Il «diritto» degli invertiti (e la vera libertà)
Maurizio Blondet
03/12/2005
Bacio dopo matrimonio gay in Spagna: secondo «Repubblica» da annoverare tra i baci che hanno fatto la storiaIl Belgio approva la legge per le adozioni gay.
In Gran Bretagna passano le «civil partnership», che sono i matrimoni fra gay.
La lobby degli invertiti, potentissima, globale e trasversale, continua a lavorare con tenacia.
E dà il suo contributo infaticabile all’inciviltà generale.
Sento già dei lettori (purtroppo ne abbiamo di politicamente corretti) saltar su: che cos’hai contro gli omosessuali?
Niente.
Solo, credo che non esista un diritto all’omosessualità.
Come del resto non esiste un diritto all’eterosessualità.
Penso che le pratiche omo, semplicemente, non meritino una tutela pubblica.
Il matrimonio e anche l’unione eterosessuale ha diritto alla protezione della legge, sia perché giovano alla società perpetuandola, sia perché i figli che tali unioni producono, anche «irregolari», vanno tutelati.
E’ ovvio o dovrebbe esserlo.
Il fatto che occorra ricordare queste ovvietà indica che siamo scesi a un livello di barbarie giuridica senza precedenti nella storia.
Accusa il degrado estremo della nostra civiltà.



Ci sono infinite libertà di fatto nel mondo post-moderno, che non hanno tutela pubblica: si è liberi di tingersi i capelli di verde come di amare la moglie del vicino, di ascoltare una certa musica come di fare raccolta di francobolli, senza che occorra una legge che per giunta le protegga.
La libertà degli omosessuali è di questo tipo.
Scelte e gusti privati, voglie e preferenze o paturnie sono libertà, ma non «diritti».
La società non ha alcun obbligo di garantirli.
Anzi: non deve garantirli.
E perché non deve?
Perché i diritti hanno un costo per la società.
Per esempio, il matrimonio implica delle spese collettive: il vedovo o la vedova hanno diritto alla pensione del defunto (pensione che cessa di essere pagata se i due non erano sposati, con risparmio per la società), gli eredi hanno diritto alla proprietà della casa del padre trapassato, senza doverla ricomprare (né pagarci le imposte) e così via.
Chi vuole i «matrimoni gay», pretende gli stessi diritti: l’invertito «vedovo» vuole la pensione di reversibilità del «coniuge» defunto, vuole restare nella sua casa, tenersi i suoi beni.
Perché la società dovrebbe spendere per due invertiti coabitanti?
La società riconosce diritti da cui essa stessa trae vantaggio, anche solo nei termini più generali di stabilità e ordine sociale.
Ma nelle «nozze gay», non c’è nessun vantaggio pubblico.



Peggio.
L’affermazione di diritti «superflui» e voluttuari va a scapito dei diritti indispensabili, delle libertà necessarie alla vita civile.
Se la collettività spende soldi (o non percepisce imposte) a causa delle «nozze gay», ha meno mezzi per soddisfare i diritti indispensabili.
La prima libertà per esempio - la libertà dal bisogno - è già fin troppo disattesa; secondo giustizia, finchè nella collettività ci sia un povero, un vecchio solo e malato, le risorse vanno destinate a quello prima che agli invertiti.
C’è quasi da vergognarsi a dover ricordare queste cose, come non fossero più evidenti alla maggioranza.
Perché non sono evidenti?
Forse perché la società del benessere, della relativa abbondanza, e dell’individualismo permissivo ha abituato la maggioranza non-pensante a credere che i diritti siano moltiplicabili come le merci, che siano gratuiti, o che costino poco, che le risorse siano infinite.
E che tutti i diritti abbiano pari legittimità.



In questi giorni, tifoserie feroci hanno messo a fuoco qualche stadio contro la legge anti-disordini: pretendono un loro inesistente «diritto all’anonimato»; a compiere atti teppistici senza essere identificati dalla polizia.
Altri gruppi scendono in piazza per il loro «diritto» a non avere vicino a casa i lavori per l’alta velocità, o per affermare il loro «diritto» a rifiutare una discarica.
Pretendono che il loro comodo individuale venga prima dell’interesse della società.
Questi non sono diritti, ma secessionismi minimi, e idioti.
Il reclamare violentemente diritti superflui danneggia la libertà civile - quella vera e necessaria - in modo ancora più radicale.
Difatti, il sistema politico-economico ci riempie volentieri di «diritti» inutili, di diritti al piacere, ci consente «trasgressioni» già decise dall’alto, mentre sottrae i diritti indispensabili.
Per esempio la libertà d’opinione e di pensiero, senza cui la società diventa meno libera.
David Irving è in galera, e nessuno scende in piazza per difendere non lui, ma il diritto ad esprimere le proprie idee.

Le cose vanno davvero male per la nostra civiltà europea: ci consentiranno di «sposarci» tra finocchi (a lorsignori non costa nulla) ma non di parlare, di mettere in discussione i poteri costituiti.
I diritti costano.
Non sono mai gratis.
In passato sono costati sangue, i popoli hanno dovuto strapparli con le unghie e i forconi al potere. Ancora oggi è così: il potere ci toglie diritti e libertà, e se non si scende in piazza per le libertà indispensabili - se si scende in piazza solo per libertà inutili e voluttuarie, come facciamo oggi - finiremo per trovarci la polizia in casa a controllare cosa leggiamo, come pensiamo, cosa diciamo.
Non tutti i diritti sono uguali.
Non tutti hanno uguale dignità politica, ossia civile.
Le nozze gay non hanno dignità civile, non meritano la difesa della società, finché altri diritti più urgenti sono conculcati.
E lo sono: l’inviolabilità della persona in Italia è inesistente, ad arbitrio di un giudice, chiunque può essere incarcerato in via preventiva - ossia privato della libertà senza essere ancora stato processato. Non vi ribolle il sangue a questa violazione?
No, non vi ribolle.
Finchè non sarete incarcerati voi.
E avverrà, se lasciate fare.

Questo diritto ha dignità politica: vale la pena di lottare, di battersi anche con le armi per questo.
Ma lorsignori sanno che non siete disposti a lottare, e ne approfittano.
Un giorno forse prossimo, quando l’Italia sarà più povera e dovrà essere più seria, quando avrà meno mezzi per soddisfare e proteggere voglie private, bisognerà ricominciare da capo. Reinsegnare che esiste una gerarchia fra diritti e piaceri, fra le vere libertà e gli infiniti arbitrii che possono venire in mente a ciascuno.
Che non tutti i diritti sono ugualmente legittimi.
Che alcuni lo sono più di altri.
Essenziale sarà imparare di nuovo che, nell’interesse della libertà politica e civile, e del bene della società, certe «libertà» vanno anche limitate.
Faccio un solo esempio: la libertà d’opinione e di pensiero deve essere tutelata, ma non ad ogni costo la libertà dei giornalisti o degli operatori televisivi di avvelenare la società.
Non esiste una libertà di portare la nazione alla barbarie; e non vale evocare la «libertà d’opinione» senza meritarla.



Mi spiego: la TV è oggi la più potente «agenzia educativa».
Al confronto, la scuola e la famiglia (le vecchie agenzie educative) sono spettri esangui.
I ragazzi imparano modelli di comportamento (spesso aberranti) dalla TV, da spettacoli ignobili come quelli dove spettatori ripugnanti «lavano i loro panni sporchi» in pubblico (cosa che un serio cittadino non deve fare) o dove dei presunti «famosi» passano il tempo in un’isola tropicale a sparlare gli uni degli altri.
Non deve essere permesso.
La TV si giustifica: l’«audience» ci dà ragione, facciamo programmi che sono seguiti, che «piacciono» al pubblico vasto, non a minoranze elette.
Che cosa è l’«audience»? E’ un dato che serve alla pubblicità: i programmi con più audience sono quelli per cui i pubblicitari sono disposti a pagare più caro, pur di inserirvi un comunicato commerciale.
Merita forse questo «diritto» di essere tutelato più dell’educazione dei giovani?
Del diritto della società a non avere giovani imbarbariti e indecenti?
Io credo di sì.



La maggioranza non pensante crede che la TV gli dia i suoi spettacoli gratis (o con un lieve canone).
La realtà è che la TV vende il pubblico - vende noi e voi - ai pubblicitari.
Qui ci si deve ribellare.
La TV, in quanto agenzia educativa, deve essere responsabile - più della famiglia, più della scuola - della maleducazione che impartisce.
La sua «libertà» dev’essere limitata, in nome della libertà necessaria di tutti.
I diritti, ecco il punto, devono corrispondere a precise responsabilità.
La banalizzazione dei diritti, che accresce l’irresponsabilità generale, danneggia tutte le vere libertà politiche e civili. A cominciare dalla democrazia.
Vediamo il più fondamentale dei diritti politici, quello che è costato più lacrime e sangue: il diritto di voto.
L’estensione del voto ai diciottenni (irresponsabili per età e condizione sociale, ma anche per psicologia), ha fatto perdere il senso che il voto è un segno d’onore, che spetta a cittadini onorati, chiamati a prendere decisioni responsabili sulla vita comune.
L’estensione del voto agli immigrati, come è stata proposta, svaluta il voto della cittadinanza, fa dimenticare che la cittadinanza «obbliga» a qualcosa, che è un’ardua e non facile conquista.



Un giorno, quando l’Italia sarà più povera e seria (se mai lo sarà), bisognerà restituire al voto tutta la sua drammatica dignità, tutto il suo onore.
Per esempio, non più il banalizzato «un uomo un voto».
Un voto per i diciottenni?
Allora due voti a chi lavora.
Tre a chi ha famiglia, o meglio un voto per ogni figlio che ha generato.
Se uno è imprenditore, abbia un voto in più ogni dieci dipendenti che ha assunto.
Se uno è laureato, abbia un voto in più di chi ha abbandonato gli studi.
Il perché è evidente: chi ha famiglia, chi ha un’impresa con dipendenti, è più interessato alla stabilità sociale di un diciottenne che va a scuola.
Chi sa, è più responsabile di chi non sa.
La sua opinione ha più diritti.
Chi ha famiglia e lavora deve essere più corresponsabile, perciò deve contare di più.
Un giorno, forse, queste cose saranno evidenti.
Dopo molta sofferenza.
Quando la barbarie ci avrà devastato, e allora bisognerà lottare per la libertà e la civiltà che ci siamo lasciati sottrarre.
Quel giorno, si negheranno i «diritti» degli invertiti, come i diritti delle tifoserie ad andare allo stadio con i volti mascherati.
Un giorno, forse.

Maurizio Blondet




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