da "il corriere della sera"
«Il modello danese? Più si licenzia, più si riassume»
IL VIAGGIO
ROMA — Immaginate di poter essere licenziati
con un preavviso di appena 5 giorni, ma
che questo non vi precipiti in un dramma esistenziale.
Nel senso che da subito riceverete
un’indennità di disoccupazione fra il 70% e il
90% della retribuzione (sulla quale, se necessario,
potrete contare per quattro anni) e che, entro
tre mesi, l’ufficio pubblico del lavoro preparerà
un job plan su misura per voi, cioè un piano
di reimpiego che, al massimo entro un anno
dal licenziamento, dovrà cominciare a produrre
offerte di occupazione o di formazione volte
a farvi ottenere non solo un nuovo lavoro ma
un buon lavoro, possibilmente migliore del
precedente.
Un sistema insomma
dove, secondo i suoi sostenitori,
la flessibilità richiesta
dalle aziende per migliorare
la competitività
si coniuga con la sicurezza
del lavoratore che lo
Stato sociale aiuterà, ma
non tanto per assisterlo
in un momento di bisogno
quanto per trasformare
la perdita del posto in
un’occasione per migliorare
la sua condizione.
Questa ricetta si chiama
flexicurity e il Paese di riferimento
è la Danimarca.
Tra le priorità che
Francesco Giavazzi sul
Corriere ha chiesto di indicare
all’Unione, la flexicurity
è una di quelle allo
studio, sotto impulso del
leader Romano Prodi.
Per il centrosinistra è la
soluzione ai problemi del
mercato del lavoro italiano,
dove i lavoratori lamentano
una crescente
precarizzazione e le imprese
vorrebbero meno
vincoli sui licenziamenti
(visto che le modifiche all’articolo
18 sono rimaste
sulla carta).
L’obiettivo è una situazione
alla danese, dove lavora
l’80% delle persone,
senza una grande differenza
tra uomini e donne, un
occupato su quattro cambia
attività ogni anno «e
di norma per passare a
qualifiche e a guadagni
più interessanti», dice Paolo
Borioni, esperto di sistemi
scandinavi dell’Istituto Gramsci, che
sta per dare alle stampe un saggio sul welfare
danese e svedese insieme con Tiziano Treu
(Margherita) e Cesare Damiano (Ds), frutto
del viaggio-studio che il ricercatore e i responsabili
Lavoro dei due partiti hanno compiuto
alla scoperta dell’ultima frontiera dello Stato
sociale. Che non è più sinonimo di assistenzialismo,
assicura Borioni, ma è stato riveduto e
corretto per renderlo utile alla competitività.
I teorici della ricetta danese puntano ovviamente
sulle similitudini tra l’Italia e un Paese
così lontano: «Anche il tessuto produttivo della
Danimarca è fatto di piccole e medie imprese
particolarmente esposte alla concorrenza»,
sottolinea Borioni. Ma oggi la sua performance
è superiore alla media europea: forte crescita,
alta occupazione, buona presenza nelle produzioni
innovative. Tanto che in un convegno
a Roma l’americano Joseph Stiglitz, premio
Nobel per l’economia, ha indicato proprio la
Danimarca come esempio da contrapporre
agli Stati Uniti, «paese ricco di gente povera».
E il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ha
convenuto.
È curioso, però, che, mentre Copenaghen
diventa il faro della sinistra internazionale,
nella capitale danese il welfare sia oggetto di
un vivace dibattito politico. Come testimonia
la lettera, pubblicata
ieri dal Financial Times ,
d e l l ’ e x p r e m i e r P o u l
Nyrup Rasmussen, socialdemocratico
e artefice
delle riforme degli anni
90, critico verso l’attuale
primo ministro, il liberale
Anders Fogh Rasmussen,
che vorrebbe
tagliare le tasse per dare
una spinta all’economia
e che invece, secondo il
Rasmussen di sinistra, finirebbe
solo per mandare
in rovina l’invidiato
welfare danese.
Certo è che, come riconoscono
gli stessi studiosi,
ci sono quattro differenze
strutturali tra Italia
e Danimarca che rendono
il percorso verso la
flexicurity perlomeno
«complesso». 1) Le dimensioni
demografiche (57 milioni
di italiani contro 5,3
milioni di danesi). 2) La situazione
della finanza
pubblica: è facile tenere
alte le tasse e finanziare
prestazioni sociali e investimenti
in ricerca se non
si deve pensare al risanamento.
3) L’alto livello
medio d’istruzione che facilita
il reimpiego dei lavoratori
in Danimarca. 4)
Le politiche per la casa e
per le lavoratrici madri.
Senza contare un altro
fattore, storico-culturale,
a l t r e t t a n t o d e c i s i v o .
«Quello che più ci ha colpiti
nel viaggio in Danimarca
— racconta Borioni
— è il clima di cooperazione
che pervade tutto il sistema. Gli uffici
del lavoro sono cogestiti da autorità pubbliche,
sindacati e imprese. Alla base di tutto c’è
quella che gli studiosi scandinavi chiamano
l’economia negoziata». Le parti sociali cogestiscono
gli interventi per i disoccupati e questo
fa sì che l’80% dei lavoratori sia iscritto al sindacato.
Insomma il contrario del modello conflittuale
che ancora prevale in Italia. Ecco perché,
conclude Borioni, «da noi ci vorrà molta
gradualità per introdurre la ricetta danese,
ma l’importante è cominciare, perché l’alternativa
è la competizione sui costi. E allora addio
welfare».
Enrico Marro
GLI IMPEGNI
Francesco Giavazzi (nella foto a
destra), in un articolo pubblicato il 26
novembre sulCorriere, ha posto
cinque punti per un’azione di governo.
Mettere in concorrenza le università,
abolendo il valore legale della laurea.
Eliminare gli albi delle professioni, a
cominciare da quello dei giornalisti.
Disporre con un decreto la decadenza
immediata dell’attuale Governatore
della Banca d’Italia. Sciogliere la
Cassa Depositi e Prestiti
IL LAVORO
Il quinto punto riguarda il mercato del
lavoro. Giavazzi guarda al modello
danese, «il Paese che protegge chi
perde il lavoro più di ogni altro al
mondo e ha pochi disoccupati». La
Danimarca c’è arrivata «eliminando
qualunque ostacolo ai licenziamenti,
soprattutto togliendo di mezzo i
giudici». Il che incentiva le assunzioni.
E in caso di licenziamento? «Il sussidio
è generoso e dura tre anni».
Sul welfare danese sta per uscire un
volume scritto da Paolo Borioni
insieme con Tiziano Treu (nella foto
a sinistra) e Cesare Damiano
l’articolo




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