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Discussione: da Lenin a Bin Laden

  1. #1
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    Franz GUSTINCICH


    Da Lenin a Bin Laden


    Come si finanzia un'operazione terroristica come quella dell'11 settembre? Quali sono i canali utilizzati dalla 'multinazionale' del terrore di Bin Laden per sovvenzionare gli uffici periferici (le cellule), garantire gli approvvigionamenti (armi, esplosivi, documenti falsi) e mantenere alto il livello di specializzazione dei dipendenti (addestramento dei terroristi)? Le risposte fornite in questo articolo possono riservare anche qualche sorpresa.


    Vladimir Ilic Ulianov, professione: rivoluzionario.
    Nel teorizzare la necessità di formare un movimento di rivoluzionari professionisti, Ulianov ammise anche la formazione di bande di rapinatori per il sostentamento di questi e per il finanziamento dell'intera organizzazione. Erano gli ultimi anni dell' '800, e di lì a breve la rivoluzione russa sarebbe scoppiata improvvisamente, sorprendendo persino gli stessi rivoluzionari professionisti, sempre più spesso additati quali criminali comuni.
    Il 14 febbraio 1987, in via Prati di Papa a Roma, un commando di terroristi delle Brigate Rosse – Partito Comunista Combattente assalta un furgone postale lasciando a terra due agenti di P.S. (un terzo si salverà nonostante sia ferito gravemente).


    Sono passati quasi cento anni dall'insegnamento di Lenin, ma in Europa, altri gruppi hanno preso in prestito l'esperienza bolscevica e menscevica, fissando per sempre nella nostra mente, con le immagini delle vittime delle 'rapine rivoluzionarie', il sistema di finanziamento delle attività terroristiche.
    Per mantenere una grande organizzazione clandestina, per comprare armi, esplosivo, detonatori e per addestrare, alloggiare, nutrire un cospicuo numero di 'professionisti' servono grandi capitali. Questo era certamente uno dei problemi che i leader delle organizzazioni estremiste dovettero affrontare: da Stefano delle Chiaie a Prospero Gallinari, da Jean Marc Rouillian a Ulriche Meinhof e, in Belgio, Pierre Carette che vide il declino della la sua organizzazione, le Cellules Communistes Combattantes, anche a causa della scarsità di finanziamenti. Nel panorama internazionale, invece, sembra che il denaro non sia un problema, anzi!


    Il terrorismo islamico non compie rapine, non uccide per ricavarne danaro immediatamente spendibile e non si espone a rischiose indagini che potrebbero compromettere l'organizzazione o l'azione terroristica vera e propria.
    Chi ha pagato l'addestramento degli esecutori dell'11 settembre, chi ha provveduto al loro alloggio? Chi ha fornito loro denaro per 'spassarsela' nei locali notturni americani nei giorni precedenti l'azione?
    Entrare nel merito della questione finanziaria del terrorismo islamico, significa prendere in considerazione un terreno molto più vasto di quello isolato delle cellule terroristiche propriamente dette, e planare su di una palude insidiosa dai confini labili e mobili: quella del fondamentalismo religioso e del suo sistema economico, per scoprire che terrorismo e finanza islamica spesso coincidono.
    Il 26 gennaio del 2002, il procuratore capo di Tirana ha messo sotto inchiesta Yassin Qadi, costruttore saudita, e la sua Karavan Construction, con la quale progettava la costruzione, nella capitale albanese, di due grattacieli da chiamare in maniera sarcastica 'torri gemelle'. L'inchiesta ha preso il via dopo la pubblicazione, il 12 ottobre 2001, della lista dei sospetti finanziatori di Al-Qaida, nella quale Yassin Qadi figura come al-Qadi Yassin.
    Proprio Yassin Qadi è un caso emblematico. Nato a Jeddah - la città dove risiede la famiglia dei Bin Laden e da dove, secondo la Casa Bianca, l'imprenditore saudita Wael Hamza Jalaidan avrebbe costruito la rete finanziaria dell'organizzazione terroristica di Osama Bin Laden - è imprenditore e presidente di Muwafaq, nota in occidente con il nome inglese di Blessed Relief, un'organizzazione umanitaria più volte salita alla ribalta delle cronache perchè sospettata di essere coinvolta in operazioni finanziarie poco chiare, ma soprattutto per essere stata la probabile copertura per l'ingresso di terroristi e capitali destinati ad Al-Qaida in quei Paesi dove assiste i bisognosi. Qadi, dunque, rappresenta due delle tre principali fonti di approvvigionamento del terrorismo islamico: le imprese e la beneficienza.
    Tra imprese ed organizzazioni umanitarie c'è però la terza fonte: le banche.
    Non è mai esistita una vera e propria tradizione bancaria nella maggior parte dei paesi musulmani, anche perché il Corano proibisce usura e tassi d'interesse sui prestiti. Le banche sono un'evoluzione relativamente recente del sistema economico islamico, fino all'inizio degli anni '70 basato principalmente sull'hawala, un rapporto fiduciario tra operatori (hawaladar) per effettuare pagamenti o trasferimenti di somme senza alcuna contabilità, solamente con una serie di parole-codici, e sul prestito d'onore. Nonostante l'introduzione delle banche, si stima che a tutt'oggi solo il 50% delle transazioni finanziarie, incluse quelle internazionali, avvengano tramite gli operatori bancari.
    Nelle banche islamiche non resta traccia delle operazioni effettuate: ad operazione conclusa tutta la documentazione viene cancellata, e svanisce così anche la possibilità di ricostruire il percorso del danaro.
    Hawala e banche islamiche sono governate dalla stessa legge, la Shari'a ma, mentre gli hawala sono controllati e garantiti dalle autorità religiose locali, le banche sono sottoposte alla supervisione di un ente, il Comitato della Shari'a, il cui nome completo è Shari'a Supervisory Board of Islamic Banks and Institutions. Il comitato, che ha lo scopo di conciliare la Shari'a con il profitto, controlla migliaia di banche ed istituti finanziari nel mondo, tra i quali oltre duecento negli USA e più di mille in Europa, concentrati prevalentemente nella city londinese. Questi istituti offrono investimenti e gestione patrimoniale in cambio di una partecipazione agli utili, in differenti settori finanziari, ed investimenti in attività produttive ammesse dall'islam. I depositi gestiti dall'insieme di questi istituti ammontano a circa 150 miliardi di euro.
    Il rendimento dei fondi gestiti dalla banche islamiche è buono ma poco trasparente, ed esiste una categoria di privilegiati, tra i quali le migliaia di componenti della famiglia reale al-Saud, che spesso si nascondono dietro il principio di 'immunità sovrana' di cui godono gli Stati monarchici nel Regno Unito. Il risultato è che le banche saudite collegate alla famiglia reale sfuggono ad ogni controllo.
    La più nota di tutte è la BCCI, Bank of Credit and Commerce International, capostipite dell'intero sistema bancario islamico e considerato il più importante istituto finanziario del terzo mondo anche dopo il rovinoso crollo del 1991. Si può dire che la BCCI sia stata il modello sul quale sono state forgiate tutte le altre banche islamiche. Il sistema di finanziamento è quello noto come loanback. Si tratta del prestito garantito solo dal proprio deposito. Il sistema è poi stato utilizzato per aprire la strada ad ingenti investimenti di clienti musulmani in Paesi non islamici, anche se, in realtà, l'accesso al loanback era riservato ai grandi azionisti della banca, tra i quali il titolare della National Commerce Bank, Khalid bin Mahfuz, o l'ex capo dell'intelligence saudita Qamal Adam.


    La banca, aperta nel Lussemburgo nel 1972, ma con depositi ed amministrazione nelle isole Cayman e sede a Londra, divenne proprietaria, contravvenendo alle rigide norme di controllo statunitensi, della First American Bank e della National Bank of Georgia, attraverso il prestanome Gaith Pharaon, che utilizzò per l'acquisto un prestito non garantito di mezzo miliardo di dollari. La BCCI fu indagata tra il 1988 ed il 1991 per numerosi reati finanziari, tra i quali il riciclaggio. Quando, il 5 luglio del 1991 chiuse i battenti, lasciava debiti per circa 19 miliardi di dollari e, nel 2001 la banca d'Inghilterra ha versato ai liquidatori una multa di un miliardo e mezzo di euro per il mancato controllo sulla BCCI.
    La lista delle operazioni quantomeno discutibili della BCCI è lunga, ed i suoi clienti chiacchierati, come l'ex dittatore panamense Noriega, il tiranno iracheno Saddam Hussein che la utilizzava per la distrazione dei proventi del petrolio o il noto dottor Abdul Qadeer Kan, iniziatore del programma nucleare militare pakistano.
    La BCCI, al di là delle sue attività illegali, è però ancora oggi ricordata con rimpianto da molti clienti che, pur avendo perso tutto il denaro, le riconoscono di essere stata l'unica banca a concedere finanziamenti alla piccola agricoltura ed alle piccole attività scarsamente redditizie. La condizione era sempre la stessa: i beneficiari dovevano essere musulmani di provata fede, meglio se fondamentalisti.
    Alla BCCI, si sono immediatamente sostituite alcune importanti istituzioni bancarie saudite, tra le quali la Dar al-Mal al-Islami e il gruppo Dallah al-Baraqa (DMI e DAB), entrambe molto vicine alla famiglia reale, e legate alla sudanese al Shamil Islamic Bank, la famosa banca acquistata, secondo la CIA, da Osama Bin Laden con solo cinquanta milioni di dollari nel 1994.
    Uno dei principali scopi, non dichiarato, delle banche islamiche non è il profitto bensì la diffusione del fondamentalismo.
    In Albania ed in Kossovo la (filiale della Arab Islamic Bank) ha permesso la costruzione di centinaia di moschee con finanziamenti a fondo perduto, ed ha pagato borse di studio nelle Università islamiche ai giovani albanesi indigenti, o piccoli 'per diem' a patto che le donne della famiglia indossassero il chador. Il risultato è il latente conflitto religioso che i nuovi imam albanesi indottrinati all'estero, stanno scatenando.
    Il wahhabismo è la prima forma di fondamentalismo esportata nel mondo, poiché i finanziatori sono i ricchi sceicchi sauditi wahhabiti, e si insinua nelle pieghe delle nazioni deboli, dove il potere dello Stato non riesce ad esercitare alcun controllo.
    Allo stesso modo, in Cecenia, dove l'Armata di Mosca ha spazzato via quel poco che restava della legittimità dello Stato, senza peraltro riuscire a sostituirsi ad esso, la giustizia è oggi esercitata da vari tribunali islamici che impongono la Shari'a, soprattutto nei villaggi, dove i gruppi armati wahhabiti finanziati dai sauditi, detengono il potere contro la volontà popolare.
    E ancora in Afghanistan, dove al di fuori di Kabul, il resto della nazione è in mano ai fautori della legge coranica; in Sudan, dove il governo ha un effettivo controllo solo sulla capitale e, in realtà nemmeno su tutta, perché già oltre il Nilo, nella città satellite di Omdurman, il gran numero di africani residenti rende la vita difficile alle autorità; in Somalia, la nazione non-nazione per eccellenza, dove non esiste alcun potere centrale: in tutte le realtà con uno Stato debole o inesistente, il fondamentalismo trova terreno fertile per insediarsi, gode di consistenti finanziamenti ed instaura immediatamente delle attività illegali. Dove lo stato è presente, invece, il fondamentalismo fa leva sui problemi sociali: è il caso di un gran numero di Paesi islamici moderati e di quelli di immigrazione, come l'Italia, ma ancor più dove le comunità islamiche sono consistenti, come la Gran Bretagna.
    Il denaro non giunge direttamente dalle casse delle banche alle tasche dei leader del terrorismo naturalmente, ma segue un percorso che solo raramente emerge con chiarezza nei dettagli.


    Le banche islamiche applicano la zakat ai patrimoni personali, cioè l'elemosina imposta dalla religione. Si tratta di una cifra intorno al 2% del patrimonio individuale, che non richiede di essere contabilizzata perché prescritta da una legge divina: sono decine di miliardi di dollari ogni anno che affluiscono nelle casse di organizzazioni filantropiche ed umanitarie. Fin qui nulla da eccepire poiché è una forma di redistribuzione del reddito che giova a migliaia di persone.
    I nodi vengono al pettine quando tra queste organizzazioni si nascondono gli intermediari con i gruppi terroristici. Non si può generalizzare, ma attenendoci ai fatti, e cioè a quanto fino ad ora scoperto da ricercatori, giornalisti e dalle autorità, e messo a disposizione del pubblico, è possibile ricavare alcuni nomi: la già citata Blessed Relief, l'inglese Islamic Relief, la sudanese-bosniaca Third World Relief Agency, l'inglese Al-Muntada Al-Islami Trust (il cui direttore sudanese della filiale kenyota è stato arrestato ed espulso dal Paese), l'americana Islamic African Relief Agency, la svizzera Association de Secours Palestinien, la libanese Sanabil Association for Relief and Development, e la lista potrebbe continuare per molte pagine.
    È pur vero che la maggior parte delle Organizzazioni Non Governative accusate di finanziare il terrorismo provengono da una lista compilata dal Dipartimento del Tesoro statunitense, talvolta basata su investigazioni su sedi territoriali, filiali o singoli personaggi all'interno delle strutture.
    Un impulso a queste investigazioni è stato dato dalle accuse circostanziate pubblicate nel libro 'La Cacciatrice di Terroristi' (1) , dove si evidenziava come alcune ONG finanziatrici del terrorismo, ignorate dall'FBI, erano in realtà riconducibili ad alti esponenti della famiglia regnante in Arabia Saudita.
    Non bisogna pensare che una ONG islamica, anche se finanzia Bin Laden o Hamas o qualsiasi altro gruppo di terroristi, sia semplicemente un'organizzazione prestanome: al contrario.
    Prendiamo l'esempio dell'Al-Rashid Trust, organizzazione pakistana che opera in Afghanistan e che sembra non abbia mai negato di essere vicina ad Osama Bin Laden: sebbene il Word Reference Dictionary la inserisca tra Al Capone ed Al Qaida, ha assistito migliaia di persone in Afghanistan, Kashmir, Pakistan, Kossovo e Cecenia attraverso la realizzazione di una rete di forni per il pane, ospedali e la distribuzione di generi di prima necessità; ha fornito anche migliaia di macchine per cucire alle vedove di guerra afghane per permettere loro di iniziare un'attività. Parte del denaro proveniente dai donatori è investito in due pubblicazioni, 'Dharb-e-Momin' in inglese e 'Zarb-e-Momin' in urdu, ed in una radio a Karachi, dove si può leggere e sentire il meglio della propaganda anti-americana.
    Si dice che molti dei membri di al-Rashid Trust siano ex combattenti afghani. L'ultimo bilancio ufficiale conosciuto è di 4 milioni di dollari.
    Questa è la forza delle ONG islamiche vicine al terrorismo: sono innanzitutto veri enti di beneficenza, e per questo ricevono fondi anche dalla gente comune.
    Il sistema economico dell'arcipelago terrorista è però cosa molto più complessa di un semplice dare ed avere tra soggetti produttivi e soggetti attivi nella lotta armata.
    La cellula, l'unità di base dell'intera organizzazione, così come le nuove associazioni accettate, ricevono una quota di finanziamento per le prime necessità o per avviare un'attività economica legale, ma è norma che ognuno sia in grado di gestire un proprio bilancio e di sopravvivere autonomamente arrivando a versare parte dei profitti all'organizzazione.
    Le attività economiche, sia lecite che illecite, sono intimamente legate al jihad contemporaneo, e la rete di cellule e piccoli finanziatori che si è sviluppata di conseguenza è così vasta che è particolarmente difficile da contrastare.
    In molti casi si è tentato di congelare i depositi presso banche occidentali di società legate al terrorismo, ma le attività quasi non ne hanno risentito e nuovi conti aperti da prestanome sono stati immediatamente attivati.
    Il miele è stato uno degli obiettivi dell'antiterrorismo americano, quando si è scoperto che due società yemenite, la al-Nur Honey e la al-Shifa Honey Press, devolvevano gli utili direttamente a dei prestanome di Al-Qaida. Il miele yemenita è di ottima qualità ed è esportato un po' ovunque nel mondo islamico. Contenuto in grossi barili è la sostanza ideale per occultare merce di contrabbando, armi o droga, poiché difficilmente un ispettore doganale avrà voglia di sporcarsi ed appiccicarsi con la dolce sostanza, senza poi contare il valore simbolico per i musulmani: il "...giardino che è stato promesso ai timorati [di Allah]: ci saranno ruscelli (...) di miele purificato" (Corano, XLVII, 15). Il miele insomma è fondamentalista e terrorista, insieme ai produttori, grossisti e dettaglianti in oltre quaranta paesi nel mondo.
    Ma non è solo il miele il veicolo alimentare del motore economico del terrorismo. Negli anni novanta del secolo appena trascorso, Osama Bin Laden venne espulso dal suo Paese, l'Arabia Saudita, che gli ritirò il passaporto e la cittadinanza e lo costrinse a rifugiarsi in Sudan, invitato dall'ideologo integralista Hassan al-Turabi.
    Da Karthoum iniziò a sviluppare una lunga serie di attività economiche, tra le quali una pasticceria, ma soprattutto acquistò oltre il 90% delle acacie Senegal, l'albero della gomma arabica, riuscendo così a detenere il monopolio con oltre l'80% della produzione mondiale.
    Siccome la gomma arabica, oltre che in pasticceria è un elemento molto importante per l'industria degli inchiostri tipografici e delle bevande gassate, all'epoca si usava dire che comprare un giornale o bere una coca-cola significava finanziare il terrorismo islamico. Ed era vero.
    Sempre in Sudan costruì aeroporti, porti ed autostrade, ricevendo in pagamento concessioni o prodotti dell'agricoltura da immettere nel mercato internazionale.
    L'abilità finanziaria di Bin Laden ne fa un leader integralista atipico: egli non ha un incarico religioso e di conseguenza non dovrebbe avere l'autorità morale per guidare il jihad, ma come un novello rivoluzionario marxista, fa presa poiché i suoi proclami parlano di politica e di economia, la sua rete è basata soprattutto sull'economia, le azioni compiute in nome di Allah hanno una forte valenza economica.
    È sufficiente andare a dare un'occhiata ai movimenti finanziari e borsistici delle settimane precedenti all'11 settembre 2001, per rendersi conto che un nutrito numero di brokers stava agendo inconsapevolmente per conto della 'Bin Laden corporation', attraverso l'acquisto e la vendita di azioni che avrebbero generato profitti dagli attentati: acquisto di opzioni sul petrolio a dieci giorni, sulle assicurazioni e sulle compagnie aeree, solo per citare le più importanti.
    Decine di milioni di dollari ricavati attraverso un'operazione terroristica. Insider trading di altissimo livello.
    Il danaro non è certo custodito in una grotta in Afghanistan, ma investito nelle azioni delle multinazionali occidentali, depositato in banche off-shore, trasformato in titoli e nelle aziende legali del circuito fondamentalista e non solo: alcuni economisti sostengono che azioni delle più importanti multinazionali sarebbero nei portafogli di esponenti della finanza islamica fondamentalista. Motorola, At&T, Boeing, e molte aziende produttrici di armamenti, sarebbero in parte possedute dagli 'sceicchi del terrore'.
    Il terrorismo, o forse il suo massimo esponente, ha saputo sfruttare al meglio le libertà di intrapresa garantite dal sistema capitalistico e dalla globalizzazione, sia per il proselitismo ed il reclutamento nelle aree più depresse e sfruttate dal grande capitale straniero, che per l'aspetto finanziario legato a Wall Street ed al grande mercato azionario.
    Guardando oltre i proclami che annunciano la sconfitta della cosiddetta finanza del terrore, siamo costretti ad arrenderci di fronte ad una evidenza inquietante: il terrorismo si finanzia grazie ai meccanismi del sistema economico capitalista occidentale, e non è possibile vincerlo senza infliggere gravi ferite anche alla nostra economia.
    Tra i finanziatori vi sono le compagnie petrolifere, come ad esempio la Unocal, che verso la fine degli anni '90, nell'operazione di lobby per garantirsi il contratto per l'oleodotto afgano, ha donato oltre 25 milioni di dollari ai talebani e quindi indirettamente al mullah Omar. E poi la politica, che ha permesso di non vedere le violazioni dei diritti umani in Afghanistan, in nome di questo oleodotto e del prezioso liquido nero, facendo scorrere fiumi di denaro nelle mani sbagliate.
    I paradisi fiscali, la deregulation dei mercati, l'assenza di tassazioni sulle transazioni finanziarie che, seppur minime, avrebbero consentito la tracciabilità delle operazioni, hanno favorito lo sviluppo del fondamentalismo ed il suo nascondersi dietro paraventi di società fittizie, e hanno accresciuto la corruzione e i margini di profitto per le organizzazioni che sponsorizzano il terrorismo.
    Nell'analisi finanziaria del terrorismo si giunge alla stessa conclusione che da più parti è emersa: il terrorismo è un fenomeno con il quale ci dovremo confrontare per molto tempo, e la sicurezza dei cittadini di tutto il mondo passa inevitabilmente attraverso un ripensamento del modello di sviluppo.
    "

    pubblicato sul sito www.sisde.it


    Shalom

  2. #2
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    Predefinito

    " il Giornale del 29/11/2005


    ---------------------

    La cultura della resa

    Mario Sechi
    ---------------------

    L'assoluzione a Milano di tre islamici accusati di terrorismo e il fallimento del vertice euromediterraneo a Barcellona hanno lo stesso tratto: l'incapacità per l'Europa di superare quella «cultura della resa» che costituisce il primo ostacolo nella lotta al fondamentalismo. La decisione della Corte d'Assise d'appello e l'imbarazzante conclusione del summit che doveva dare un codice al terrorismo e alle azioni per contrastarlo, sono figli di un pensiero debole per cui la jihad può essere sconfitta con i normali strumenti (politici e giuridici) dedicati alla lotta della criminalità organizzata.
    Si tratta di un colossale errore commesso tragicamente in passato proprio dal Paese che oggi è in prima linea nella «guerra al terrore»: gli Stati Uniti. Quando il World Trade Center fu colpito per la prima volta nel 1993 (sei morti, ma potevano essere già allora migliaia) il processo fu affrontato come un normale fatto di criminalità, non furono prese precauzioni sulla pubblicità degli atti e delle testimonianze. Il risultato fu che Osama Bin Laden utilizzò le informazioni raccolte per preparare il bis dell'11 settembre 2001. Sappiamo tristemente com'è andata quella storia e l'Europa sembra oggi ripercorrere gli stessi errori di un'America allora ingenua e superficiale.
    Silvio Berlusconi, qualche giorno fa, vantava l'azione di prevenzione antiterrorismo del nostro Paese. Oltre 200 arresti non sono frutto di un'improvvisa retata propagandistica, ma di indagini e riscontri per cui il sospetto si avvicina a «un chiaro e presente pericolo» per i cittadini. Stendiamo un velo pietoso sulla figuraccia rimediata da chi è arrivato addirittura a negare che le cifre fossero vere e soffermiamoci invece su un punto delicatissimo: i processi. Molti hanno avuto lo stesso esito di quello di Milano: assoluzioni per l'accusa di terrorismo e condanne invece per altri reati come la criminalità organizzata o minori. Si è sempre detto che la magistratura è un potere autonomo sganciato dalla politica, ma spesso lo è anche dalla realtà. Si è sempre detto che i giudici applicano la legge e il ragionamento non fa una grinza, ma si dimentica di dire che spesso l'interpretazione della legge è assai elastica. Non solo, si è colpevolmente omesso di dire che tutte le volte che qualcuno ha cercato di cambiare il codice in maniera efficace per fronteggiare una minaccia come quella del terrorismo, le toghe hanno alzato - come sempre - barricate corporative. Recentemente con l'approvazione del «pacchetto Pisanu» sono state apportate delle variazioni. Ma la prova dell'aula dice che non sono sufficienti. L'esempio delle Procure di Napoli e Brescia che sul medesimo caso, le stesse indagini e gli stessi sospettati, hanno preso decisioni contrastanti, ha convinto qualcuno a riaprire il tema della Procura unica nazionale sull'antiterrorismo. Si può essere favorevoli o contrari, ma se si apre una discussione vuol dire che c'è un problema serio. Attenzione, il tema non è quello riduttivo dei codici e codicilli, ma quello ben più ampio e universale della libertà e della sicurezza di una comunità civile. Il terrorismo è un nemico subdolo, che non esita a colpire indiscriminatamente le popolazioni. In Irak Al Qaida è arrivata a confezionare bambole cariche di esplosivo da regalare alle bambine.
    Uomini così feroci non possono godere di alcun privilegio processuale, ma anche i loro supporter non possono avere sconti né essere trattati come ladri di portafogli. Conosciamo già l'obiezione: l'Italia non è l'Irak, sono ipotesi lontane. Obiezione accolta. Ma neanche Londra lo era e neppure Madrid e tuttavia questa lontananza geografica e culturale non ha impedito al terrorismo di uccidere degli innocenti.
    Nonostante queste tremende esperienze, l'Europa ieri non ha trovato un accordo al suo interno e con i Paesi mediorientali. Ci si è limitati a condannare genericamente il terrorismo (e chi avrebbe avuto il coraggio di sostenere il contrario?) ma quando si è arrivati al nodo del problema, cioè cosa debba intendersi per «terrorismo» e cosa si vuole combattere, sono volati gli stracci e il prode Zapatero ha dovuto prendere atto del flop. Mentre a Barcellona la foto finale del vertice immortalava soltanto i leader dell'Ue (nessun capo di Stato mediorientale era presente), in Italia si consumava l'ennesimo caso di processo a porta girevole: le forze dell'ordine arrestano, i magistrati scarcerano. Può accadere, ma quando l'eccezione diventa la regola allora bisogna cominciare a riflettere, prima di ritrovarsi, prigionieri della cultura della resa e della retorica del dialogo, a combattere a mani nude un nemico armato e spietato.
    "


    Shalom

  3. #3
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    [QUOTE=Pieffebi]" il Giornale del 29/11/2005


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    La cultura della resa

    Mario Sechi
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    [I]L'assoluzione a Milano di tre islamici accusati di terrorismo e il fallimento del vertice euromediterraneo a Barcellona hanno lo stesso trattoetc..............

    PFB,
    penso che in italia ma anche in europa ,quando il terrorismo avrà fatto il massacro che sta cercando di realizzare,la legislazione dovrà escludere che i magistrati possano interpretare le leggi per non appllicarle.
    Se dovrà cambiarsi la Costituzione? Si farà ma bisognerà che ci sia prima qualche migliaio di morti per abbattere la resistenza ad impedire la nostra difesa da parte di vili che ci vogliono imporre la loro morale di vita corrotta.

  4. #4
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    purtroppo la nostra giustizia, come è ormai noto, funziona.......in un certo modo...........


    L'America di Bush è decisa a vincere la guerra in Iraq

    A pagina 1 del quotidiano Il Foglio del 01 dicembre 2005, la redazione firma un articolo dal titolo............

    " «Non meno della vittoria»



    Washington. George W. Bush è tornato all’offensiva sull’unico fronte della guerra al terrorismo che scricchiola davvero, quello interno, quello dei sondaggi che calano, quello delle critiche che si intensificano, quello delle defezioni a destra come a sinistra che si succedono una dietro l’altra. Lo ha fatto ieri mattina presentando, per la prima volta dall’inizio dell’intervento militare, un’ambiziosa “Strategia per la vittoria in Iraq”. Il documento – “che tutti gli americani dovrebbero leggere”, ha detto il presidente – è stato presentato con un discorso alla Us Naval Academy, ad Annapolis, in Maryland, il primo di una serie di speech che si concluderà il 15 dicembre, cioè il giorno del terzo voto democratico iracheno in un anno: le elezioni parlamentari. La strategia bushiana è stata presentata con un documento di 35 pagine firmato dal National Security Council che contiene nei dettagli gli obiettivi di breve, medio e lungo termine in Iraq e che definisce con esattezza che cosa significhi “vittoria in Iraq”.
    Il nuovo documento non è arrivato inaspettato. Il 15 novembre scorso, su iniziativa dei repubblicani, il Senato aveva votato una risoluzione con cui chiedeva alla Casa Bianca di presentare al Congresso un piano strategico per vincere e quindi porre fine alla missione in Iraq. Martedì mattina, il preavviso di questo documento si è trovato sulle pagine del Wall Street Journal, a firma di Joe Lieberman, cioè del senatore democratico del Connecticut che oggi sarebbe alla Casa Bianca al posto di Dick Cheney se Al Gore – nel 2000 – non avesse perso la Florida per un pugno di voti. Lieberman, pur appartenendo all’opposizione, è quasi più bushiano di Bush, e infatti lo stesso presidente ieri l’ha citato nel suo discorso, dicendo che ha ragione quando sostiene che “predisporre scadenze artificiali” deprime i soldati, incoraggia i terroristi, confonde gli iracheni. Lieberman ha scritto che “le nostre truppe devono rimanere” e che “l’America non può abbandonare 27 milioni di iracheni a 10 mila terroristi”. Il senatore ha motivato il consenso calante nei confronti delle operazioni in Iraq con meri motivi elettorali di politica interna: “Sono infastidito sia dai Democratici, che sono più concentrati sul modo in cui quasi tre anni fa Bush ha portato l’America in guerra, sia dai Repubblicani, che s’interrogano più se la guerra farà perdere loro le elezioni di novembre piuttosto che preoccuparsi di come continuare a far progressi in Iraq nei prossimi mesi e anni”.
    Il documento presentato ieri dal presidente americano non contiene nessun cambio di linea o di strategia, anzi, è esattamente la continuazione della dottrina Bush così come formulata prima della guerra e contiene il principio secondo cui “nessuna guerra è stata mai vinta fissando un calendario, e non lo sarà nemmeno questa”. Questo – si legge nel documento – non vuol dire che la presenza militare e civile americana in Iraq rimarrà sempre la stessa. Se le condizioni cambieranno, cambierà anche la presenza americana.

    Le vie d’accesso dei terroristi
    Nel breve termine la vittoria in Iraq vuol dire fare progressi nella battaglia contro i terroristi, avviare la storica costruzione delle istituzioni democratiche e far partire le forze di sicurezza locali: nel discorso di ieri, Bush si è concentrato su quest’ultimo punto, ricordando che “l’anno scorso di questi tempi c’era soltanto un battaglione pronto per il combattimento”, ora ce ne sono più di 120, tra i 350 e gli 800 soldati. Il presidente ha ricordato l’operazione di antiterrorismo a Tal Afar, “una storia molto diversa” da quella a Fallujah, perché “l’assalto è stato guidato dalle forze irachene” e supportato dalle forze americane. Nel medio termine, l’Iraq dovrà guidare la battaglia contro i terroristi e fornire da sola la sicurezza ai propri cittadini, grazie a un governo pienamente costituzionale e sulla retta via per consolidare il suo potenziale economico. Nel lungo termine – si legge nel documento – la vittoria vuol dire che l’Iraq dovrà essere un paese pacifico, unito, stabile, sicuro e ben integrato nella comunità internazionale e un partner a tutti gli effetti nella guerra globale al terrorismo.
    Fallire in Iraq non si può, spiegano Bush e il documento, perché non è nell’interesse né dell’America né degli iracheni né dei democratici di tutto il mondo arabo. Il fallimento vorrebbe dire rafforzare i terroristi e minacciare la sicurezza americana e dei suoi alleati, anche perché i riformatori del medio oriente non crederebbero più alle rassicurazioni di Washington di sostegno alla democrazia e ai diritti umani nella regione. Bush, citando il documento, ha definito “il nemico” come “una combinazione di revanscisti, saddamiti e di terroristi associati o ispirati da al Qaida”, molti dei quali arrivano da “Arabia Saudita, Siria, Iran, Egitto, Sudan, Yemen, Libia e altri paesi” per “combattere i progressi della libertà in Iraq”.
    Contro questo avversario – “un nemico senza coscienza” – così composito sono necessarie strategie diverse ma integrate, perché se nel breve termine costoro hanno interessi comuni, nel lungo periodo hanno obiettivi separati e incompatibili. Sicché far esplodere queste contraddizioni “è l’elemento chiave della strategia” americana. “Il nostro piano è chiaro: aiuteremo il popolo iracheno a costruire un nuovo Iraq con un governo costituzionale e rappresentativo che rispetti i diritti umani e abbia forze di sicurezza sufficienti a mantere l’ordine interno e a evitare che l’Iraq diventi un rifugio per i terroristi”. La strategia americana coinvolge le forze della coalizione, i paesi della regione, la comunità internazionale, le Nazioni Unite, e corre su tre binari separati, uno politico, uno di sicurezza, uno economico. Il documento presentato ieri si concentra prevalentemente su questi tre elementi, specificandone i dettagli d’azione, che saranno poi misurati e controllati con report settimanali e mensili su tutti gli aspetti in considerazione e con indicatori in grado di evidenziare i progressi della strategia.
    Il binario politico mira a formare un ampio sostegno nazionale per le istituzioni democratiche e a isolare il nemico da coloro che potrebbero essere interessati a partecipare al processo politico e democratico. Il binario di sicurezza si basa sul concetto di “Clear, Hold and Build” – già presentato da Condoleezza Rice a fine settembre al Senato – e consiste nel liberare a poco a poco piccole zone oggi controllate dal nemico, mantenerle libere dall’influenza dei terroristi e costruire un ambiente civile, democratico e sicuro. Il terzo binario è quello economico e riguarda l’attivazione di nuove infrastrutture e l’avvio di una riforma globale dell’economia irachena danneggiata da dittature, guerre e sanzioni. I tre binari sono integrati, perché se va avanti il processo politico e di conseguenza i terroristi avranno meno presa sulla società, le forze armate irachene potranno dedicarsi a mantenere la sicurezza e il miglioramento della situazione porterà un progresso economico e un’espansione della partecipazione politica.

    Per fare tutto ci vuole tempo
    Per fare tutto ciò, ha detto Bush, ci vuole tempo. E’ stato già fatto molto, è stato cacciato il dittatore, si è avviato il processo politico, sono state poste le basi di istituzioni libere e democratiche. Ma davanti ci sono ancora molte sfide perché “non è realistico aspettarsi una democrazia pienamente funzionante, capace di sconfiggere i suoi nemici e di riconciliare pacificamente risentimenti generazionali, a meno di tre anni dalla rimozione di Saddam dal potere”.
    “Ci aspettiamo, ma non possiamo garantirlo – si legge nel documento – che la nostra presenza muterà durante il prossimo anno, mentre avanza il processo politico e le forze di sicurezza irachene crescono e guadagnano esperienza”. D’altro canto “il numero delle truppe della coalizione, per esempio, potrebbe aumentare se necessario a sconfiggere il nemico o a fornire ulteriore sicurezza in momenti chiave come un referendum o le elezioni. Ma alla fine il numero delle truppe diminuirà, mentre gli iracheni si prenderanno carico della sicurezza e delle proprie responsabilità civili”. Il documento assicura però che “se la nostra presenza potrebbe diventare meno visibile, rimarrebbe letale, decisiva e capace di affrontare il nemico ovunque si organizzasse. La nostra missione in Iraq è vincere la guerra. Le nostre truppe torneranno a casa quando questa missione sarà completata”.
    "


    Shalom

 

 

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