
Originariamente Scritto da
claudinèdda
apro questa discussione su Gavino Ledda perché ho avuto la tristezza di leggere che alcuni addirittura sconsigliano la lettura dei testi di questo nostro genio di sardigna.
Padre Padrone viene spesso giudicato a priori o dopo la vista del film troppo spesso equivoco dei fratelli Traviani, che rielaborano le scene piú per fare scandalo che per far riflettere.La violenza di suo padre viene completamente estraniata dal contesto e mostrata quasi come comportamento tipico della nostra terra.

(ma narami dui...)
Le cose geniali del film sono tutte ideee di Ledda, ed é sufficiente vedere Ybris (per colpa della censura praticamente sconosciuto) per rendersene conto.Chi ama i film di P.P.Pasolini rimarrá piacevolmente stupito...
Nel suo libro padre padrone, ledda rivela il suo coraggio di mettersi in gioco al 100%, di un giovane artista sardo che lotta contro le catene che gli impongono la povertá e l'ignoranza.
E in teoria la vita di questo giovane potrebbe ancora avere un lieto fine se la gente capisse cosa ci ha dato.Invece no, il giovane ora é vecchio e vive lontano dalla sardegna che ancora bendata dal tricolore non vuole riconoscerlo.
Il coraggio di Ledda non ha limiti, basti pensare quanto possa essere difficile sopratutto per chi é vissuto in un paesino, denunciare i maltrattamenti subiti dal padre. Ma se egli lo fa non é certo per "autolesionismo", il suo messaggio va ben oltre, nonostante il film vorrebbe concentrare l'attenzione sulla violenza chi leggera il libro si renderá conto di cosa é stato soppresso e occultato: l'espressione della Nazionalitá Sarda.
mi permetto una citazione...
"tra la rabbia e il pianto, tra l'odio e l'amore,
tra il sorriso e le lacrime, maledicemmo la terra sarda
come se stessimo lasciando veramente la nostra prigione.
E nella nostra beata ignoranza
imprecavamo contro chi non ci aveva mai fatto male,
contro la terra che ci aveva nutrito
e contro le intemperie che l'avevano fecondata.
Noi non conoscevamo altro fattore responsabile del nostro male.
Il nostro vero avversario non lo potevamo ancora conoscere.
E dal pulman che si snodava lungo la discesa e le pianure, di tanto in tanto, pronunciavamo l'ormai famosa frase:
Addio Querce di Sadegna,
Adiu Chercos de Sardigna..."
Nelle descrizioni dei silenzi melodiosi delle campagne sarde, dei rapporti pastore-natura, bambino-paura, giovane-speranze Ledda si rivela uno dei primi a denunciare la proibizione del sardo anche dopo la caduta del regime fascista, uno dei primi a denunciare le pene dei giovani (e piccoli ) sardi nei duri anni della guerra, l'emigrazione stimolata del dopoguerra, la coscrizione in Italia come ultima salvezza...
e l' Italia finalmente mostrata per quello che era e spesso é tutt'oggi per i giovani sardi, una terra immaginata chissá come e desiderata chissá quanto che poi si scopre essere straniera e sostile quanto e piú la germania o l'america...
ma ora devo andare, vi saluto con una domanda: Gavino Ledda é vivo, vogliamo aspettare che muoia per dargli la stima e i ringraziamenti che gli spettano?
saludus
cLáU