richiesta può avere anche un valore economico a difesa di coloro che non sono così vicini ai centri di potere.
Comunque sia il garante per i diritti delle minoranze, Jeno Kaltenbach, crede che l’iniziativa possa avere successo, potranno firmare anche i non ebrei anche perché l’identità dei firmatari sarà nascosta. Anche il rabbino capo di Budapest, Slomo Koves, ha lanciato qualche opinione positiva affermando che bisogna riportare gli ebrei assimilati alla loro cultura originaria anche attraverso organizzazioni culturali.
Secondo un noto sociologo ungherese, Andrai Kovacs, l’elemento che tiene uniti gli ebrei più di ogni altra cosa – seguendo i dettami di Elie Wiesel - è la cosiddetta memoria dell’ “unicità” delle persecuzioni subite nella storia. E cioè quel mito diventato “industria (come dichiara l’israeliano Finkelstein) dell’Olocausto”. Un “bisogno”, insomma, più forte di ogni confessione religiosa, razziale o culturale.
Giovanni Lanza




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Bella domanda...
