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Discussione: Dicembre Ambrosiano

  1. #1
    Estremismo Turoldo-Dossettiano
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    Predefinito Dicembre Ambrosiano

    Le celebrazioni del 6 e 7 dicembre nella festa di S. Ambrogio

    IL DISCORSO ALLA CITTÀ DELL’ARCIVESCOVO

    L'“ambrosianità”

    Martedì 6 dicembre alle 18, presso la basilica di S. Ambrogio, si aprono le celebrazioni «santambrosiane 2005» con la liturgia vespertina presieduta dal cardinale Dionigi Tettamanzi, che rivolgerà alla Diocesi il suo messaggio.

    La tradizione che vede l’Arcivescovo, alla vigilia della festa del Patrono, trattare temi di carattere etico e di attualità, è stata inaugurata dal cardinale Giovanni Colombo nel 1974; ècontinuata con il cardinale Carlo Maria Martini, suo successore alla guida della diocesi ambrosiana, e prosegue oggi con il cardinale Dionigi Tettamanzi.

    L’Arcivescovo tiene il suo discorso alla città alla presenza delle autorità istituzionali della Regione, della Provincia e del Comune. Il Cardinale prende la parola dopo aver ricevuto gli omaggi da parte delle famiglie regionali presenti a Milano e delle comunità di cattolici di lingua straniera.

    Mercoledì 7 dicembre, nella Festa del Patrono, presso la basilica di S. Ambrogio, alle 10.30 si terrà il Pontificale presieduto dall’Arcivescovo e alle 17 la messa con l’Abate della basilica di S. Ambrogio, monsignor Erminio De Scalzi. Altre Messe sono in programma nei seguenti orari: ore 8; 9; 12.15; 16; 17; 18; 19.

    Le celebrazioni saranno accompagnate dalla Cappella Musicale della basilica di S. Ambrogio e, il Pontificale, dalla Cappella Musicale del Duomo.

    (Chiesadimilano)

  2. #2
    Estremismo Turoldo-Dossettiano
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    L’8 dicembre è la giornata dell’adesione dell'Azione Cattolica

    UNA PRESENZA VIVA NELLA CHIESA LOCALE


    La giornata dell'adesione all'Azione Cattolica sarà clebrata in tutte le parrocchie della diocesi dove è presente l'associazione di laici.


    Una giornata che coinvolge tutta la diocesi, ma si celebra all’interno delle realtà locali. La festa dell’8 dicembre è organizzata dalle associazioni parrocchiali e prevede momenti sia di incontro tra gli aderenti, sia di presentazione dell’Azione Cattolica a tutta la comunità. Durante la messa avverrà la benedizione delle tessere che saranno poi consegnate ai soci in un momento di incontro unitario con gli adulti, i giovani e i ragazzi. Nelle parrocchie la festa dell’adesione è vissuta anche come spazio privilegiato, durante l’anno, per far conoscere l’esistenza dell’Azione Cattolica e il suo impegno all’interno della chiesa locale.

    Oltre alle iniziative tradizionali, quest’anno l’Ac propone una riflessione in più. Con una lettera scritta a metà novembre, il presidente diocesano Fabio Pizzul ha invitato i soci a non dimenticare che la prossima Giornata dell’adesione coincide con il 40° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II. Dopo gli appuntamenti dei convegni di novembre sulla Gaudium et Spes e sui frutti del Concilio, l’Ac parlerà ancora una volta del Vaticano II.

    Al termine delle messe dell’8 dicembre, infatti, i soci saranno invitati a distribuire un volantino intitolato “La Chiesa sorride al mondo”, preparato per l’occasione, in cui si sottolineano le caratteristiche di quell’evento che quarant’anni fa donò una nuova primavera alla Chiesa, e s i evidenzia l’impegno dell’Ac nella sua attuazione nella vita di oggi. Al momento sono stati distribuiti sul territorio più di 200 mila volantini. Un gesto che sta a simboleggiare una grande responsabilità che si assume l’Azione Cattolica: quella di far in modo che i documenti conciliari non siano considerati come un momento glorioso che appartiene però al passato, ma rappresentino un impegno per l’oggi.

    E' possibile, inoltre, allestire un banchetto vendita con i libri della cooperativa culturale In Dialogo, espressione editoriale dell’associazione, che proprio in questi giorni ha presentato una nuova collana “Uomini e Parola”, nata con l’ambizione di parlare non solo ai circuiti cattolici ma anche ai laici e alla città.

  3. #3
    Estremismo Turoldo-Dossettiano
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    Volontari di Taizé al lavoro per l’accoglienza dei giovani

    VOGLIAMO OSPITARE TUTTI IN FAMIGLIA


    Alla sede milanese di Taizé i volontari lavorano a ritmo serrato contattando famiglie e parrocchie per organizzare l'accoglienza dei giovani che arriveranno in città per il 28° incontro europeo di dicembre.


    È troppo presto per fare previsioni sul numero dei partecipanti, in fondo manca ancora un mese al 28° incontro europeo di Taizé, ma una cosa è certa occorrono migliaia di posti per dare ospitalità a tutti i giovani che giungeranno a Milano a fine anno. Per il momento gli iscritti più numerosi sono polacchi, rumeni e croati. La “macchina” organizzativa di via Calatafimi viaggia a pieno ritmo con una quindicina di volontari: giovani che stanno vivendo un’esperienza di alcuni mesi o addirittura un anno nella Comunità di Taizé.

    Nei giorni scorsi i frères hanno tenuto un incontro di preparazione al “Pellegrinaggio di fiducia sulla terra” cui hanno partecipato 300 parrocchie della città e dell’hinterland già coinvolte nell’accoglienza. «Con loro abbiamo fissato un obiettivo», spiega frère João, «ogni comunità ha stabilito quanti ragazzi sarà in grado di ospitare». C’è chi partendo da venti posti si è prefissato di cercarne altri 80, sapendo di avere ancora quattro settimane di tempo. In ogni caso, dice il frère, «qui non è come a Lisbona l’anno scorso, perché se non si trovano abbastanza famiglie, c’è sempre l’oratorio. Ma il clima dell’incontro cambia totalmente se i partecipanti sono accolti nelle case».

    I frères di Taizé hanno scoperto che tra i milanesi c’è qualche reticenza perché se non hanno un letto in più a disposizione non è nel loro stile accogliere per terra i ragazzi. «Ma noi diciamo a tutti», chiarisce frère João, «che è meglio per terra in salotto, che per terra in una palestra o in oratorio».

    Ogni volontario di Taizé cura i contatti con un gruppo di parrocchie: per esempio Orsi, originaria di Budapest, ne segue 25 nella zona di Varese, Alberto di Brescia 29 e Rahel di Berna 23. Dopo la prima fase organizzativa che prevedeva incontri nelle zone pastorali e nei decanati, l’attenzione si è infatti concentrata sulle parrocchie. Quelle che non avevano partecipato alle serate di presentazione sono poi state contattate per telefono o via mail. «Alcuni riferimenti li avevamo già da questa estate attraverso i giovani che sono passati da Taizé», spiega Alberto. Dal suo elenco di 72 comunità, ne sono rimaste 29, ma in tanti si sono giustificati: alcuni non parteciperanno all’evento perché a dicembre hanno impegni, altri essendo lontani da Milano non riuscirebbero a raggiungere la Fiera (luogo di ritrovo per la maggior parte delle iniziative) in meno di un’ora. I punti di accoglienza dove si svolgeranno gli incontri del mattino sono finora 362.

    Le dieci parrocchie varesine che hanno aderito all’accoglienza sono entusiaste, assicura Orsi: «Per ora ci stiamo rivolgendo solo alle famiglie, ci sono anche persone che avevano partecipato sette anni fa e che collaborano anche oggi: per loro era stata una bella esperienza e vogliono ripeterla».

    Rahel sta tenendo i contatti con il decanato Zara di Milano, ma anche con Melzo, Missaglia e San Donato Milanese. In queste zone della diocesi le disponibilità non mancano. Ma la parrocchia più accogliente è Bellusco, nel decanato di Vimercate, che ha già garantito 89 posti. «Per ora è più facile trovare disponibilità tra le famiglie dell’hinterland», ammette Alberto, «a Milano molta gente ha la casa piccola o non ha un letto in più. Ma questa è un’idea che noi vogliamo superare, perché va benissimo anche un posto in terra. Meglio per terra in casa, che in una palestra o in un oratorio». È vero che durante il periodo natalizio la città si svuota, ma stanno arrivando anche segnali opposti: molte famiglie pur avendo già organizzato le vacanze hanno deciso di partecipare all’iniziativa e di rimandare la partenza.

    Non preoccupa gli organizzatori il fatto che i numeri non siano ancora elevatissimi, perché anche nel precedente appuntamento di Milano nel 1998 «dopo il ponte di S. Ambrogio c’è stato un boom di adesioni da parte delle famiglie», racconta Alberto, «e se le parrocchie rispetteranno gli obiettivi fissati riusciremo ad accogliere tutti nelle case». Le prossime settimane dunque saranno decisive.

    Le iscrizioni dovrebbero chiudere il 1° dicembre, ma anche chi viene da altre città spesso dà la propria adesione all’ultimo momento. «Comunque cerchiamo posti in famiglia fino all’inizio dell’incontro», dice frère João, «anche il giorno di Natale accettiamo disponibilità all’accoglienza». Lancia un appello il fratello di Taizé e quasi scherzando parla di “operazione natalizia di svuotamento degli oratori”, perché anche i giovani ospitati nei locali delle parrocchie trovino una famiglia che apra loro la porta.

    Alberto si occupa anche di Quarto Oggiaro. «Quando andiamo in quelle parrocchie ci dicono che i giornali danno solo notizie negative sul quartiere, però 5 comunità accoglieranno diversi partecipanti. Anche in periferia quindi ci saranno giovani di Taizé e per il quartiere questo sarà un segno di speranza». Intanto fantasia e iniziative non mancano nelle comunità ambrosiane. A Pozzuolo Martesana, dove «è difficile arrivare con i mezzi pubblici», spiega Rahel, «hanno venduto torte davanti alla chiesa e con il ricavato pagheranno due pullman privati per l’incontro di Taizé». A Milano invece, nella parrocchia Madonna di Fatima, nel decanato Vigentino, hanno venduto 450 chili di kiwi per sostenere l’accoglienza dei giovani.

  4. #4
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    martedì 6 dicembre 2005 alle ore 17.30


    Il tema della solitudine nella vita e nell'opera

    di Ambrogio di Milano

    Prof.ssa Chiara Somenzi



    conferenza a cura di
    Accademia di Sant'Ambrogio
    Monastero Romite Ambrosiane






    Introduzione alla conferenza

    In quest’incontro ci proponiamo di approfondire non solo la riflessione di Ambrogio sulla dimensione della solitudine ma anche il personale rapporto del vescovo di Milano con essa. Si tratta di un aspetto forse meno noto della personalità di Ambrogio, che siamo abituati ad immaginare completamente calato nell’azione e sempre a contatto con le persone, ma non affatto secondario. Ambrogio infatti, a dispetto di quanto potremmo credere, subì fortemente il fascino della solitudine e nel corso della sua attività spesso febbrile, la desiderò sempre, considerandola una dimensione irrinunciabile per il cristiano. Egli dunque la ricercò ad ogni costo, per lo più strappandola al riposo notturno.
    La piena scoperta del “bene” della solitudine e la valutazione assolutamente positiva della sua pratica, anche in forme radicali, costituiscono una novità essenzialmente cristiana, affermata con forza dal monachesimo che si diffonde proprio nel IV secolo. La riflessione cristiana tuttavia non mancò di porre fin da subito il problema cruciale del rapporto tra vita solitaria e carità. Anche Ambrogio prese posizione al proposito e, critico di fronte alle “fughe” di aristocratici del suo tempo nell’otium della campagna (rusticationes), rivisitò, forte della propria formazione classica, il tema, di tradizione romana, dell’otium negotiosum, per farne l’ideale di solitudine per il cristiano.


    Chiara Somenzi, docente di ruolo presso il Liceo scientifico “G. Aselli” di Cremona, si è laureata presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Letteratura cristiana antica con il prof. Luigi Franco Pizzolato, presentando una tesi dal titolo Il tema della solitudine nella vita e nell’opera di Ambrogio di Milano. Attualmente sta portando a termine il dottorato di ricerca nella medesima disciplina presso il Dipartimento di scienze religiose della stessa Università. Si occupa di temi di letteratura cristiana antica, latina e greca, studiando soprattutto il IV secolo e, in modo particolare, Ambrogio.
    Ufficio Stampa
    METAMUSA
    via C. Battisti, 9 - 21013 Gallarate (Va)
    tel./fax 0331.777472
    Orario : 9.30-13.00/14.30-18.30

  5. #5
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    Predefinito Per fare tesoro dell’insegnamento di Ambrogio

    Per una Città comunità viva
    Discorso alla Città per la Vigilia di S. Ambrogio 2005
    Milano - Basilica di Sant’Ambrogio, 6 dicembre 2005

    Come è ormai tradizione da diversi anni, siamo qui nella nostra antica Basilica, accanto all’urna con i resti mortali di sant’Ambrogio, vescovo e padre di questa Chiesa e patrono non solo della Diocesi, che da lui prende nome, ma anche di questa città di Milano, che ne porta solennemente riprodotta l’effige sul suo gonfalone comunale.
    In questa celebrazione vigiliare è qui riunita la Chiesa di Milano, rappresentata dai vescovi, dai sacerdoti e dai fedeli che con me lodano il Signore per il dono di un così grande pastore e lo supplicano perché continui a volgere il suo sguardo di amore su tutti i membri del popolo di Dio, costituiti «sale della terra» e «luce del mondo» e chiamati a far risplendere la loro luce davanti agli uomini, perché vedano le loro opere buone e rendano gloria al Padre che è nei cieli .
    Insieme con la Chiesa di Ambrogio e di Carlo, è qui riunita anche la Città, in cui questa stessa Chiesa vive e opera come “compenetrata” con essa , realmente partecipe e intimamente solidale delle gioie e speranze, delle tristezze e angosce degli uomini d’oggi, in particolare dei poveri e di coloro che soffrono, e dell’intera società .
    La Città è qui presente con le sue Autorità e istituzioni e con le famiglie regionali e i rappresentanti delle diverse comunità etniche, che sono parte integrante e viva della nostra Milano. Lieto e grato per questa significativa presenza, desidero rivolgere da subito a tutti e a ciascuno il mio più sincero e cordiale saluto.
    Siamo qui tutti, Chiesa e Città, per fare tesoro, in modo sempre vivo e nuovo, dell’insegnamento di Ambrogio e per invocare da lui luce e aiuto per la serena e pacifica convivenza della Città.
    Che Ambrogio ci aiuti a realizzare una convivenza nella quale cresca sempre di più la “qualità umana” delle relazioni, ogni persona sia concretamente rispettata nella sua quasi infinità dignità e l’azione tenace e generosa per il bene comune guidi tutti i cittadini e, in particolare, coloro che sono direttamente impegnati nelle istituzioni.
    Desidero, a partire da un testo conciliare così significativo come la Gaudium et spes, svolgere con voi una riflessione sulla Città, ragionando su quella particolare dimensione e su quel forte, caratterizzante legame, che è la comunità, nei suoi tratti sociali e civili.
    Il mio discorso, così, si articolerà in quattro parti:
     “Ricordando il Concilio”, una pietra miliare del nostro cammino;
     “L’orizzonte ideale della Città”, che collocherei attorno a due poli magnetici, come il “dono di sé” e il «fraterno colloquio» tra gli uomini, considerati nella loro valenza civile;
     “Milano: una comunità minacciata?”, per vedere come nella nostra città sono vissute le relazioni, come si sente la comunità nel suo insieme, per scoprire i pregi e affrontare alcune questioni centrali oggi nella vita cittadina;
     “Insieme. Verso una comunità rinnovata”, per andare alla riscoperta della pienezza della cittadinanza e per costruire quel senso di appartenenza fondamentale perché la comunità si mantenga solida. Chiederemo per questo l’aiuto a Dio, che sorregga il nostro cammino in autenticità e verità e ci aiuti a comprendere come l’amicizia e la fraternità fra gli uomini e le donne del nostro tempo sia importante per costruire la storia di oggi e la speranza di domani.

    Il Concilio Vaticano II: una sicura “bussola” per il nostro cammino

    Quest’anno il nostro ritrovarci insieme coincide con il quarantesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, iniziato da Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962 e chiuso, nella solenne cornice di Piazza San Pietro, da Paolo VI l’8 dicembre 1965.
    Il Concilio, che stasera vogliamo ricordare, è stato un fatto eminentemente religioso, tutto teso ad affermare e confessare il primato di Dio e, per ciò stesso, principalmente concentrato sulla Chiesa, vivamente interessato dallo studio del mondo moderno, appassionatamente occupato dall’attenzione all’uomo e alla sua vita. E così – come affermò Paolo VI nell’omelia del 7 dicembre 1965 – il Vaticano II «tutto si risolve nel suo conclusivo significato religioso, altro non essendo che un potente ed amichevole invito all’umanità d’oggi a ritrovare, per via di fraterno amore, quel Dio “dal quale allontanarsi è cadere, al quale rivolgersi è risorgere, nel quale rimanere è stare saldi, al quale ritornare è rinascere, nel quale abitare è vivere” (S. Agostino, Soliloqui, I, 3)» .
    Il Concilio – come ebbe a dire Giovanni Paolo II fin dall’inizio del suo pontificato – costituisce «una pietra miliare nella storia bimillenaria della Chiesa e, di riflesso, nella storia religiosa ed anche culturale del mondo» . Nel Concilio Vaticano II – che lo stesso Papa Wojtyla, a conclusione del Giubileo del Duemila, ha additato come «la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX» – «ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino» del terzo millennio . Siamo, infatti, davanti a un «grande dono» e un «grande patrimonio» – così leggiamo nel Testamento del Papa –, alle cui ricchezze sarà dato alle nuove generazioni di attingere ancora molto e a lungo .
    In effetti, come ha detto Benedetto XVI parlando ai Cardinali all’indomani della sua elezione, «col passare degli anni, i Documenti conciliari non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano anzi particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata» .

    I quarant’anni della Gaudium et spes

    Tra questi documenti, l’ultimo a essere stato approvato, proprio quarant’anni fa come domani, è la “Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes”.
    È un testo che, alla luce della dottrina della Chiesa sull’uomo, sul mondo e sui rapporti della Chiesa con il mondo, prende in considerazione gli aspetti più importanti e urgenti dell’esistenza umana e della società nella quale viviamo.
    Precisamente per questa sua indole caratteristica, insieme dottrinale e pastorale, la Gaudium et spes getta una luce quanto mai preziosa e significativa anche sulla realtà e sulla vita della Città. Ci è, dunque, di valido e stimolante aiuto nel guardare alla Città – a Milano, certo, ma anche a tutte le nostre città e paesi e, più generalmente, all’intera convivenza umana – e nell’affrontare, secondo verità e con coraggio, le questioni che oggi interpellano il nostro vivere sociale, così da tracciare le linee più adeguate perché quella di cui siamo cittadini sia una vera comunità di persone, un’autentica “Città dell’uomo per l’uomo”.
    Ricca, interessante e provocatoria appare, a questo proposito, la prospettiva del rapporto vicendevole tra comunità e persona, che ritorna più volte nelle riflessioni della Gaudium et spes.
    In questo Discorso alla Città, ci lasciamo ispirare da queste pagine conciliari che, unitamente al magistero di sant’Ambrogio, ci potranno illuminare e guidare nell’affrontare le “questioni” che oggi appaiono più urgenti nella vita della Città. Saremo così sollecitati ad andare alla ricerca della comunità perduta.

    II - L’orizzonte ideale della Città

    La comunità degli uomini e il “dono di sé”

    Partiamo da una interessantissima pagina della Gaudium et spes sulla comunità degli uomini, intesa come un’unica grande famiglia, che affonda le sue radici nella nativa dimensione comunitaria di ogni persona umana.
    Così la descrive il Concilio: «Dio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro con animo di fratelli. Tutti, infatti, creati ad immagine di Dio, “che da un solo uomo ha prodotto l’intero genere umano affinché popolasse tutta la terra” (At 17, 26), sono chiamati all’unico e medesimo fine, cioè a Dio stesso» .
    Di questa stessa comunità degli uomini, il Concilio presenta poi il principio dinamico e lo stile di vita, che consistono nell’amore: «Perciò l’amore di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento. Dalla Sacra Scrittura infatti siamo resi edotti che l’amore di Dio non può essere disgiunto dall’amore del prossimo: “…qualsiasi altro comandamento si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso… Pieno compimento della legge è l’amore” (Rm 13, 9-10; 1 Gv 4, 20). Ciò si rivela di grande importanza per uomini sempre più dipendenti gli uni dagli altri e per un mondo che va sempre più verso l’unificazione» .
    Ne deriva che caratteristica propria e decisiva della comunità degli uomini è l’amore che costruisce la vera unità, una unità esigita dalla natura stessa dell’uomo, che non lo omologa, ma lo valorizza nelle sue diversità, che divengono ricchezza per l’intero genere umano se vengono messe generosamente a disposizione di tutti. L’uomo infatti si può realizzare in pienezza solo nel “dono di sé”. Così leggiamo nel testo conciliare: «Anzi, il Signore Gesù quando prega il Padre perché “tutti siano una cosa sola… come noi” (Gv 17, 21-22), mettendoci davanti orizzonti impervi alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l’unione delle persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nella carità. Questa similitudine manifesta che l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé (per sincerum sui ipsius donum)» .
    Come si vede, la Gaudium et spes ci apre ad una visione tipicamente religiosa e cristiana della comunità degli uomini, una visione che addirittura porta a vedere in essa qualche riflesso della stessa vita trinitaria. Ma, così facendo, il testo conciliare ci aiuta a cogliere in profondità anche il significato propriamente umano e il valore genuinamente civile di una comunità degli uomini che si realizza nell’unità e nella comunione e che si fonda sul reciproco “dono di sé” di ogni persona.
    Ci avviamo dunque, con il Concilio, verso «orizzonti impervi alla ragione umana», ma che, in realtà, appartengono ad una visione autenticamente umana del vivere sociale.
    Gli orizzonti indicati nel testo conciliare ci appaiono «impervi» perché noi preferiamo rimanere continuamente sulle difensive.
    E così, guardiamo con un certo sospetto quel «che tutti siano una cosa sola», perché l’espressione, tolta dal suo vero significato, ci richiama l’omologazione, una omologazione che a parole neghiamo con decisione, ma che nei fatti subiamo o addirittura scegliamo di assumere come forma di difesa rispetto al resto della società.
    Allo stesso modo avviene anche per il «dono sincero di sé». È questa, infatti, una prospettiva in contrasto con l’idea che noi spesso abbiamo della vita e dei nostri comportamenti, quasi che una prospettiva così alta ci rubi a noi stessi e ci impoverisca, anziché arricchirci. La traduzione civile del “dono di sé” ci appare, perciò, come una prospettiva molto remota. E siamo come presi da una specie di incapacità a immaginare una società nella quale prevalga la dimensione del “dono” rispetto a quella dello “scambio” mercificatorio.
    Conosco le obiezioni che si possono fare. Il “dono di sé” – si dice – non è mai totalmente gratuito; contiene sempre un’aspettativa di “ritorno”, di vantaggio per sé.
    Ma se è davvero così, perché tanti ostacoli e tante obiezioni nell’accettare questa prospettiva?
    Io credo che sia perché alla fine, a ben pensarci, il “dono di sé” mette in gioco in modo radicale tutta la nostra persona. Se accettiamo questa prospettiva, siamo costretti a guardare a noi stessi con estrema schiettezza e non possiamo più sottrarci alla concretezza delle nostre responsabilità e del nostro impegno. Non possiamo più fingere di avere altro da fare. Non possiamo più pensare di estraniarci dai luoghi effettivi della nostra esistenza.
    Noi siamo qui: in questa storia; in questa città; fra questa gente; in questo quartiere; in questa scuola; in questo ufficio; in questa fabbrica. Per quanto possano navigare la nostra fantasia e la nostra immaginazione, noi siamo qui e non altrove!
    Allora, la storia va assunta; dobbiamo occuparcene. Il nostro essere uomini è legato a questo, è strettamente connesso alla nostra indole sociale, all’accorgerci che l’altro esiste e che noi lo incontriamo continuamente e che con lui dobbiamo vivere una relazione che edifica la società e che edifica anzitutto noi stessi!
    In questo senso, il “dono di sé” ha una specie di “ritorno vantaggioso”. C’è un “vantaggio” perché a tutti “giova” una società diversa e resa migliore dalla qualità delle relazioni e dall’assunzione di responsabilità nella storia; perché a tutti “fa bene” una comunità vera, dove la “messa in comune dei doni” significhi una comunità che, accanto ai valori di libertà e di eguaglianza, cerca di vivere e attuare anche quello della fraternità, che in modo particolare dà forza alla dignità della persona umana e che nella “persona” riconosce il “fratello”.
    La fraternità è la prospettiva sociale più difficile, ma nel contempo la più ricca e densa di fecondità per il futuro di un mondo che sarà sempre meno “nazionale” ed “etnico” e sempre più “globale” e, necessariamente, “multietnico”.
    Sono ben convinto, infatti, che anche questa dimensione del “dono di sé” debba appartenere alla prospettiva civile della nostra società.
    La fede poi ci conduce a confessare che il principio vivo e il paradigma del “dono di sé” al fratello è Cristo Gesù, il Figlio eterno di Dio che spoglia se stesso, si fa uomo, diviene servo , si dona totalmente e per sempre, con la morte di croce, ad ogni uomo e dà così origine ad un nuova umanità, non più divisa ma radunata in unità .

    Il «fraterno colloquio» tra gli uomini

    La Gaudium et spes ci ricorda, ancora, che «tra gli aspetti più importanti del mondo d’oggi va annoverato il moltiplicarsi delle mutue relazioni tra gli uomini, al cui sviluppo molto contribuiscono i progressi tecnici contemporanei» . E subito precisa: «Tuttavia il fraterno colloquio tra gli uomini (fraternum hominum colloquium) non si realizza in questi progressi, ma più profondamente nella comunità delle persone, che esige un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale» .
    Dal Concilio risulta allora con estrema chiarezza che non ci può essere vera comunità degli uomini – e, quindi, non ci può essere vera Città – se manca un’autentica relazione tra di loro.
    Ma quest’ultima non si identifica semplicemente con le moltissime possibilità di incontro e di scambio che oggi la vita ci riserva. Deve, piuttosto, nascere da un «fraterno colloquio tra gli uomini» e deve realizzarsi attraverso questo stesso «fraterno colloquio».
    Non può essere che così. L’uomo infatti – che è fondamento e fine dell’umana società – è creato a immagine e somiglianza di Dio e diventa più pienamente uomo seguendo Cristo, la vera immagine di Dio , che è l’uomo perfetto . Facendosi uomo, egli ci rivela il Dio invisibile che «per la ricchezza del suo amore parla agli uomini come ad amici (cf. Es 33, 11; Gv 15, 14-15) e si intrattiene con loro (cf. Bar 3, 38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» . Gesù, allora, è, in qualche modo, l’impersonificazione del dialogo e, anche sotto questo aspetto, si presenta come il modello e il paradigma per ogni uomo e per l’intera società degli uomini.
    Il «fraterno colloquio tra gli uomini» è, dunque, premessa, condizione e garanzia per la realizzazione di ogni persona e per l’esistenza e lo sviluppo della comunità umana, anche di quella particolare comunità umana che è la Città. È, questo, un dato che potremmo dire “naturale” e che, perciò, attiene anche alle dimensioni civili del vivere.
    Ma nelle nostre città c’è davvero questo «fraterno colloquio»? E, più in profondità, ne sentiamo il bisogno, ne avvertiamo l’assoluta necessità? O lo riteniamo inutile, addirittura pericoloso, perché temiamo che in esso si annidi il nemico?
    Eppure, senza tale «colloquio» non può nascere e vivere una comunità di persone degna di questo nome. Ma noi siamo convinti che conti davvero essere una comunità? O abbiamo, forse, dentro di noi il dubbio che l’essere comunità sia una minaccia alla nostra libertà personale, la freni, anzi la incateni fin quasi a soffocarla e a distruggerla? Abbiamo forse paura che la comunità ci renda schiavi? Pensiamo forse che l’unica vera libertà sia quella nella quale ciascuno possa vivere ogni momento della propria giornata “a soggetto”, senza vincoli, come gli pare?
    Perché la Città sia una autentica “comunità degli uomini” c’è assoluto bisogno di un «colloquio fraterno», ossia di una relazione personale che riconosce un rapporto tra pari, che favorisce e consolida un legame forte, come tra fratelli, con tutti, nessuno escluso.
    Oggi la categoria della fraternità in chiave civile appare molto sfocata e desueta. Eppure nella loro storia, gli uomini hanno proclamato, accanto alla libertà e all’eguaglianza, la fraternità!
    Talvolta addirittura si sfugge al «fraterno colloquio» con l’inganno. Allora non è la paura a spingerci, ma la malvagità, che pure esiste e rappresenta il freno maggiore per la vita della comunità e al costituirsi di relazioni accoglienti tra gli uomini.
    Scrive Ambrogio: «Nessuno… parli al suo prossimo in modo ingannevole. Sulle nostre labbra c’è un laccio, e spesso ciascuno con i propri discorsi non si spiega, ma si nasconde. La bocca del malevolo è una profonda fossa: grave è la caduta dell’innocenza, ma più grave quella del malvolere. L’innocente, poiché presta fede facilmente, cade presto, ma, una volta caduto, si rialza; il maledico, invece, per le proprie arti precipita là donde non potrà balzar fuori e uscire» .
    Forse non sempre siamo convinti che l’innocenza sia preferibile alla malevolenza; la giustizia all’ingiustizia; la lealtà alla slealtà; l’onestà alla disonestà; in definitiva il bene al male.
    Le parole di sant’Ambrogio invece richiamano la nostra attenzione sullo stile dei nostri rapporti e sulla loro verità, sulla sincerità e sulla coerenza delle nostre parole. L’innocenza, cioè la capacità di non nuocere, è un elemento non certo secondario per costruire una comunità civile veramente nuova. Anche questo tipo di innocenza costruisce il nostro rapporto con gli altri.
    Del resto, dobbiamo fidarci dell’idea conclusiva contenuta nella lettera del nostro Vescovo: «È buona… la sincerità di un discorso schietto ed è ricca davanti a Dio, anche se cammina fra i tranelli; tuttavia, siccome è incapace di tramare insidie o di stringere lacci, non ne è avvinta» . Molto, allora, si costruisce attraverso la verità delle parole che diciamo, che dicono con chiarezza come è il nostro cuore e che cosa davvero desideriamo comunicare agli altri.
    Di fatto dunque, non si vive senza gli altri. Ciò significa anche che non si vive senza “lottare” con loro. È una sorta di paradosso. Per vivere la fraternità bisogna accettare il “conflitto”, la fatica di vivere “con” gli altri e, di più, la fatica di vivere “per” gli altri. Non bisogna venir meno al nostro diritto-dovere di vivere dentro la comunità e non come estranei ad essa, lontani, quasi sperduti in un “felice deserto”, dove l’isolamento è la condizione ideale per vivere a capriccio tutto ciò che si vuole e come si vuole.
    Se ci rifugiamo in qualche desiderato “felice deserto”, qualunque esso sia, la nostra vita è irrimediabilmente condannata alla mediocrità, diventa una vita vissuta a metà. Essa sarà sì al riparo dagli altri, ma non lo è dalla nostra meschinità. E può accadere che ne scopriamo tragicamente il fallimento.
    In ogni caso, l’insieme dei più o meno tanti “felici deserti” non sarà mai una società o una comunità. Non accettare una relazione di reciprocità, di conoscenza, persino di inevitabile conflitto, per imparare a comporlo e superarlo, significa rinunciare ad essere comunità. Rinunciare al «fraterno colloquio» vuol dire rinunciare a costruire una società più umana per tutti.
    A che cosa serviranno allora i milioni di contatti via internet, le possibilità infinite di comunicazione, le informazioni in tempo reale da una parte all’altra del mondo, se non aiuteranno gli uomini a parlarsi, a riconoscersi, a vedersi e a comprendersi gli uni gli altri?

    III - Milano: una comunità minacciata?

    Una città dalla “rete” spezzata

    Se guardiamo ora alla nostra città, Milano, essa ci appare come una città dai mille rapporti, dalle tante risorse, la città del lavoro, della finanza, della tecnologia, del commercio e degli scambi, del nuovo, del creativo: una città nella quale sono infinite le occasioni di incontro e di comunicazione. Milano è la città europea, la città internazionale, la città cosmopolita, la città “globale”.
    Ma i tanti e variegati rapporti che caratterizzano la Città non la costruiscono davvero se sono staccati dal desiderio, dalla costanza e dall’impegno dei suoi cittadini di essere comunità. Non la costruiscono davvero se questi stessi rapporti sono l’espressione solo di un’élite, di un gruppo privilegiato che possiede la conoscenza e gli strumenti e che si consente delle relazioni. Non la costruiscono se gli altri sono esclusi e vivono gli uni accanto agli altri, allineati lungo una interminabile fila, accontentandosi, senza accorgersene, di non urtarsi reciprocamente.
    A che cosa e a chi giova una città come questa?
    La Città, però, è fatta di tutti i suoi cittadini, senza esclusione alcuna. Vorrei dire che non sono neppure consentite le autoesclusioni, rispetto alle quali è bene interrogarsi.
    Amo, quindi, pensare a Milano come ad una “città globale”, più che “internazionale”, “cosmopolita” o “europea”. Amo pensarla come una città capace di stare dentro una “dimensione infinita”, senza confini, dall’anima aperta, capace di sostenere relazioni immateriali e però reali e vere. Solo queste sono le relazioni che costituiscono il filo saldo di una rete protettiva per la comunità che ci vive, una rete cioè che permette a tutti e a ciascuno – nessuno escluso – di sentirsi a casa propria, di essere riconosciuto nella sua dignità personale, di venire sempre accolto e onorato, di essere reso partecipe della comune responsabilità per la vita della Città stessa.
    Tuttavia non sempre la Città tutela la dimensione della comunità, che dovrebbe contraddistinguerla; non sempre fa sentire a proprio agio coloro che la abitano. Milano rischia di essere al proprio interno la città dalla rete spezzata, che non riesce a dare protezione: la città dove i cittadini vivono la paura e l’insicurezza di sé, degli altri, della vita nel suo insieme; dove avvertono il bisogno e l’ansia drammatica di avere protezione e l’incapacità, o l’impossibilità, di darla a propria volta; dove sperimentano l’incertezza della quotidianità, persino della sopravvivenza, il terrore dell’ignoto. In questo modo la rete si spezza e, d’altro canto, chi è in preda alla paura non riesce a riannodarla.
    Perché si sono spezzate le reti solidali della città? O perché vengono percepite come se fossero spezzate? Perché a paura si aggiunge paura? La paura dell’altro; la paura di perdere la nostra libertà; la paura della responsabilità; la paura di farci carico degli altri; la paura del “colloquio fraterno”; ma anche la paura del non bastare a noi stessi nell’aspetto concreto della quotidianità.
    Viviamo costantemente in angoscia, chiedendoci se avremo ancora una casa e il nostro lavoro; se avremo abbastanza per mangiare e se riusciremo a mantenere la nostra dignità; se la pensione sarà sufficiente o lo stipendio ci basterà per arrivare a fine mese; se potremo formare una famiglia, se vivremo giorni sereni e se qualcuno provvederà alla nostra vecchiaia.
    Quante domande; quanti timori; quante difficoltà per la nostra esistenza quotidiana!
    Restiamo così in preda ad una sorta di alienazione costante e siamo come spinti ad evitare gli altri perché non aggiungano, con i loro dubbi e le loro fragilità, preoccupazione e responsabilità – una responsabilità tuttavia impotente – alla nostra preoccupazione e alla nostra paura.

    Le piccole reti

    Ciascuno allora fa come può: si costruisce le proprie piccole reti. Spera così che la piccola famiglia, i pochi amici, forse un vicino, possano in qualche modo rappresentare la “comunità”, la “mia comunità”. Piccole comunità, antiche e nuove, ritessono al proprio interno reti per aiutare chi ne fa parte.
    Ma queste “reti” non si legano mai alle altre, non c’è aggancio fra di esse. Sono mille microcosmi, mille alleanze, mille piccole protezioni, che ripercorrono la via dell’autoreferenzialità, della chiusura all’esterno.
    Anch’esse, che per certi aspetti sono esperienza buona e positiva, non aiutano a fare un salto di qualità, non si allargano alla società nel suo insieme, non la “contagiano” con il loro metodo buono, con la loro capacità di sostegno, con la loro possibilità di alleviare la vita.
    Poi c’è anche chi resta inesorabilmente fuori, chi non ha neppure una “piccola rete”. È il più povero dei poveri!
    La vita comunitaria è come disintegrata nella percezione di molti. Ma spesso accade che chi ha una “piccola rete” faccia bene attenzione a che gli altri non la spezzino, a che la propria rete non si smagli. Questo significa non mescolarsi con nessuno, né con stranieri né con altri: meglio perseguire una vita dall’individualità distinta, separata, altra.
    Governare la Città significa, allora, farsi carico delle paure della sua gente e trovare una via d’uscita: la comunità deve essere protettiva. Il che non è a dire “deresponsabilizzante”.
    Una comunità è protettiva quando mette ciascuno in condizione di vivere le proprie responsabilità e di assumerne di collettive. Per questo la sicurezza materiale, morale e psicologica è importante. Per questo occorre aiutare la fiducia e la speranza con concretezza e progettualità.
    Non tutto è compito di chi governa la Città, molto appartiene anche ai compiti di ciascuno.
    Pensiamo, ad esempio, a questo: la vita di Milano è veloce. La nostra vita è veloce, a rotta di collo.
    Proviamo a “rallentare”, a darci tempi diversi. Proviamo ad accorgerci dell’altro che ci passa accanto. Proviamo a tessere relazioni vere con i giovani e con gli anziani, con i nostri figli, con i nostri genitori, con gli amici, con i vicini, con i compagni di lavoro.
    Rallentiamo la nostra vita. Proviamo a pensare, a riflettere, a meditare, anche a pregare, a concedere al Signore – come diceva il Papa ai giovani a Colonia – “il diritto di parlarci” . Proviamo ad usare la parola a tempo e luogo; fermiamo la frenesia di parole. Impariamo ad amare questa bella città, a conoscerla, a cercarne l’anima nascosta.
    L’essere cittadini riparte proprio da queste cose, da uno stile di vita fatto diverso e nuovo!
    Senza dimenticare che ci può essere una lentezza maggiore e una pace anche nella frenesia di Milano, anche nella concitazione delle strade, anche nei tempi stretti della giornata.
    Ritessere relazioni vere è l’avvio di una comunità forte, coesa, amica, solidale, capace di accogliere tutti e che sa chiedere ed esigere dalla politica che forza, coesione, amicizia, accoglienza siano il segno distintivo delle istituzioni.
    Stiamo attenti a non scivolare invece lungo la china della paura, della separatezza, del “felice deserto”, della difesa ad oltranza dei nostri delimitati confini.
    Abbiamo una tale paura, da accettare di essere vigilati sempre, contravvenendo così ad una delle nostre principali e decise affermazioni, a quel caparbio “vogliamo essere liberi”, “vogliamo fare ciò che vogliamo, come vogliamo”.
    Le aree, le vie, le piazze sono sorvegliate. Ogni nostro passo, ogni nostra scelta, sono registrati. Siamo vigilati speciali: telecamere ovunque, l’uso del bancomat per le operazioni più semplici della vita quotidiana, le carte di fedeltà nei supermercati o nei negozi, il viacard e il telepass, l’auditel… Qualcuno sa quanto spendiamo, come spendiamo, che cosa acquistiamo e con quale frequenza; sa dove siamo andati, a chi abbiamo telefonato e per quanto tempo, che cosa abbiamo visto alla televisione.
    Molte di queste cose sono inevitabili. Talune sono figlie della fretta. Molte di esse in qualche modo ci rassicurano, vengono incontro alle nostre paure, anche a scapito della nostra libertà.
    A questo punto, però, bisognerebbe domandarsi quale fine abbia fatto il «fraterno colloquio». Purché venga garantita la sicurezza, che alberga come insopprimibile domanda nel nostro cuore, siamo disposti a sacrificare molto, quasi tutto. In realtà, accettiamo il controllo su di noi e su ciò che facciamo perché esso rappresenta una prima e parziale risposta al nostro bisogno di sicurezza. Ma, forse, non ci accorgiamo che, così facendo, rischiamo di non curarci più di quelle relazioni che rendono fraterno il “colloquio” e rendono la vita sociale quella di una comunità civile.
    Non c’è dubbio che la domanda di sicurezza dei cittadini vada esaudita. E questo è compito che grava in modo particolare sulle autorità istituzionali. Rimane però la questione di una società che deve superare le proprie paure e quelle dei suoi componenti, i quali devono alimentare la reciproca sicurezza attraverso relazioni personali che dicano fedeltà, amicizia, disponibilità all’altro, accoglienza.

    La disgregazione della vita comunitaria

    È fuor di dubbio che la tragedia del terrorismo ha segnato e segna la nostra vita, ma non si tratta solo di questo: la disintegrazione della vita comunitaria ha recato con sé nuove, oscure ed inconfessabili paure.
    C’è un assassino all’angolo di ogni strada; un ladro dentro ogni casa; una prostituta o uno spacciatore lungo la via principale; un commando di terroristi ad ogni stazione della metropolitana…
    Tuttavia ci sentiamo “costretti” a continuare a vivere, a fare come se nulla fosse e così le telecamere lungo la via ci fanno sentire un poco più sicuri.
    Tutto ciò è comprensibile, ma non può essere un alibi per non andare verso l’altro, per non accoglierlo, per pensare che lui o lei di volta in volta siano l’assassino, il ladro, la prostituta, lo spacciatore.
    Certo, il vivere in questo modo può apparire ed essere “insostenibile”.
    Oggi si parla continuamente della sostenibilità dello sviluppo per noi e per le generazioni future. Spesso questa riflessione ha portato con sé inevitabilmente quella della sostenibilità della vita, proprio in relazione alla percezione dell’insicurezza che aleggia sugli abitanti del mondo, dove i problemi ambientali affiancano i timori per le guerre e la paura per il terrorismo.
    Ma la sostenibilità della vita e dello sviluppo è prima di tutto questo: sostenere le relazioni, l’essere comunità che tutti include e nessuno esclude, qualunque sia la razza, la religione, la cultura; non sentire minacciati continuamente la propria vita, i propri cari, i propri beni. Poi la sostenibilità dello sviluppo ha anche a che vedere con la questione ambientale, con l’uso sobrio delle risorse, con la vivibilità della Città, con la purezza dell’aria.
    Parlare di sostenibilità dello sviluppo in una realtà dove la comunità sia rifiutata non ha senso! La sostenibilità dello sviluppo è per la comunità, non a prescindere da essa.
    Per miliardi di singoli individui separati fra loro in modo marcato e senza “possibilità di contaminazione” perché mai sarebbe utile o necessario uno sviluppo sostenibile, visto che verrebbe meno il civile vincolo fraterno, la relazione solidale, l’essere per l’altro, il preoccuparsi delle generazioni future?
    Allora mi piace pensare alla sostenibilità della vita nel senso ora detto e poi immaginare che un giorno la vita non sia più segnata né dalla paura di non farcela, di non riuscire ad essere come il modello di volta in volta propinato dai mass media o dai gruppi forti, di non avere abbastanza soldi, né dalla paura di incontrare nell’altro l’assassino, il ladro, lo stupratore, lo spacciatore, o comunque il nemico. Mi piace pensare a una vita che si riapra alla speranza, che non è ingenua attesa di impossibili migliori futuri, e da questa stessa speranza si faccia incoraggiare, superando ogni paura.
    La Città, invece, per come si configura, dà fiato alle nostre paure ed insieme le nasconde nell’anonimato. Essere cittadini però significa uscire dall’anonimato e stare in una città che non dia corpo ai fantasmi.
    Uscire dall’anonimato significa “incontrare” l’altro e lasciarsi riconoscere da lui. Significa – secondo l’insegnamento del Concilio – lavorare perché la dignità dell’altro sia riconosciuta e consentire il «perfezionamento della persona umana» . Significa accettare «i rapporti con gli altri, i mutui doveri, il colloquio con i fratelli», nella certezza che solo così «l’uomo cresce in tutte le sue doti e può rispondere alla sua vocazione» e che solo così si dà un’autentica vita sociale .
    Evitiamo, quindi, di nasconderci, di “sottrarci”. Tutti noi “abbiamo bisogno” della comunità civile, che nasce con il contributo di tutti, anche con il nostro, personale, quotidiano apporto!

    IV - Insieme. Verso una comunità rinnovata

    Non da soli

    Dice ancora la Gaudium et spes: «Gli uomini, le famiglie e i diversi gruppi, che formano la comunità civile, sono consapevoli di non essere in grado, da soli, di costruire una vita pienamente umana e avvertono la necessità di una comunità più ampia, nella quale tutti rechino quotidianamente il contributo delle proprie capacità, allo scopo di raggiungere sempre meglio il bene comune» .
    Forse però gli uomini di oggi hanno smarrito tale consapevolezza: pensano che, evitando i problemi, si possa vivere tranquillamente senza gli altri; temono la comunità più ampia; sono gelosi delle proprie capacità e ritengono che il proprio bene – non sempre quello dei loro congiunti – non abbia nulla a che vedere con quel bene comune, che – secondo il Concilio – dovrebbe concretarsi «nell’insieme di quelle condizioni della vita sociale, con le quali gli uomini, le famiglie e le associazioni possono ottenere il conseguimento più pieno e più spedito della propria perfezione» .
    Oggi, tuttavia, la perfezione è avvertita come elemento di disturbo: potrebbe snidare le nostre fragilità. Non è però una “perfezione competitiva” quella a cui si riferiscono le pagine conciliari. Essa non ha a che fare con la carriera, la bellezza dei concorsi, lo status sociale di persone considerate inarrivabili, celebrate dai rotocalchi... Riguarda invece l’interezza della persona umana, la sua possibilità di essere compiutamente uomo o donna; riguarda la completezza delle dimensioni umane, il corpo e l’anima; riguarda la libertà vera.
    Come non ricordare qui le parole di sant’Ambrogio? «Non è la natura a rendere schiavi, ma la stoltezza... È libera la sola sapienza che suole rendere i poveri dominatori dei ricchi... È libero… colui che è libero nel suo intimo, che è libero secondo le leggi di natura, conscio che la legge di natura determina i costumi, non le condizioni sociali, e che la misura dei doveri è conforme non all’arbitrio dell’uomo ma alle regole della natura... Ti sembra forse libero chi compra i voti col denaro, chi cerca l’applauso del popolo più che il giudizio dei saggi? È dunque libero colui che è sensibile al favore popolare, colui che teme i fischi del volgo?... Ritengo, infatti, che la libertà non sia un dono, ma una virtù che non viene concessa dai voti altrui, ma viene rivendicata e posseduta mediante la propria grandezza d’animo» . Oltre la libertà – conclude il santo Vescovo – solo la carità!
    Noi invece spesso pensiamo che la libertà sia altra cosa: che si è liberi solo se si può possedere, comprandolo, il mondo e tutto quanto esso contiene, compresi uomini e animali.
    Ambrogio ci invita alla libertà del cuore; ci mostra il valore della sapienza; ci indica la vera libertà. Una vera comunità cerca la libertà e la sapienza per sé e per tutti i suoi componenti e consente che si creino le condizioni perché i singoli e le famiglie conseguano la perfezione o almeno tendano a conseguirla.
    La condizione è una sola: che si cerchino la “vera” libertà e la “vera” sapienza.
    È questa una ricerca che ci riguarda come singole persone. Ma deve anche trattarsi di una ricerca comune, alla quale appassionarci con tutti gli altri uomini e donne del nostro tempo. La dimensione “con gli altri” e “per gli altri” deve caratterizzare il nostro impegno sociale e civile, nella consapevolezza che “con gli altri” e “per gli altri” sono due elementi fondamentali che edificano la società e la rendono “migliore” per tutti, anche per ciascuno di noi.
    Del resto, al di fuori di queste due dimensioni non è possibile neppure il conseguimento del bene comune, che resta uno dei punti fermi a cui tutti – comunità politica e comunità sociale – dobbiamo tendere.
    Ricordiamo qui le parole di Ambrogio, che ci insegna come il bene comune sia fondato sulla giustizia: «Possiamo notare… che la natura della giustizia è di aprirsi agli altri più che di rinchiudersi in sé. Ha di mira il bene comune, non il proprio, e considera proprio guadagno il bene altrui. Beata e magnifica è la giustizia. È un bene che cerca il vantaggio di tutti: il più delle volte parte da uno e raggiunge tutti» .
    E c’è pure un’attenzione agli atteggiamenti che devono legarci gli uni agli altri a motivo della fraternità e dell’amicizia: «Il giusto…, anche se un amico diventa con lui prepotente, ne prova amarezza, perché così il suo amico sbaglia; perché lo vede istigato dal tentatore» . Come a dire che quando vediamo i nostri simili allontanarsi dal cammino qui delineato dobbiamo sentirci tristi. Qualora poi toccasse a noi, dovremmo provare amarezza e pentimento per il nostro peccato, che non costruisce la comunità, anzi la rallenta o addirittura la mina nelle sue fondamenta.

    Che cos’è cittadinanza?

    Se pensiamo a Milano, vediamo che essa è ricca di tante potenzialità ed offre molteplici risorse. È davvero, però, una “comunità”? Queste potenzialità e queste risorse sono a disposizione di tutti? Teoricamente, sì. E questo è già un fatto importante.
    Ma effettivamente che cosa accade?
    Accade che chi ne può usufruire è davvero “ricco”; gli altri sono “poveri”, anche se non soffrono la fame. È “ricco” chi sa che ci sono possibilità, chi “conosce”, colui per il quale la comunità si apre, la comunità “esiste”. Gli altri, che non sanno, non vedono, non conoscono, sono tagliati fuori.
    Intanto, siamo responsabili di questo non sapere e non conoscere. Non si farà mai abbastanza per informare con semplicità e con chiarezza; per aiutare a capire; per cancellare il timore e l’umiliazione di chi è costretto a chiedere, perché non sa.
    Questo mi fa dire: che cos’è la cittadinanza? Che cosa sono i diritti di cittadinanza?
    Ne parleremo nel IV Convegno della Chiesa in Italia – dal significativo titolo: “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo” –, che si terrà a Verona dal 16 al 20 ottobre 2006.
    Cittadinanza è prima di tutto il riconoscimento della piena dignità di tutti gli uomini all’interno della comunità civile in cui si trovano a vivere e, nello stesso tempo, il riconoscimento dell’integralità dei loro diritti.
    Uomini di pari dignità, eguali di fronte alla legge e rispetto alle opportunità di vario genere presenti nella Città, uomini a cui si riconosce pienamente – non “si concede” – il diritto a partecipare alla vita pubblica in tutte le diverse forme possibili, sono uomini che hanno cittadinanza. Una cittadinanza che è diritto ad abitare la Città, a partecipare alla sua “costruzione”, a contribuire alla sua cultura, a costruire democraticamente il suo futuro; che è orgoglio di far parte della Città, di difenderne positivamente la tradizione, di contribuire a renderla viva e a rinnovarla rispettandola nel suo profondo.
    Ovviamente si tratta di uomini capaci e volonterosi di fronte alle responsabilità che da tutto questo scaturiscono e che non rifiutano, anzi condividono, doveri comuni, rispetto delle regole democratiche e tensione al bene comune dell’intera comunità umana.
    L’idea è che nella cittadinanza «si esprime la dimensione dell’appartenenza civile e sociale degli uomini» . Ma, se diciamo appartenenza, diciamo comunità!
    Così i diritti di cittadinanza costruiscono e rendono solida la comunità civile. Non c’è comunità civile e non c’è senso di appartenenza alla comunità civile se i diritti di cittadinanza non sono eguali.
    Così anche i doveri di cittadinanza costruiscono e rendono solida la comunità civile.
    È giusto chiedere l’adempimento dei doveri, ma è conforme a giustizia riconoscere i diritti: riconoscere, perché essi esistono già, non concederli. Anche l’uso dei termini è talvolta indicativo dell’animo e delle sue intenzioni o dei suoi convincimenti.


    A Milano: un “cammino” di cittadinanza

    Anche la nostra città di Milano è oggi fortemente interpellata dalla questione della cittadinanza.
    Pensiamo, ad esempio, al grande problema della casa.
    Come è possibile che chi teme di perdere la casa, a cui magari sono legati ricordi e affetti, perché non più in grado di pagare alti affitti, si senta pienamente cittadino? Come non accoglierne il gemito? Come non ascoltarne la vibrata protesta? So bene che qualcuno dirà che chi non ce la fa magari ha scialato, vivendo da cicala, e che chi ha investito i sudati risparmi in un’abitazione deve poterne trarre una giusta remunerazione.
    Tuttavia, senza intrattenermi su questi aspetti che costituiscono un alibi per non affrontare radicalmente la situazione o per occuparsi d’altro con il consenso della pubblica opinione, voglio richiamare qui con forza il problema della casa per le giovani coppie, per gli anziani, per chi viene da lontano e desidera vivere in pace tra noi.
    Servono soluzioni differenziate, ma soluzioni. Non si può aspettare oltre.
    Per gli anziani, in particolare, e per chi è più in difficoltà, serve anche in materia una burocrazia “comprensibile”, nei tempi, nei modi, nei linguaggi.
    E per i giovani: è possibile che il loro rimanere in città sia legato al possesso di ingenti quantità di denaro? Come sarà questa comunità se i giovani, le sue risorse migliori, non riescono a vivervi? Come potranno serenamente affrontare il matrimonio, l’esperienza di una nuova famiglia aperta alla vita, se per le giovani coppie le soluzioni abitative in città diventano “impossibili”?
    E per i cittadini venuti da lontano: quanto a lungo si dovrà accettare lo sfruttamento sistematico del loro bisogno di un tetto? Se li lasciamo a chi li sfrutta, impareranno solo lo sfruttamento, vivranno nella marginalità, non sentiranno mai di appartenere ad una comunità.
    Ancora, la Città è interpellata sulla cittadinanza quando non riesce a sciogliere l’enigma delle nuove culture e delle nuove religioni.
    Perché è sempre così difficile, così complesso?
    Anche qui: l’opinione pubblica ha paura, ma perché non riconosciamo anche la paura dei nuovi venuti? Perché li biasimiamo per quel loro voler essere insieme? Non è forse capitato così anche per gli Italiani all’estero? Essi si sono – e continuano ad essere – riuniti in comunità omogenee e a noi non ha certo fatto piacere che gli altri abbiano sempre pensato a queste comunità come soggette alla mafia. E dunque perché ogni piccola comunità islamica deve essere per forza una cellula terroristica? Non bisogna abbassare la guardia sul terrorismo, perché anche la sicurezza personale e collettiva ha a che vedere con i diritti di cittadinanza. Tuttavia bisogna saper distinguere. Respingendoli per paura, senza distinzione alcuna, non decidiamo di stare insieme tra noi, “richiudendoci” e “separandoci”? Proprio come loro, pur essendo in condizioni diverse, perché radicati qui, perché in una “casa” che è nostra da tempo, dove abbiamo le nostre radici ed i nostri affetti.
    D’altro canto, perché alcuni osservanti dell’islam non si fidano delle nostre scuole? Proviamo a parlarne con calma e, possibilmente, ascoltandoci. Dimostriamo nei fatti che l’amicizia tra i bambini, il loro reciproco frequentarsi in scuole comuni è un bene. Vinciamo la paura con l’accoglienza, l’amicizia, il riconoscimento aperto e leale della dignità dell’altro, il suo “essere cittadino”, il suo operare per “questa” società e non più per la sua “originaria”.
    E, di nuovo, la Città è interpellata sulla cittadinanza e i suoi diritti quando troppi anziani soli muoiono e per giorni e giorni, se non per lunghe settimane, nessuno se ne accorge. Non muoiono così solo gli anziani poveri, ma anche quelli benestanti, che abitano palazzine rispettabili.
    La solitudine, piaga cittadina.
    Ho già parlato altre volte di questo, ma è impossibile evitare l’argomento in una città dove il nucleo storico della popolazione è caratterizzato in misura massiccia dall’anzianità dei suoi componenti. Gli anziani hanno moltissimi problemi, ma quello della solitudine e, spesso, dell’abbandono è uno dei più evidenti che va ad aggravare situazioni di salute e sociali già precarie.
    Relazioni nuove e vere vanno giocate anche qui: la solitudine, l’abbandono, l’isolamento, la paura della propria fragilità che si fa di giorno in giorno irreversibile, chiedono una forte protezione sociale – una rete salda – e una prossimità sociale intessuta di rapporti forti, fedeli, pazienti, che fanno sentire tutta l’amicizia umana e la forza e il conforto di una comunità che non dimentica nessuno.
    C’è qui tutto uno spazio che riguarda chi amministra la Città, ma c’è pure uno spazio che riguarda il personale impegno di ciascuno.
    Anche su questi aspetti e su queste attenzioni si costruisce una “cittadinanza piena”.

    Dov’è la comunità?

    Dov’è la comunità? Quella vera, quella che ha relazioni vere, personali, profonde, amicali, fraterne, non virtuali?
    La virtualità non basta a nessuno: per un po’ ci inebria; poi fa di noi degli alienati. La rete informatica ci avviluppa e ci impedisce di uscirne se non c’è l’altra “rete”, se non c’è la comunità. C’è una rete che ti soffoca e ti impedisce di salvarti, nella quale se resti impigliato, non hai scampo: come il pescatore, prigioniero della sua stessa rete, che cade in mare, se non riesce a liberarsi, annega. C’è una rete che ti salva, quando cadi dall’alto: come per il trapezista, quando fa un salto mortale non ben riuscito, è meglio saltare con la rete.
    Facciamo attenzione a non spezzare la rete della comunità, perché altrimenti ne segue la disintegrazione della vita comunitaria e delle persone che in essa vivono. Alle piccole, protettive, comunità, alle “piccole reti”, che tendono a formarsi nella percezione della disintegrazione delle altre, chiedo: “Non chiudetevi in voi. Apritevi. Collegatevi. Aiutate il rafforzamento della comunità civile”. Verrebbe da dire: “Mettetevi in rete”.
    Ci sono poi tanti modi per costruire e rafforzare la comunità.
    La nostra città ha tante risorse. È la città del lavoro, delle professioni, antiche e nuove. Come le nuove professioni incidono sull’anima della comunità? Le nuove professioni sono internazionali, si svolgono attraverso contatti molteplici, ci aiutano forse ad essere cittadini del mondo. E cittadini di questa città? Non c’è talvolta della pigrizia nel guardare all’aspetto comunitario? Al progetto che deve riguardare questa città, salvandone l’anima antica e proiettandola verso il futuro? E più in generale, quanto tutti i soggetti, non solo quelli istituzionali, si sentono coinvolti in questo?
    Come ho già detto lo scorso anno e come sostengono da più parti molte voci, insisto nel proporre una riflessione su un significativo progetto per questa città, un progetto che le consenta appunto di essere comunità aperta al mondo, conservando tutte le caratteristiche “buone” della comunità originaria.
    Tento solo un piccolissimo suggerimento, da Vescovo, per le mie competenze. Può questa nostra amata città tornare alla pazienza e all’ascolto? Alla capacità di “rallentare” la vita? Può consentire delle relazioni autentiche, veramente umane?
    Non è questo un frutto esclusivo della buona volontà dei singoli. Occorrono architetti, politici, imprenditori, docenti, artigiani, operai, commercianti... che operino insieme.
    Sappiamo bene che c’è anche una quiete “minacciosa”, che aiuta la nostra fuga, c’è un altruismo che non costruisce la comunità, ma, proprio allora, è bene “fermarsi” ed “ascoltare”. Scrive un testimone del nostro tempo, Dag Hammarskjöld, segretario generale dell’ONU, premio Nobel per la pace, uomo profondamente credente: «Quando tutto è quiete intorno a te e ti fermi terrorizzato; quando vedi che il lavoro è ormai divenuto una fuga dall’angoscia e dalla responsabilità, e l’altruismo un malcelato masochismo; quando senti battere in te il cuore crudele e maligno del lupo della steppa, allora non cercare un narcotico nel rumore e nella fretta snervante. Fissa risolutamente l’immagine, finché non avrai trovato il fondo» .
    Non si tratta ancora di contemplazione, forse, ma sicuramente dell’invito a fermarsi e a guardare in faccia il perché delle nostre fughe, del nostro alienamento nel fare, del nostro presuntuoso altruismo, così diverso e lontano dal “dono di sé”.
    La capacità di fermarsi e di guardare in se stessi è un valore civile. La contemplazione può essere anche un valore civile. Il desiderio di andare al fondo delle cose, la nostalgia dell’interiorità, delle relazioni durature e profonde, fanno parte della nostra civiltà. Sono, appunto, valori civili, non solo cristiani.
    Per i credenti essi sono illuminati da un’altra luce; per i cristiani essi trovano la loro radice in Cristo Gesù, speranza del mondo. Ed è per questo che i cristiani accettano e scelgono di essere testimoni.
    Come vescovo, qui, non posso non richiamare i cristiani alla responsabilità della testimonianza, in questa città, per questa comunità.
    Essere testimoni di Gesù, in obbedienza al suo preciso mandato , è il compito irrinunciabile ed entusiasmante di sempre per ogni vero seguace del Signore. È anche un compito che, soprattutto nel nostro tempo e nella nostra società, si presenta quanto mai arduo e difficile. Ma proprio per questo è «chiamato a rinnovarsi e ad assumere il volto di una presenza e di una testimonianza più decise, convinte, mature» .
    Ad ogni cristiano, allora, è chiesto di essere «testimone del Signore vivendo e comunicando il Vangelo con gioia e con coraggio, sapendo che la verità del Vangelo viene incontro ai desideri più autentici dell’uomo» . Come ho indicato all’intera Diocesi per questo anno pastorale, gli è chiesto di essere “trasparenza luminosa” di Gesù «attraverso una “vita nuova”, una vita rinnovata e rinnovatrice, capace di cambiare non solo se stessi ma anche la società e la storia» . Nella convinzione che «la vita rinnovata del credente, come esplicito annuncio del Vangelo e come gesto nascosto e silenzioso, è sempre testimonianza di Gesù crocifisso e risorto» .
    Ai laici cristiani, in particolare, ricordo la bellezza e la grandezza del compito proprio e peculiare che è loro affidato: quello di «cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio» .
    Lo potranno fare se, rimanendo pienamente immersi nella Città, in tutti gli ambienti, le articolazioni e le strutture della vita sociale, si adopereranno instancabilmente – alla luce della Dottrina sociale della Chiesa e agendo, come scrive san Pietro, «con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza» – per promuovere e assicurare la “qualità umana delle relazioni”, per costruire con tutti una vera e autentica comunità civile. In tal modo offriranno il loro contributo per far sì che ogni luogo di vita diventi davvero un luogo umano e umanizzante e che, dunque, la Città sia una autentica e viva comunità di persone, tra le quali regna un «fraterno colloquio».
    Il non vivere la loro vocazione e la loro missione di essere “anima del mondo” è, per i cristiani, gesto di profonda inimicizia nei confronti della Città, perché la priva della possibilità di realizzarsi pienamente e secondo verità e perché le fa mancare quel contributo operoso e responsabile che la Città stessa ha il diritto di aspettarsi da chi si dice cristiano.



    A chi appartiene la Città?

    Allora: a chi “appartiene” questa città? Ci siamo interrogati sul nostro personale senso di appartenenza, ma la Città a chi appartiene?
    Direte: “A noi!”.
    Certo, ma non è immediato. La risposta non è banale. La Città appartiene a tutti coloro che assumono la responsabilità, una responsabilità. Essa non appartiene solo ai ricchi, ai forti, ai politici.
    Tutti abbiamo il dovere e il diritto di assumerci una responsabilità, magari semplice e quotidiana e, tuttavia, “responsabilità”.
    E la prima, di carattere generale, che ci sta di fronte sarà in occasione delle elezioni, in particolare a Milano anche quelle amministrative.
    Nel segno di un grande rispetto e di un più grande amore alla Città, come pastore di tutti, vorrei rivolgere una duplice parola.
    Ai politici sento di dover chiedere una riflessione forte sull’idea di bene comune e su quale percorso è riservato a questa città per il conseguimento del bene comune, non inteso come la somma dei beni comuni, di piccoli beni comuni da scambiare e negoziare fra loro. Un bene comune che consenta «il conseguimento più pieno e più spedito della perfezione» agli esseri umani . È molto, ma è esattamente il loro compito, come ricorda in modo limpido e categorico la Gaudium et spes: «La comunità politica esiste proprio in funzione di quel bene comune, nel quale essa trova pieno significato e giustificazione» . Non c’è politica degna di questo nome se non è a servizio del bene comune! Non amano davvero la Città e non la costruiranno come autentica comunità civile quei responsabili della cosa pubblica che non si lasciassero guidare costantemente e concretamente da questo decisivo e insopprimibile criterio del bene comune e che lo assoggettassero continuamente ad interessi parziali o individuali e personali o, addirittura, illeciti e ingiusti.
    A tutti invece vorrei dire: “Diamo quel contributo semplice che è l’esercizio del diritto di voto”. Rinnoviamo la nostra fiducia nelle istituzioni che molto possono per contribuire alla crescita della dimensione comunitaria nella società. Accompagniamo quel voto con una riflessione seria sulla Città, una riflessione libera, né eccessivamente ottimista né eccessivamente pessimista, dunque equilibrata, che sappia vedere il bene e il male, che, come sempre, convivono, a volte in modo inestricabile.
    Sentiremo la Città un poco più nostra. La Città ci apparterrà un poco di più. Dobbiamo “partecipare” di più alla vita cittadina, compresa quella politica.
    Accogliamo tutti insieme, a seconda dei livelli di impegno, la sfida che ci sta davanti, quella di una Città comunità viva.
    Accogliamo la sfida ad essere uomini che vivono la dimensione civile come un «colloquio fraterno».
    Nello stesso tempo, non dimentichiamo mai che la Città non appartiene solo a noi. Essa “appartiene”, non meno, a Dio, che la ama, la cura, vigila su di essa e l’accompagna con amore di Padre.
    Appartiene a quel Dio che benedice gli uomini che vivono nella pace e nella fraternità, che ama la comunità degli uomini, che la protegge con attenzione particolare, che vuole per loro la soavità e la dolcezza, il bene vero della loro vita e del loro “vivere insieme”.
    Come non ricordarsi del salmo di Davide sulla vita fraterna, che gli antichi israeliti eseguivano salendo verso la città di Gerusalemme e verso il suo tempio? È un tipico “canto delle ascensioni”, che potremmo pensare come elevazione degli uomini, come crescita spirituale e morale, come ascensione dalla mediocrità e dalla fragilità, dalla paura e dall’incertezza a quella forza, protezione e serenità per il futuro, che sono dono di Dio:
    «Ecco quanto è buono e quanto è soave
    che i fratelli vivano insieme!
    È come olio profumato sul capo,
    che scende sulla barba,
    sulla barba di Aronne,
    che scende sull’orlo della sua veste.
    È come rugiada dell’Ermon,
    che scende sui monti di Sion.
    Là il Signore dona la benedizione
    e la vita per sempre» .
    Affidiamo, allora, questa nostra città al Signore. A lui chiediamo saggezza, coraggio, giustizia, libertà vera, rispetto reciproco, solidarietà sincera, predilezione per i più poveri, speranza e pace per tutti.
    Nella certezza che il Signore ama la Città e la custodisce e la fa crescere, preghiamo così:
    Signore,
    aiuta la nostra città
    e tutti noi
    ad essere
    una comunità, viva, palpitante, vera.
    Aiutaci
    ad assumerci pienamente
    le nostre responsabilità.
    Fa’ che
    la nostra sia una città
    aperta,
    accogliente,
    libera,
    capace di valorizzare l’apporto di ciascuno.
    Signore,
    allontana la solitudine
    e la desolazione,
    consola i poveri,
    i senza casa,
    coloro che non hanno più un lavoro
    o che non l’hanno ancora.

    Signore,
    donaci la fede.
    Donaci il tuo sguardo.
    Fa’ che,
    nella ricerca dell’altro,
    diventiamo capaci
    di scorgere in lui il fratello
    e di amarlo
    come tu ci hai amato.

    Signore,
    grazie per le risorse e i doni,
    che hai elargito con abbondanza
    a questa città.
    Grazie per coloro
    che tentano nuove e buone strade
    in campo economico;
    per coloro che fanno del servizio alla sofferenza
    una ragione di vita;
    per coloro che aprono strade
    nell’ambito della ricerca;
    grazie per coloro che fanno semplicemente
    il loro dovere.

    Signore,
    rendici persuasi che
    tutti insieme siamo comunità.
    Per i cristiani dovrebbe essere più facile
    parlare di comunità,
    ma forse noi proviamo un po’ di imbarazzo:
    non sarà colpa nostra,
    della nostra disattenzione,
    della nostra fretta,
    della nostra superficialità,
    se nessuno parla più di
    “comunità civile”?
    Signore,
    donaci la forza di un grande progetto
    e il desiderio di trovare
    gli “uomini di buona volontà”,
    con cui realizzare ciò che è bene per tutti.



    + Dionigi card. Tettamanzi
    Arcivescovo di Milano

 

 

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