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  1. #1
    Totila
    Ospite

    Predefinito Cosa ne pensate della "decrescita sostenibile"

    Posto un' intervista di Serge Latouche, l'economista francese ideatore della teoria della decrescita.



    RASSEGNA STAMPA
    12 FEBBRAIO 2000
    VINCENZO R. SPAGNOLO
    Sviluppo sostenibile? Un inganno
    Parla l'economista Serge Latouche, secondo cui il mito del progresso ci porterà al collasso ambientale
    "Il concetto stesso di "sopportabilità" è una pura mistificazione, visto che questo sistema di mercato ha sempre imposto di sfruttare le risorse naturali e umane per trarne il massimo profitto: neanche la morale e la cultura servono da freno" "Il boicottaggio ha prospettive limitate: bisogna progettare un modello alternativo. Prendiamo esempio dall'Africa, che non è sinonimo del nulla"

    "Lo sviluppo sostenibile? Una chimera. Siamo tutti a bordo di quella che lo studioso Bernard Hours ha chiamato "un'ambulanza mondiale", con le Ong e i vari movimenti umanitari in veste di soccorritori al capezzale dei Paesi poveri. E tutti insieme, infermieri e pazienti, corriamo dritti verso il precipizio, ossia la totale consumazione delle risorse naturali.
    Ci salveremo solo se sapremo scendere in tempo, abbandonando per sempre la macchina dello sviluppo". L'economista Serge Latouche è sempre stato considerato un intellettuale "scomodo", fuori dai ranghi, e anche in questo inizio di secolo non rinuncia a fare da lucida Cassandra dei mali del pianeta. Docente di storia del pensiero economico all'università di Paris XI, con una serie di pamphlet documentati con severo rigore scientifico (dal saggio del 1986 Faut-il refuser le développement?, tradotto in Italia col titolo I profeti sconfessati, a L'occidentalizzazione del mondo e La megamacchina e Il pianeta dei naufraghi) ha denunciato per anni i gravi squilibri del modello di sviluppo occidentale, divenendo suo malgrado una specie di "guru" dell'economia alternativa. Oggi lo studioso francese non si ferma all'analisi degli errori del progresso ma indica nuove strade per una radicale inversione di rotta del rapporto dell'uomo con l'economia e l'ambiente. Dunque, professor Latouche, lei sostiene che persino l'idea stessa di sviluppo è in crisi.
    "Senza dubbio. La crisi della teoria economica dello sviluppo, iniziata negli anni Ottanta, si è ormai aggravata. Con la caduta del muro di Berlino, aziende e mercati avevano annunciato ufficialmente che il pianeta si era unificato. Poi, l'avvento della globalizzazione ha mandato in frantumi il quadro statale delle regolamentazioni, permettendo alle disuguaglianze di svilupparsi senza limiti e segnando la comparsa del cosiddetto "trickle down effect", ossia la distribuzione della crescita economica al Nord e delle sue briciole al Sud. Dal 1950, la ricchezza del pianeta è aumentata sei volte, eppure il reddito medio degli abitanti di oltre 100 Paesi del mondo è in piena regressione e così la loro speranza di vita. Si sono allargati a dismisura gli abissi di sperequazione: le tre persone più ricche del mondo possiedono una fortuna superiore alla somma del prodotto interno lordo dei 48 Paesi più poveri del globo.
    In simili condizioni, lei comprende che non è più di attualità lo sviluppo, ma solo piccoli aggiustamenti strutturali. Che passano sotto il nome di "sostenibilità" e sono invece una spaventosa mistificazione". Perché, professore?
    "Perché tutte le varie espressioni "sviluppo sostenibile", "vivibile" o "sopportabile" sono solenni imposture: negli ultimi due secoli, lo sviluppo è sempre stato contrario all'idea di sostenibilità, poiché ha cinicamente imposto di sfruttare risorse naturali e umane per trarne il massimo profitto. Oggi il vecchio concetto è stato rivestito con una patina d'ecologia, che tranquillizza l'Occidente e nasconde la lenta agonia del pianeta. Lo sviluppo cambia pelle, insomma, ma resta se stesso. In Africa, in nome dello sviluppo, i fedeli musulmani della località di Kulkinka, nel Burkina Faso, hanno deciso che alleveranno maiali. Niente è proibito, se porta lo sviluppo. E non serve da freno la morale, né la cultura. Il "pensiero unico" del mercato annulla perfino le identità nazionali: desideriamo gli stessi beni e quindi siamo tutti uguali. Senza contare i danni che il progresso tecnologico causa all'intero pianeta.
    La concorrenza e il libero mercato hanno effetti disastrosi sull'ambiente: niente limita più il saccheggio delle risorse naturali, la cui gratuità spesso permette di abbassare i costi". Un quadro davvero sconfortante, professor Latouche. Non teme le accuse di catastrofismo?
    "No, perché quello che dico è sotto gli occhi di tutti: la concorrenza esacerbata spinge i Paesi del Nord a manipolare la natura con le nuove tecnologie e quelli del Sud ad esaurire le risorse non rinnovabili. In agricoltura, l'uso intensivo di pesticidi e irrigazione sistematica e il ricorso a organismi geneticamente modificati hanno avuto come conseguenze la desertificazione, la diffusione di parassiti, il rischio di epidemie catastrofiche. Il collasso del pianeta si avvicina, insomma, ma invece di lavorare a un'alternativa che eviti la fine delle risorse naturali, si continua a ragionare su correttivi più o meno efficaci, sulla "sostenibilità" appunto. Ma così si confonde il morbo con la cura"". Qual è la cura, allora, a suo parere?
    "C'è un vecchio proverbio che suona più o meno così: "se hai un martello conficcato in testa, tutti i tuoi problemi avranno la forma di chiodi". Dobbiamo levarci dalla testa il martello dell'economia, decolonizzare il nostro immaginario dai miti del progresso, della scienza e della tecnica. Far tramontare l'onnipotenza dell'"assolutismo razionale" che crede di poter assoggettare ogni cosa al suo volere e sostituirlo col "ragionevole", che si adegua alle mutate condizioni della natura. Questo è il primo sforzo a livello concettuale.
    Concretamente, poi, bisogna proseguire nell'opera di contrasto della "megamacchina" dello sviluppo". E come? Con lo strumento del boicottaggio?
    "Ho poche speranze sul successo finale delle pratiche di boicottaggio delle multinazionali.
    Anche se hanno dato frutti di recente, come nei casi della Shell in Germania e della Del Monte in Kenya, non hanno verdi prospettive: i grandi gruppi economici stanno infatti reagendo rapidamente, formando cartelli in settori vitali come quello farmaceutico, agro-alimentare o delle comunicazioni per impedire ai consumatori qualsiasi alternativa. Io stesso, nelle scorse settimane, volevo boicottare il gruppo Total-Fina, proprietario della petroliera Erika che ha causato il disastro delle maree nere sulle spiagge della Bretagna, e mi sono ritrovato impotente in autostrada a dover fare benzina ai loro distributori, perché erano gli unici nel raggio di migliaia di chilometri. Insomma è giusto far diventare, come scrive l'economista italiano Antonio Perna, un "bisogno" la scelta etica del consumatore, ma non basta. È necessario, aggiungo io, affiancare alla guerra di trincea il concetto di "nicchia", un luogo cioè dove progettare una seria alternativa da estendere poi a grandi settori della società. Io studio da anni certe economie cosiddette "informali", che sono in realtà veri e propri laboratori del dopo-sviluppo". Si riferisce al tipo di società basata sulle relazioni interpersonali descritta nel suo libro L'altra Africa?
    "Esattamente. Anche se, di fronte alla evidenza dei successi di certi "imprenditori a piedi scalzi", gli occidentali continuano scioccamente a pensare a quella africana come a un'accozzaglia di "straccioni" che sopravvive in attesa di accedere alla terra promessa della modernità, dell'economia ufficiale e del vero sviluppo. In realtà le migliaia di piccole imprese e il colorato insieme di mestieri (dalle intrecciatrici di strada ai bana-bana, commercianti ambulanti che vendono alle donne senza frigorifero olio "sfuso" o sacchetti di latte in polvere) non possono essere etichettati semplicemente come "naufraghi dello sviluppo". Essi sopravvivono perché hanno prodotto un tipo di società basata non sui rapporti economici ma sul valore delle relazioni sociali e sulla logica del dono. Intendiamoci, parlo di una società non assolutamente affrancata dal mercato ma che, comunque, non obbedisce supinamente alla logica mercantile. In questo tipo di società, che io chiamo vernacolare, ciascuno investe molto nei legami interpersonali, dà in prestito denaro, beni materiali e perfino tempo o lavoro. Lo fa senza pensare a un tornaconto immediato, perché reputa importante crearsi un gran numero di "cassetti", per usare un espressione della periferia di Dakar, cioè di persone debitrici a cui attingere in caso di bisogno. Un po' come le esperienze che noi occidentali stiamo riscoprendo e che vanno sotto il nome di "banca del tempo" o "local exchange trade systems" (sistemi di scambio locale)". Ci sono segnali di speranza quindi?
    "Oltre alla presenza di nuovi modelli di società, mi conforta che le coscienze di alcuni Paesi si stiano lentamente risvegliando. Lo mostrano ad esempio i recenti fatti di Seattle. Il gigantesco baraccone del "Millennium Round" messo su dalla World Trade Organization non è crollato solo per le forti proteste di piazza delle organizzazioni non governative. È fallito, ed è ciò che più conta, anche per il dissenso dall'interno dei rappresentanti di molti Paesi in via di sviluppo, alzatisi dai tavoli delle trattative perchè indignati dall'incredibile arroganza delle nazioni occidentali". Secondo molti commentatori, anche gli attacchi lanciati nei giorni scorsi dagli hackers ai grandi siti web commerciali come Amazon o Yahoo! potrebbero essere una forma di protesta contro la globalizzazione e i suoi nuovi strumenti, come Internet appunto. Qual è il suo giudizio su questo tipo di protesta?
    "Credo che il pensiero unico del mercato sia da sempre onnivoro e tenda a occupare ogni possibile spazio. Ha fatto così anche con Internet, nata per le comunicazioni in ambito militare e fra gli studiosi e ora, per una di quelle finte della storia di cui parlava Hegel, trasformatasi nel più potente veicolo delle merci sul pianeta. Però i fatti di questi giorni dimostrano come la Rete sia ancora un luogo con ampi spazi di libertà. D'altronde, neanche le proteste di Seattle sarebbero state possibili senza il coordinamento fra associazioni e Ong di tutto il mondo, iniziato anni fa proprio su Internet". inizio pagina vedi anche
    Economia

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  2. #2
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Non potremmo fare nostre certe tesi?

  3. #3
    Totila
    Ospite

    Predefinito Anche Alain De Benoist parla della Teoria della Decrescita

    Home Catalogo Acquisto Articoli Autori
    NOVITA' EDITORIALE ARIANNA EDITRICE DICEMBRE 2005
    Alain De Benoist
    COMUNITA' E DECRESCITA
    Critica della Ragion Mercantile



    Di fronte alla crisi economica e sociale del modello di sviluppo occidentale diventa realistico criticare la ragione stessa dell’economicismo moderno: la mercificazione dell’esistente. L’autore individua un limite ecologico alla crescita economica illimitata e propone di cominciare a far decrescere l’idea che lo sviluppo degli scambi mercantili sia una legge naturale della vita. Il messaggio che pubblicità e media diffondono continuamente è che il benessere passa attraverso il consumo, ovvero attraverso l’appropriazione continua di una quantità sempre maggiore di oggetti.
    È necessario rinunciare all’immaginario economico per il quale “di più” significa “meglio” e imparare ed essere capaci a dire: “è sufficiente” oppure “è abbastanza” piuttosto che “sempre di più!”.
    Alain de Benoist considera errato immaginare la decrescita come un appello a un ritorno al passato o a una brutale degradazione del livello di vita. La decrescita è invece un’inversione di tendenza che si rende necessaria per il semplice motivo che l’attuale modello di sviluppo è ecologicamente insostenibile, ingiusto e incompatibile con gli equilibri della natura.
    Esso porta con sé, sulla scia dell’occidentalizzazione, perdita di autonomia, alienazione, aumento delle disuguaglianze sociali, insicurezza individuale e collettiva. Alain de Benoist porta alla luce il carattere di artificio e dominio dell’economia ponendo la critica alla civilizzazione mercantile sul piano del suo stesso fondamento sociale e politico. Riprende l’idea della democrazia partecipativa, proponendo, dinanzi al globale sviluppo illimitato, il livello locale e della vita quotidiana. Rimangono le lingue, le culture, un legame sociale che va pazientemente ricreato nell’esistenza di ogni giorno, per una comunità della decrescita.

    Indice

    Introduzione
    L’altromondo
    La terza età del capitalismo
    Il borghese: figura e dominio
    L’ideologia del lavoro
    Il ruolo dell’etica protestante nella genesi del capitalismo (intervista)
    La società depressiva
    Libertà, uguaglianza, identità
    Da Marx a Heidegger
    Obiettivo decrescita!
    Una passione divorante
    Un mito che non tramonta
    Ecologia, partecipazione, differenze (intervista)
    Federalismo domani (intervista)

    Alain de Benoist, giornalista e scrittore, è direttore delle riviste Nouvelle Ecole e Krisis. Per Arianna Editrice ha pubblicato Oltre il moderno. Sguardi sul terzo millennio (2005). Altri suoi saggi ultimamente tradotti in italiano sono L’impero del “bene”. Riflessioni sull’America oggi e Oltre i diritti dell’uomo. Per difendere le libertà editi da Settimo Sigillo.

  4. #4
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Riprende l’idea della democrazia partecipativa, proponendo, dinanzi al globale sviluppo illimitato, il livello locale e della vita quotidiana. Rimangono le lingue, le culture, un legame sociale che va pazientemente ricreato nell’esistenza di ogni giorno, per una comunità della decrescita.

    Riflettete su questo passaggio.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Totila

    Non potremmo fare nostre certe tesi?
    che piacciano o meno, queste tesi si imporranno per ragioni che esulano
    dalle idiozie dello "sviluppo illimitato", come certi impostori continuano a sostenere.

    prima aderiamo a questa scelta, meno dolorose saranno le conseguenze per tutto il genere umano.

  6. #6
    El Criticon
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    << Non potremmo fare nostre certe tesi? >>
    Certo che potremmo.
    Anzi dovremmo.
    Meglio se accompagnati anche dalle TOSE.
    Specie se veronesi ...
    ... a patto che Tosi ce lo consentisse senza dovere nuovamente provocare nessuna tosse al locale procuraTasse Pap-A-Lya che sarebbe meglio spedire nelle FOSSE ... una volta per tutte ... magari cio' avvenisse ...

    PS
    Battute a parte ... puo' darsi che qualche serio commento su questo argomento segua in seguito ... a patto che almeno una Tosa m'inviti a colazione oppure in Arena ... anche senza cena ... ha, haaa ... buona questa, vero?

  7. #7
    decolonizzare l'immaginario
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    Serge Latouche è un genio.
    L'ho visto per la prima volta ieri sera alla trasmissione "L'Infedele" e ne ho avuto una eccellente impressione, è un pensatore lucido e consapevole che fonda i suoi postulati su dati ineccepibili e concreti.
    Ho particolarmente apprezzato la sua idea di "decolonizzare" le menti umane dalla massiccia economicizzazione che il sistema di potere vi ha introdotto, fantastico.
    Ovviamente, per fare questo è necessario riscoprire l'essere e mettere da parte l'avere. Latouche va assolutamente studiato e diffuso.
    Grazie Tot per averne colto il grande valore umanistico, quindi importante per chiunque abbia a cuore l'essere, l'umano e non il profitto.

  8. #8
    Totila
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    Citazione Originariamente Scritto da Genyo
    Serge Latouche è un genio.
    L'ho visto per la prima volta ieri sera alla trasmissione "L'Infedele" e ne ho avuto una eccellente impressione, è un pensatore lucido e consapevole che fonda i suoi postulati su dati ineccepibili e concreti.
    Ho particolarmente apprezzato la sua idea di "decolonizzare" le menti umane dalla massiccia economicizzazione che il sistema di potere vi ha introdotto, fantastico.
    Ovviamente, per fare questo è necessario riscoprire l'essere e mettere da parte l'avere. Latouche va assolutamente studiato e diffuso.
    Grazie Tot per averne colto il grande valore umanistico, quindi importante per chiunque abbia a cuore l'essere, l'umano e non il profitto.
    Be' potrebbe essere un orientamento culturale-economico che le forze leghiste etno-nazionaliste potrebbero adottare, anche perchè, come scrive De Benoist, queste impostazioni anti-globalizzazione, portano necessariamente ad una riscoperta del "locale"...

  9. #9
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    Predefinito

    Latouche è uno di quegli intellettuali che la sinistra coccola (e da cui si lascia coccolare) ma che, poi, relega in un angolo di fronte alla "real politik". E' l'esponente più celebre del pensiero della decrescita ma molte sue idee mutuano da Illich, Sale etc. Ecco, Ivan Illich, è forse il più brillante perchè ha il coraggio di attaccare radicalmente i due pilastri del welfare, scuola e sanità, quindi gli archetipi del "progresso" sociale mostrandone le contraddizioni in rapporto a un pensiero dell'uomo.

  10. #10
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    ECOFASCISMO O ECODEMOCRAZIA ?
    Postato il Friday, 02 December @ 21:15:00 CST di davide

    Prospettive totalitarie, riformiste e rivoluzionarie di un progetto di decrescita; un ruolo dentrale del territorio locale.
    DI SERGE LATOUCHE

    IL PROGETTO DI COSTRUZIONE di una società autonoma ed economa incontra un largo consenso anche se i suoi fautori si schierano sotto varie bandiere: decrescita, anti-produttivismo, sviluppo riqualificato, o addirittura sviluppo durevole. Ad esempio, lo slogan di antiproduttivismo sviluppato dai Verdi corrisponde esattamente a ciò che gli «obbiettori di crescita», membri della Rete degli obbiettori di crescita per un post-sviluppo (Rocad), intendono per decrescita (1). Stessa convergenza con la posizione di Attac che, in uno dei suoi documenti, si schiera per « l’evoluzione verso una decelerazione progressiva e ragionata della crescita materiale, sotto condizioni sociali precise, come prima tappa verso la decrescita di tutte le forme di produzione devastatrici e predatorie (2)».

    Rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare: le otto «r» costituiscono obiettivi indipendenti per l’avvio di un circolo virtuoso. Di fatto, l’accordo sui valori resi auspicabili dalla necessaria «rivalutazione» va ben oltre i fautori della decrescita, visto che alcuni difensori dello sviluppo durevole o dello sviluppo alternativo avanzano proposte similari. Le misure di autolimitazione preconizzate già nel 1975 dalla Fondazione Dag Hammarskjöld sono le stesse di quelle dei sostenitori della decrescita: « Limitare il consumo di carne, contingentare il consumo di petrolio, utilizzare i fabbricati in modo più economico, produrre beni di consumo che durino di più, sopprimere le automobili private, ecc. (3)»

    Tutti concordano sulla necessità di una forte riduzione del fabbisogno ecologico e, per il resto, sottoscriverebbero volentieri quanto scriveva John Stuart Mill alla metà del XIX secolo: « Tutte le attività umane che non conducono a un consumo irragionevole di materiali insostituibili o che non degradano irreversibilmente l’ambiente, potrebbero svilupparsi all’infinito. In particolare, le attività da molti ritenute tra le più auspicabili e soddisfacenti – educazione, arte, religione, ricerca fondamentale, sport e relazioni umane – potrebbero diventare fiorenti (4)».

    Andiamo oltre: in fondo, chi si schiera contro la salvaguardia del pianeta, contro la tutela ambientale e la conservazione della fauna e della flora? Chi preconizza la deregolamentazione climatica e la distruzione dello strato di ozono? In ogni caso, nessun responsabile politico.
    Ci sono addirittura dirigenti di aziende, quadri superiori e responsabili economici favorevoli a un radicale cambiamento di linea per evitare alla specie crisi ecologiche e sociali.
    Occorre quindi individuare con maggiore precisione gli avversari di un programma politico di decrescita, definire meglio gli ostacoli che si oppongono alla sua attuazione e, alla fine, la forma politica adatta a una società ecocompatibile.

    1 - Chi sono i «nemici del popolo»?

    DARE UN VOLTO all’avversario è problematico perché le entità economiche quali le società multinazionali che detengono la realtà del potere sono, per loro stessa natura, incapaci di esercitare direttamente questo potere. Come rileva Susan Strange, « oggi, alcune tra le principali responsabilità dello stato in una economia di mercato (...) non sono più assunte da nessuno (5)». Da una parte, «big brother» è anonimo, dall’altra la schiavitù dei sudditi è più volontaria che mai, perché la manipolazione della pubblicità è molto più insidiosa della propaganda... In queste condizioni, come affrontare «politicamente» la mega- macchina?
    Risposta tradizionale di una certa sinistra estrema: la fonte di tutti i blocchi e di tutte le nostre impotenze è una entità, «il capitalismo». Senza uscire dal capitalismo, è possibile la decrescita (6)? Per rispondere, è importante evitare ogni dogmatismo, che ci impedirebbe di individuare i veri ostacoli.
    Il Wuppertal Institute si è adoperato a proporre molti giochi tra natura e capitalismo, dove tutti vincono, tipo lo «scenario NegaWatt» (7), che prevede la diminuzione a un quarto del consumo di energia senza riduzione dei bisogni da soddisfare. Tasse, norme, bonus, incentivi, sovvenzioni giudiziose potrebbero rendere attrattivi i comportamenti virtuosi ed evitare ingenti sperperi. Ad esempio in Germania, sono stati sperimentati con esiti positivi vari sistemi di remunerazione per gli immobili, calcolati non tanto sull’ammontare dei lavori quanto sulla efficacia energetica delle costruzioni, Per una vasta serie di beni (fotocopiatrici, frigoriferi, automobili, ecc.), il noleggio potrebbe sostituirsi alla proprietà ed evitare la corsa sfrenata alla nuova produzione agevolando un riciclaggio permanente. Ma nulla prova che, cosí facendo, si riesca ad evitare «l’effetto rimbalzo», vale a dire, alla fin fine, l’aumento del consumo-materia.

    Un capitalismo eco-compatibile è teoricamente concepibile, ma irrealistico sul piano pratico. Infatti, esso implicherebbe una forte regolamentazione, fosse solo per imporre la riduzione del fabbisogno ecologico. Dominato da società multinazionali giganti, il sistema dell’economia di mercato generalizzata non prenderà spontaneamente la via «virtuosa» dell’eco-capitalismo. Le macchine da dividendi, anonime e funzionali, non rinunceranno alla rapina in assenza di vincoli. Anche se favorevoli a una auto-regolamentazione, i loro responsabili non hanno mezzi sufficientiper imporla ai free riders (passeggeri clandestini), vale a dire alla stragrande maggioranza dei loro soci, ossessionata dalla massimizzazione a breve termine del valore per l’azionista. Se una istanza (stato, popolo, sindacato, organizzazione non governativa, Nazioni unite, ecc.) avesse questo potere di regolamentazione, avrebbe il potere tout court, e potrebbe ridefinire le regole del gioco sociale. In altri termini, potrebbe «ri-fondare» la società.
    Certamente si può concepire e augurarsi una certa limitazione del potere a opera del potere stesso, come durante l’era delle regolamentazioni keynesianfordiste e socialdemocratiche. La lotta di classe sembra (provvisoriamente?) bloccata. Il problema è che il capitale ne è uscito vincitore, che ha praticamente arraffato tutta la posta e che abbiamo assistito impotenti, e forse indifferenti, agli ultimi giorni della classe operaia occidentale. Viviamo il trionfo della «onnimercificazione» del mondo. Il capitalismo generalizzato non può non distruggere il pianeta così come distrugge la società, perché le basi immaginarie della società di mercato poggiano sul gigantismo e sulla dominazione senza freni.
    Dunque una società della decrescita non può concepirsi se non si esce dal capitalismo. Tuttavia, questa formula comoda si riferisce a una evoluzione storica tutt’altro che semplice... L’eliminazione dei capitalisti, il divieto della proprietà privata degli strumenti di produzione, l’abolizione del rapporto salariale o del denaro getterebbe la società nel caos e in preda a un terrorismo massiccio che tuttavia non basterebbe a distruggere l’immaginario mercantile. Sfuggire allo sviluppo, all’economia e alla crescita non significa quindi rinunciare a tutte le istituzioni sociali che l’economia ha portato con sé (moneta, mercati e anche salariato), ma «re-integrarle » in un’altra logica.

    2 - Che fare? Riforma o rivoluzione?

    ALCUNE MISURE semplici, addirittura apparentemente anodine, possono dare avvio al circolo virtuoso della decrescita (8). Un programma riformista di transizione fatto di alcuni punti consisterebbe nel trarre le conseguenze «di buon senso» dalla diagnosi effettuata. Ad esempio:

    • ritrovare un fabbisogno ecologico uguale o inferiore alla superficie del pianeta, vale a dire una produzione materiale equivalente a quella degli anni 1960-70,
    • internalizzare i costi del trasporto,
    • rilocalizzare le attività,
    • restaurare l’agricoltura contadina,
    • stimolare la «produzione» di beni relazionali,
    • ridurre lo spreco di energia di un fattore 4,
    • penalizzare fortemente le spese di pubblicità,
    • decretare una moratoria sull’innovazione tecnologica, fare un bilancio serio e riorientare la ricerca scientifica e tecnica in funzione delle nuove aspirazioni.

    Al centro di questo programma, l’internalizzazione delle «diseconomie esterne» (danni generati dall’attività diun agente che ne trasferisce il costo sulla collettività), in linea di principio conforme alla teoria economica ortodossa, consentirebbe di giungere nelle grandi linee a una società della decrescita. Tutte le disfunzioni ecologiche e sociali dovrebbero essere a carico delle aziende che ne sono responsabili. Si pensi all’impatto dell’internalizzazione dei costi di trasporto, dell’educazione, della sicurezza, della disoccupazione, ecc. sul funzionamento delle nostre società! Queste misure «riformiste» – il cui principio è stato formulato fin dall’inizio del XX secolo dall’economista liberale Arthur Cecil Pigou! – scatenerebbero una vera rivoluzione. Perché le imprese fedeli alla logica capitalista sarebbero ampiamente scoraggiate. Già si sa che nessuna compagnia di assicurazione accetta di assumersi i rischi nucleari, climatici e quelli dell’inquinamento da organismi geneticamente modificati (Ogm). Facile immaginare la paralisi che si verificherebbe con l’obbligo di copertura del rischio sanitario, del rischio sociale (disoccupazione) e di quello estetico. In un primo tempo, poiché molte attività smetterebbero di essere «redditizie», il sistema verrebbe bloccato. Ma non è questa, appunto, un’altra prova della necessità di uscirne e alla stesso tempo una via di transizione possibile verso una società alternativa?

    Il programma di una politica della decrescita è quindi paradossale, perché la prospettiva di attuazione di proposte realistiche e ragionevoli ha scarse probabilità di essere adottata e meno ancora di riuscire senza una sovversione totale che passa attraverso la realizzazione di una utopia: la costruzione di una società alternativa. La quale, a sua volta, implica infinite misure particolareggiate, ossia quello che Marx, per l’appunto, si rifiutava di fare: cucinare nelle bettole del futuro. Prendiamo ad esempio il necessario smantellamento delle società giganti. Immediatamente si pongono infiniti interrogativi: fino a quale dimensione? Secondo il fatturato, o il numero di dipendenti? Come assumere i macrosistemi tecnici con unità di piccole dimensioni? Dobbiamo di primo acchito escludere alcuni tipi di attività, alcune modalità (9)?
    In ogni caso, si porrebbero innumerevoli e delicati problemi di transizione. Un gigantesco programma di riconversione, ad esempio, potrebbe trasformare le fabbriche di automobili in fabbriche di apparecchi di cogenerazione energetica (10). Grazie a questa, numerose abitazioni tedesche sono produttrici di energia invece di essere consumatrici. Insomma non mancano le soluzioni, ma piuttosto le condizioni per adottarle.

    3 - Dittatura globale o democrazia locale?

    LA CRESCITA è necessaria alle democrazie consumiste perché in mancanza di una prospettiva di consumo di massa, le disuguaglianze sarebbero insopportabili (già lo stanno diventando a causa della crisi dell’economia di crescita). La tendenza al livellamento delle condizioni è il fondamento immaginario delle società moderne. Le disuguaglianze si accettano solo provvisoriamente, perché l’accesso ai beni dei privilegiati di ieri si è oggi generalizzato e perché ciò che oggi è ancora lusso domani sarà accessibile a tutti.
    Per questa ragione molti dubitano delle capacità delle società dette «democratiche » di prendere le misure che s’impongono, e vedono come unica via d’uscita dai vincoli una forma di ecocrazia autoritaria: ecofascismo o ecototalitarismo. Alcuni pensatori nelle più alte sfere dell’Impero ci stanno riflettendo per salvare il sistema (11). Di fronte alla minaccia di una rimessa in questione del loro livello di vita, le masse del Nord sarebbero pronte ad abbandonarsi ai demagoghi che promettono di preservarlo in cambio della loro libertà, pur se a prezzo dell’aggravamento delle ingiustizie planetarie e, a termine certo, della liquidazione di una parte importante della specie (12).
    Ben diversa la scommessa della decrescita: il fascino dell’utopia conviviale, coniugata con il peso dei vincoli del cambiamento, può favorire una «decolonizzazione dell’immaginario» e suscitare un numero sufficiente di comportamenti virtuosi in favore di una soluzione ragionevole: la democrazia ecologica locale.

    In effetti, molto più sicuramente di una problematica democrazia universale, la rivitalizzazione del locale costituisce una via di decrescita serena. Il sogno di una umanità unificata come condizione di un funzionamento armonioso del pianeta sfugge così alla serie delle false buone idee veicolate dall’etnocentrismo occidentale corrente. La diversità delle culture costituisce indubbiamente la condizione di un commercio sociale tranquillo (13).
    È probabile che la democrazia possa funzionare solo se la polis è di piccola dimensione e saldamente ancorata ai propri valori (14). La democrazia generalizzata, secondo Takis Fotopoulos, suppone una «confederazione di dèmoi », vale a dire di piccole unità omogenee di circa 30.000 abitanti (15). Questa cifra consente, secondo lui, di soddisfare localmente la maggior parte dei bisogni essenziali. « Occorrerà probabilmente frazionare in vari dèmoi molte città moderne tenuto conto del loro gigantismo (16)». Si avrebbero piccole «repubbliche di quartiere», aspettando il riassetto territoriale auspicato da Alberto Magnaghi. Magnaghi immagina « una fase complessa e lunga (da cinquanta a cento anni) di “risanamento”, nel corso della quale non si tratterà più di creare nuove zone coltivabili e di costruire nuove vie di comunicazione strappandole ai terreni incolti e alle paludi, ma di bonificare e di ricostruire sistemi ambientali e territoriali devastati e contaminati dalla presenza umana e, così facendo, di creare una nuova geografia (17)».

    Utopia, si dirà? Certamente. Ma l’utopia locale è forse più realistica di quanto si pensi, perché è dal vissuto concreto dei cittadini che nascono le attese e i possibili. « Presentarsi alle elezioni locali – afferma Takis Fotopoulos – dà la possibilità di cominciare a cambiare la società dal basso, sola strategia democratica – contrariamente ai metodi statalisti (che si propongono di cambiarela società dall’alto impadronendosi del potere di stato) e agli approcci detti della “società civile” (che non intendono affatto cambiare il sistema) (18)». In una visione «pluriversalista», i rapporti tra le varie polities all’interno del villaggio planetario potrebbero essere retti da una «democrazia delle culture». Lontano da un governo mondiale, si tratterebbe di una istanza di arbitraggio minimale tra polities sovrane dagli statuti molto diversi. « L’alternativa che io cerco di offrire (a un governo mondiale) – rileva Raimon Panikkar – sarebbe la bioregione, vale a dire le regioni naturali dove i greggi, le piante, gli animali, le acque e gli uomini formano un insieme unico e armonioso. (...) Bisognerebbe giungere a un mito che consenta la repubblica universale senza coinvolgere né governo né controllo né polizia mondiali. Questo richiede un altro tipo di rapporti tra le bioregioni (19)».
    Comunque sia, la creazione di iniziative locali «democratiche» è più realistica di quella di una democrazia mondiale. Se è escluso che si possa rovesciare frontalmente la dominazione del capitale e delle potenze economiche, rimane la possibilità di scegliere il dissenso. È anche la strategia degli zapatisti e del sub-comandante Marcos. La riconquista o la reinvenzione dei commons (usi civici, beni comuni, spazio comunitario) e l’auto-organizzazione della bioregione del Chiapas costituiscono una possibile illustrazione, in un altro contesto, dell’intervento localista dissidente (20).

    Serge Latouche
    Fonte: Le Monde Diplomatique/il manifesto, 15 novembre 2005
    (Traduzione di M-G. G.)
    Visto su: www.eddyburg.it

    Note:

    (1) www.apres-developpement.org
    (2) Attac, Le développempent a-t-il un avenir?, Mille et une nuits, Parigi, 2004, p. 205-206.
    (3) Camille Madelain, «Brouillon pour l’avenir», Les Nouveaux Cahiers de l’Iued, n° 14, Puf, Parigi-Ginevra, 2003, p. 215
    (4) John Stuart Mill, Principes d’économie politique, Dalloz, Parigi, 1953, p. 297; tr. it. P rincipi di economia politica, Utet, Torino, 1979.
    (5) Susan Strange, Chi governa l’economia mondiale? Crisi dello stato e dispersione del potere, Il Mulino, coll. «Incontri», Bologna, 1998.
    (6) Dibattito già svolto in La Décroissance, n° 4, Lione, settembre 2004.
    (7) Proposta fatta dall’associazione NegaWatt, che riunisce una ventina di esperti coinvolti nella padronanza della richiesta di energia e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Si veda www.negawatt.org/index.htm
    (8) Senza parlare, inoltre, delle altre misure di salute pubblica come la tassazione delle transazioni finanziarie o la definizione di un reddito massimo.
    (9) Ivan Illich pensava che ci sono strumenti conviviali e altri che non lo sono e non lo saranno mai: cfr. Ivan Illich, La Convivialité, Seuil, Parigi, 1973, p. 51.
    (10) Cfr. Maurizio Pallante, Un futuro senza luce?, Editori Riuniti, Roma, 2004.
    (11) Ne dibattono molto seriamente i membri di una società semi-segreta dell’élite planetaria, il gruppo di Bilderberg.
    (12) Cfr. William Stanton, The Rapid Growth of Human Population, 1750-2000. Histories, Consequences, Issues, Nation by Nation, Multi-Science Publishing, Brentwood, 2003.
    (13) Si veda l’ultimo capitolo di Serge Latouche, Giustizia senza limiti, Bollati Boringhieri, 2003.
    (14) Takis Fotopoulos, Per una democrazia globale, Eleuthera, 1999.
    (15) Nella Grecia antica, lo spazio naturale della politica è la città, la quale raggruppa quartieri e villaggi.
    (16) Takis Fotopoulos, op. cit.
    (17) Alberto Magnaghi, Progetto locale, Bollati Boringhieri, 2000.
    (18) Takis Fotopoulos, op. cit.
    (19) Raimon Pannikar, Politica e interculturalità, L’Altrapagina, Città di Castello, 1995.
    (20) È in ogni caso l’analisi di Gustavo Esteva in Celebration of Zapatismo. Multiversity and Citizens International, Penang, Malesia, 2004.

 

 
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