Laicità è libertàStefano Jesurum
Corriere della Sera Magazine n.39 – 29 settembre 2005
Ci voleva proprio Buli perché in Israele si scatenasse una querelle come non se ne vedevano da anni. Non di politica si tratta - che da quelle parti le polemiche ideologiche sono all'ordine del giorno -, ma di qualcosa di ben più dirompente. Abraham B. Yehoshua ha infatti messo il dito su una questione profonda, forse la più profonda: l'ambigua identità, nazionale e religiosa, degli ebrei; ambiguità derivata da un'identità «flessibile, fluida e dai contorni imprecisi» che sarebbe alla radice di ogni antisemitismo antico, vecchio e nuovo in quanto alimenta fantasmi, pregiudizi e demoni, e rende «gli altri» pazzi odio.
Ed ecco, intanto, svelato un piccolo segreto di pulcinella: quella B (Bet in ebraico) sta, appunto, per Buli, il soprannome con cui molti chiamano affettuosamente lo scrittore (lui sì tra i veri grandi degli ultimi decenni), autore di osannati romanzi tradotti in mezzo mondo come L'amante, II signor Mani, Un divorzio tardivo, Viaggio alla fine del Millennio, La sposa liberata. II responsabile delle risorse umane...
Yehoshua scaglia la pietra con un pamphlet che Einaudi pubblica nel 2004 sotto il titolo di Antisemitismo e sionismo e che da noi passa pressoché sotto silenzio, prova questa — se mai ce ne fosse bisogno - di quanto poco capiamo di quella realtà culturale complessa e lacerata e lacerante. Quando però, mesi fa, una lunga sintesi delle idee contenute in Antisemitismo e sionismo esce sulla rivista Alpaim (che in ebraico significa Duemila] si scatena il finimondo: sulle medesime pagine, ben tredici fra i maggiori studiosi e pensatori israeliani plaudono all'audacia intellettuale di Buli, e insieme lo stroncano. Il filosofo Zeev Sternhell dice, per esempio, che sono concezioni assai simili agli archetipi dell'antisemitismo classico. Lo storico Robert Wistrich sottolinea tuttavia che «ha avuto il coraggio di avventurarsi sulle sabbie mobili, dove perfino gli angeli hanno paura di camminare».
Ed è per continuare a sfidare gli angeli che ci diamo appuntamento nel giardino dell'hotel Dan di Haifa - città dove lo scrittore vive e insegna Letteratura comparata all'università — per parlare di laicità in un mondo in cui ciò che chiamano religione sembra farla sempre più da padrone. Il vento caldo del deserto scompiglia i capelli candidi di questo settantenne in giacca blu, pantaloni grigi e camicia azzurro scuro con finissimo righe bianche che disegnano minuscoli quadratini. Anche le sue mani disegnano infiniti ghirigori nell'aria, muovendosi senza tregua, ora nervose ora pacate, mai ferme.
Lei è laico? «Assolutamente sì, nel senso profondo della parola. Non c'entra niente con l'ebraismo, lo sarei anche se fossi nato italiano». Già, perché per lui l'ebraismo è «nazionalità». (Ha scritto in Antisemitismo e sionismo: «Se nazionalità, allora che sia tale, senza alcuna condizione di credo religioso»). Che cosa vuoi dire essere un israeliano laico? «C'è differenza tra identità e cittadinanza. Avere un'identità israeliana è, secondo me, l'essere giudei allo stato puro. Il termine israeliano, qui, è il termine più antico, più — come dire? — primordiale dell'essere giudeo. Poi giudeo ha assunto un significato dispregiativo, e così voi avete inventato la parola ebreo».
Ma lo Stato di Israele dovrebbe essere più laico? «Questo è un Paese governato dal popolo. Israele è uno Stato governato dal popolo, non dai rabbanìm, i rabbini. È il popolo che decide se di shabbàt, di sabato, si lavora o no...». Sta anche qui l'ambiguità? Nel miscuglio di identità nazionale e religiosa? «Essere ebrei è una questione etnica, di popolo. Non è ebreo chi segue la Torà e i suoi precetti. Voi sbagliate quando dite che un tale è cristiano, o musulmano, o ebreo. Dovreste invece dire che quel tale è cristiano, o musulmano, o ebreo osservante».
Colpisce vedere quanto Yehoshua si infervori mentre parla, e quasi rimanga senza fiato alla fine delle frasi... Chiedo: nel mondo, la laicità è dunque un valore fondamentale? «Guarda che laicità è libertà. Un tempo in Israele non si diceva ebreo laico, si diceva ebreo libero, e ciò vale per tutti gli altri popoli. L'importante è essere uomini liberi. Liberi di pensiero». E il nostro mondo che finge di fare le guerre in nome della religione? «Che domanda è?», risponde con quella schiettezza che può risultare offensiva ma non lo è. «Molti regimi laici - il nazismo, il fascismo, il comunismo - hanno compiuto crimini orrendi. Pure in questo caso, lo ripeto, l'importante è essere liberi, non laici. Ci sono religiosi che sono uomini liberi e laici che non lo sono affatto».
Lei sa che il multiculturalismo e la multietnicità creano, per esempio in Europa, problemi drammatici. Nella Francia super-laica che il 9 dicembre prossimo si appresta a celebrare i cento anni delle grandi leggi repubblicane che separano le Chiese dallo Stato c'è un accesissimo dibattito sulla norma che vieta di portare nelle scuole il velo, la kippà e il crocefisso «ostentato» ... «Il multiculturalismo e la multietnicità vanno bene a patto che non creino o si riducano a énclaves, nicchie chiuse, insomma se permettono il dialogo. La legge francese è giusta. È giusto vietare i simboli religiosi nelle aule scolastiche, per strada certamente no. A scuola, io tornerei addirittura alle vecchie divise, perché gli alunni debbono essere uguali fra loro, senza distinzioni di ceto, di etnia o di fede. Il discorso riguardo al velo, poi, è un poco a sé, e ha a che fare con la volontà dell'integralismo islamico di ghettizzare la donna, di simboleggiare la sua inferiorità di fronte al maschio. In Israele è diverso, qui ci sono scuole musulmane, cristiane, ebraiche, e anche nelle scuole miste o nelle università è possibile entrare con i propri simboli. Perché c'è un riconoscimento delle minoranze etniche — gli arabi da noi sono una minoranza etnica —, cosa che non c'è in Francia dove invece vengono riconosciute solamente come comunità, quella islamica, quella ebraica, quelle cristiane».
In Francia c'è anche molto antisemitismo... Yehoshua mi interrompe, vuole essere sicuro che il suo pensiero sull'antisemitismo sia più che chiaro. «Negli ultimi anni sono iniziati attacchi a Israele che usano una violenta e precisa terminologia antisemita. L'antisemitismo è qualcosa di antico, nasce ben prima del Cristianesimo e dell'antigiudaismo cristiano... E oggi — oggi! capisce? oggi! - c'è chi come il cantante Mikis Teodorakis sostiene apertamente che gli ebrei sono all'origine di tutti i mali del mondo...».
Mi permetto di saltare un po' da un argomento all'altro, posso? «Certamente», sorride, «siamo o non siamo uomini liberi?». Israele riuscirà a riscrivere e ricostruire la propria storia ali'indietro in una dimensione laica, non etica? «Faremo come gli altri, come l'Italia...». Però il sionismo ha sempre parlato di «politica etica»... «Nel sionismo c'erano e ci sono ideologie differenti, dai socialisti ai fascisti, dai religiosi ai non religiosi. L'unico aspetto morale davvero fondante è che il popolo ebraico ha deciso di essere responsabile per tutte le proprie identità. Esercizio difficile, eppure in buona parte riuscito».
Ariel Sharon è l'ultimo dei vecchi, l'ultimo dei «fondatori», come sarà la nuova leadership? E che fiducia le da? «Non è questione di classe dirigente bensì di via, di strada, di percorso. Bibi Netanyahu ha uindici anni meno di Sharon e la sua strada è sbagliata. Sharon ha compiuto nella vita moltissimi e gravissimi errori che hanno portato immense tragedie; ora, da vecchio, ha cambiato percorso, ma il bilancio è ancora negativo. Certo, la responsabilità non è unicamente sua, è il popolo che ha deciso».
Ottimista o pessimista? «Il mondo ha i mezzi per neutralizzare i grandi conflitti. Nonostante il terrorismo, nonostante quella immane mostruosa tragedia di sangue che è il terrorismo suicida, non puoi fare un confronto con i settanta e rotti milioni di morti delle due guerre del secolo scorso. La tecnologia offre immense possibilità: con i soldi usati per la guerra in Iraq si sarebbe potuto desalinizzare l'acqua, vincere il deserto e salvare l'Africa dalla fame». In questa regione della Terra chi sono i nemici di Israele? «Esiste il conflitto palestinese e c'è il mondo musulmano che ci circonda. La questione palestinese può essere risolta. il rapporto con i Paesi musulmani dipende in buona parte dalla non-soluzione del conflitto israelo-palestinese. Quando i palestinesi avranno lo Stato che si meritano, parecchi problemi si ridurranno. Guarda cosa sta già succedendo dopo il ritiro da Gaza...». E gli Stati arabi, ovviamente non quelli che hanno buoni rapporti con Gerusalemme? «La questione araba e musulmana è vissuta assai diversamente da voi in Europa o in America che da noi. Per voi è una questione di flussi migratori, oggi ci sono domani chissà. Con gli arabi noi siamo vicini di casa, ci sarà sempre un rapporto fra noi, un rapporto che deve — e sottolineo deve — essere fatto di confini, di frontiere precise. Ognuno a casa sua. Noi a casa nostra, loro a casa loro. Una vicinanza fatta — proprio come nelle case — di porte che si aprono per lasciar passare, e poi si richiudono quando è necessario. Perciò dobbiamo assolutamente trovare un modus vivendi, lo dico sempre anche ai miei bambini...». Quali bambini? «Ho tre bambini e qualche nipote...». Intende dire tre figli... «Sì, tre bambini, il più grande vive a Tei Aviv e ha quarant'anni».
Vi sottopongo un articolo di qualche tempo fa, ma molto interessante. Leggetelo con attenzione, ci sono tanti spunti di riflessione. Buona lettura…




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