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  1. #1
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    Predefinito virtù private pubblici vizi

    Vi sottopongo alcune riflessioni non politiche, ma non biasimatemi per questo, chè la politica è comunque presente, se pur si tratta di una presenza puramente negativa.

    E' riconosciuto universalmente che per l'essere umano costituiscono virtù la moderazione, l'ospitalità e la tolleranza; non sono così suonato da proporre di allargare tali virtù alla sfera del pubblico, cioè della compagine statale, la quale assume le proprie determinazioni muovendo da ben altri principi.
    Dunque vi è da un lato l'agire individuale, normalmente ispirato alle virtù sopra dette, e ad altre che hanno uguale riconoscimento, e vi è dall'altro lato l'agire politico, che è pubblico in quanto cura interessi pubblici.
    Svolta questa premessa, necessaria per capire il seguito, vengo a tematizzare l'oggetto delle mie divagazioni: il tema in discorso è l'immigrazione.

    Poichè lo Stato non conosce tout court la virtù individuale dell'ospitalità, ma ha per metro di virtù quello che più giova alla comunità che regge, va da sè che ogni freno posto dallo Stato ai flussi migratori che prendano di mira il suo territorio è legittimo e non vizioso finchè è utile per salvaguardare la pace e l'integrità, nonchè l'identità del gruppo sociale ed etnico di cui si trova a reggere le sorti. Specifico: anche l'identità è un bene oggettivo per una istituzione che non a caso si definisce con la parola stato e non, mettiamo, "divenire".
    Ora, di fronte a uno Stato lassista o almeno poco efficace che non appare in grado di realizzare quel vantaggio oggettivo della comunità, qual è l'atteggiamento che i singoli individui, memori del proprio ordine di virtù, possono e devono tenere?
    Qui occorre distinguere: anche gli individui, anzi solo gli individui agiscono politicamente, ma non sempre e non in ogni circostanza. La condizione perchè lo possano fare è a mio avviso che questi stessi individui assumano responsabilità di governo.
    Resta allora una grande area, quantitativa e qualitativa, di azioni umane che non sono politiche e che seguono i normali criteri e metri delle relazioni private. Persino nella grande utopia platonica, che saldava il politico alla metafisica, sempre limitata era la compagine di coloro -i guardiani- che, messi da parte tutti i desideri e le ambizioni che potevano nutrire in quanto individui, si sarebbero dovuti occupare esclusivamente del bene pubblico, dove il "bene" viene inteso addirittura in senso metafisico e può benissimo corrispondere al male dell'altro, dell'escluso (in Platone del resto la stessa nozione di inter-statualità è limitata all'Ellade).
    Dicevo di quest'area di azione privata, che non può ambiguamente supplire al potere pubblico, ma non per questo è priva di una sua norma propria, con il che torniamo all'esemplificazione iniziale delle virtù private, di cui finalmente ho messo in luce l'ambito di validità.
    Se lo Stato italiano, come in effetti accade, non pone limiti sicuri all'ingresso di allogeni nel suo territorio, e nessuna azione politica si rende (in un dato momento) praticabile per rimuovere un simile stato di cose, io mi trovo in una situazione di svantaggio, ma non per questo sono sciolto dai miei doveri (religiosi, etici, simbolici), chè se anzi li trascurassi senz'altro per far fronte allo svantaggio in cui lo Stato mi ha relegato, aggiungerei male a male.
    Ho pensato di dover adottare ricetta speciale con l'immigrato, fatta di indifferenza, sdegno, esclusione tacita, ma mi sono presto reso conto, prima ancora di passare alla pratica, del'inanità e della ributtante rozzezza di un simile modo. Avrei così scimiottato quello che non a me in un contesto privato, ma ad altri o a me in un contesto pubblico, spettava. Piuttosto avrei fatto danno a me stesso, perchè così agendo, cioè ignorando le virtù più elementari, avrai contribuito a mettere la pietra tombale sulle glorie della civiltà dalla quale provengo. La moderazione, il rispetto del ruolo proprio e della norma propria, la concentrazione dell'auctoritas ad assumere decisioni politiche, anzichè una sua diffusione casuale; tutti questi sono principi della civiltà Romana, che assai presto, proprio per la sua "prudenza" di fondo, separò le cose pubbliche da quelle private (almeno secondo la ricostruzione che io accolgo, che cioè l'origine del potere regale sia indipendente dallo sviluppo del ruolo del paterfamilias).
    Figuriamoci se per curare una malattia non mortale, come l'immigrazione, dobbiamo noi stessi trasalire assumendo l'abito barbarico che -un pò arbitrariamente- attribuiamo all'immigrato, il nemico pubblico.


    Vedrete, dopo tutto questo scrivere, la ragione per cui, anche in materia di immigrazione, deploro l'atteggiamento del leghista, che, non dimentichiamolo, è soprattutto un privato e un produttore, che molto amerebbe poter risolvere gli impicci da solo.
    Costui potrà mostrarsi forse infallibile vendicatore dell'immigrazione clandestina (ma allo stato non è esattamente così), eppure a che gli varrebbe tanto zelo se è già tarato in partenza?

  2. #2
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    Predefinito Re: virtù private pubblici vizi

    In origine postato da Senatore

    Figuriamoci se per curare una malattia non mortale, come l'immigrazione, dobbiamo noi stessi trasalire
    permettimi di correggere, caro Senatore. L'immigrazione è una malattia mortale -o meglio il sintoma macroscopico di una malattia mortale, il nichilismo-, ed è mortale perchè porta alla morte della nostra stirpe ed al collasso della nostra civiltà.

    Capisco il tuo stato d'animo di fronte al dilemma morale tra l'esclusione bieca ed aggressiva, e l'esercizio di quella benigna tolleranza che è uno dei tratti specifici della nostra civiltà.
    Ma il rimedio che proponi è inaccettabile. Perchè in tempi di emergenza, di guerra, essere benigno e tollerante col nemico è non solo stolto, ma colpevole.

    Suggerirei invece mantenere una certa postura dignitosa, un equilibrio che possa mantenere alto lo spirito e salvo l'onore della stirpe. Ma aver sempre chiarissima la linea invalicabile che separa noi da loro, la nostra stirpe autoctona dalle stirpi alloctone. E comportarsi di conseguenza. Mai rivogere la parola all'invasore, mai favorirlo in nessun modo, creargli una cortina di ghiaccio attorno....

    Prima o poi le condizioni per la sua erradicazione verranno. E se avremo saputo mantenerlo a distanza, il compito arduo che ci aspetta sarà reso molto più facile...

  3. #3
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    Predefinito

    Caro Felix,
    sul principio del non rivolgere propria sponte la parola agli stranieri mi trovi d'accordo. D'altronde io parlavo non solo di ospitalità - che, già essa, è ben altra cosa rispetto all'espansività e all'apertura aprioristica- ma anche di moderazione, cioè senso di misura e di equilibrio fra gli estremi (la sophrosine dei filosofi greci) e la prima forma di moderazione che oggi si impone è diretta contro l'irrazionale clima di attrazione e pathos per il diverso, per il nuovo. Per tolleranza poi intendo un atteggiamento ben diverso da quello di chi aderisce, o non aderisce, ugualmente a tutte le opinioni e le forme della realtà. Tolleranza per me significa non pretendere troppo dagli altri, e certo pretendere meno di quanto si chieda a noi stessi.

    Comunque, vorrei richiamare l'attenzione su quali siano gli argomenti buoni e quelli meno buoni contro l'immigrazione per poi farne discendere gli atteggiamenti che è opportuno e conseguente tenere -sul piano individuale, ribadisco, perchè l'agire politico si legittima in misura molto più ampia e il "governante" è un essere molto più libero del "suddito" posto che, peraltro, agisce per il bene comune e non per il proprio.
    Argomento buono contro l'immigrazione è l'opportunità di tenere separato ciò che la natura ha distinto.
    Allo stesso modo è giusto conservare i frutti delle culture e delle civiltà umane, anche se non corrispondono a partizioni naturali.
    In terzo luogo è di per sè un obiettivo centrale opporsi alla cultura dell'umanesimo integrale e del cosmopolitismo, che sono opinioni false.
    Infine è l'amore per la libertà e l'indipendenza.
    Non è, evidentemente, un argomento buono l'odio razziale, che fonda, se mai, l'espansionismo e non la salvaguardia e la difesa, come non lo sono l'interesse egoistico e il disprezzo delle altre culture.
    Gli argomenti "buoni" si compendiano in quella che Freda chiama la sopravvivenza della Forma, etica e "genetica" (la virgolette non le ho aggiunte io, ma le ritrovo nei documenti del fronte Nazionale). Per inciso, il riferimento biologico alla forma "genetica" non deve stupire, perchè Freda fa riferimento ad un Autore , quale Goerres, che poneva al centro della sua speculazione la Natura.
    Ora, il precetto di conservare una Forma presuppone non solo che una Forma esista, ma anche che essa sia intesa in modo virtuoso, come il prodotto di una Natura benigna, che tende al "cosmo" e non al "caos".

    C'è una contraddizione, o almeno una tensione, fortissima tra questa idea ordinata e armonica di Forma e di contro, il precetto di una lotta senza quertiere per conservarla.
    A mio modo di vedere nel Fronte Nazionale di Freda il problema era risolto in questo modo: affidando a una aristocrazia il ruolo di avanguardia in questa lotta, un pò come nelle saghe medioevali la bella Dama è difesa non da un villano qualunque, ma dal più nobile dei cavalieri.
    E', questa, una soluzione del tutto illusoria, perchè non tiene conto della dimensione quotidiana e diffusa della minaccia, o la prova, cui la nostra comunità è sottoposta dall'immigrazione.
    In altri termini non sono solo i sodali di questa ipotetica (ipotetica, quanto mai, oggi, che il Fronte non esiste più)avanguardia a trovarsi dinnanzi frotte di immigrati, ma qualsiasi individuo è investito in uguale misura dal fenomeno.
    Allora il problema si pone di nuovo: chi è capace di salvaguardare la nostra Forma? L'individuo singolo, in quanto agisce in un ambito limitato, non esprime e non concepisce affatto quella Forma, ma ne è solo un insignificante frammento, del tutto incosciente. Come può infatti il privato (lett.il singolo ad esclusione degli altri) serbare tale Forma, etica e "genetica"? non è piuttosto, il privato, tenuto a rispettare il ruolo funzionale che gli spetta ed onorare passivamente la civiltà che lo ha formato?
    Si potrebbe continuare ad libitum con questo tipo di interrogativi: in quale misura il soggetto, fuori forma, che spruzza deodorante sui sedili dei treni, salvaguarda la nostra Forma?
    Non sono questioni secondarie.

  4. #4
    Paul Atreides
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    Predefinito

    Caro Senatore, l'argomento è davvero interessante e soprattutto essenziale.

    Io partirei dal dire che ben difficilmente si possa parlare, in relazione alle posizioni della dx radicale, di ''odio razziale'' o di ''disprezzo per le altre culture''. Questo sia perché il differenzialismo esclude a priori eventualità del genere, sia perché la nostra cultura [''nostra'', ovvero della cosiddetta ''dx radicale''] è sempre stata attentissima alle culture altrui, pur contestualmente ad una valorizzazione delle nostre radici indoeuropee. Basti pensare all'attenzione verso la cultura pellerossa, o verso la civiltà giapponese o verso quella hindu ecc. E poi, chi ha letto Evola sa bene come lo sguardo di quest'ultimo si sia posato sulla Bhagavad-gita, sui Tantra, sul Taoismo, sul Buddhismo delle origini, sullo Zen.

    Sul problema della Forma, io credo che gran parte delle tue osservazioni siano fondate. Aggiungo soltanto che scopo del Fronte Nazionale era innanzitutto quello di suscitare la CONSAPEVOLEZZA dell'appartenenza ad una Forma. In modo che anche il singolo ''io'' avvertisse questo suo far parte di una Forma. Ovviamente, tale consapevolezza non può essere presente in tutti allo stesso modo, pena una ricaduta nel pù bieco egualitarismo, ma si dispone lungo una scala che va dal meno al più. Tale consapevolezza, poi, dovrebbe tradursi in atteggiamenti di distacco, e non di volgare aggressività. Ma il distacco dev'essere intransigente, permeato dal pathos della distanza. E non deve disdegnare l'azione di fronte ad eventuali atteggiamenti arroganti/protervi.

    Per finire: quando lo Stato è solo un ''esser-stato'', ovvero un che di ''passato'', la misura del comportamento è dettata dal sodalizio, ossia da coloro che, riconoscendosi nella stessa Forma, sono norma a se stessi. E' la grande lezione della libertà personale intrecciata alla norma ''corale'' e sovraordinata.

    Saluti

  5. #5
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    Predefinito

    Caro Paul,
    visto che il mio intervento non era animato da nessuno spirito di polemica, non volevo certo lasciare intendere che la Destra Radicale avrebbe assunto atteggiamenti di odio o disprezzo verso le altre culture. In realtà volevo solo indicare dei casi limite (sempre possibili) da cui prendere le distanze, in modo spassionato, per una impostazione seria e credibile del problema. Dopodichè, è ovvio ci sarà sempre il solone di turno ad insegnarci che in realtà Evola disprezzava intimamente l'altro e che nascondeva tale atteggiamento dietro più o meno sofisticati artifici filosofici diffrenzialisti o tradizionalisti, ma non è con questo tipo di critica -dovrei dire con questa variante di nullità intellettuale- che voglio confrontarmi.

    Per il resto, la distinzione che faccio tra l'agire politico (pubblico) e l'agire privato, non è tanto collegata a una concezione ideologica per cui le due sfere sono e devono restare rigorosamente separate. Piuttosto sono le idee individualistiche che di fatto imperversano a rendermi sospetto di fronte alle risposte spontanee e individuali ai problemi pubblici, risposte che rischiano di distruggere più di quanto non curino. Insomma io credo che il rapporto del singolo con la Forma etnica e razziale non possa by-passare la mediazione del politico, come ambito ben distinto dal privato; ciò per una considarazione non già astratta e assoluta, ma concretamente legata ad una società atomizzata e sfaldata come quella "borghese".
    Saluti

  6. #6
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    M'inchino a questa discussione del Senatore, che condivido fino all'ultima delle virgole.
    Lo stesso problema se lo pose il vecchio capoccione quando in un momento di grandissimo pathos, ammantato di "latina auctoritas" ebbe a riprendere tre nostre ufficiali intenti a giocare a carte con degli indigeni etiopi: "umanità si, promiscuità no".

  7. #7
    Paul Atreides
    Ospite

    Predefinito

    Caro Senatore, mi pare evidente che il tuo messaggio non avesse scopi polemici. Diciamo che la mia aggiunta era semplicemente esplicativa.

    Concordo sulla necessità di non lasciare all'arbitrio individuale il comportamento da tenere. Concordo altresì, in linea di principio, sulla necessaria mediazione del politico. Ma quando il politico non dà indicazioni positive, credo che l'unica possibile risposta sia quella di rifarsi alle norme condivise da chi si riconosce nella Forma etnica.

    Saluti

  8. #8
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    Interessante discussione che da buon archeologo riporto alla vostra attenzione

 

 

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