Maurizio Blondet
04/12/2005



Era un segreto aperto, ma ora il giornale ebraico Yedioth Ahronot fornisce tutti i particolari in una sua inchiesta: gli israeliani stanno addestrando le milizie curde irachene.
Da 18 mesi, varie decine di ex membri delle unità d'elite israeliane «lavorano» in una base del deserto iracheno, chiamata Codice Z, ad addestrare i guerriglieri separatisti.
Formalmente, questi istruttori sono dipendenti di aziende di sicurezza israeliane, fornitrici di mercenari (il più lucroso affare nello scontro di civiltà) che hanno firmato contratti segreti con il governo autonomo iracheno, che fa di tutto per tenere il segreto su questi suoi ospiti.
Il firmatario dei contratti è Karim Sanjari, il ministro dell'Interno del sedicente governo kurdo, il quale capeggia anche il Parasim, la forza d'intelligence privata del Partito Democratico Kurdo, ritenuto una creazione artificiale di USA ed Israele.
Un contratto tra privati, nel quadro della grande privatizzazione della guerra che è la «lotta mondiale al terrorismo».



Di recente le operazioni presso la Codice Z hanno dovuto essere interrotte, quando è risultato che della loro ubicazione, e della presenza degli istruttori sionisti, era al corrente il controspionaggio iraniano: c'era il rischio di attentati e di attacchi della guerriglia.
A portare la notizia, in piena notte, è stato Sanjari in persona («K» nel codice degli israeliani) che ha invitato i suoi amici a levare le tende immediatamente dato il rischio imminente.
Una delle ditte di soldati a noleggio che opera nel Kurdistan è la Interop, un'azienda che ha base a Washington, ma che è diretta dall'uomo d'affari israeliano Shlomi Michaelis e dal generale a riposo Danny Yatom, ex direttore generale del Mossad.
Almeno fino a ieri.
Perché oggi il generale Yatom è un membro del parlamento israeliano (Knesset) e sostiene di aver rotto tutti i rapporti con la Interop dalla sua elezione: «non ho promosso questo (i contratti con i kurdi) e ho insistito di non ricevere più aggiornamenti sulle attività della ditta», sostiene Yatom.
Tuttavia, il giornale ha appurato che Yatom è ancora azionista della Interop e che nel maggio 2004, molto dopo essere stato eletto alla Knesset (il parlamento), ha partecipato a una cena con i dirigenti dell'azienda, in cui fece un discorso pubblico sulle relazioni fra kurdi e Israele.

Quanto al suo socio Shlomi Michaels, il sito della Interop ne dà brevi note biografiche: 15 anni nelle forze speciali aerotrasportate israeliane, comandante di un corpo speciale anti-terrorismo, secondo in comando presso la Anti-Terrorist Academy di Israele.
«Non abbiamo autorizzato israeliani ad operare in Iraq», ha detto al giornale Mark Regev, portavoce del ministero della Difesa israeliano, «e se sono lì è per loro privata iniziativa, senza autorizzazione, e sotto la loro responsabilità» (1).
Ma i mercenari israeliani in Kurdistan non si limitano ad addestrare.
Secondo Yiedioth, forniscono «tonnellate di materiale militare del valore di milioni di dollari»: fra cui munizioni, apparati per rendere più efficaci i kalashnikov (mirini al laser e a visione notturna), veicoli fuoristrada, motocicli, cani poliziotto, persino uniformi.
Un po' troppo per dei guerrieri privati a contratto.
Qualche appoggio governativo devono averlo.
Tanto più che paiono impegnati ad agevolare lo smembramento del Paese per linee etniche, secondo le direttive pubblicate nel febbraio 1982 da Kivunim («Direttive», appunto), la rivista dell'Organizzazione Mondiale Sionista, a firma di Oded Ynon, un ex analista del Mossad: gli Stati del Medio Oriente devono essere smembrati per etnie e linee di frattura religiose, diceva Ynon, per creare «uno spazio vitale per Israele» (2).



Particolare ironico: gli istruttori israeliani sono entrati in Kurdistan dalla Turchia, facendosi passare per esperti agricoli e di costruzioni.
E così il governo di Ankara, dopo aver fatto tanto per sostenere i suoi amici rabbinici, deve assistere impotente mentre quei suoi amici gli creano il più grave problema per il prossimo futuro: un Kurdistan iracheno indipendente, che attrarrà e sosterrà il separatismo kurdo in Turchia.
D'altra parte, gli ebrei stanno cominciando a mordere la mano degli «amici» turchi.
Basta leggere l'ultimo «studio» dell'American Enterprise, il think-tank neocon dei Perle, Wolfowitz e Michael Leeden, nonché l'ultimo libro del superfalco israelita Frank Gaffney, che parla a nome del JINSA (Jewish institute for national security affairs) (3).
Sono testi altamente istruttivi, perchè delineano i progetti futuri dei neocon israelo-americani ben oltre l'attacco all'Iran e alla Siria, dopo aver invaso Afghanistan e Iraq.
Già lo dice il titolo che Gaffney ha scelto per il suo saggio: «Piede di guerra: dieci passi che l'America deve intraprendere per vincere la guerra del mondo libero».
In perfetta consonanza con il documento dell'American Enterprise, che dà gli stessi ordini ai servi-pastori americani: «lanciare iniziative regionali». (4)



Insieme, i due documenti delineano un vero piano mondiale.
«Ci sono misure che devono e possono essere prese immediatamente, in tutto il mondo, e che non richiedono l'uso di forze armate americane. Anzi, se vogliamo evitare di chiamare le forze militari USA a ulteriori missioni, queste azioni sono essenziali: nel Medio Oriente (e alla sua periferia), in Africa, in Asia, in America Latina, in Russia ed in Europa».
Ecco per esempio cosa impone l'American Enterprise a proposito dell'Iran.
E godetevi il tono, proprio dei vecchi manuali di propaganda trotzkista che i neocon scrivevano quando erano comunisti: «gli Stati Uniti devono scatenare la guerra politica totale contro gli islamofascisti di Teheran, sia all'interno sia all'esterno dell'Iran. Questa guerra deve darsi la finalità di mantenere il regime iraniano sotto pressione (compreso con mezzi segreti, dove necessario) con il fine ultimo di minare il suo controllo. A questo scopo, bisogna sostenere i movimenti di resistenza. La 'Legge di sostegno della Libertà in Iran', varata dal senatore [rabbinico] Rick Santorum nel febbraio 2005, autorizza il presidente a spendere 10 milioni di dollari a sostegno della resistenza. E' un buon inizio, ma occorrerà una cifra più vicina ai 300 milioni di dollari».



Evidentemente i vari «istruttori privati» israeliani hanno bisogno di più denaro: dal contribuente USA, come al solito.
Ma il gioco vale la candela, scrivono i neocon: «abbiamo tollerato per quasi un trentennio la guerra dell'Iran contro gli Stati Uniti senza reagire. E, se non la liquidiamo nell'immediato futuro, avremo di fronte un regime terrorista dotato di armi nucleari, che non ha mostrato alcuna esitazione ad aggredire cittadini ed interessi americani in tutto il mondo [sic] ».
L'American Enterprise denuncia anche «il doppio gioco» dell'Arabia Saudita, e ingiunge alla Casa Bianca i seguenti passi: «inserire l'Arabia Saudita nella lista del Dipartimenti di Stato degli Stati terroristi; ciò dovrà, tra l'altro, porre termine alla vendita di materiale militare USA al regno; congelare i beni sauditi negli Stati Uniti; lavorare con gli sciiti nella regione orientale ricca di petrolio, che cercano di staccarsi dall'Arabia Saudita; come ultima ratio, impadronirsi dei campi petroliferi sauditi e delle altre infrastrutture energetiche essenziali».
E così è sistemato anche l'alleato saudita degli americani.



Ma il peggio è quel che gli ebrei neocon preparano all'amica Turchia.
Sì, dice il documento, «la Turchia è stata il più importante alleato strategico durante la guerra fredda. Oggi il ruolo della Turchia nella guerra per il 'mondo libero' sarebbe anche più vitale, se il Paese giocasse la parte di fortezza islamica democratica contro l'islamofascismo. Ma invece, sembra che stiamo perdendo questo alleato».
Perbacco: come mai?
L'American Enterprise ci informa che «in Turchia è in corso un golpe fascista. E' intrapreso dal partito islamico AKP, guidato dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che sistematicamente sta trasformando il suo Paese da democrazia secolarizzata dentro una società musulmana, in uno Stato governato dall'islamismo radicale ostile ai valori e alle libertà occidentali».



Le prove?
Come le prove delle armi di Saddam, anche quelle dell'islamofascismo turco «non sono difficili da trovare».
Esempio: «la Turchia è inondata da miliardi di dollari di 'denaro verde', ossia di fondi che l'Arabia Saudita e gli Stati del Golfo hanno portato via dagli USA…».
Il fatto che capitali petroliferi siano investiti in Turchia, che è in grande sviluppo economico, e non negli USA o in Israele, naturalmente indispettisce questi liberisti.
«Il sistema scolastico turco tradizionalmente secolarizzato è soppiantato da scuole del tipo madrassa, 'imam hatip schools', in cui agli studenti è insegnato solo il Corano. Lo stesso primo ministro è un diplomato di scuola imam hatip…»
«Gli Alevi, che osservano una corrente dell'Islam che mantiene alcune tradizioni pre-islamiche, sono discriminati e intimiditi, chiamati 'apostati' e 'ipocriti'. Altre minoranze, specie gli ebrei turchi, temono di ricevere lo stesso trattamento» [è qui un'allusione agli ebrei seguaci di Sabbatai Zevi a falsamente convertitisi all 'Islam nel '600. Chiamati comunemente «dunmeh» - apostati - sono stati il nerbo del colpo di Stato di Ataturk, che fece della Turchia uno Stato secolarizzato come voluto dagli ebrei. Oggi, ancora i dunmeh sono la spina dorsale del sistema di potere turco].



Ma non basta, s'indigna il documento neocon: «il governo Erdogan è riuscito a prendere il controllo dei media turchi»; prima controllati dai dunmeh.
«Gli islamisti hanno ampiamente penetrate le forze armate turche, tradizionali garanti dello Stato secolare e moderno» (gli alti gradi dell'esercito turco erano prima dominate dai dunmeh).
Come impedire alla Turchia di «cadere nel baratro dell'islamofascismo»?
Chiarire che USA e Israele cesseranno di premere per l'accesso della Turchia nell'Unione Europea; gli europei devono obbedire ai nostri ordini, dice l'America Enterprise: «gli europei devono dichiarare che il golpe islamista di Erdogan rende impossibile l'entrata della Turchia in Europa». Altra sanzioni seguiranno, se i golpisti (andati al potere con democratiche elezioni) non capiranno l'antifona.
Così Ankara sta per cogliere la ricompensa del suo servilismo verso l'espansionismo israeliano.
Ora che Israele ha i suoi kurdi, i turchi non servono più.
E vengono abbandonati, anzi dichiarati nemici.
Davvero gli ebrei sono duri padroni.

Maurizio Blondet




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Note
1)In realtà, molte altre aziende israeliane sono attive nel Kurdistan iracheno. Motorola Israel e una ditta di telecomunicazioni chiamata Magalcom si sono aggiudicate contratti di miliardi, e stanno febbrilmente costruendo un aeroporto internazionale presso Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno. Cfr. «Israelis train Kurdish fighters in Iraq», ISN; 2 dicembre 2005.
2)«Behind the scenes of Iraq war», Pravda, 17 marzo 2004.
3)Su Gaffney, si veda il mio «Chi comanda in America»,Effedieffe edizioni, pagine 102-117.
4)Michael Rubin et al., «Launch regional initiatives», American Enterprise Institute, 30 novembre 2005.















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