Vi sottopongo alcune riflessioni non politiche, ma non biasimatemi per questo, chè la politica è comunque presente, se pur si tratta di una presenza puramente negativa.
E' riconosciuto universalmente che per l'essere umano costituiscono virtù la moderazione, l'ospitalità e la tolleranza; non sono così suonato da proporre di allargare tali virtù alla sfera del pubblico, cioè della compagine statale, la quale assume le proprie determinazioni muovendo da ben altri principi.
Dunque vi è da un lato l'agire individuale, normalmente ispirato alle virtù sopra dette, e ad altre che hanno uguale riconoscimento, e vi è dall'altro lato l'agire politico, che è pubblico in quanto cura interessi pubblici.
Svolta questa premessa, necessaria per capire il seguito, vengo a tematizzare l'oggetto delle mie divagazioni: il tema in discorso è l'immigrazione.
Poichè lo Stato non conosce tout court la virtù individuale dell'ospitalità, ma ha per metro di virtù quello che più giova alla comunità che regge, va da sè che ogni freno posto dallo Stato ai flussi migratori che prendano di mira il suo territorio è legittimo e non vizioso finchè è utile per salvaguardare la pace e l'integrità, nonchè l'identità del gruppo sociale ed etnico di cui si trova a reggere le sorti. Specifico: anche l'identità è un bene oggettivo per una istituzione che non a caso si definisce con la parola stato e non, mettiamo, "divenire".
Ora, di fronte a uno Stato lassista o almeno poco efficace che non appare in grado di realizzare quel vantaggio oggettivo della comunità, qual è l'atteggiamento che i singoli individui, memori del proprio ordine di virtù, possono e devono tenere?
Qui occorre distinguere: anche gli individui, anzi solo gli individui agiscono politicamente, ma non sempre e non in ogni circostanza. La condizione perchè lo possano fare è a mio avviso che questi stessi individui assumano responsabilità di governo.
Resta allora una grande area, quantitativa e qualitativa, di azioni umane che non sono politiche e che seguono i normali criteri e metri delle relazioni private. Persino nella grande utopia platonica, che saldava il politico alla metafisica, sempre limitata era la compagine di coloro -i guardiani- che, messi da parte tutti i desideri e le ambizioni che potevano nutrire in quanto individui, si sarebbero dovuti occupare esclusivamente del bene pubblico, dove il "bene" viene inteso addirittura in senso metafisico e può benissimo corrispondere al male dell'altro, dell'escluso (in Platone del resto la stessa nozione di inter-statualità è limitata all'Ellade).
Dicevo di quest'area di azione privata, che non può ambiguamente supplire al potere pubblico, ma non per questo è priva di una sua norma propria, con il che torniamo all'esemplificazione iniziale delle virtù private, di cui finalmente ho messo in luce l'ambito di validità.
Se lo Stato italiano, come in effetti accade, non pone limiti sicuri all'ingresso di allogeni nel suo territorio, e nessuna azione politica si rende (in un dato momento) praticabile per rimuovere un simile stato di cose, io mi trovo in una situazione di svantaggio, ma non per questo sono sciolto dai miei doveri (religiosi, etici, simbolici), chè se anzi li trascurassi senz'altro per far fronte allo svantaggio in cui lo Stato mi ha relegato, aggiungerei male a male.
Ho pensato di dover adottare ricetta speciale con l'immigrato, fatta di indifferenza, sdegno, esclusione tacita, ma mi sono presto reso conto, prima ancora di passare alla pratica, del'inanità e della ributtante rozzezza di un simile modo. Avrei così scimiottato quello che non a me in un contesto privato, ma ad altri o a me in un contesto pubblico, spettava. Piuttosto avrei fatto danno a me stesso, perchè così agendo, cioè ignorando le virtù più elementari, avrai contribuito a mettere la pietra tombale sulle glorie della civiltà dalla quale provengo. La moderazione, il rispetto del ruolo proprio e della norma propria, la concentrazione dell'auctoritas ad assumere decisioni politiche, anzichè una sua diffusione casuale; tutti questi sono principi della civiltà Romana, che assai presto, proprio per la sua "prudenza" di fondo, separò le cose pubbliche da quelle private (almeno secondo la ricostruzione che io accolgo, che cioè l'origine del potere regale sia indipendente dallo sviluppo del ruolo del paterfamilias).
Figuriamoci se per curare una malattia non mortale, come l'immigrazione, dobbiamo noi stessi trasalire assumendo l'abito barbarico che -un pò arbitrariamente- attribuiamo all'immigrato, il nemico pubblico.
Vedrete, dopo tutto questo scrivere, la ragione per cui, anche in materia di immigrazione, deploro l'atteggiamento del leghista, che, non dimentichiamolo, è soprattutto un privato e un produttore, che molto amerebbe poter risolvere gli impicci da solo.
Costui potrà mostrarsi forse infallibile vendicatore dell'immigrazione clandestina (ma allo stato non è esattamente così), eppure a che gli varrebbe tanto zelo se è già tarato in partenza?




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