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    Thumbs up Il Presidente Saddam Hussein non si piega!

    Fra bombe e interruzioni, proclami e ricatti, dimenticanze e differite televisive il processo contro Saadam Hussein è ripreso ieri a Baghdad sul solito canovaccio, rivelando però anche qualche elemento nuovo. Il «raiss» è sempre aggressivo e segnala addirittura alla guerriglia il luogo in cui viene giudicato, i giudici si mostrano approssimativi al punto di non avere contezza di memoriali presentati un mese e mezzo fa, però forse le vere novità consistono nel fatto che prima ancora di essersi iniziato il processo a Saddam comincia a scomparire dai palinsesti dei grandi «network» mentre più forti si fanno le critiche alla sua legittimità.

    Ieri a trasmetterlo con una differita di circa mezz’ora sono state solo le televisioni arabe ma nello stesso tempo tre ex ministri della giustizia di Stati Uniti, Qatar e Kuwait sono stati ammessi nel collegio di difesa e tutti dicono di condividere le perplessità sul’equilibrio dei giudici iracheni, premendo per un giudizio che si svolga all’estero. Saddam arriva per ultimo nell’aula, quando gli altri sette imputati sono seduti da tempo nel recinto centrale e il presidente Iizad al Amin sta chiamando il suo nome già da dieci minuti. L’entrata è un colpo di teatro: vestito di grigio, con il solito Corano sotto il braccio, l’ex dittatore saluta i coimputati col rituale «salam alejkum» e un attimo dopo si lancia contro il presidente.«Ho dovuto salire quattro piani con le manette ai polsi e i ferri ai piedi!», tuona.

    Pare che l’ascensore del luogo in cui il processo si svolge non funzionasse ma su questo punto il «raiss» ha informazioni più precise da fornire, il presidente dice che chiederà lumi alla polizia e Saddam risponde iroso: «Tu non devi dirglielo, tu devi ordinarglielo, cose come questa non possono accadere nell’edificio dell’industrializzazione militare…tu sei un iracheno e loro sono gli occupanti». Il dittatore dà del «tu» al presidente come parlando con un sottoposto e nello stesso tempo fa sapere all’esterno il luogo esatto in cui il processo si svolge. L’informazione non dev’essere di importanza capitale, all’interno della «green zone» la sicurezza dev’essere ritenuta adeguata se dopo mezz’ora la sequenza viene ritrasmessa con una breve interruzione audio che cancella altre frasi di Saddam ma lascia quest’ultima ben chiara.

    Poco prima un’ennesima granata è esplosa all’interno del grande fortino ma il governo provvisorio deve sentirsi forte abbastanza da sfidare la guerriglia anche circa l’obiettivo preciso di attacchi futuri. Dopo il colpo di teatro l’udienza si dipana fra adempimenti di prucedura. Ramsey Clark, ex ministro della giustizia statunitense e forte critico della legittimità del processo è arrivato a Baghdad e chiede di essere ammesso nel collegio di difesa assieme con i collegi del Quatar, Nuewjmi e del Kuwait, Azawi. Saddam chiede che fine abbiano fatto i due documenti presentati alla corte quaranta giorni fa, un’altra memoria del fratellastro Barzan Al Tikriti risulta smarrita, l’uomo poi dichiara di avere un cancro di avere bisogno di assistenza medica. Imbarazzato, il presidente risponde che si provvederà.

    Il capo del collegio di difesa, Khalil Al Dulajmi, accetta i nuovi avvocati, la corte li associa, dopo la proiezione di un «videotape» il dibattimento viene rinviato al 5 di dicembre. Qui si parla sempre e ancora del primo massacro imputato a Saddam Hussein, quello di 148 abitanti del villaggio sciita di Dujail da cui nel lontano 1982 era partito un «commando» che aveva cercato di farlo fuori, lui si vendicò sterminandone gli abitanti e facendo radere al suolo i loro frutteti. La deposizione registrata è quella di Wahas al Sheik, già capo delle investigazioni nei servizi segreti. L’uomo oggi è morto, fa impressione sentirlo parlare di cittadini inermi trascinati nel carcere di Abu Ghrejb e di Saddam che ordinava ai suoi «interrogateli tutti». Al termine, il presidente commemora con una preghiera i due avvocati della difesa fatti fuori a Baghdad dopo la prima udienza. Nei prossimi giorni sfileranno cinquanta testimoni segreti, tutti rigorosamente incappucciati, la difesa annuncia opposizioni ma le dichiarazioni del ministro giustizia Abdul Shandal non lasciano spazio a troppe eccezioni, lui annuncia già che il giudizio non durerà più di cinque udienze. Peraltro ancora ieri a Tikrit c’erano sunniti iracheni scesi in piazza per inneggiare al vecchio dittatore e a Dujal sciiti che manifestavano chiedendone la testa, pare che la guerriglia abbia diffuso volantini con minacce di morte ai testimoni e comunque vada il fragile potere iracheno non può sostenere a lungo il peso di un processo a Saddam Hussein.

    lastampa.it
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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  2. #2
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    Pare che l’ascensore del luogo in cui il processo si svolge non funzionasse ma su questo punto il «raiss» ha informazioni più precise da fornire, il presidente dice che chiederà lumi alla polizia e Saddam risponde iroso: «Tu non devi dirglielo, tu devi ordinarglielo, cose come questa non possono accadere nell’edificio dell’industrializzazione militare…tu sei un iracheno e loro sono gli occupanti». Il dittatore dà del «tu» al presidente come parlando con un sottoposto
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #3
    Totila
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    Secondo me, come è successo con Slobo, il processo non lo vedremo più in televisione...

  4. #4
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    lo penso anch'io....
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    Der Wehrwolf

 

 

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